domenica 7 giugno 2026

IL SIONISMO OGGI

Lo stato di Israele è il frutto di uno degli esperimenti politici del ‘900. Il secolo breve è pieno di tentativi di costruire società perfette, ispirate da ideologie rivelatesi pericolose. Il fascismo, il nazismo, il comunismo, i nazionalismi, nacquero tutti da idee che mobilitarono masse credulone e generarono esperimenti spesso finiti tragicamente, con montagne di morti e sofferenze indicibili.

E il sionismo? E' un esperimento che continua.

Del resto cosa c'è di più giusto che dare una terra a genti con radici culturali millenarie, maltrattate e scacciate da vari paesi, e che sognano di tornare a casa, in un luogo che sostengono sia stato loro promesso da un dio che ha fatto di queste genti il suo popolo eletto? Se poi queste genti tra il 1933 e il 1945 sono state sottoposte dai tedeschi e dai loro alleati ad un genocidio, come si fa a non ascoltare il desiderio di giustizia e di sicurezza dei superstiti?

Per questo le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale offrirono ai sopravvissuti alla Shoah un porto sicuro in Palestina. E si accordarono nel 1947, in sede ONU, per consentire agli ebrei di costruire qui un piccolo stato tutto loro. Uno stato fondato sulla teologia, su un'etnia e su una cultura ebraica.

Il piccolo problema era che dentro e intorno a questo pezzettino di Palestina c'erano anche milioni di arabi che non volevano la nascita di uno stato ebraico-centrico e che votarono tutti contro la risoluzione 181 dell’ ONU, che però fu approvata. 

Così l’esperimento sociale partì. Gli arabi allora non avevano un peso economico e politico e l’ONU, con il placet di USA e URSS, promulgò la nascita di due stati, quello ebraico e quello palestinese, i quali dovevano spartirsi un territorio che era stato prima parte dell’impero turco e negli ultimi 20 anni una colonia inglese. 

A quel punto (1948) gli inglesi lasciarono la Palestina. Ma l'ONU non aveva truppe per garantire la realizzazione della sua impegnativa decisione n. 181. La frittata quindi era fatta.

Usciti di scena gli inglesi, nel ‘48 scoppiò, come era facile prevedere, la guerra tra il nuovo stato di Israele e tutti gli stati arabi intorno alla Palestina. Questi ultimi cercarono di annullare con le armi la decisione dell'ONU. Ma gli israeliani, contrariamente alle previsioni, non solo resistettero agli eserciti egiziani, siriani e giordani, ma li sconfissero, si presero più territori di quelli loro assegnati dalla risoluzione 181 e cacciarono gli arabi palestinesi da una parte delle terre che l’ONU aveva dato loro. 

Ovviamente gli israeliani erano sostenuti dagli Usa, al cui interno si trovava (e si trova) una grande comunità ebraica, finanziariamente e culturalmente potentissima.

Così dopo 80 anni di guerre, intervallate da fragili tregue, Israele, sempre sostenuta dagli USA (e poi dall’Europa), si è presa gran parte della Palestina assegnata agli arabi dall’ONU, un pezzo della Siria, un pezzo del Libano e di fatto la Cisgiordania, impedendo la nascita dello Stato Palestinese e tenendo gli arabi, presenti nello Stato ebraico in condizione di apartheid.

Per fare tutto ciò, Israele si è militarizzata (anche psicologicamente), ha costruito la propria bomba atomica, è diventata sempre più moderna, ma anche razzista, colonialista e religiosamente fanatica. La guerra e la tensione con gli stati arabi sono diventati un ottimo affare e un modello di sviluppo efficace. E lo stato di perenne assedio ha offerto a Israele argomenti per consolidarsi come democrazia militarizzata e razzista e per impedire la nascita di un autonomo stato palestinese. Anche minuscolo come Gaza o come la Cisgiordania.

Va da sé che tale evoluzione di Israele ha favorito l’incattivimento degli arabi palestinesi che però non sono in grado né di emanciparsi dallo stato di minorità politica in cui si trovano, né di uscire dalla spirale del conflitto e dell’occupazione delle loro terre.

Domanda: Si può uscire da questo “esperimento sociale" che dura da 80 anni? Risposta realistica: NO.

