sabato 15 agosto 2026

LA RETORICA STORIA NAZIONALE E LE FAZIONI

Il fazionismo dilagante induce i media a presentare all’opinione pubblica retoriche storiche nazionali differenti. Per la stessa ragione e per le diverse esperienze vissute, risultano impossibili memorie nazionali condivise, in grado di costituire una sola retorica pubblica permanente.

Naturalmente tutti vorrebbero che tutti concordassero con la loro versione della storia nazionale. Ma siccome tutte le fazioni sono molto faziose e hanno elaborato, come le contrade del palio di Siena, delle loro versioni della storia, la concordanza tra queste storie è soggettivamente impossibile e le polemiche invece sono pane quotidiano.

Ne discende che le chiacchiere sull’esigenza di una storia nazionale condivisa e soprattutto quelle sulla necessità di memorie condivise risultano il più fasullo tra gli argomenti che le istituzioni pubbliche, i politici e i loro specchietti informativi, e quindi il cittadino comune, si rilanciano all’infinito senza produrre niente.

Certo è impossibile per i faziosi fazionisti (e per i loro specchietti informativi) ammettere che la loro è solo una versione di parte e che la versione vera o non esiste o è la somma delle varie avverse versioni o è altro ancora. 

Basti pensare all’eterna querelle sulla “questione meridionale” che riempie intere biblioteche e continua a produrre diverse pubblicazioni per lo più faziose.

Un interessante studio sulle mille divisioni nazionali, intitolato “Fratture d’Italia (titolo originale ‘Divided Country’)”, Rizzoli, 2009, pp. 553, scritto da uno storico inglese, John Foot, allievo di Paul Ginsborg, mi pare offra un enorme materiale in questa direzione. Ma, per non mettere lo storico in imbarazzo, preciso che le conclusioni che ho tratto dalla lettura del testo sono frutto della mia interpretazione.

Ora, come ho cercato di dimostrare in altri post, il fazionismo italico non è un fenomeno contemporaneo, bensì di lunga durata e ha una grande capacità di rigenerarsi e rinnovarsi nel tempo. Incluso quello presente.

Ne deduco che l’Italia non avrà almeno nei prossimi due o trecento anni alcuna storia nazionale condivisa. E prevedo anche che al cambiare di maggioranze politiche governative e dei ministri dell’istruzione si avranno adattamenti e ritocchi ai manuali scolastici e alle relative linee guida per l’insegnamento della storia patria, mentre gli insegnanti di storia in classe continueranno a raccontare la storia nazionale secondo la faziosa fazione a cui aderiscono o a cui si sentono più vicini oppure seguendo le idee dell’autore del libro adottato.

Tutto questo però non è necessariamente un male, perché sia pure involontariamente in questa maniera il Paese continuerà a raccontare ai giovani una storia varia, divisa, cangiante e discorde che in fondo mi sembra essere l’identità profonda di questo paese, ammesso, e non concesso, che ce ne sia davvero una e che sia duratura.

Buon ferragosto.

martedì 11 agosto 2026

LA COALIZIONE DI CENTRO DESTRA E LE FAZIONI

Anche se il fazionismo è un comportamento accuratamente praticato pure a destra, gli alleati della Meloni (ieri di Berlusconi e ieri l’altro della DC) hanno più dimestichezza con le alleanze variegate (inclusi accordi e disaccordi incrociati, paralleli e perfino asimmetrici).

Detto ciò, va riconosciuto che i centrodestri hanno risolto in maniera semplice ma efficace il principale problema di una coalizione, ovvero quello della designazione del condottiero: il segretario del partito che prende più voti nelle urne diventa in automatico il leader della coalizione. Facile, no? E perfino democratico, se sì vuole, perché non obbliga nessuna faziosa fazione a inginocchiarsi prima del tempo di fronte al duce della coalizione.

E allora perché il centrosinistra non imita questa soluzione? Mistero.

Ma per quanto abbia assai brillantemente risolto il nodo del leader della coalizione, anche il centro destra resta un insieme di forze faziose, in continua competizione anche tra di loro, su una serie di temi specifici: le paure scatenate dei flussi migratori, il razzismo che le accompagna, la sicurezza individuale e sociale, un certo giustizialismo con tanto di vocazione autoritaria, la dialettica nazionale/locale, nonché il vincolo  europeo e il macigno del debito pubblico nazionale.

