domenica 29 marzo 2026

NIENTE RE, NÉ REGINE, NÉ GUERRE E NIENTE RIARMO

Ieri non ero fisicamente presente a Roma, ma condivido lo spirito libertario e antiautoritario e soprattutto pacifista e contro qualunque RIARMO della manifestazione che si è svolta nella capitale in concomitanza con iniziative analoghe in tutto il mondo e negli USA.

La guerra del golfo, scatenata dagli americani e dagli israeliani, ha violato il diritto internazionale, dato una mazzata alle organizzazioni internazionali che lavorano per la pace, affermato il diritto del più forte a fare ciò che vuole, costretto il grosso degli europei ad un ennesimo atteggiamento di sudditanza filoatlantica e provocato pesanti conseguenze economiche per tutti, europei inclusi.

Contesto poi chi sostiene che la nuova guerra del Golfo, scatenata da Trump e Bibi, sia una conseguenza dell’aggressione russa all’Ucraina. 

Condivido e sostengo invece convintamente il No al RIARMO europeo e contesto la scelta bellicista stupidamente e temo tragicamente approvata dalla Comunità Europea, che nel RIARMO sta investendo cifre folli (a debito), sollecitando gli stati membri a fare altrettanto.

Riconosco purtroppo che il NO al RIARMO è un tema poco sentito (e trattato solo retoricamente) dalle grandi forze del centrosinistra italiano.

Spero che le recenti dichiarazioni del leader del M5S sul RIARMO europeo siano il frutto di un ennesimo fraintendimento dei giornalisti e non una pericolosa svolta del Movimento ex grillino.

Mi piace infine segnalare come nel suo piccolo ieri a Pontedera, sul corso Matteotti, si sia tenuta una manifestazione pacifista e ANTI RIARMO del Movimento NO BASE, a cui esprimo, per quel poco che può valere, tutto il mio sostegno e la mia gratitudine per il loro  prezioso impegno.

sabato 28 marzo 2026

NULLA DI NUOVO SUL VIALE PIAGGIO

Siamo a quasi 4 anni dalla chiusura dei parcheggi intorno alla Biblio Gronchi e tutto tace. 

Via Maestri del lavoro resta chiusa e sono passati quasi 2 anni dalla gara del project financing vinta da SIAT.

Sono anche trascorsi 6 mesi da quando SIAT aveva annunciato di essere pronta a far partire i lavori sui parcheggi sbarrati.

Invece niente.

Parcheggi chiusi.

Biblioteca circondata da transenne. 

Studenti che mangiano panini sotto i ponteggi, seduti sui panettoni di cemento.

Prestiti librari e presenze in biblioteca abbondantemente al di sotto dei livelli precovid.

Viaggiatori che parcheggiano davanti a villa Leoncini e poi fanno il giro del mondo per raggiungere la stazione ferroviaria. E viceversa. 

Silenzio su e di un consiglio di quartiere che non viene riattivato. Che non si occupa dei problemi del quartiere.

Sembra una situazione strampalata.

Invece è proprio Pontedera centro.

Intanto per fare allenare le persone a camminare e a fare più strada, il Comune finanzia con 30.000 € (proprio trentamila euri) la XX Mangialonga.

La città ne sentiva proprio il bisogno.

QUANDO BERLINGUER VENNE A PONTEDERA

Certo era il 1961. 65 anni fa. Era giovane, Enrico Berlinguer quando venne a Pontedera. 39 anni appena. Ma era già membro della direzione nazionale del PCI e l’anno dopo sarebbe entrato nella segreteria. 

Venne a Pontedera a studiare per conto del partito gli operai della Piaggio. E per capire  le dinamiche profonde del capitalismo italiano. A osservare, analizzare, comprendere, attraverso gli occhi e i cervelli dei compagni operai, una fabbrica emblematica e di successo. Venne per capire come fronteggiare e arginare lo strapotere padronale in fabbrica e nella politica. Per contrastare quello che allora si definiva il neocapitalismo e immaginare e proporre uno sviluppo più giusto, più equilibrato, più rispettoso dei lavoratori.

Rimase qui a Pontedera due giorni a presiedere la conferenza operaia e a prendere appunti. A imparare dalla realtà concreta.

Nelle carte di Renzo Remorini, depositate alla Biblioteca Gronchi, se non ricordo male, ci sono annotazioni di pugno di Renzo di quelle due giornate. E presso l’Archivio dell’istituto Gramsci di Roma, nelle carte Berlinguer, lì depositate, ci sono dei documenti, quasi certamente  gli appunti manoscritti di Berlinguer di quel convegno pontederese del ‘61. Forse il Comune, se non l'ha già fatto, potrebbe visionarli e chiederne copia. Credo sarebbe una testimonianza importante per la città.

Certo, sono passati 65 anni da allora. Certo l’Italia è molto cambiata. Certo la Piaggio stessa è assai mutata. Pontedera è diversa.

Ma la forza produttiva del paese passa ancora dalle fabbriche. Come ci insegnano la Cina e perfino lo stesso tardoprotezionismo di Trump.

Soprattutto il lavoro e i lavoratori sono il cuore pulsante di questa forza produttiva e anche molto di più. Sono una delle radici del mutamento sociale. E, come ci dice la Costituzione, uno dei pilastri su cui si fonda la democrazia.

Perciò, anche se il mondo mediatico e social ci vorrebbe fa credere altro, l’attenzione al lavoro e alle fabbriche resta molto OPPORTUNA.

sabato 21 marzo 2026

IL PROSSIMO PRIMO MAGGIO A PONTEDERA

Sono iscritto ad una organizzazione sindacale nazionale, settore pensionati. Ma ancora non so se il prossimo Primo Maggio si terrà o meno un corteo con comizio a Pontedera.

Nel caso ci fossero corteo e comizio in piazza Cavour mi piacerebbe che i sindacati riuscissero a mobilitare, sotto uno striscione ben identificato, lavoratori della Piaggio e che venisse dato loro il microfono per raccontarci che vita si vive oggi dentro il grande stabilimento e le preoccupazioni che hanno per il loro futuro. La loro vita ci riguarda.

Nei giorni scorsi ho suggerito al segretario comunale del PD pontederese di analizzare, in un incontro pubblico, le attuali strategie della Piaggio e quelle del lavoro per capire meglio dove stia andando la società oggi di proprietà dei fratelli Colaninno. Mi ha risposto che il PD non ha soldi per organizzare una cosa del genere. Gli ho ribattuto che non credo sia un problema di soldi. Non ne aveva nemmeno il vecchio PCI di soldi, ma, ho detto, il PCI aveva orecchi, occhi e cervelli nella fabbrica e anche fuori. E li usava per capire la fabbrica, difendere e dare dignità ai lavoratori. Ho aggiunto che oggi ci sono osservatori pubblici regionali. Ci sono le Università che studiano i territori. Possibile che il PD locale non abbia contatti e sensori e non riesca a rendere pubbliche le sue analisi sulla società Piaggio? In realtà ipotizzo che al PD (che sta ancora campando con quella eredità) manchi soprattutto la volontà e il coraggio di affrontare la questione Piaggio. E gli ho ricordato che nel Consiglio comunale pontederese dell’11 novembre 2024 il gruppo del PD si espresse per non affrontare la questione Piaggio, giudicando "inopportuno" trattare questo argomento. Il gruppo consiliare del PD non voleva disturbare l'azienda? Ricordo infine che gli interventi per rinviare “sine die” il dibattito sulla Piaggio furono svolti, a nome della maggioranza, da un consigliere ex piaggista del PD e da un sindacalista CGIL ora pensionato, sempre iscritto al PD. Nessun membro della Giunta intervenne.

Immagino che il problema della Piaggio sia complicato e difficile. La Piaggio è una multinazionale e i suoi dipendenti "formichine". Sempre più multiculturali.

Credo allora che una città come Pontedera, guidata da una forza politica come il PD, non possa festeggiare la giornata dedicata al lavoro ignorando cosa accade nella grande fabbrica e a chi ci lavora dentro.

Ovviamente questo è un problema in primis sindacale. Ma anche politico. Culturale. Etico. Ripeto: un grande problema cittadino. Di una comunità sempre più multietnica. Un problema che invece appare rimosso.

Chi ricorda il ciclo di lotte combattute alla metà degli anni ‘90 per tenere ancorata la Piaggio a Pontedera, rammenta bene che alla testa dei cortei che attraversavano la città, oltre, come ovvio, ai rappresentanti sindacali, c’erano il sindaco, Enrico Rossi, i rappresentanti delle varie forze politiche, inclusi alcuni parlamentari, e il proposto, don Enzo Lucchesini.

Oggi invece sulla Piaggio è calato un silenzio tombale.

La paura del futuro ha tolto la parola e il fiato a tutti.

Così tacciono i sindacati più rappresentativi. Tacciono le forze politiche. Quasi tutte. Tace l’associazionismo locale. In consiglio comunale la maggioranza, almeno in parte erede del vecchio PCI, mette perfino a verbale che trova INOPPORTUNO parlare di Piaggio. Figuriamoci studiarne le dinamiche. Al massimo si celebra l’oggetto "Vespa" e la sua storia per fini eminentemente turistici, venerando un mito virato soprattutto al passato. Cose utili, intendiamoci. Come il Museo Piaggio, soprattutto se fosse più frequentato come Museo Piaggio che come spazio per eventi culturali vari.

E comunque Renzo Remorini, Luciano Ghelli, Lanciotto Passetti, Francesco Petroni, i fratelli Dolo, Giovanni Scali e tantissimi altri sono certo che non apprezzerebbero questo silenzio pesante, questo sì davvero INOPPORTUNO.

Unica eccezione, almeno sulla carta, l'annunciato spettacolo gratuito sulla “Vespa” di Stefano Massini al Teatro Era. Spero che scuota la città. E che sia coraggioso. Perché è soprattutto il coraggio politico, ripeto, quello che manca oggi alla città. E il Teatro può scuoterci dal torpore.

Nel frattempo vedremo se il prossimo 1 maggio ci saranno corteo e comizio a Pontedera. Vedremo se al corteo parteciperanno operai e impiegati della Piaggio. Vedremo se daranno loro la parola. Vedremo se loro la vorranno. Vedremo.

Di sicuro c’è solo che tra la gente comune e gli addetti ai lavori, piaggisti inclusi, serpeggiano preoccupazione e incertezza sul destino della grande fabbrica e sui posti di lavoro. 

Preoccupazione e incertezza di cui è davvero INOPPORTUNO parlare?

martedì 17 marzo 2026

IL PD PONTEDERESE, IL PALP E ALTRE AMENITÀ

Se il PD pontederese non fosse quello che è, ossequiosamente ossequioso verso i suoi oligarchetti locali, forse di alcuni progetti su cui l’amministrazione (nominalmente a trazione a PD) non riesce a trovare una quadra, forse, dico, potrebbe occuparsi direttamente. Potrebbe chiamare gli iscritti a rifletterci sopra o almeno a dire la loro. E in un momento di grazia potrebbe perfino ascoltare qualche esperto del settore. Potrebbe.

Ad esempio attorno a quell’accrocchio che è ormai il PALP, che ingloba il destino dell'ex Centro d’Arte O. Cirri, quello della Villa Crastan e altre questioni collegate all’identità culturale della cittadina, forse un PD ancora formalmente partecipato dagli iscritti qualcosa potrebbe suggerire.

Le sue componenti, da quella post-comunista a quella cattolica, per non parlare dei socialisti, o degli stessi giovani, potrebbero farsi sentire. Ragionarne.

Già, perché non lo fanno?

Semplice. Perché chi manifestasse apertamente non tanto il proprio dissenso (Dio ce ne scampi e liberi) ma solo i propri dubbi, alcune perplessità e soprattutto qualche barlume di idea originale o anche solo artigianale, iiihhh, si metterebbe contro la Giunta, contro il partito che conta, contro le reti di interessi locali, rischiando un certo ostracismo o almeno il marchio del dissidente o quello, assai più pericoloso, di libero pensatore. E se insistesse in questa posizione potrebbe perfino passare per un vero rompic…. che vuole aiutare la destra, ma soprattutto i fascisti, a prendersi il comune (e il suo nonno, buonanima, si rivolterebbe nella tomba, se solo, nell’al di là, venisse a saperlo). Perché è noto che chi comincia col contestare la gestione del PALP può finire per non condividere neppure il piano urbanistico, la gestione del patrimonio pubblico e chissà quante altre cose. E da lì a votare il Matteo sbagliato è un attimo.

Ecco allora come l’autocensura chiude un qualsiasi timidissimo dibattito interno al partito.

Ma ecco perché l’assenza di un dibattito interno favorisce e consolida l’oligarchettismo ovvero la politica locale gestita da pochi. Pochissimi.

Ecco perché ormai un pontederese su due non va più nemmeno a votare.

Ecco perché il filosofo socialdemocratico Jurgen Habermas, massimo sostenitore dell'importanza per la democrazia di un vero e non fasullo dibattito pubblico, anche a sinistra, sarà sepolto con tutti gli onori, ma senza rimpianti.

lunedì 16 marzo 2026

L’ITALIA E' IN GUERRA SE NON CONDANNA L’AGGRESSIONE DI USA E ISRAELE

Ma perché se la Meloni si sgola a gridare che l’Italia non è in guerra e se il presidente Mattarella avvalora questa interpretazione dei fatti nella riunione del Consiglio Supremo di Difesa, l’Iran se ne infischia, bombarda le nostre basi a Erbil e ci attacca anche altrove? 