Perché? Perché i soggetti più forti del gioco sono Usa e Israele e grazie allo stato di guerra e di tensione permanente Israele riesce a controllare la situazione e a tenere a bada sia i palestinesi e i loro alleati arabi sia gli Usa.

Altri attori efficaci in partita non ci sono o non vogliono esserci.

Ci vorrebbe un intervento divino per uscirne, ma temo che non ci sarà nemmeno quello.

L’importante comunque è che sulla tragedia palestinese non cali il silenzio o il rumore di chiacchiere insulse.

Perciò lunga vita alla FLOTTILLA e ai movimenti PROPAL.

venerdì 5 giugno 2026

IL TEATRO ERA E GLI INCONTENTABILI

Mi ripeto. La scelta di Massini e l’uscita di scena del vecchio direttore sono state una vera manna anche per noi contado fiorentino. Il Teatro pontederese è diventato molto più friendly e accattivante. Lo si usa persino per i veglioni di fine anno (impensabili, fino a ieri, secondo alcuni). 

E tuttavia gli incontentabili ricordano che il Teatro ERA continua ad essere poco aperto al vasto mondo teatrale locale, fatto di associazioni a cui anche la sala Cieslak risulterebbe utilissima per le loro performance.

Manca ancora la ripresa della ricerca teatrale, “colpevolmente interrotta” ha detto in questi giorni Massini, senza però precisare con chiarezza se e come questa ricerca in concreto e con quale passo ripartirà.

Resta al palo soprattutto la formazione teatrale per i giovani, un aspetto strategico per un teatro che non voglia solo spettatori, ma anche incoraggiare a praticare il teatro come strumento di apprendimento e di vita.

Non si è neppure mai vista un’apertura vera verso le scuole, verso i ragazzi delle superiori che fanno teatro, le cui compagnie giovanili vanno a recitare le loro commedie al Teatro di Pisa, ma non recitano al Teatro Era di Pontedera. Dopo anni di progetti annunciati, siamo a collaborazioni occasionali.

Assente anche il teatro per ragazzi e bambini. Nessuna stagione  per loro. Neanche alla buona. Neanche mini mini. Nulla. 

E poi c'è il disuso sistematico e irriverente della cavea teatrale esterna al Teatro Era. Un vero impiccio. E pensare che 3 o 4 anni fa l’amministrazione comunale si vantò con ampollosi comunicati di aver messo delle comode sedute di plastica per rendere più confortevole l’anfiteatro, con un investimento significativo sostenuto dalla Fondazione Peccioli. Un teatro all'aperto che ce lo invidiano anche a Fiesole. Già. Ma in questi ultimi 10 anni quanti spettacoli estivi, anche musicali, sono stati fatti in questa cavea da 750 posti? Si supera il numero delle dita di una sola mano?

E che dire della mancanza di una vera stagione di concerti e di eventi musicali presso il teatro Era? Possibile che non si possa programmare una collaborazione stabile tra Teatro Era e Accademia musicale di Pontedera?

Più in generale l’incontentabile avverte l'assenza di un vero dialogo con la città. Non si ascolta che tipo di teatro vorrebbe il pubblico o meglio vorrebbero i diversi segmenti di pubblico. Perché Pontedera è una città plurale. Più plurale, multietnica e multiculturale di quanto non si immagini. E il teatro forse dovrebbe rispecchiarle un po' tutte queste diversità. Certo, educando. Ma anche riconoscendo le alterità. Magari anche favorendo l'accesso al teatro, con degli sconti speciali, alla Pontedera immigrata che ormai ha raggiunto il 10% e che (da abbonato) non mi pare mai di aver visto in sala. Mentre in città si vede. Eccome.

Ma Massini, che il Signore ce lo conservi, perché è davvero bravo e parecchio di sinistra (come Formigli docet), un dialogo che preveda un vero ascolto della diversità e dell’alterità può darcelo? Recita bene. Certo. Organizza una buona stagione. E' sicuro. Gigioneggia con il pubblico. Gli va riconosciuto. Ma il dialogo e l’ascolto degli altri sono un’altra cosa. Richiederebbero un’altra prassi. Può darcela? 

Vedremo. E comunque viva Massini!

Un po' di ascolto verso la società pontederese la fanno ovviamente gli amministratori e i loro amici di Ecofor che organizzano una loro privata stagione di eventi a teatro che però con il Teatro hanno poco o nulla a che vedere. E sempre attraverso queste vie “amicali” si organizzano altre serate teatrali (tipo il veglione con Jerry) che spesso sono poco teatrali, anche se usano socialmente il teatro.