Ma perché la teocrazia islamica non prende sul serio i nostri barocchismi politici?

Forse perché vede bene che l’Italia, anche se dice di non essere in guerra con l’Iran, è uno stato vassallo degli Usa e li supporta nelle loro scelte, incluse quelle belliche. 

Ergo ne trae le conseguenze.

Teocratici si, ma non scemi. Quindi il governo iraniano considera tutti quelli che collaborano con gli Usa dei loro nemici.

Sbagliano? 

C’è qualcuno che ricorda il caso di Cecilia Sala arrestata in Iran come ritorsione per l’arresto di un “tecnico” iraniano effettuato in Italia su richiesta degli Stati Uniti che lo accusavano di terrorismo?

E davvero nel paese di Machiavelli ci si è scordati che gli amici dei nostri nemici sono o possono essere nostri nemici?

Se l’Italia non condannerà con chiarezza la guerra illegittima e lesiva del diritto internazionale scatenata dagli USA (e da Israele) contro l’Iran, la Repubblica islamica ci considererà inevitabilmente suoi nemici. 

E le chiacchiere della Meloni, il silenzio (speriamo almeno imbarazzato) di Mattarella e i sottili distinguo dei sinistri non faranno cambiare idea agli iraniani.

Il dualismo amico/nemico in politica estera è una condizione a cui non si sfugge usando parole furbe o il silenzio o anche i distinguo che non distinguono.

Ma per gli italiani (incluso il grosso dei centrosinistri) non sarà facile intenderlo. Perché non c'è peggior sordo di chi non vuol capire. E quando ci torna comodo, recitare la parte dei sordi ci viene facile. Ma…

sabato 14 marzo 2026

SVOLTA COPERNICANA AL PALP. SI TORNA AI VECCHI SANTI

Così, dopo una confusa stagione di mostre dedicate all’arte contemporanea, l'estemporanea giunta pontederese impone alla sua fondazione che gestisce il PALP di tornare ai vecchi santi dell’arte classica. 

E lo fa ripartendo anche dal prof. Pier Luigi Carofano che, se non erro, aveva già curato venti anni fa la mostra del Comune dedicata ai pittori caravaggeschi e ora viene incaricato di curare ben tre mostre consecutive fino al 2029.

Saranno contenti della svolta Daniela Pampaloni e Andrea Modesti che quella strada, sia pure affidandosi ad altri curatori, avevano battuto dal 2016 al 2019, quando erano loro a gestire la Fondazione Palp.

Nel frattempo Pontedera ha mostrato per l’ennesima volta di non avere le idee chiare su cosa fare del Palp, visto che ha nominato da poco un nuovo CDA della Fondazione dove non mi pare ci sia nemmeno uno storico dell’arte tra i suoi componenti.

Del resto anche l'ennesimo “cambio di paradigma” è stato deciso nelle stanze di Palazzo Stefanelli e poi recapitato alla Fondazione perché lo eseguisse.

E' noto infatti che la Fondazione del PALP, che di suo ha solo debiti e nessuna entrata certa, non è in grado di gestire in proprio alcuna programmazione triennale e che solo i trasferimenti del Comune le possono garantire le risorse necessarie per andare avanti.

Sulla svolta merita però osservare:

1 Che la nuova progettazione non risulta il frutto di alcuna analisi del mercato, commissionata a una qualche agenzia specializzata. Non precisa quanto si pensa di investire nei tre eventi espositivi. Né quanti visitatori si punta ad attrarre. Nè se ci sarà un biglietto o meno. 

2 Che non individua con precisione neppure un target di pubblico che si intende attrarre verso le mostre. Infatti si parla di coinvolgimento dell'associazionismo locale, di coprogettazione, di “contatto con la cittadinanza”, di “casa della cultura” e di coinvolgimento del mondo scolastico. Tutte frasi vuote che non vogliono dire niente e che probabilmente niente o poco  porteranno in città. Più o meno come è accaduto negli ultimi 5 anni.

3 Sembra insomma l’ennesima mossa senza capo né coda (e quindi senza possibilità di verifica) partorita da un’amministrazione che non sa gestire questo tipo di strutture, se non alla buona e alla giornata. La girandola dei curatori delle mostre degli ultimi 5 anni dimostra ampiamente questa annotazione.

4 Di fatto la Fondazione Cultura resta solo una modalità per aggirare una gestione veramente pubblica del PALP. Ma il modello privatistico non è in grado di riempire il vuoto progettuale che lo caratterizza.

5 Ragion per cui non è prevedibile che il ritorno ai vecchi santi pagherà né in termini di pubblico attratto, né di qualità espositiva, né di ricadute culturali ed economiche sulla città. Altro che “cambio di paradigma”, annunciato dal Presidente della Fondazione.

L’unica cosa paradigmatica è che in tempi bellici e di tragico riarmo come quelli che viviamo si punti a rilanciare il boccheggiante PALP  con una mostra sulla “bellezza” artistica della guerra immortalata da un pittore-soldato come Courtois. Davvero una genialata mostrare ai vecchi e ai giovani “che la guerra è bella anche se fa male” (come cantava De Gregori), magari invitando il Ministro Crosetto e l’amministratore delegato della “Leonardo” ad inaugurarla e a sponsorizzarla. Già, why not?

mercoledì 11 marzo 2026

NON CHIEDETEMI CHI E' BERSANI

Lo so, nel mondo impazzano le guerre (Ucraina, Iran e almeno altre 50, si legge). In Italia intanto si assiste ad un duello all’arma bianca sul referendum sulla pseudo riforma della giustizia. Così, per alleggerire, oggi mi consentirò una recensione ad un libro di memorie.

Chi l’ha scritto ha una sua simpatia e, fatto il salto dalla politica attiva all’opinionismo, ha raccolto e sintetizzato la sua Weltanschauung in un agile volumetto, intitolato “Chiedimi chi erano i Beatles”. Sottotitolo: “I giovani, la politica, la storia” (Rizzoli, 2025, pag. 185, ma con ampie interlinee).

Ospite quasi fisso da Floris, spesso anche dalla Grueber, tutti targati La 7, Pier Luigi Bersani viaggia poi per feste e incontri in case e spazi PD, dove è rientrato dopo esserne uscito (lui che ne era stato segretario nazionale e candidato premier) ai tempi del Grande Rottamatore.

E l’opinionista piacentino, inventore di mille ardite metafore, col libro sopra indicato sta raccogliendo ora un certo successo, anche editoriale.

Intanto il testo racconta, per chiazze tematiche e salti temporali, come il comunista  Pier Luigi sia diventato un leader Pds, poi Ds, poi ministro e quindi segretario del PD, per finire opinionista di area PD/La 7, sempre pronto a dispensare saggezza politica a chi ne abbia bisogno.

E lo fa in pagine che si leggono davvero senza fatica. Le ardite metafore non sono poi tantissime e spesso vengono perfino spiegate con pazienza, come nel caso delle “lenzuolate”. Il volume insomma scorre veloce e senza intoppi.

A dispetto del titolo, però, non dice quasi nulla sui Beatles. È piuttosto una carrellata a volo di uccello sulla storia politica dell’Italia (e a tratti del mondo). Con una visione ampia, solo un tantinello ideologica, come ovviamente ci si aspetta da uno che fin da piccolo meditava i discorsi di Togliatti. Bellissima in particolare la citazione dell’intervento di Ercoli del ‘63 a Bergamo, dove, probabilmente, per ingraziarsi i compagni pedemontani che non dovevano aver particolarmente apprezzato la riforma sull'innalzamento dell'obbligo scolastico, il leader, che fino a pochi anni prima era stato un fedele seguace di Stalin, sostiene che l’estensione delle conoscenze non risolve tutti i nostri problemi (p. 26, per chi volesse verificare). “Proprio così”, devono aver commentato allora gli uditori bergamaschi, che anni dopo, morti Togliatti e anche Berlinguer, smisero di votare comunista e sostennero il leghismo di Bossi, che delle conoscenze proprio se ne infischiava.

Va infine sottolineato che Bersani propone ambiziosamente la lettura del suo testo come strumento di meditazione soprattutto per i giovani ed in particolare per quelli che (politicamente parlando) non sanno che pesci prendere e cosa farsene della politica. 

Ora non so se quest'opera gioverà ai ragazzi. Ma da vecchietto e coetaneo dell’autore trovo il volumetto illuminante. Soprattutto per comprendere perché il PD è quello che è e sta dove sta. Perché si ritrova i leader che si ritrova e i suoi alleati sono quelli che sono. Il tutto però senza che l’autore ne porti alcuna responsabilità.

martedì 10 marzo 2026

IL PRUDENTE REALISMO DEI VASI DE COCCIO

Forse non è più esattamente così, ma certo non si può negare che il CORRIERE DELLA SERA continui, almeno in parte, a rappresentare l’anima profonda della borghesia produttiva italiana e ad esprimere una visione se non egemonica almeno largamente condivisa nella società borghese italiana. E' il giornale del moderatismo italiano. Senza dare alla parola “moderato” alcun valore morale.

Il CORRIERE è una voce intellettualmente e politicamente rappresentativa del Paese, la cui eco non può essere trascurata, né da chi governa, né da chi sta all’opposizione o semplicemente da chi segua le vicende dell’Italia per curiosità o affetto.

L’edizione dell’8 marzo del CDS riportava l’editoriale di un suo opinionista di peso, ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, che trattava della prudenza politica italiana. L’articolo era tutto un elogio all'astuto realismo (e moderatismo) del governo a trazione Meloni nei confronti della guerra scatenata dai gemelli guerrafondai, Bibi & Donald. Un astuto realismo “doroteo”, praticato da un’ex giovane nipotina di Almirante, che non sosteneva ma neppure condannava la scelta bellicosa degli alleati americani. Un capolavoro di barocco politico.

Le ragioni della prudenza? Le sintetizzo.

L’Italia è uno stato sconfitto nella seconda guerra mondiale che non recupererà mai più la propria sovranità. Il vassallaggio è il nostro modo di stare nel mondo delle grandi potenze.

Il nostro è uno Stato debole, senza bombe atomiche e militarmente ininfluente.

E ad un soggetto di così poco peso e quindi fragile come l’Italia non si addice fare la voce grossa, né rivendicare un protagonismo internazionale, soprattutto nelle crisi belliche.

Uno Stato così deve assecondare gli stati forti e trarre vantaggi da questa posizione di accondiscendenza.

C’è in questa analisi del CORRIERE una sintonia profonda con la storia degli ultimi tre secoli di questo nostro coacervo nazionale.

E come il giornale meneghino sembra ragionare il grosso degli italiani moderati.

Da qui nasce la PRUDENZA. Una virtù cardinale. Una virtù, aggiungo io, politicamente trasversale.

Tanto che, aggiungo sempre io, se la Schlein fosse oggi al posto della Meloni probabilmente non avrebbe pronunciato il discorso di Pedro Sanchez. O lo avrebbe molto molto annacquato.

Perché gli Italiani (di destra o di sinistra che siano) restano a maggioranza politicamente prudenti. 

Prudenti, realisti e un po' immorali. Prudenti e un po' inclini a fregarsene del diritto, soprattutto di quello internazionale. Soprattutto se il diritto va preteso e difeso con un certo impegno e rischio personale e collettivo. Prudenti, ma anche po' cinici e soprattutto attenti al proprio particolare. 

E il vassallaggio ha i suoi vantaggi ….per i vasi de coccio.

sabato 7 marzo 2026

SANCHEZ C’È. MA I SOCIALISTI E I DEMOCRATICI EUROPEI DOVE SONO?

Mentre Sanchez e lo Stato spagnolo provano ad arginare le pretese dei due gemelli bellicosi (Trump & Bibi) e denunciano il carattere illegittimo e quindi criminale della guerra scatenata da Usa e da Israele contro l’Iran, l’ineffabile grande armada socialista e democratica europea (alias il Partito Socialista Europeo, di cui fanno parte anche i PD italiani), almeno stando al sito web ufficiale del PSE, sembra limitarsi a difendere Pedro, ma non ad assumere e soprattutto condividere le posizioni del leader spagnolo come un punto di partenza per una strategia europea socialista e democratica.

Insomma i socialisti europei apprezzano Sanchez ma con moderazione.

Sembra che la guerra scatenata dal principale alleato e padrone degli europei, gli Usa, possa essere affrontata solo dai singoli paesi e non richieda invece una risposta politica globale dell’Unione Europea. Una risposta che toccherebbe anche alle forze politiche elaborare.

Ma perché allora il PSE non convoca un direttivo straordinario per discutere e decidere quale dovrebbe essere la posizione comune dei socialisti e democratici europei contro la guerra promossa dai due gemelli guerrafondai?

Perché il gruppo parlamentare Socialista Europeo non discute, sulla scia delle dichiarazioni di Sanchez, e non presenta una mozione di condanna contro la guerra scatenata dagli USA e da Israele contro l’Iran, contro il diritto internazionale, contro l'ONU?

Possibile che i socialisti europei e i loro gruppi parlamentari siano così malandati e soprattutto divisi da non riuscire a fare sentire su un tema come la guerra e il diritto internazionale la loro voce unitaria nel Parlamento europeo?

È vero, l’UE è soprattutto una somma di Stati. 

E la commissione presieduta da Ursula segue le dinamiche statali più che quelle politiche. 

Ma i socialisti sostengono questa commissione. Ne votano le scelte in Parlamento.

E nel parlamento Europeo risulta che si faccia ancora politica, o no? 

Se è così allora i socialisti europei rispetto alla guerra promossa dagli USA e da Israele contro l’Iran non possono far finta di niente o nascondersi dietro le spalle di Sanchez.

Sarebbe come autocertificare la propria inconsistenza.

giovedì 5 marzo 2026

MA L’OPPOSIZIONE PUO' BATTERE UN COLPO?

Il problema per noi italiani non è cosa fanno l’America di Trump o gli Israeliani di Bibi, ma come ci rapportiamo noi a loro e alle loro decisioni.

E magari come ci rapportiamo come europei. Questo però se gli europei ovviamente esistessero come soggetto politico e statale con una voce comune. Ma, come ribadisce spesso Lucio Caracciolo, che di geopolitica se ne intende, e guardando anche da soli l’atteggiamento mostrato dagli europei sui dazi, è chiaro che l'Europa non esiste (e non esistono gli europei) come soggetto unitario. L’UE è una entità plurima, fluida e dipende, nelle sue decisioni più importanti, dalle singole ragioni di stato di ciascuno dei 27 stati che la compongono (Malta, Cipro ed Estonia inclusi).

Ragion per cui sull’attacco all’Iran l’Unione Europea chiacchiera con 27 voci, producendo (con l'esclusione della Spagna di Sanchez) una cacofonia, senza alla fine riuscire a nascondere la sua sudditanza e il suo vassallaggio verso gli USA. Approdo questo che l’UE ribadisce in ogni circostanza importante nei confronti della superpotenza americana.

La stessa cosa vale per il governo italiano, la cui vassallagine verso gli Usa è palese. Anzi noi arlecchini italici abbiamo perfino leader governativi che, non dicendo il vero (ma di ciò renderanno poi conto a Dio, in cui tutti e tutte dicono di credere), apprezzano perfino molto le decisioni di Trump & Bibi. Anche quando i due gemelli guerrafondai ci fanno danni (come coi dazi e coi rincari energetici dovuti ai loro furori bellici). Quindi siamo conditi male.

Ma chi non si riconosce nelle forze politiche di governo, in Italia ha una rappresentanza politica alternativa che si fa udire?

Certo che si. Ci sono i 5 Stelle. C’è AVS. Ci sono perfino i PD (un partito, questo, che va declinato però “al plurale", tante sono le anime e le correnti che lo agiscono). 

Ma questi oppositori non governanti hanno per caso proclamato una manifestazione di protesta contro l’attacco americo-israeliano all’Iran, chiamando almeno il popolo di centrosinistra a distinguersi dal curvo vassallaggismo governativo e quirinalizio? Ma neanche per idea.

Hanno proposto di mettere sanzioni agli Stati Uniti e a Israele come atto che scoraggi i due paesi guerrafondai dall’uso della guerra? Ma che il Signore ce ne scampi e liberi da simili incivili propositi.

Hanno proposto di trascinare Usa e Israele davanti al Tribunale internazionale per i crimini di guerra? Non sia mai.

Hanno proposto una mozione di condanna di Trump & Bibi da presentare all’ONU? Vogliamo scherzare!

Hanno dichiarato che gli USA e Israele come alleati e amici sono sempre più imbarazzanti e che forse è il momento di prenderne le distanze? Ma proprio no. 

Allora i nostri fanno finta di nulla? Fanno buon viso a cattivo gioco?

Non proprio. Qualcosina dicono. Intanto condannano con aspre parole gli attacchi contro l’Iran, sottolineano i danni che ne deriveranno anche a noi e poi, udite udite, replicano le virtù già craxiane e oggi sancheziane di negare agli Usa l’uso delle basi americane sul patrio suolo, come se fosse il colpo più terribile da infliggere agli americani.

No, dai, almeno L'OPPOSIZIONE in Italia c'è. Questo almeno un po' ci rassicura. O no?

lunedì 2 marzo 2026

VASSALLI E COMPLICI DEL BELLICISMO USA ISRAELIANO

I commenti dei governanti italiani di fronte agli attacchi militari degli Usa e di Israele contro l’Iran erano largamente prevedibili.

I VASSALLI infatti devono fare sempre buon viso a cattivo gioco e misurare le parole per non urtare il loro ALLEATO PADRONE (gli USA), anche quando il loro ALLEATO PADRONE viola le principali regole del diritto internazionale e si comporta come uno sceriffo a cui nessuno ha conferito questa carica.

Così è stato anche questa volta.

Il vincolo atlantico e gli interessi politico-economici che legano ITALIA e USA impediscono a chi ci governa di riconoscere che:

-nessuno organo internazionale ha autorizzato Usa e Israele a bombardare l’Iran. L’autorizzazione se la sono data da soli, senza fornire all’opinione pubblica mondiale neppure una documentazione probatoria che giustificasse il loro operato.

-gli Usa in particolare non hanno avuto il mandato ad agire neppure dal loro Parlamento, il Congresso, a cui pure spetta, in base alla loro Costituzione, la competenza di dichiarare guerra ad altri paesi.

-l’ONU è stato volutamente bypassato e quindi trattato come se fosse un’istituzione inutile, se non d’impaccio.

-la violazione dell’ordine internazionale da parte degli Usa è un fatto palese, ingiustificabile e inaccettabile.

Un Paese VASSALLO degli Usa come è l’Italia, nei suoi vertici istituzionali (Presidenza della Repubblica, Presidenza del consiglio dei ministri e Parlamento) si è dunque limitato a tacere o a balbettare frasi che giustificano l’azione militare statunitense, condannando invece la risposta dell'Iran all’attacco subìto. Una vera indecenza.

Ma c’è di più.

Perfino il grosso delle forze politiche di opposizione di un paese VASSALLO come l'Italia si sta limitando a proteste verbali di maniera. Neppure queste forze sono infatti in grado (e nemmeno tentano) di esprimere il proprio dissenso dal comportamento dell’ALLEATO PADRONE.  Niente coraggio, niente contromisure, nessuna presa di distanza dall’ALLEATO PADRONE, nessun coinvolgimento del sentimento popolare. Solo parole.

Perfino le forze di opposizione si autovietano di chiamare gli elettori di centro sinistra a manifestare contro un’inaccettabile violazione del diritto internazionale. 

E i sindacati? E l’ANPI? E le organizzazioni della società civile? Tutti

intimoriti dalle nuove leggi repressive approvate dal governo Meloni?

Qualunque siano le risposte, resta il fatto che il comportamento dei vertici dello Stato italiano e del grosso delle opposizioni (politiche e sociali) accetta la SUDDITANZA dell’Italia al BELLICISMO USA e ISRAELIANO.

Ma il silenzio, l'accondiscendenza o la protesta appena sussurrata e retorica di quasi tutti i partiti politici italiani testimoniano anche la COMPLICITÀ italiana all’attacco americano.

Una COMPLICITÀ che gli iraniani individuano facendo anche noi bersaglio delle loro rappresaglie.

Una COMPLICITÀ che ci fa vergogna, perché colloca anche noi italiani fuori dal campo del diritto internazionale.

Nessuno può infatti decidere di uccidere un capo di stato straniero e i suoi collaboratori senza che un tribunale internazionale lo abbia processato e condannato.

Se invece accettiamo o subiamo tutto questo, qualunque siano gli argomenti che usiamo, ci collochiamo nel regno dell’arbitrio e quindi fuori dal diritto.

E fuori dal diritto conta solo la volontà e soprattutto la violenza del più forte.

Una cosa che possiamo definire BARBARIE.

sabato 28 febbraio 2026

BIBLIOTECHE DI SAN MINIATO: LA DIMINUZIONE DI LETTORI CONTINUA

La chiusura della biblioteca di San Miniato Basso (per i cui lavori di risistemazione e riapertura non ci sono date certe) continua a pesare negativamente sui livelli di lettura del Comune. 

Così anche se da quest’anno i dati statistici sanminiatesi arruolano e inglobano, con una piccola furbata, anche i dati di Bibliocoop di San Miniato Basso, le principali voci di attività di tutte le biblioteche locali registrano pur sempre un saldo negativo rispetto ai dati del 2024 e un saldo ancora più disastroso rispetto a quelli del 2019.

Calano infatti nel 2025 i prestiti librari da patrimonio. Il che vuol dire che si legge sempre meno nel sanminiatese (anche annettendo a quelli comunali i lettori della Bibliocoop).

Crollano in particolare le presenze dei lettori nelle sale di studio. Un fenomeno particolarmente negativo, perché riguarda soprattutto il mondo giovanile (gli studenti) che questa amministrazione, grazie alle sue scelte avventate, allontana da un luogo formativo strategico come è quello delle biblioteche. Sono quasi 3.000 in meno le presenze in sala di studio rispetto all’anno scorso, ma sono circa la metà (ovvero quasi il 50% in meno) rispetto al 2019. Questo significa che quasi 1 utente su 2 dell’ultimo anno precovid non sta tornando a frequentare le biblioteche comunali. Un vero guaio.

L’altro dato in diminuzione è quello degli utenti attivi, ovvero di quelle persone che hanno messo i piedi e la testa in biblioteca almeno per prendere un libro o un dvd in prestito nel corso dell’anno. Diminuiscono anche loro nel ‘25 rispetto all’anno precedente e sono circa il 20% in meno rispetto agli attivi del 2019.

Infine cala ancora, sia pure di poco, la presenza di classi in biblioteca rispetto allo scorso anno e ovviamente rispetto al 2019.

È chiaro che gran parte del crollo della lettura è causato dalla chiusura da ormai 2 anni della Biblioteca di San Miniato Basso, chiusura che priva l’area più popolata del comune di una struttura pubblica di qualità. 

Certo San Miniato, come è noto a chi segue con affetto e dolore, come il sottoscritto, le tragicomiche cronache cittadine, non ha solo da fare i conti coi problemi della pubblica lettura.

Ma un Comune che maltratta i bibliotecari in appalto, costringendoli a ricorrere ai tribunali, che perde lettori e che impoverisce la presenza dei giovani nelle sue biblioteche, non è destinato a risolvere bene nemmeno gli altri e assai più gravosi problemi che lo attanagliano. Perché se le teste dei cittadini non sono ricche di esperienze culturali e di buone letture, sarà difficile che risolvano al meglio anche tutti gli altri problemi collettivi (e privati) che hanno.

Ma certo questa visione nasce dalla deformazione professionale di un anziano ex bibliotecario. 

Perciò, lunga vita ai tartufi.

Le statistiche complete che ciascuno può valutare da solo si trovano al seguente link:

https://bibliolandia.comperio.it/sites/bibliolandia/assets/Keti/Statistiche_Rete_Bibliolandia_2025_2026-02-19_13-57-05.pdf

venerdì 27 febbraio 2026

I VANTAGGI DI UNA ITALIA POCO SOVRANA

Lucio Caracciolo, sulle cui competenze geopolitiche non ho dubbi, nell’editoriale del n. 1/2026 di LIMES ribadisce che l’Italia è un paese sostanzialmente poco (quasi punto?) sovrano. 

Aggiunge che la nostra posizione subalterna agli Usa, dovuta alla sconfitta militare e all’armistizio dell’8 settembre ‘43 (che lui chiama “resa incondizionata”), è stata accolta e perfino coltivata dal blocco politico a trazione DC (che ha guidato l’Italia nel dopoguerra), come una condizione vantaggiosa.

Con la sconfitta del ‘43 l’Italia divenne (come scrisse negli anni ‘70 anche Umberto Eco nel volume “Dalla periferia dell’Impero”) una “provincia” degli Usa, uno stato vassallo, e tale sostanzialmente è rimasta fino ad oggi.

Ragion per cui l’atteggiamento del governo Meloni (e Tajani) nei confronti degli Usa continua ad essere perfettamente in linea con le posizioni filoamericane del blocco socio-politico che ha guidato il paese dal 1947 in poi.

Semmai, volendo essere un po' polemici con l’attuale presidente del Consiglio, si potrebbe chiederle come concilia il sacro nazionalismo sbandierato da quel Duce che lei continua a considerare (leggi razziali a parte) un “grande statista” e il suo, della Meloni intendo, vassallismo senza se e senza ma verso un’America che con Trump, tra l’altro, non perde occasione per sbertucciarci e metterci dazi.

Ma si perderebbe tempo, perché la retorica politica sono certo che consentirebbe a Giorgia di trovare una risposta convincente: almeno per i suoi follower.

Del resto lo stesso blocco moderato guidato dalla DC (e di cui negli anni ‘70 fece parte, almeno per un po', lo stesso PCI) non ha mai messo in discussione il vassallaggio atlantico. Vassallaggio fatto proprio da tutti i governi di tutti i colori (inclusi quelli partecipati dai nipotini di Gramsci) insediati a Palazzo Chigi dagli anni ‘90 a oggi.