Ma gli incontentabili, pur prostrandosi ossequiosamente alla grandezza del nostro attore, scrittore e direttore artistico (che il Signore, sia ripetuto senza ironia, ce lo conservi il più a lungo possibile) e pur comprendendo che in Italia l’amichettismo un po' va sopportato, continuano a sognare qualcosa di più per la vita del Teatro Era e per i cittadini di Pontedera (inclusi gli immigrati e i loro figli). O d'altronde!

sabato 30 maggio 2026

PERCHÉ SERVE UN’UCRAINA NEUTRALE

La Russia ha aggredito l’Ucraina commettendo un crimine internazionale? Si.

La Russia è uno stato canaglia e imperialista in mano ad una pericolosa oligarchia? Vero.

La Russia conduce una guerra che colpisce deliberatamente anche i civili? È così.

L'Ucraina va aiutata a difendersi? Si. È quello che la UE sta facendo da più di 4 anni. 

Si aiuterebbe meglio l’Ucraina portandola nella NATO e nella UE? NO. Questo sarebbe un grave errore.

Perché? 

Perché portare l’Ucraina nella NATO e nella UE vorrebbe dire scommettere sulla capitolazione della Russia e rischiare, come sta accadendo da oltre 4 anni, di impantanarsi in una guerra sempre più lunga e devastante, destinata a fare danni gravissimi all’Ucraina e alla stessa Europa, la quale sarà costretta a riarmarsi sempre di più.

Non solo. Se l’Ucraina continuerà a combattere diventerà il paese più nazionalista e militarizzato d’Europa e inevitabilmente nelle UE giocherà un ruolo sempre più militarista e nazionalista.

Perciò se la Russia, come è probabile, non capitolerà, se Putin non sparirà dalla scena (o se sarà sostituito da qualcuno simile o anche peggio di lui), se insomma Mosca reggerà (anche con l’aiuto della Cina e dell'atteggiamento ambiguo degli Usa), questo potrebbe cronicizzare il conflitto, obbligando gli europei ad un costoso RIARMO di lunga gittata, dando fiato a tutte le forze nazionaliste, azzoppando le democrazie europee più fragili e facendo pagare sia all’Europa che alla Russia un prezzo assai oneroso per il conflitto. Oltre tutto mantenendo una situazione di tensione e di frattura tra Russia e Europa. 

Oppure, Dio non voglia, questo pericoloso gioco d’azzardo potrebbe scatenare la follia di uno dei contendenti e dare vita ad un conflitto atomico, le cui conseguenze sarebbero terribili.

Per questo l’obiettivo è quello di sanare il prima possibile la situazione aperta con la guerra russo-ucraina, garantire certo la sicurezza e l’indipendenza degli ucraini, ma senza pretendere di sconfiggere i russi e cercando con questi ultimi un accordo strategico di lungo periodo. 

Per farlo occorre proporre la NEUTRALITÀ dell’Ucraina.

L’Ucraina quindi non dovrebbe quindi essere né ammessa nella NATO, nè nella UE. Ma aiutata dall’esterno.

La partita che si gioca in questi anni sul suolo ucraino inciderà sulla vita dei nostri figli e nipoti, perché la frattura che si è aperta nel cuore dell’Europa è profonda e lacerante. Evitiamo di farla crescere.

Per questo serve curare rapidamente la ferita e provare a ricostruire una convivenza civile, ridimensionando le pulsioni identitarie e nazionaliste.

Per farlo serve un’Europa consapevole che punti sulla pace e non sul RIARMO. Che non voglia vincere, né punire i russi. Un’Europa realista che sappia mediare e ricucire. Soprattutto ricucire, come un bravo chirurgo, magari ispirandosi al pacifismo umanitario di Gino Strada. Magari ascoltando le parole di Leone XIV che ha detto:

“Non si chiami 'difesa' un RIARMO che aumenta tensione e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.

giovedì 28 maggio 2026

LA GERMANIA OGGI

C’è una giornalista tedesca, Costanze Reuscher, che da oltre trent'anni fa la corrispondente per i giornali tedeschi dall’Italia, dove vive con il marito (italiano di Sicilia) e i figli. La giornalista oltre un anno fa decise di realizzare un lungo viaggio in Germania, dove ha una figlia che lavora e dove ha ancora parenti ed amici, e di raccontare il Paese per come le appare oggi. Dimenticavo: la Reuscher fa anche l’opinionista nella trasmissione “Propaganda live” di Diego Bianchi.