La “serva Italia”, di dantesca memoria (e di lunga durata), è stata un Paese relativamente “sovrano” solo tra il 1861 e il 1943. Quando non dette, a dire il vero, grande prova di sé sullo scacchiere internazionale.

Infatti se si pensa ai morti e alle guerre, anche coloniali, combattute in quel primo ottantennio unitario e li si paragona alla lunga pace dell’ottantennio vissuto da “vassalli” (dal ‘43 a oggi), credo che molti italiani non avrebbero dubbi su quale sia stato il periodo di gran lunga migliore per loro.

Ma oggi si può uscire dal vassallaggio atlantico? 

E potremmo avere vantaggi se ci emancipassimo dalla sudditanza transatlantica?

Ancora: potremmo gestire questa “liberazione” da soli, noi italiani, o dovremmo farlo insieme agli altri membri della Unione Europea? 

E c’è qualche forza politica italiana seriamente interessata a spezzare questo vassallaggio?

E' quello che proverò a raccontare in un prossimo post.

martedì 24 febbraio 2026

EX SPAZI ATELIER: ALTRI PARCHEGGI A PAGAMENTO PER LA SIAT?

Non è ben chiaro come l’amministrazione comunale si stia muovendo sulle ex aree di via del Fosso Vecchio dove si doveva da 15 anni costruire il progetto di Atelier della Robotica e invece nisba. Si farà, quando si farà, ma da un’altra parte.

E' bene però ricordare che 7 anni fa si bandi’ una gara per l’Atelier, nel 2019 partirono i lavori, poi nel 2021 si sospesero. Quindi si è cambiato idea su cosa fare e oggi si paga alla ditta appaltatrice di quei lavori interrotti sui 40.000 euro per chiudere il cantiere. Soldi buttati. Pazienza? Tanto paga Pantalone.

Nel frattempo comunque gli amministratori comunali dichiarano che negli ex spazi Atelier si faranno altri parcheggi.

Ma gli oligarchetti non ci dicono:

Se butteranno giù o meno i capannoni vuoti dove da 15 anni pensavano di realizzare i laboratori per la robotica e ora non più. E se li butteranno giù tutti o solo una parte.

O se invece li terranno in piedi, demolendo solo i muri perimetrali per consentire alle macchine di ricoverarcisi sotto.

Non dicono neppure se in questa area molto “cementificata” si pianteranno magari un centinaio di alberi per migliorare l’aria di questa parte di Pontedera a tre passi dell’Ospedale Lotti e della trafficatissima via Roma.

Non dicono se questa operazione di ristrutturazione di via del fosso vecchio sarà gestita (come è probabilissimo) dalla SIAT che gestisce tutti i parcheggi cittadini. Ma è chiaro che sarà SIAT ad operare sul campo. Anzi sulla strada.

Non dicono in particolare se amplieranno il Project Financing in essere con la SIAT o se definiranno un nuovo accordo.

Non dicono soprattutto se questi parcheggi di via del Fosso vecchio saranno gratuiti o a pagamento.

Perché se fossero a pagamento, varrebbe la pena di segnalare che buona parte del parcheggio a pagamento davanti alla Casa di Riposo Leoncini è spesso vuoto.

Infine non dicono niente dei tempi di realizzazione di qualunque di queste opzioni intendano realizzare.

Insomma, dopo i soliti annunci del “si farà”, i cittadini borbottano con un certo giustificato scetticismo: “si vedrà”.

Certo se a Pontedera ci fosse un consiglio di quartiere meno assenteista di quello attualmente in proroga, forse potremmo saperne qualcosa di più. Ma il decentramento amministrativo pontederese è una barzelletta raccontata male che fa più piangere che ridere. E soprattutto il consiglio di quartiere non intende disturbare, nemmeno per sbaglio, gli amministratori, di cui i decentrati, per altro, sono, come si dice oggi, per lo più, follower.

Ci sarebbero anche le opposizioni che forse potrebbero provare a valutare se ci sono opzioni socialmente più utili al parcheggio a pagamento. Ma ciascuna delle tre opposizioni (il centrodestra, i civici e la sinistra rosso verde) sembrano in tutt’altre faccende affaccendate. Peccato!

Ma così stanno le cose. 

Per cui vedremo come gli oligarchetti e la SIAT ci condiranno.

martedì 17 febbraio 2026

NO ALLE BOMBE ATOMICHE EUROPEE

Erano ottant’anni che in Europa non si sentivano frasi assolutamente folli e devastanti come quelle pronunciate, secondo il sito web della "Repubblica", alcuni giorni fa a Monaco, alla conferenza sulla sicurezza e confermate anche da giornali come “Il Corriere della sera". 

Il piano di RIARMO per la sicurezza europea diventa così anche RIARMO ATOMICO.

Ma costruire bombe atomiche europee, magari finanziate con eurobond e col consenso tedesco, sarebbe una vera catastrofe per l’Europa e il mondo.

La Meloni e la Schlein non mi pare si siano espresse sull’adesione dell’Italia al gruppetto degli eurobombaroli atomici, anzi mi pare che il tema sia stato lasciato cadere dalla politica italiana. In particolare la Meloni dovrebbe dirci se nell’incontro recente con Merz hanno parlato di questo tema. 

E il Presidente della Repubblica dovrebbe convocare un consiglio supremo di sicurezza e dire che l'Italia non può condividere l’eventuale scelta atomica europea. L’art. 11 della Costituzione non ci permette di condividere il RIARMO ATOMICO con gli eurobombaroli.

Lo stesso Parlamento italiano dovrebbe essere convocato per discutere della faccenda e respingere le offerte dai bombaroli atomici.

Ma lo faranno? O i politici italiani traccheggeranno come è nel loro stile?

La speranza è che i giovani europei non intendano diventare carne da macello e farsi coinvolgere in una carneficina che potrebbe far impallidire persino gli orrori della seconda guerra mondiale.

Spero infine che Papa Leone XIV scomunichi senza tanti giri di parole tutti i leader europei che sostengono la necessità dell’Europa di dotarsi di bombe atomiche comuni. Sono certo che Dio non gli perdonerebbe incertezze o intelligentissimi giri di parole su questo punto.

Come sono sicuro che perfino il grande Erasmo di fronte alla possibilità di vedere realizzarsi una bomba atomica europea si ricrederebbe sulla bontà della follia nella storia.

Il popolo, direbbe Chaplin, è ancora in tempo a fermare questa pazzia.

Per quanto poco contiamo, dobbiamo dire un chiaro NO ALLE BOMBE ATOMICHE EUROPEE. Con tutti i mezzi pacifici di cui disponiamo.

lunedì 16 febbraio 2026

E GLI INTERVENTI SUL PATRIMONIO COMUNALE?

Beh, non solo a Pontedera non partono importanti lavori pubblici promessi da tempo, ma non si muove quasi nulla nemmeno sul fronte del riutilizzo del patrimonio edilizio esistente e delle vendite degli edifici pubblici chiusi da anni.

Sulla Scuola Curtatone, dopo 5 anni dalla chiusura, il Comune finanzia costosi saggi sul terreno. Per scoprire cosa? Che forse il rischio sismico è oggi meno “rischioso” di quando si è deciso di chiudere la scuola e realizzare il polo Carlesi? Ma se fosse così, allora si sarebbe sopravvalutato pericolo? E se sì, perché? Obbligatorio attendere.

E sull’ex scuola IPSIA di via Manzoni, in parte di proprietà comunale, che succede? Nulla. Sono quindici anni che la scuola è chiusa. Inutilizzata. Spazio sprecato nel centro cittadino. In attesa di essere rimesso in gioco. Aspetta e spera.

E sull’ex edificio già usato per scuole e sede della Croce rossa in piazza Belfiore che accade? Niente. E il grande nulla lì ha superato i 25 anni di inutilizzo.

E sull’ex edificio Enel, area molto degradata, in parte di proprietà del Comune? Niente di niente.

E sull’ex edificio/spazio del centro Otello Cirri in via della stazione vecchia? Aperto solo per 15 giorni a Natale per la baita di Babbo Natale. O non si doveva vendere? E poi? Buio pesto. 

E l’ex edificio destinato a asilo e poi casa dell'anziano scorporato dal parco di villa Piaggio? Si venderà? Boh!!.

Eppure nei famosi "dialoghi urbani” si era parlato molto di riutilizzare il patrimonio comunale.

E invece i risultati sono impercettibili, mentre si continua a blaterare di edilizia popolare e sociale, di voler aiutare le giovani coppie o le famiglie disagiate. Certo il governo di centro destra taglia fondi ai Comuni. Ma come mai non si è approfittato delle grandi elargizioni sull’edilizia popolare ai tempi del centro sinistra?

Ora poi l’uscita dell’assessora Luca dalla Giunta Franconi e il trapasso delle competenze in Giunta, insieme al braccino corto del governo di centro destra, giustificheranno qualunque ritardo anche a Pontedera. 

Tra l'altro non sembra che alla nuova giovane assessora sia stata data la delega al patrimonio. Chissà perché.

Così quando parliamo, tra vecchietti che seguono i cantieri urbani, delle prodigiose trovate degli oligarchetti, tutti scuotiamo sconsolati la testa.

Ahi, ahi, ahi. Fare qualcosa di meglio non sembra davvero possibile.

venerdì 13 febbraio 2026

SIAT COME SIAT, SIAMO ANCORA QUI

In una dichiarazione apparsa sulla Nazione di alcuni giorni fa in merito ai lavori del Project Financing (PF) su viale Piaggio e via IV Novembre, SIAT non dice chi controllerà le due ditte (entrambe proprietarie di SIAT) che svolgeranno materialmente i lavori sui viali. Saranno infatti queste due ditte azioniste di SIAT a fatturare i 6 milioni di spese (sulla base del preventivo probabilmente costruito sempre da loro).

E un punto è importante questo.

Ma ripeto che non ho capito bene chi svolgerà il ruolo di controllore di questa costosa operazione. Così come non ho capito bene chi nominerà il direttore dei lavori.

Quello che invece mi pare di aver capito bene è che il Comune di Pontedera (che per volontà del PD ha perso il controllo della maggioranza di SIAT) non avrà una vera capacità di controllo su opere nella sostanza comunali, pagate anche se indirettamente con risorse di provenienza pubblica, attraverso SIAT.

Ma coi Project Financing le cose vanno così e spesso generano grossi contenziosi. Basta ad es. aver presenti gli enormi problemi che si sono abbattuti sul vicino Comune di San Miniato (e l’intreccio giuridico-economico in cui è rimasto invischiato per oltre un decennio) proprio per un suo Project Financing, che, se non erro, grava ancora come un macigno sul suo bilancio.

Resta il fatto che per un problema o per un altro i lavori di viale Piaggio che dovevano partire oltre un anno fa per mettere fine ad un disagio cominciato circa 4 anni fa non sono ancora partiti: segno che non tutti i nodi sono stati sciolti.

E siccome SIAT e COMUNE dovrebbero scioglierli insieme questi benedetti nodi, i cittadini restano con i parcheggi chiusi, via Maestri del lavoro chiusa e quindi non possono fare altro che lamentarsi.

Ora, siccome c’era qualcuno che sosteneva 4 anni fa che la via del PF era la strada più semplice e più rapida per risolvere il problema dei parcheggi biblioteca, è evidente che non sapeva quello che diceva.

Mentre aveva visto giusto quel dirigente comunale che nel 2022 aveva noleggiato per la durata di 5 anni i ponteggi che hanno messo in sicurezza e riempito i parcheggi che circondano Biblio Gronchi.

La speranza a questo punto è che il contratto comunale che erogherà complessivamente alla SIAT oltre 160.000 € di affitto dei ponteggi (perché va ricordato che è sempre SIAT a gestire i ponteggi summenzionati, con fatturazione mensile dei noleggi rimessa al Comune) non debba essere ulteriormente rinnovato.

Certo se i lavori di restauro ai pilastri si fossero fatti più celermente, una parte di questa spesa di noleggio dei ponteggi si sarebbe risparmiata.

Invece, purtroppo, siamo ancora qui. E oltre al disagio, si paga (per i ponteggi).


domenica 8 febbraio 2026

LAVORI PUBBLICI PONTEDERESI: COSÌ SIAT

C’è un Comune, uno a caso, Pontedera, che deve fare importanti lavori a strade e aree con parcheggi (incluse quelle intorno alla biblioteca Gronchi). Questo Comune non procede con appalti diretti come sarebbe normale. Ha uffici con pochi addetti ed ha già fatto il pieno di mutui e di debiti? Probabile. Fatica perciò a farne altri? Probabile. Allora si rivolge alla società a cui il Comune ha dato in concessione la gestione dei parcheggi cittadini (e i relativi incassi) e le chiede di studiare un project financing che copra anche i nuovi lavori su strade e parcheggi, per un valore sui 6 milioni di euro, soldi da recuperare dagli incassi dei parcheggi, ovviamente. Parcheggi che ovviamente vanno ampliati di numero e aumentati di costo per far quadrare i conti. Una bazzecola. Il Comune procede.

La concessionaria SIAT presenta il project financing col piano dei lavori. Il Consiglio Comunale lo approva. Poi mette a gara il project, come si deve fare per legge. Ma si presenta solo l’impresa concessionaria che ha redatto il piano medesimo e che, guarda un po', vince la gara. Sarà dunque l’impresa concessionaria a gestire i lavori, che è poi la stessa che li ha progettati e prezzati attraverso il “suo” project financing.