Alla fine di questo viaggio la Reuscher ha pubblicato un libro reportage, non facilmente definibile in poche parole, che si intitola “Maledetti tedeschi. Ritorno in un Paese diviso” (Rizzoli, 2026, p. 281, € 19). 

E' un testo composito che alterna una ricostruzione di memorie familiari, con il passato in parte nazista dei nonni (ma non di tutti), e di luoghi dell’infanzia e giovinezza con una serie di problemi e aspetti della Germania di oggi: aspetti che la Reuscher fa emergere da un certo numero di interviste a personaggi “minori” ma esemplari del suo paese di origine.

Il tutto in un continuo gioco di rimandi tra ieri e oggi.

Tra i temi che il viaggio tratta a più riprese ovviamente c’è anche quello dell’avanzata politica della destra populista e neonazista e della AfD che però è vissuta dalla giornalista con meno ansia e preoccupazione (ma anche con minore profondità di analisi) de “La Peste” di Tonia Mastrobuoni.

Accanto alle tematiche squisitamente politiche (con annotazioni anche sui Verdi, la CDU, la Spd e i liberali), ecco gli aspetti collegati alla transizione energetica, alla crisi industriale, ecc.

Ma poi uno sguardo attento su come funzionano i servizi pubblici oggi e tra questi il peggioramento di quell’ex fiore all’occhiello che erano le ferrovie pubbliche tedesche, che in più occasioni la Reuscher sostiene essere in peggiori condizioni (soprattutto per la puntualità, le soppressioni, ecc.) rispetto a quelle italiane.

Ma non mancano riflessioni su problemi indotti dai flussi migratori, l’accoglienza degli stranieri, tutta la problematica affrontata anche da Speccher sulla denazificazione della Germania, la trasformazione della società in un insieme sempre più variegato e plurale, i cambiamenti delle città che ha conosciuto bene ed amato molto (Amburgo, Brema in particolare), fino alle novità indotte in Germania dalla guerra in Ucraina. E ancora il filoatlantismo da ridefinire, il RIARMO che è stato avviato, il razzismo di ritorno, i complessi dolorosi rapporti con lo stato di Israele e gli orientamenti del mondo giovanile.

In sostanza, pur con un tono colloquiale e non saggistico, il viaggio consente alla Reuscher di aggiornarsi e di aggiornarci sullo stato di salute della principale grande nazione dell’Unione Europea.

Un testo scritto con una penna non seriosa, che però trasporta il lettore nelle principali criticità del Paese, offrendogli un'interpretazione tutto sommato non pessimista dei mutamenti in atto.

E' la terza lettura consigliata del circolo di saggistica di UTEL per l’incontro di venerdì 29 all’Utel alle 17,30.

LA GUERRA DI BRECHT RACCONTATA DAGLI “EROI” DI UTEL

Dopo uno spettacolo shakespeariano prodotto ad aprile, gli “eroici” attori di Utel, guidati da Dario Marconcini e Giovanna Daddi, in poco più di un mese si sono audacemente cimentati con alcune pagine brechtiane dedicate soprattutto alla guerra scatenata da Hitler in Europa. Testi classici, parole drammaticamente attuali, battute graffianti, ballate tristissime, montate con la sapienza di Marconcini, in parte lette, in parte recitate. Senza la musica di Kurt Weill e in uno spazio improvvisato. In una situazione scarna, ma che forse non sarebbe dispiaciuta a Brecht.

E' dunque in questo spazio povero, ma evocativo, che gli attori di Utel hanno recitato il monologo di Jenny la rossa e quello di Mackie Messer  e la tragica poesia del fratello aviatore e la ballata della sposa di guerra; e ricordato i sogni folli dell’imbianchino che tanto richiamano le stupide dichiarazioni di oggi di un immigrato tedesco che trasformato in un palazzinaro americano ha imbambolato gli yankees e, con un linguaggio alla Mackie Messer, si è impossessato della Casa Bianca, dei suoi affari e del suo arsenale atomico. Un oggettino ben più pericoloso e letale del coltello di Mackie. Che Dio abbia pietà di noi.