Tutto bene?

Vediamo.

La concessionaria comunale dei parcheggi dal 2021, per volontà del PD pontederese e della giunta Franconi, da società a maggioranza pubblica controllata dal Comune è stata trasformata in una società a maggioranza privata. Il Comune da allora detiene solo una quota di minoranza della concessionaria, la quale gestisce da 1,5 a 2 milioni di euro all’anno di incassi dei parcheggi comunali.

I soci privati della concessionaria dei parcheggi sono alcune imprese edili. Ora alcuni mesi fa, secondo la stampa locale, il presidente della SIAT (già segretario comunale del PD e recentemente nominato anche Amministratore delegato di ECOFOR service) ha comunicato chi saranno le ditte che eseguiranno materialmente i lavori (e li fattureranno). Come era facile prevedere, a eseguire i lavori saranno due ditte che sono anche socie della Siat e quindi controllano la stessa società concessionaria che affida loro i lavori.

Domanda: chi controllerà il lavoro di queste due imprese? Lo farà il Comune come socio di minoranza della concessionaria?

Intanto comunque continuano a non partire i lavori sui parcheggi attorno alla biblioteca Gronchi.

Dopo quasi 4 anni dalla chiusura fisica dei parcheggi su viale Piaggio e dal blocco di via Maestri del lavoro e a oltre 3 anni dal transennamento della biblioteca Gronchi, dopo una marea di chiacchiere e dichiarazioni sull’avvio dei lavori, è tutto fermo.

Un vero capolavoro.

venerdì 6 febbraio 2026

FONDAZIONE CULTURA PONTEDERA. CONCLUSIONE PROVVISORIA.

Il Documento Unico di Programmazione 2026-28, recentemente approvato nel consiglio comunale pontederese, non propone alcuna modifica agli obiettivi per la Fondazione cultura per i prossimi anni.

Ribadisce che il rapporto tra Comune e Fondazione resta strumentale. Chi guida il Comune in sostanza decide alcune attività da fare ma non le affida agli uffici comunali (scansando così le procedure pubbliche), bensì alla Fondazione, la quale procede privatisticamente (nell’acquisto beni e servizi, negli incarichi, nelle sponsorizzazioni, ecc.)

Sul piano culturale è ormai acclarato che le mostre del Palp, decise a Palazzo Stefanelli (che individua anche curatori, ecc.), non attirano pubblico in città se non in forma modesta. Ciò significa un impatto economico e culturale sulla città pari a uno zero virgola, tanto che si deve ricorrere alle truppe cammellate scolastiche per giustificare in qualche modo i "flopponi" realizzati negli ultimi anni.

Certo a fronte di questi flopponi viene da chiedersi come si spieghi quella trentina e passa di sponsor che fanno capolino (molti in formato mignon a dire il vero) sui totem pubblicitari delle mostre del PALP. E soprattutto cosa ci ricavino questi sponsor da eventi espositivi così poco visitati dal pubblico. Di sicuro non visibilità per i loro marchi. Ma non è questo a cui loro puntano.

Il bilancio della FCP del ‘23, disponibile nell’archivio digitale del comune di Pontedera, indica in poco meno di 40.000 euro il valore totale per quell'anno di tutte le sponsorizzazioni. Cifra non piccola, ma certo non in grado di sostenere eventi molto costosi (appena un quarto, secondo quanto dichiarato, delle somme raccolte dagli sponsor nel primo quadriennio del PALP, quello a guida Pampaloni-Modesti). 

Ma se questi sponsor non ricavano visibilità dalle loro sponsorizzazioni, che vantaggi allora ne traggono?

Qui il ragionamento si fa più complicato. Certo bisognerebbe analizzare i marchi uno a uno, leggerne le specificità, le relazioni, le diverse simpatie politiche dei proprietari e molto altro.

In generale si ricava la sensazione che la FCP si configuri come uno dei luoghi di incontro e collaborazione (ma non l’unico) tra chi dirige la politica amministrativa di Pontedera e chi ruota a vario titolo attorno a questa politica (la “famosa” cena di gala dell’ultimo dell’anno al Teatro Era sembrerebbe confermare bene la cosa).

Tutto il sistema delle società partecipate comunali può infatti essere valutato per il valore operativo e i suoi risultati (ovvero per i servizi che le società erogano ai cittadini per conto del Comune), ma anche per le modalità di trasparenza con cui queste società funzionano e per gli intrecci di potere che generano tra gli amministratori comunali, le persone che vengono nominare ai vertici delle società partecipate e i vari soggetti privati che le partecipano.

In un’epoca di passioni politiche deboli e di grandi distanze tra vertici e base elettorale, le élite che gestiscono la città sono selezionate e messe insieme anche attraverso il sistema delle società partecipate. L’anagrafe e i rapporti personali di questo mondo potrebbero dire molto. Così come sono eloquenti le relazioni tra diversi sponsor e queste élite.

L’opacità però di questi rapporti, gli scambi che possono intercorrere tra i vari soggetti in campo, nonché le strategie e le partite che si giocano, sono difficili da decifrare. Questo perché anche la politica si è in buona parte autoprivatizzata. Ed è finita, anche nelle nostre cittadine, in mano a piccoli gruppi, che muovono sia le pedine politiche sia quelle private. E questi oligarchetti non sono “controllati” di fatto da nessuno, perché i partiti sono quasi zombie e la stampa… eh la stampa…. 

In questo contesto non può quindi meravigliare nessuno che il presidente della CDA della FCP possa essere nominato dal Comune di Pontedera anche presidente del CDA di ECOFOR service e che ECOFOR service oltre che a gestire una propria attivissima Fondazione culturale (che produce decine di eventi se non centinaia) operi anche come sponsor delle attività della FCP o detenga (ma si dice ancora per poco) le azioni di maggioranza dell'US Pontedera Calcio (un business certo lontano dagli interessi dell'azienda).

Da tutto ciò ne ricavo che, contrariamente a quanto hanno cercato di farmi credere certi amici, sarà dura vedere qualche mostra interessante e attrattiva al PALP nei prossimi anni. 

Del resto questa cosa a chi interessa veramente?

martedì 3 febbraio 2026

PER L’APERTURA DEL GIARDINO DI VILLA CRASTAN SERVE UNA MOBILITAZIONE CIVICA

La convenzione con la quale il Comune di Pontedera ha affidato in via “sperimentale” nel ‘23 la Villa Crastan alla Fondazione cultura è abbastanza chiara sia sull’uso dell’edificio che su quello del giardino.

Il testo, allegato alla determinazione dirigenziale n. 430 del 19/5/2023, dice che il Comune dà in gestione a FCP sia la Villa (edificio) sia l’annesso giardino.. “al fine di valorizzarne e qualificare la fruizione pubblica”. 

E all’art. 1 ribadisce la volontà di “favorire la fruibilità dei locali e del giardino”.

Invece, come ha potuto constatare di persona chiunque sia transitato in via della stazione vecchia in questi ultimi anni, la porta di ingresso al giardino è stata ed è quasi sempre CHIUSA e il giardino è regolarmente deserto. Niente bimbi, niente genitori, niente nonni.

Al punto 3 dell’art. 1 si dice che la FCP deve “promuovere lo sviluppo..di attività di natura culturale, ricreativa, sociale secondo un approccio che valorizzi lo stare insieme, la produzione libera di cultura…”; e sempre all’art. 1 si dice di connessioni tra attività artistiche svolte al PALP e alla Villa”. Ma di queste connessioni credo che in villa si sia visto quasi nulla.

Infine all’art. 2 si chiede esplicitamente alla Fondazione di provvedere alla manutenzione ordinaria anche del giardino. E l’erba in effetti via via viene tagliata.

Ma la vera astuzia del Comune sta nel fatto che con la convenzione si affida a FCP il giardino ma non la si obbliga esplicitamente ad aprirlo e soprattutto non si definisce un calendario settimanale di apertura. Perciò il Comune ha dato sì alla FCP la gestione di un giardino pubblico, le ha detto sì di manutenerlo, ma, guarda un po', si è dimenticato di dirle di aprirlo con un orario settimanale preciso. Così la FCP non è obbligata dalla convenzione ad aprire il cancellone e neppure il cancellino di via della stazione vecchia con un orario settimanale preciso.

Questo consente alla FCP di aprire il giardino solo in occasione delle rare iniziative che ci vengono svolte. E consente all’istituto scolastico privato che ha in uso (parziale?) l’edificio della villa di non avere persone non previste ai propri eventi.

Certo, spesso resta aperto il cancello sul lato interno di via XXI aprile per l’accesso alla Fondazione Chiarlie, che ha sede nella dependance della villa. Da lì si può accedere al parco. Ma non il sabato e la domenica, nè quando la Fondazione è chiusa.

Rispetto a questa situazione potrebbero muoversi le opposizioni consiliari ed extra consiliari. Potrebbero essere loro a chiedere all’amministrazione una modifica in tal senso alla convenzione con FCP che, tra l’altro, sta per essere rinnovata (entro maggio). Sempre che ovviamente ritengano opportuno aprire il giardino al pubblico.

Potrebbe perfino mobilitarsi la consulta di quartiere, ma è così moribonda che si fa fatica a rianimarla, figuriamoci a farle fare qualcosa.

Per questo credo proprio che tocchi ai cittadini chiedere l’apertura dei cancelli della Villa e fare in modo che questo obiettivo venga raggiunto.

domenica 1 febbraio 2026

FONDAZIONE CULTURA PONTEDERA. LA TRASFORMAZIONE (2 parte)

Nel post COVID, durante il primo mandato della Giunta Franconi, la FCP si trasforma, oltre che in uno strumento per gestire lo spazio espositivo del PALP (ma senza una strategia chiara), in un ente per supportare varie scelte “culturali” dell’amministrazione comunale. 

In particolare FCP viene usata per eseguire, esternalizzandole, scelte comunali, senza incappare in quei vincoli giuridici e in quelle procedure di trasparenza a cui sono obbligati gli uffici comunali.

Sarebbe infatti interessante definire il vero livello di autonomia della FCP. Ma per farlo occorrerebbe esaminare i verbali del CDA della FCP, che però, guarda caso, non sono pubblici. Così come occorrerebbe analizzare i progetti presentati da FCP al Comune e i relativi rendiconti annuali sui progetti per capire se FCP è davvero qualcosa di diverso da un “mero esecutore di ordini” di chi guida il Comune. Ma anche questa seconda tipologia di documenti è riservata. Per esaminarli bisognerebbe richiedere un accesso agli atti comunali, perderci un sacco di tempo, rischiare di trovarsi di fronte ad atti parziali e così via.

Il risultato è che (come hanno osservato alcuni consiglieri di opposizione) c’è poca possibilità (per non dire nessuna) per un cittadino pontederese di capire come stiano esattamente le cose tra Comune e FCP. Quel che è ovvio (a chi voglia vederlo) è che l’amministratore comunale scoraggia la comprensione del proprio operato (e delle aziende che controlla) ed evita come la peste una discussione chiara sul suo operato e sulle istituzioni che controlla. In questo modo, al di là della retorica che la politica elargisce, allontana i cittadini dalla vita politica e amministrativa della città.

E tuttavia (almeno ai vecchietti da tastiera) qualcosa dagli atti del Comune balza agli occhi.

Intanto nel ‘24 la Fondazione Peccioliper esce da FCP. Le ragioni del divorzio non sono chiare, ma sembrano legate ad una volontà di Peccioliper di ritirarsi dalla gestione del PALP.

Al posto di Peccioli, dopo alcune modifiche statutarie, entra nella FCP la Fondazione Fabbrica Europa con sede a Firenze, al cui vertice siede Luca Dini, che è stato uno dei protagonisti per oltre trent’anni del teatro di ricerca a Pontedera e responsabile di spicco del Teatro Era, prima dell’ingresso nella Fondazione Teatro Toscana.

Il segnale che questo cambio manda è che si voglia costruire un qualche rapporto tra FCP e Teatro Era/Teatro Toscana. Magari per gestire, come è accaduto quest’anno, eventi al Teatro Era come il veglione con Jerry Calà e la cena per gli sponsor di fine anno (organizzati, guarda caso, proprio da Fabbrica Europa col patrocinio, ovviamente, del Comune). Una seratina che il Comune da solo non avrebbe potuto mettere facilmente in piedi.

La scelta del nuovo partner non sembra però andare verso un rafforzamento dell’identità “artistica” di FCP, la quale nel trasformarsi sembra indossare la veste di uno strumento operativo dell’amministrazione comunale in grado di occuparsi un po' di tutto.

A suggerire questa lettura è la decisione di affidare nel 2023 alla FCP la gestione “sperimentale” di Villa Crastan. E questo che ci azzecca?, si chiederanno i miei lettori. Servirà forse ad allestire mostre di più ampio respiro tra PALP e villa Crastan? O per collocarci la piccola pinacoteca posseduta dal Comune? Ma neanche per sogno. Infatti pochi mesi dopo si viene a sapere che l’edificio storico della Villa Crastan sarà messo a disposizione di una scuola privata cittadina, ma nessuno sa se ci sia un contratto tra FCP e questa scuola privata, né se ci sia un qualche corrispettivo che la scuola versa a FCP. 

La cosa interessante è che la Villa è proprietà del Comune ed è  stata affidata alla FCP per valorizzarla. Ma pochi mesi dopo la Villa viene affidata ad un privato senza che il Comune abbia fatto un bando pubblico per assegnargliela (come invece avrebbe dovuto fare), senza che ci ricavi direttamente un qualche guadagno, come sarebbe opportuno. Naturalmente tutto questo è avvenuto senza neppure una valutazione pubblica dei dieci anni in cui la Villa era stata gestita da un pool di associazioni cittadine, messe alla porta da un giorno all’altro senza alcuna giustificazione e men che meno ringraziamenti.

Come se non bastasse la Villa largamente privatizzata” non apre quasi mai il giardino pubblico che un tempo i cittadini di Pontedera potevano utilizzare liberamente.

Tra pochi mesi scade il triennio di gestione “sperimentale” della Villa, ma c’è qualcuno che si immagina che il presidente del CDA della FCP terrà una conferenza stampa pubblica in cui analizzerà i risultati della valorizzazione svolta sulla villa Crastan e risponderà alle domande dei cittadini sul suo uso largamente privatizzato e sulla sostanziale chiusura del giardino?

Credo proprio di no.

Ma non è finita qui.

venerdì 30 gennaio 2026

MA COS'È LA “FONDAZIONE PER LA CULTURA PONTEDERA”? (1 parte)

Forse pochi a Pontedera sanno cos'è e come opera esattamente la Fondazione per la Cultura Pontedera (FCP). Perciò provo a dirne qualcosa.

Nata come Fondazione Teatro Pontedera per gestire appunto il Teatro Era, quando dopo il 2015 il Teatro cittadino venne di fatto inglobato nella Fondazione Teatro Toscana, la Fondazione Teatro Pontedera venne trasformata in Fondazione per la Cultura Pontedera (FCP), controllata dal Comune di Pontedera e partecipata dalla Fondazione Peccioliper. Lo scopo più urgente? Gestire, come piccola “bad company”, un po' di debiti e di problemi del Teatro Era (non confluibili nel nuovo ente fiorentinocentrico e non riassorbibili dal bilancio comunale pontederese). 

Poi però dal 2016 il Comune conferì alla FCP la gestione dello spazio espositivo ricavato nella ristrutturazione del Palazzo Pretorio (ribattezzato PALP), dopo la chiusura del Tribunale. In particolare la Giunta Millozzi affidò il PALP al CDA di FCP, guidato allora dall’ex assessora Daniela Pampaloni e con la direzione del dr. Andrea Modesti. Obiettivo? Provare ad inserire il PALP nei circuiti che veicolavano mostre d’arte capaci di attrarre su Pontedera visitatori e appassionati d’arte anche da fuori regione e raccogliere i fondi necessari per sostenere questa scelta ambiziosa.

L’idea si ispirava all'esperienza di Palazzo Blu di Pisa che però aveva e ha dietro di sé la Fondazione Pisa e una città turisticamente assai attrattiva.

Così dal 2016 al 2020 la FCP organizzò al PALP 4 mostre di un certo livello (con cataloghi interessanti, ben curati e voluminosi) più altri eventi che, secondo i comunicati ufficiali, registrarono complessivamente 50.000 visitatori.

Poi nel 2019 si insediò la nuova giunta comunale guidata da Franconi (che tenne per sé la delega alla cultura). Il nuovo sindaco ringraziò Pampaloni e Modesti per l’eccellente lavoro svolto, ma nel ‘20 li sostituì con altre persone, a cui affidò l’obiettivo oltre che di organizzare mostre anche di assecondare diversi progetti culturali e non solo dell’amministrazione. 

Un anno dopo arrivò il COVID e le mostre e il PALP entrarono in crisi.

In questo clima l’amministrazione Franconi confermò il depotenziamento del Centro Otello Cirri (i cui locali, in via della Stazione Vecchia, sono stati messi in vendita, mentre formalmente il Centro è stato trasferito al Palp), pose fine alle mostre degli artisti locali, ridimensionò il progetto dell’Arte per non dormire e chiuse la validissima esperienza didattica dei Cantieri per l’arte.

Quando poi tra il 2022 e il 2023 il PALP riparti’ con le mostre, prese altre strade rispetto a quelle battute da Modesti e Pampaloni. Solo che le capacità attrattive dei nuovi eventi risultarono subito minimalissime.

Oltre tutto nel frattempo si era allentato il legame col mondo degli artisti locali e coi loro sostenitori e, anche a causa del COVID, si era distrutto il percorso di accreditamento del PALP come polo espositivo integrato nei circuiti d’arte di un certo livello. 

Al PALP si sono così alternate dal ‘22 a oggi mostre a volte senza biglietto, senza catalogo, senza curatori di rilievo (a parte quella dedicata a Giorgio Dal Canto, il cui catalogo e la cui cura sono stati validissimi, ma su un autore un po' fuori dai circuiti nazionali). Si sono insomma proposti in questi ultimi anni progetti estemporanei e diversissimi, privi di una identità espositiva coerente. In compenso la giunta Franconi ha scritto nei documenti pubblici di voler attrarre al PALP un certo pubblico, con ricadute anche economiche sulla città. Cosa finora non accaduta. 

Per rimediare alla debacle, ci si è vantati di aver portato un po' di scolaresche alle mostre. Ma si tratta di giustificazioni prive di sostanza.

In questo contesto il recente floppone della mostra Banksy & Friends era largamente prevedibile e l’ingiustificata ostinazione con cui l’amministrazione comunale ha voluto tenere nascosti i numeri dei visitatori è il riflesso evidente di un’incomprensione profonda delle dinamiche in atto e della precisa volontà di impedire di valutare concretamente l’operato della Giunta e della FCP rispetto al funzionamento del PALP.

Nel frattempo la FCP si è trasformata in qualcos'altro, cambiando anche partner e il grosso del CDA, come si dirà nella seconda parte del testo che posterò tra qualche giorno.

martedì 27 gennaio 2026

IL FLOPPONE DI BANKSY E FRIENDS AL PALP

Che Banksy & Friends a Pontedera sarebbe stato un FLOPPONE era largamente prevedibile. Per varie ragioni. L’ho scritto più volte nei miei numerosi post e non vale la pena di tornarci. Ma che per avere i numeri dei visitatori della mostra (2906 paganti complessivi in 4 mesi) ci volesse una interpellanza consiliare, questo non me lo sarei immaginato.

E' il segno che non solo l’Amministrazione locale vuol fare quello che le pare (in fatto di arte e turismo), ma non vuole neppure renderne conto ai cittadini. Si tratta di una torsione democratica che, nel suo piccolo e sia pure su questioni marginali, ma emblematiche, questa cittadina di provincia sta vivendo. E non ad opera di una maggioranza di centro destra.

L’assessore alla cultura, che formalmente non è responsabile della mostra, essendo stata questa ufficialmente “voluta” e “decisa” dal CDA della Fondazione Pontedera per la Cultura, ha dichiarato che insistere per conoscere i dati della mostra è “ossessione per i numeri”.

Buon dio, e che cos'è tutta la democrazia se non una grande ossessione per verificare se chi decide le sorti di un paesone o di un paesino abbia i numeri, i voti, e quindi il diritto per farlo?

E comunque tra che c'è era non poteva l’amministrazione comunale darci anche i numeri della mostra d’arte, allestita sempre al Palp e dedicata a Giorgio Dal Canto detto Babb? Non mi pare di aver mai visto comunicati comunali in merito a quei risultati.

E' vero, come diceva Callimaco, che l’arte non si misura a metri, ma i visitatori di una mostra che l'amministrazione dichiara di aver finanziato apposta per portare turisti e stimolare il commercio in città, con che cosa si possono misurare se non coi numeri?

E mentre l'ossessionato dei numeri si augura che qualche consigliere di opposizione presenti finalmente un’interpellanza per avere, sia pure con un anno di ritardo, anche i dati della mostra su BABB, sottolinea che con la mostra di Pinocchio il rischio di conoscere i numeri non si correrà. Niente biglietti a pagamento. Niente verifica numerica se la mostra avrà funzionato o meno. Sbaraccata preventivamente l’ossessione dei numeri. E vai!!!!

venerdì 23 gennaio 2026

POTENDO, EVITEREI L’EUROSUICIDIO

Il libro di Gabriele Guzzi, “Eurosuicidio. Come l’UE ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci” (prefazione di Lucio Caracciolo, Fazi, 2025, p. 206) è una lettura interessante, ma questo non vuol dire che ne condivida tutto l’impianto e men che mai le conclusioni. È un testo che aiuta a discutere, se non altro perché stimola ad approfondire il rapporto tra UE e Italia e a valutare con puntigliosa attenzione il complesso sistema di vincoli che questo rapporto ha generato e genera quotidianamente soprattutto sul piano monetario e quindi a capire meglio le ricadute della UE sullo sviluppo della nostra società.

Ma in questa sede non riprenderò i contenuti che mi convincono del libro di Guzzi. Che, per altro, sono diversi. Qui indicherò quello che non mi torna.

Ora, la tesi centrale del volume è che l’entrata dell'Italia e della sua lira nello SME (il sistema monetario europeo) nel ‘79 e soprattutto poi l'adesione all’Euro, che parte virtualmente nel ‘99 e concretamente nel 2002, ha generato un sistema di vincoli economici che ha paralizzato l’economia Italiana e ci ha trasformati in paese “non-morto”, come dice lui. E in un paese subalterno alla Germania, vero paese forte della UE, per la quale l’Euro sarebbe come un Marco travestito.

La paralisi italiana è fatta da una modestissima crescita del Pil, da una mancata crescita salariale, mancati servizi sociali moderni, impossibilità di fare politiche keynesiane, mancati investimenti in infrastrutture, diminuzione nascite, difficoltà a svalutare e a fare maggiori debiti.

Il dominio Euro e Ue sull’Italia ci blocca o ci rallenta su tutto questo.

In breve il vincolo europeo verso cui una parte della classe dirigente (e soprattutto un manipolo di tecnocrati) ci avrebbero spinto, senza un vero consenso popolare e democratico, è la causa di molti mali italiani.

Ergo, conclude Guzzi, forse dovremmo svincolarci da UE e da Euro, riprenderci la nostra sovranità monetaria e di politica economica e dotarci di un nostro modello di sviluppo degli anni ‘50/’70.

Così torneremo a correre e quindi a crescere economicamente e socialmente.

E il libro vuole essere uno strumento per sostenere un dibattito pubblico aperto su tutto ciò e superare il silenzio “blindato” dai filo-euro che delle alternative all’Euro e alla UE non vogliono neppure discutere.

Ora, che prima lo SME e poi EURO e BCE siano stati e siano un limite alle manovre monetarie dei singoli stati UE, Italia inclusa, mi torna; ma che questi vincoli e gli effetti che ci hanno procurato siano tutti negativi, questo mi pare più difficile da accettare. E argomenterò il perché.

Il libro di Guzzi, che analizza bene le dinamiche economiche italiane ed europee degli ultimi ‘60 anni, vuole essere un testo militante e come tale può essere discusso pubblicamente.

Il libro sottovaluta il carattere un po' approssimativo del modello di sviluppo industriale del nostro paese che prevedeva fino agli anni ‘70 un ciclo economico con crescita della produzione, quindi aumenti salariali, poi aumento dei prezzi, elevati indici di inflazione, innalzamento costi del lavoro, incremento del debito pubblico, restrizioni monetarie, ergo crisi delle vendite, crisi della produzione, quindi svalutazione monetaria, perdita di valore dei salari, diminuzione dei prezzi, dopodiché le vendite riprendevano, e tutto il ciclo collegato e descritto sopra ripartiva.

Il vincolo europeo in effetti dalla fine degli anni ‘90 ci impedisce di comportarsi così. Ma questo non e' affatto un male dal mio punto di vista. Ma una salvezza.

Secondo Guzzi invece restare nei vincoli Euro e UE alla fine ucciderà del tutto la nostra economia e ci farà essere più diseguali. 

Ora io non sono in grado di valutare il carattere della sua previsione pessimistica. Credo però che l’indice Gini, che misura la diseguaglianza delle diverse società, non sia particolarmente negativo per l’Italia rispetto agli altri partner europei. E comunque non mi convince l’idea che riprenderci la piena sovranità economico-politica sia una mossa azzeccata nell’attuale congiuntura internazionale.

In particolare il macigno del debito pubblico italiano (circa il 135/138% del rapporto tra debito pubblico e pil: mai stato così alto nella storia unitaria italiana) credo che risentirebbe in maniera assai negativa di una scelta di indipendenza monetaria compiuta dal governo e porterebbe ad un aumento dei costi del debito stesso.

Ovviamente però non si può che concordare con Guzzi che queste scelte dovrebbero essere discusse da un’opinione pubblica, che invece si mostra poco attenta e poco consapevole di queste problematiche.

Noto solo en passant che l’autore non può però sostenere che serve un vero dibattito pubblico sul che fare e poi suggerire l’approvazione di un piano B di fuoriuscita dall’Euro (un piano quasi militare) da attuare con un decreto governativo in un venerdì sera con le borse europee e le banche chiuse e quindi non reattive alle dinamiche del dibattito pubblico che dovrebbe dare indicazioni di lavoro al governo. Sarebbe infatti una perfetta soluzione tecnocratica o giacobina, che invece Guzzi dice giustamente di non apprezzare.