Credo che chiunque conosca il lavoro di Marconcini e Daddi, il loro infinito amore per il teatro e per gli attori, il coraggio con cui si presentano in scena e la passione formativa che rivolgono verso tutti coloro che vogliono fare il teatro, non possa meravigliarsi dei risultati straordinari, al limite del miracoloso, che la coppia pontederese ha ottenuto anche presso l’UTEL. E credo che gli attori della compagnia degli "Eroi" siano stati davvero fortunati ad avere la possibilità di realizzare un percorso formativo e un incontro culturale come questo.

Ovviamente partire dalle parole di Shakespeare o di Brecht aiuta a volare alto. Sorregge anche una dizione in alcuni un po' così e così, perfino un po' smemorina o una lettura sottotono.

Ma la magia del testo, la finzione teatrale, l’illusione di recitare in un grande teatro davanti ad un pubblico attento e non distratto, tutto questo funziona. Così il Brecht che Marconcini ha frequentato per decenni prende forma. Si materializza il  fantasma del drammaturgo tedesco e ci spara parole di verità (“quando un esercito marcia, alla sua testa marciano i nemici”). Una verità che si incrocia con un archetipo umano come la guerra e che non ha bisogno di spiegazioni. Le parole sono pallottole che raggiungono dritte il cuore e il cervello e fanno riflettere, se uno le ascolta con attenzione.

Davvero un regalo prezioso quello che Marconcini ci ha fatto insieme alla compagnia degli “Eroi’ di Utel.

mercoledì 27 maggio 2026

I CONTI CON LA STORIA

E' sempre difficile fare i conti con la propria storia personale, figuriamoci con quella di un popolo e di una nazione. Per non parlare poi di una nazione come la Germania nel suo periodo più buio, quello del Terzo Reich. Eppure lo storico, filosofo e collaboratore di vari istituti sulla memoria dell’Olocausto di Berlino, Tommaso SPECCHER, ci ha provato in un volume non lungo ma denso di annotazioni e riflessioni intitolato “La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo” (Laterza, 2022, p. 179). Un volume che, nei suoi contenuti, è molto più prudente e meno altisonante del titolo che lo accompagna.

Il testo analizza molti aspetti del necessario rendiconto. Dalla punizione dei criminali nazisti che si macchiarono di delitti di massa e atroci fino all'ampio fenomeno di collaborazionismo attivo ai crimini del regime che coinvolse esercito, polizie, magistratura e tutti gli altri apparati statali (incluso quello scolastico e formativo). Le punizioni, sulla scia del processo di Norimberga, e la denazificazione negli anni 1945-75 ci furono, ma, come documenta Speccher, furono un fenomeno parziale e pieno di buchi e di contraddizioni, per varie ragioni che non è difficile immaginare e che Speccher richiama nel suo studio. Inoltre il processo di denazificazione ebbe perfino due facce diverse, condizionate anche dai vincitori: una nella Germania dell’ovest (controllata da inglesi e americani) e una nella DDR (sotto il controllo dell’URSS).

E tuttavia, pur nella caotica situazione della Guerra fredda, dove le due Germanie si riposizionarono e cercarono di trovare un proprio ruolo (pur rimanendo a sovranità largamente condizionata), lo sforzo di punire i colpevoli dei crimini più efferati e di liberarsi di funzionari pubblici compromessi ci fu; e tra i protagonisti di questo sforzo Speccher tratteggia (nella RFT) la decisiva figura del giurista e giudice Fritz Bauer.

Più complesso fu il lavoro di costruzione di una politica pubblica e di una retorica ufficiale che rendesse ragione della memoria collettiva sul nazismo. Qui la ricostruzione di Speccher (che va dalle posizioni di Adenauer a quelle di Brandt e poi di Kohl e infine della Merkel) è più frastagliata. Anche perché deve prendere atto di una pluralità di approcci politici e culturali (conservatori e progressisti, cristiani, liberali e socialisti) presenti e intrecciati nella società tedesca, a cui si è aggiunto anche il tentativo della estrema destra di ridurre a poca cosa se non addirittura a negare molti dei crimini nazisti.