Inoltre i vincoli europei non ci hanno solo condizionato negativamente, ma ci hanno anche consentito una via di sviluppo più seria e più legata agli altri partner europei, dando così al nostro sistema produttivo un peso maggiore nel contesto internazionale. Un peso che il recupero di una piena sovranità politico economica non ci consentirebbe di mantenere. I vincoli monetari hanno in sostanza anche un valore protettivo per il nostro Paese e in un'era che vede il ritorno di Stati predatori forse ci garantiscono una certa stabilità e sicurezza.

Per questo ribadisco che l’abolizione del vincolo euro, in un contesto di grande indebitamento come il nostro e con mercati molto turbolenti ed in mano a una finanza altrettanto predatoria, non renderebbe facile tenere sotto controllo la dinamica del nostro bilancio. Inoltre il ritorno alla lira su mercati turbolenti ci renderebbe ancora di più vassalli del dollaro o di qualsiasi altra moneta forte nella cui orbita dovremmo per forza finire per entrare, dato il ruolo sanmarinesco della nostra moneta nel contesto internazionale.

Se non sono infatti convinto che l’euro sia stata e sia la panacea per il nostro assetto produttivo, non sono neppure convinto che l’euro sia la causa di tutti i nostri mali economici e sociali (e questa mia tesi è supportata anche dal finale della breve nota introduttiva al libro di Lucio Caracciolo).

Il volume presenta anche un’analisi critica sull’assetto politico del Paese e sulle nostre classi dirigenti. Tema questo di ulteriore complessità, rispetto al quale dico solo che non apprezzo tutta la parte finale sul carattere teologico politico della soluzione proposta da Guzzi.

Non considero insomma né l’euro né l’Europa un suicidio per l’Italia, anche se non li considero nemmeno una salvavita da assumere acriticamente.

Restano, euro e Europa, un ancoraggio necessario (da gestire con oculatezza e prudenza) in un contesto internazionale turbolento, nel quale non è opportuno per i paesi medio piccoli ballare da soli. Soprattutto quando si hanno, come nel caso italiano, delle classi dirigenti secolarizzate, ma ideologicamente faziose. Quando la politica affonda le proprie radici culturali in formule retoriche più che in buone idee e speranze condivisibili.

Aggiungo che visti i tempi predatori che corrono la distruzione di Euro e Ue potrebbe favorire solo un nazionalismo autoritario assai pericoloso, e, come conseguenza delle politiche di riarmo, potrebbe finire per mettere in discussione il quasi centenario assetto di pace dell'Europa.

Guzzi ha ragione nel sostenere che la pace post-1945 non è merito degli europei, ma degli americani (e dei russi). Ma, visto come si stanno comportando americani e russi, sono ragionevolmente sicuro che se l’Europa resterà in pace sarà merito degli europei. E senza Euro e senza Unione Europea (pur con tutti i limiti che Guzzi evidenzia) temo che avremo davvero un brutto futuro.

Certo la piccola Italia tornando alla lira e alla sua sovranità "illimitata" potrebbe sgusciare tra le maglie del mondo come una piccola San Marino. Ma non sarebbe un gran risultato. E sarebbe, per dirla con Tucidide e Canfora, sola una piccola Melo di 

fronte alla potente Atene.

giovedì 22 gennaio 2026

L’EUROPARLAMENTO BOCCIA URSULA

Il voto sul Mercosur di ieri al Parlamento Europeo (PE) è una testimonianza palpabile del grande stato di confusione in cui vive l’UE in questi tempi.

Una lunga trattativa commerciale (denominata Mercosur e durata 25 anni) con i paesi latino-americani, portata avanti dalla Commissione Europea e sostanzialmente avallata (ma con molti problemi) dal consiglio dei ministri europei, e osteggiata duramente dalla lobby degli agricoltori di molti stati, Italia inclusa, è stata ieri temporaneamente stoppata dal PE.

Ciò è accaduto perché le forze politiche che hanno la maggioranza in Parlamento si sono spaccate al loro interno. Si sono spaccati i popolari,  i socialisti e altri ancora.

Ma allora che maggioranza si è formata per ostacolare il Mercosur?

Un insieme variegato fatto da socialisti radicali, verdi e varie formazioni di destra nazionaliste (ma non tutte), nonché da popolari e socialdemocratici dissidenti.

Ora però quello che conta non è questa maggioranza (che non è praticabile, se non “contro” qualcosa). Quello che conta è che popolari e socialisti si sono spaccati per nazionalità e i loro deputati non hanno votato secondo le indicazioni del loro gruppo parlamentare europeo, ma secondo le indicazioni dei loro governi nazionali.

In sostanza alcuni governi europei ostili al Mercosur hanno orientato i voti dei deputati europei di qualunque tipologia di forza politica, confermando che il PE è uno specchio dei parlamenti nazionali e che la doppia fedeltà nazionale ed europea per molti di parlamentari è un problema.

Del resto gli stessi partiti politici europei sono più una somma di forze politiche nazionali che soggetti politici autonomi.

E questo rende difficile il formarsi di un'opinione pubblica europea.

Ma senza un’opinione pubblica europea, con buona pace di Habermas, non c’è dibattito europeo, se non come mera somma dei dibattiti nazionali.

Il risultato di tutto questo sbrindellio, come direbbe ma con parole assai più forbite Lucio Caracciolo, è sotto gli occhi di tutti.

martedì 20 gennaio 2026

PAESE CHE VAI, LETTORI CHE TROVI (O CHE PERDI)

Leggere è un salvavita. O almeno aiuta a orientarsi meglio, nella vita. E forse a darle perfino un senso. Per questo le biblioteche pubbliche (e gratuite) sono spazi terapeutici dove coltivare menti e comportamenti. Ovvio quindi che dovrebbero essere accessibili a tutti e sempre aperte. O almeno il più possibile. Ma non meno di sette giorni su sette alla settimana, festività incluse, e per almeno dodici ore al giorno. Più delle chiese, insomma. Ma con spazi, arredi, oggetti, testi e, soprattutto, bravi bibliotecari, devoti, accoglienti e attenti a un pubblico variegato, da 0 a 99 anni.

Se smettessimo di investire in armi ed eserciti, ce le potremmo permettere e sarebbe la migliore prevenzione sociale.

Nell’attesa che questo accada, commento i dati definitivi, ma provvisori, del 2025 relativi ai livelli della lettura in provincia di Pisa, dove si sono presentate dinamiche differenziate.

E la biblioteca comunale di Pisa (nota come SMS) è di sicuro la sorpresa maggiore. Infatti ha continuato a crescere in termini di prestiti librari e ha chiuso il ‘25 piazzandosi al primo posto assoluto, con oltre 50.000 prestiti librari effettuati, superando tutte le altre 50 biblioteche della Rete Bibliolandia. Beh, ma Pisa SMS ha la demografia dalla sua parte e l’Università, diranno i miei lettori. Vero. Ma fino a una decina di anni fa, Pisa Sms giaceva in terza posizione per i prestiti tra le biblioteche della provincia, dietro Pontedera e San Miniato. Oggi invece è l'unica biblioteca della provincia a superare i dati degli anni precovid di oltre il 60% e a tenere un tasso di crescita costante e significativo anno dopo anno. Non credo sia merito solo dell’amministrazione di centro destra. Ma è anche chiaro che male il centro destra non le ha fatto.

Biblio Gronchi si è invece sostanzialmente fermata rispetto allo scorso anno e soprattutto è rimasta ancora largamente sotto i livelli dei prestiti raggiunti nel precovid. Chiusure, transennamenti e scelte amministrative di Pontedera negli ultimi 4 anni hanno inciso gravemente sulle sue dinamiche e depresso i livelli di lettura. Dopo oltre venti anni in cui si era mantenuta come prima biblioteca per prestiti effettuati in provincia di Pisa, quest’anno biblio Gronchi cede a Pisa Sms questa posizione e visto le attuali dinamiche è difficile che riesca a recuperare rapidamente il livello dei vecchi servizi.

Una battuta di arresto e un arretramento nei prestiti librari sembra caratterizzare anche la biblioteca di Cascina nel 2025, che rimane tuttavia sopra i livelli dei prestiti precovid.

Continua poi con passo sicuro la discesa dei prestiti nelle biblioteche comunali di San Miniato, penalizzate dalla chiusura del polo bibliotecario di San Miniato Basso. Nel ‘25 le biblioteche civiche sanminiatesi hanno perso ulteriormente terreno rispetto al 2024 e si sono allontanate sempre di più sia dai livelli precovid sia dal livello (che appare quasi lunare) dei 30000 prestiti annuali superati all’inizio degli anni 2000, allorquando erano proprio le biblioteche comunali di San Miniato a guidare la squadra della biblioteche della provincia. Roba dell'altro secolo.

Stabili invece i prestiti a San Giuliano Terme, che comunque si confermano sopra i livelli precovid.

In regresso Biblio Ponsacco che nel ‘25 è tornata ai livelli del ‘19. Peccato.

Buonissimi infine come sempre i risultati dei prestiti della biblioteca di Vicopisano che in relazione alla popolazione del Comune ha indubbiamente il miglior rapporto di tutta Bibliolandia tra abitanti e prestiti. Complimenti alle straordinarie bibliotecarie di Vico e ai cittadini lettori di quel comune. Speriamo che l’amministrazione gratifichi con un bel premio le sue bibliotecarie. Se lo meritano.

domenica 18 gennaio 2026

LA GIOIA DEL PD SUL CENTRO COMMERCIALE

Nemmeno la Kinsella avrebbe commentato con la gioia espressa dal PD pontederese la sentenza emessa dal TAR toscano sul centro commerciale edificato alle porte del cimitero. Un sentenza che ha respinto il ricorso di alcuni cittadini pontederesi, pare politicamente orientati a destra, che intendevano opporsi all’espansione di zone commerciali a ridosso di aree da rispettare come quelle cimiteriali.

In parte quella del PD è una gioia comprensibile. Il PD controlla, attraverso alcuni suoi uomini, l’Amministrazione comunale e se il TAR avesse accolto il ricorso avrebbe procurato molti guai al Comune di Pontedera e a chi aveva autorizzato (ovvero i consiglieri del PD)  l’insediamento commerciale.

Meno comprensibile è che il PD gioisca e soprattutto sostenga questa proliferazione di centri commerciali e fast food che sta caratterizzando la città. E' noto infatti che oltre quello davanti al cimitero, un altro centro è stato approvato, sempre dagli uomini del PD, nell’area del Chiesino, oltre il ponte sullo scolmatore.

Così mentre il PD nazionale sostiene la necessità di creare “lavori di qualità” e ben pagati, su scala locale il PD dà spazio ad una superfetazione di attività che per loro natura tendono ad occupare manodopera con bassi salari e orari disagevoli e che prospettano non proprio un grande futuro per i giovani.

Senza considerare poi l’impatto negativo di questa proliferazione sui negozi del centro. Sostenere che favoriscono la desertificazione commerciale dei centri storici è una tesi ormai accettata dalla letteratura urbanistica. Ma allora perché il PD pontederese si muove con gioia in questa direzione? 

Va detto per altro che queste problematiche, insieme alle preoccupazioni ambientali, ai problemi di traffico e al consumo di suolo, sono venute fuori negli interessanti dibattiti consiliari sugli insediamenti del futuro centro commerciale del Chiesino. Il guaio è che anche rispetto a questa area, il PD ha tirato dritto ed ha approvato, con convinzione, i piani di costruzione.

Certo, sono comprensibili le ragioni occupazionali e di sviluppo che vengono espresse dagli amministratori del PD. Ma forse un atteggiamento più rispettoso anche di altri aspetti qualitativi (ambientali, di tutela delle strutture commerciali tradizionali, per non parlare della qualità del lavoro), non sarebbe stato sbagliato.

Peccato che questo invece non sia accaduto… almeno non in casa del PD pontederese, a cui perfino i PD che amministrano la Regione Toscana avevano detto, per scritto, che in fatto di consumo di suolo i PD pontederesi stavano un po' esagerando.

Sarà anche per questo che alle ultime elezioni i PD pontederesi hanno tentato di ridimensionare il peso politico dell’assessora regionale Nardini?

giovedì 15 gennaio 2026

LAMENTARSI NON BASTA

L’infosfera di centrosinistra attacca quotidianamente Trump per le sue scelte scellerate e lo considera (cito e riassumo Ezio Mauro) “il punto di arrivo della destra anarco-reazionaria, tecno-capitalista, nazional-populista: che vuole superare l’orizzonte democratico… e portarci in un mondo costruito sulla forza e la sottomissione..”

Insomma per i centrosinistri Trump e gli USA sono il male assoluto e il destino del mondo (e pure il nostro) è in serio pericolo.

Ora, se le cose stanno davvero così, più che gridare al lupo! al lupo!, essendo il lupo già arrivato, servirebbe trovare un RIMEDIO.