Inoltre il rapporto tra i tedeschi e il loro passato nazista è variato nel tempo, col tramontare delle generazioni più direttamente coinvolte nella propaganda del regime e con l'avvento dal ‘68 in poi di generazioni non compromesse. Questo mutamento ha coinvolto anche la percezione del senso di colpa rispetto allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze sottoposte alla feroce repressione del Terzo Reich (omosessuali, sinti, rom, disabili, ecc). 

Poi, soprattutto dagli anni ‘80 e ‘90, con il crollo del Muro di Berlino, la riunificazione delle due Germanie e l’apertura di archivi fino a quel momento inaccessibili, l’indagine sul nazismo e sulla sua tragica storia ha ripreso vigore e ha trovato forse la massima espressione (oltre che in una serie di importanti studi e dibattiti storici) nella costruzione a Berlino, tornata capitale della Germania, del monumento alla memoria della Shoah, con 2711 steli: il tutto a tre passi dal Parlamento, in spazi dove sorgeva un tempo la cancelleria di Hitler.

Segnalo questo volume, la cui lettura è estremamente illuminante anche per gli italiani (e il nostro rapporto col fascismo), perché è uno dei testi che sarà discusso nel circolo del lettori di saggistica di UTEL il prossimo 29 maggio.

martedì 26 maggio 2026

PRODI A PONTEDERA PER SOSTENERE IL RIARMO EUROPEO

Capita che le ACLI pontederesi e la TAVOLA DELLA PACE della Valdera, sostenute da diversi comuni della zona e col patrocinio del Comune di Pontedera, organizzino un dibattito sulla “politica della difesa europea” e chiamino a sostenere le tesi del RIARMO europeo Romano Prodi.

Ora si dà il caso che Romano Prodi sia stato, tra le altre cose, il presidente della Commissione Europea (1999-2004) proprio quando la NATO decise di inglobare nel proprio impero “pacifico”, dopo il collasso dell’Urss, gli stati europei dell’est. E si dà il caso che quando la NATO “suggerì” all’Unione Europea di inserire gli stessi stati anche dentro l’UE, Prodi obbedì senza prevedere (?) le conseguenze geopolitiche di quella mossa. Così Polonia, Ungheria, repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania, durante la sua presidenza della Commissione, divennero anche membri della UE.

Ma l'inserimento nella NATO e nella UE degli ex paesi del patto di Varsavia non piacque molto alla Russia putiniana e lo stesso Papa Francesco qualche annetto dopo (scoppiata la guerra in Ucraina) stigmatizzò la “pacifica” avanzata di NATO e UE verso Est, usando la metafora dei famosi cani che erano andati ad abbaiare alle porte del Cremlino.

Quanto a Prodi, dopo l’avvio del conflitto in Ucraina e dopo il mutamento delle posizioni Usa nei confronti della Russia, è stato tra i primi a riprendere la proposta di costruire un forte esercito europeo ovviamente accompagnato da una adeguata politica di RIARMO.

“Se l’Europa avesse avuto nel 2022 un proprio forte esercito, Putin non avrebbe attaccato l’Ucraina”, ha ripetuto più volte Prodi negli ultimi tempi. E qualcosa del genere immagino ridirà anche al Teatro Era.

In questo modo l’ex leader dell’Ulivo e della Commissione UE si dimostra fedele al motto degli antichi romani “si vis pacem, para bellum", ma al tempo stesso si rivela distante anni luce dalle dichiarazioni contro la guerra di papa Francesco e di Papa Leone XIV che in quel motto latino non si sono mai riconosciuti.

“Non si chiami 'difesa' un RIARMO che aumenta tensione e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Questo ha detto Leone XIV pochi giorni fa in Sapienza a Roma. Parole forti e inequivocabili.

Ora non sarà certo un agnostico come me a sottolineare che il cattolico Prodi sembra più propenso ad ascoltare le parole dei Cesari che non quelle dei vicari di Cristo. Tocca a lui a vedersela con la propria coscienza. Così come toccherà a chi lo ha invitato a parlare a Pontedera di esercito europeo fare i conti con la propria.

Mi auguro solo che i PACIFISTI pontederesi esplicitino un pacifico e rispettoso dissenso contro le posizioni RIARMISTE sostenute anche da Prodi, sposando in toto le parole di Leone XIV.

“Non si chiami 'difesa' un RIARMO che aumenta tensione e insicurezza..”. Parole simili a specchi, su cui non è possibile arrampicarsi per giustificare alcuna forma di RIARMO. Anche se certo qualcuno ci proverà.