Invece qui casca l’asino, perché quando si passa dalle lucide analisi sulla banalità del Male al “che fare?”, si finisce nel buio più fitto. Infatti i partiti di centro sinistra che dovrebbero indicare ai loro militanti ed elettori cosa fare per uscire da questa situazione, non sanno che pesci prendere.

Noto, en passant, che non osano neppure minacciare di ridurre la spesa militare, né uscire dalla NATO, né restituire i missili atomici ai loro proprietari, né proporre, come hanno fatto i cinesi, dazi ritorsivi verso gli Usa.

E se queste proposte apparissero loro troppo radicali e audaci, beh, si inventino allora qualche altro RIMEDIO per tentare di arginare il Trumpismo e restituire almeno agli italiani di centrosinistra un po' di dignità nazionale. Qualcosa però che metta in difficoltà l’Imperatore Trump e che sfidi al contempo anche il vassallismo estremo di una destra italiana che di indipendente, di nazionale e di patriottico mostra solo le chiacchiere.

Ma se i centrosinistri si limiteranno solo a lamentarsi, è assai probabile che il vassallismo estremo del centrodestra conquisti sempre più seguito in un’opinione pubblica spaesata e che si radichi ben bene nella mentalità nazionale.

RIMANGO SPIACEVOLMENTE BASITO

Rimango spiacevolmente basito che il Colle non abbia condannato il rapimento del presidente del Venezuela, Maduro, perpetrato con un atto di guerra dai nostri alleati storici, gli USA.

Rimango spiacevolmente basito che il Colle non condanni neppure i sequestri, compiuti ad opera dell’esercito Usa e per volontà di Trump, di navi che trasportavano petrolio venezuelano. Si tratta di atti di pirateria che violano il diritto commerciale e internazionale.

Rimango spiacevolmente basito che il Colle non commenti negativamente le dichiarazioni di Trump in merito alla volontà espressa di prendersi (conquistandola o comprandola) la Groenlandia. 

Rimango anche basito che il Colle non sottolinei come tutti questi atti, compiuti dal nostro principale alleato (e definibili come neocolonialisti o tardoimperialisti), contribuiscano a sfasciare ancora di più quello che gli esperti chiamano (e lo stesso Colle definisce) ordine internazionale, contribuendo così ad alimentare tensioni e disordini.

Rimango altrettanto basito che il Colle non imiti almeno il Presidente della Repubblica federale tedesca, Steinmeier, che pochi giorni fa ha dichiarato che «c’è una rottura dei valori da parte del nostro partner più importante, gli Stati Uniti, che pure hanno contribuito a crearli».

Rimango basito, ma non sorpreso, dal silenzio assordante del Colle, perché mi rendo conto che "criticare" un alleato e protettore potente come gli Stati Uniti da parte dell’Italia può essere pericoloso, doloroso, impegnativo e perfino costoso.

Ma osservo che tacere davanti alle azioni dei nostri alleati americani in Venezuela è grave. Perché tacere significa farsi complici di comportamenti sbagliati. Sul piano politico, su quello del diritto e su quello etico.

Inoltre il silenzio del Colle consegna ai cittadini (e al mondo) il messaggio che in Italia la legge, il diritto e la morale si applicano agli amici (come gli Usa) in maniera diversa da quanto si fa con gli altri (ad es. coi Russi).

Che poi sulla grande e piccola stampa si ignori questo silenzio, è solo la conseguenza di un’informazione ormai trasformata (salvo piccole eccezioni) in strumento di propaganda, come da tempo per altro suggeriscono Chomsky e i suoi seguaci.

venerdì 9 gennaio 2026

LA CENA DI GALA DEGLI SPONSOR

Certo sarebbe interessante sapere come sono state selezionate le 100 persone circa che hanno partecipato, su invito, alla “cena di gala” che si è tenuta al Teatro Era di Pontedera la sera dell’ultimo dell’anno, allestita nella sala Cieslak. Cena “promossa” dal sindaco in persona. In un post firmato su Facebook si parla infatti di “Una serata speciale al Teatro ERA di Pontedera per la cena di gala di fine anno con i grandi sponsor degli eventi artistici della città, promossa dal Sindaco..”. Una serata che include anche “lo spettacolo travolgente di Jerry”.

Ora sarebbe davvero interessante sapere chi esattamente abbia pagato e quanto sia costata la cena di gala per l’ultimo dell’anno per questi 100 ospiti speciali, ai quali dopo la cena in sala Cieslak è stato offerto (gratuitamente) anche lo spettacolo di Jerry Calà (che per i cittadini non sponsor era a pagamento) in sala Salmon.

Ma nessuno ce lo dirà, perché questa parte della serata a Teatro è stata certamente gestita dagli sponsor del comune, coi loro soldi privati, anche se di fatto si è trattato di una serata “promossa dal sindaco”, il quale si è mosso sulla scena (almeno a vedere i video e le foto circolate) come un vero padrone di casa. 

Comunque dopo la cena di gala, i 100 ospiti non paganti (tanto pagavano tutto gli sponsor) si sono recati nella sala grande del Teatro, dove lo spazio era stato trasformato in un altro salone da pranzo (ma senza cena), con i tavolini fin sotto il palco dove si esibiva (in questo caso a cura della Fondazione Fabbrica Europa e col patrocinio del Comune) Jerry Cala’.

Così dalle 23.30 in poi il pubblico pagante dello spettacolo (circa 75 € a persona) e il pubblico a carico degli sponsor si sono mischiati per godersi le canzonette e tutto il resto.

Ne è uscito uno strano ultimo dell’anno nel teatro pubblico cittadino, subaffittato, per volere del Comune e col consenso di Fondazione Teatro Toscana, a due soggetti diversi, uno dei quali è il gruppo di sponsor che sostiene gli eventi culturali del Comune e l’altro è un soggetto presente nella Fondazione Pontedera Cultura.

Un bell'intreccio organizzativo, insomma, in una cittadina in cui i rapporti tra chi detiene il potere amministrativo e i cittadini si fanno sempre più opachi e feudali. Basati su posizioni di fiducia e conoscenze. E dove le sponsorizzazioni (Dio ce le salvi!) pesano. Un intreccio che ruota attorno a relazioni personali e all’uso di beni pubblici (che siano il Palp, le società partecipate o il Teatro Era) e che include il sistema delle sponsorizzazioni (individuate con gare?) che assomiglia quasi a una lobby a sostegno di questa amministrazione. Così, mentre la vita pubblica si rattrappisce, un po' si incattivisce e soprattutto diventa incomprensibile ai più, ci sta perfino, come sostengono alcuni, che diversi sponsor del Comune siano estimatori politici del centro destra (politica non olet?), ma che in questo contesto trovino più vantaggioso supportare finanziariamente il centrosinistra.

Segno evidente che gli oligarchetti che controllano l’amministrazione (e le fondazioni e le società partecipate) sono davvero bravi ad egemonizzare gramscianamente i simpatizzanti di Nietzsche e a convincerli a sostenerli economicamente e a non votare a destra quando si tratta di scegliere gli amministratori locali.

Così bravi da farsi perfino offrire dagli stessi sponsor una cena di gala nel Teatro Era.

Tutto regolare, sicuramente.

Basta non meravigliarsi che chi non è stato invitato alla cena di gala e non si raccapezza in quello che accade in città poi non vada più a votare e non gli interessi di fare il figurante nelle consulte cittadine.

Felice anno nuovo!!!!

lunedì 5 gennaio 2026

TROVO RIPUGNANTE

Trovo RIPUGNANTE che gli Stati Uniti si autoproclamino giustizieri del mondo, si facciano beffe dell’ONU, costruiscano processi farsa contro chi vogliono, sparacchino bombe e missili contro paesi sovrani, rapiscano i leader di altri Paesi e li detengano nelle prigioni americane, rivendichino il possesso della Groenlandia, pensando essenzialmente ai loro affari.

Trovo RIPUGNANTE che gli USA applichino, senza alcun rispetto del diritto, la legge del più forte, contribuendo in tal modo ad imbarbarire le relazioni internazionali e il loro stesso Paese ed agendo in perfetta sintonia coi russi.

Trovo SGRADEVOLE, ma non INASPETTATO, che tutti i vassalli stati europei non rispondano in maniera dignitosa e civile ai degradanti atteggiamenti americani e dimostrino quindi che l’Europa è poco più di una componente dell’impero americano, il quale non lascia ai suoi "alleati" veri margini di libertà (né sul piano politico, né su quello economico).

Trovo SGRADEVOLE, ma non INASPETTATO, che neppure i socialisti europei indichino ai loro sostenitori una strada per uscire dalla sudditanza verso gli Stati Uniti, confermando lo stato COMATOSO in cui sono sprofondati da alcuni decenni.

Trovo SPIACEVOLE, ma PREVEDIBILISSIMO, che il governo italiano, guidato dal partito più NAZIONALISTA che, almeno a parole, abbia mai calcato il palcoscenico politico italiano, baci il fondo schiena del presidente americano in maniera tanto ambigua quanto plateale.

Trovo RISIBILE, ma SCONTATO, che i leader dell’opposizione italiana blaterino a vuoto contro il suprematismo americano, ma non trovino il coraggio di indicare una soluzione a questa situazione, che non può che essere l'uscita dell’Italia (e dell’Europa) dalla NATO e la scelta del NEUTRALISMO.

Trovo CINICO, ma COMPRENSIBILE che chiunque in Italia faccia affari con gli USA (parlo di esportatori di pasta, formaggi, vini, moda, farmaci, armi, ecc.) abbia una paura matta delle ritorsioni e dei dazi Usa, che se ne freghi perciò del diritto internazionale e che prema su governo e opposizioni perché abbassino la testa dal fondo schiena di Trump giù giù fino a leccare perfino il terreno che il presidente Usa calpesta.

Trovo VERGOGNOSO, ma ISTRUTTIVO che Trump, come un biondo Marchese del Grillo, ci tratti spudoratamente come sudditi che non contano un c…. 

E' una grande lezione storica quella che Trump ci impartisce. Una lezione che ci umilia e ci fa male. Anche moralmente. 

Una lezione che forse ci meritiamo.

domenica 4 gennaio 2026

LE CULTURE EUROPEE E LA GUERRA

Le famiglie culturali europee più diffuse sono quella Cristiana (cattolica, protestante e ortodossa), quella Liberale, la Socialista e la Nazionalista.

È la miscela di queste famiglie culturali a definire le singole posture etiche e politiche nazionali e quella delle istituzioni europee.

In sostanza è da cosa pensano queste culture a proposito di RIARMO, imperialismo russo ed espansione a Est dell'UE (e della NATO) che dipendono le decisioni finali assunte sia dai singoli Stati che dalle istituzioni europee.

In particolare è proprio il processo di “allargamento” dell'UE (e della NATO) verso Est (che l’Europa presenta come un processo di democratizzazione e di liberazione dei popoli dell’Est dal dominio russo) che ha prodotto prima un forte attrito e da 4 anni un vero conflitto armato con la Russia: un conflitto combattuto dagli Ucraini ma col sostegno diretto di UE e USA.

La Russia infatti non può che vivere l’allargamento a Est dell’UE (e della NATO) come un’ingerenza rispetto alle proprie dinamiche interne e alle strategie esterne.

E la cosa più buffa è che gli Europei (e fino a ieri anche gli Usa), che vogliono esportare la loro DEMOCRAZIA (e i loro MERCATI) oltre le Vistola, fingono di non capire perché i russi non aprano loro amichevolmente le porte.

Il risultato di tale “incomprensione” è che, dopo 80 anni di pace, gli europei si sono impantanati in una costosa guerra di logoramento, che finirà per ravvivare anche molte antipatie dentro la stessa UE, oltre a creare una frattura con gli Usa, fino a oggi protettori militari e garanti della sicurezza europea.

Nel frattempo la gioventù europea è cresciuta nella bambagia; ripudiando la guerra di conquista e i falsi miti coloniali, razziali e imperialistici; tenendo a bada il machismo, disconoscendo le virtù guerresche e militari e mitigando gli istinti predatori dei loro bisnonni e i nonni nel primo ‘900.

In questo le principali correnti culturali e politiche europee, a trazione borghese, hanno lavorato bene sulle giovani generazioni. Le hanno disarmate culturalmente e psicologicamente. Le hanno liberate dalla leva militare. Hanno creato il mito europeo, certo basato sui valori del mercato (nessuno è perfetto!) ma anche sull’idea di una fratellanza culturale erasmiana e soprattutto su una totale libertà di circolazione delle persone.

La guerra in Ucraina ha però rialzato il vento del RIARMISMO e giustificato l’esportazione della democrazia (verso Est), dimenticando i disastri compiuti dall’esportazione della democrazia in Medio Oriente (a cui per altro l’Europa fu contraria). Nel frattempo è cresciuto il sovranismo nazionalista e in alcuni paesi (vedi l’Italia) è perfino andato al governo dello stato.

Il tutto in un continente sempre più anziano, con pochissimi giovani, secolarizzati, poco bellicosi e soprattutto poco inclini ai sacrifici collettivi.

Per questo far credere ai giovani di poter piantare la bandiera europea sul Cremlino è pura follia, anche se giustificata dalle migliori intenzioni.

Del resto non sono spesso le migliori intenzioni a lastricare la via dell’inferno?

E l’esito delle guerre per democratizzare il Medio Oriente non sta lì a ricordarcelo?