Solo sul vincolo/vassallaggio verso la NATO non ci sono tensioni, mentre le divisioni fioccano sullo spoil system e soprattutto sulle cordate di amici che ciascuna componente si porta dietro e a cui deve assegnare buoni posti nelle istituzioni pubbliche e buoni appalti (regola aurea questa che vale pari pari anche per i centrosinistri). 

E' sull’amichettismo che le fazioni spesso si scatenano, imbastendo tra di loro lotte opache ma non per questo meno dolorose e divisive. Perché faziosismo e amichettismo sono i due pilastri dell'antropologia politica del nostro paese. Non a caso la vecchia DC (erede di una millenaria esperienza cattolica romana) aveva inventato e praticava il Manuale Cencelli (ancora apprezzatissimo, pare) per gestire la cosa.

Quanto ai programmi di governo, le fazioni del centrodestra sembrano avere una maggiore capacità di negoziare su tutto, grazie a  un atteggiamento pragmatico e poco moraleggiante.

Le fazioni di centrodestra infatti hanno infatti meno vincoli ideologici e quindi un maggior ventaglio di scelte, adattandosi perciò meglio ai particolarismi e alle paure del Paese, che la destra non vuole cambiare ma cavalcare.

La cultura del centrodestra italiano infatti al di là di un blando cattolicesimo, di un nazionalismo asovranista, di un temperato autoritarismo (evidente nello scontro con la magistratura), di un liberalismo duttile, di un moderato localismo, di un razzismo debole ma persistente e di un individualismo familistico e aziendalista non esprime quasi altro.

Per questo organizza la propria egemonia soprattutto occupando, con amici fidati, i posti chiave dello Stato e delle istituzioni locali.

Le grandi idee del centrodestra non sembrano infatti in grado né di orientare né soprattutto di entusiasmare nessuno.

Tanto che se allo scontro politico italiano si togliessero le forti antipatie personali, la faziosità delle parti e l’uso abituale di darsi del fascista o dell’antifascista, rimarrebbe poco ad animare il nostro conflitto politico e il numero degli elettori e dei partecipanti alla vita pubblica scenderebbe ancora più in basso.

Certo il generale Vannacci potrebbe scompaginare i giochi, ma..

domenica 9 agosto 2026

IL DILEMMA UCRAINO E LE PRIMARIE DEL CENTRO SINISTRA

In un emblematico fondo di oggi su “Repubblica” Ezio Mauro evoca uno spettro: quello che Giuseppe Conte possa vincere le primarie del centrodinistra e imporre un cambio radicale nella politica estera italiana, inducendo modifiche anche nel contesto europeo in merito al sostegno all’Ucraina e al piano di riarmo con ulteriori debiti connessi. Uno scenario apocalittico per l’editorialista di “Repubblica”.

Eppure è esattamente quello che Conte sta cercando di far accadere.

Ma, ripeto, per Mauro e, immagino, per i suoi lettori repubblicani una vittoria di Conte sarebbe una catastrofe. Sposterebbe tutto il centro sinistra italiano tra i putiniani e favorirebbe semmai una pace ingiusta, perché a vantaggio della supremazia coloniale russa rispetto all'indipendentismo democratico dell’Ucraina.

E tuttavia Mauro avverte onestamente che il popolo di centro sinistra, stufo e stanco di questa guerra costosa e infinita, potrebbe essere tentato di premiare Conte proprio per questa scelta di campo.

Ma, fa capire sempre lui, il popolo di centrosinistra sbaglierebbe a comportarsi così e ..

E niente. Ezio Mauro non tira la fila del suo ragionamento e non si chiede che cosa diavolo succederebbe se insomma il popolo di centrosinistra alle primarie scegliesse democraticamente le tesi pacifiste e poco riarmiste di Conte rispetto alle scelte pacifiste e più riarmiste della Schlein.

Ipotesi plausibile. A Pontedera ad es. almeno una sezione del PD ha messo nero su bianco (e sui social) che non apprezza molto le tesi della Schlein su Ucraina e RIARMO e ha lasciato intendere che su questo punto si riconosce di più nelle tesi di Conte.

Certo da qui a scegliere Conte alle primarie ce ne corre. C'è da tradire la fedeltà alla propria fazione, ecc.ecc.

Ma cosa succederebbe se il popolo di centrosinistra votasse davvero, magari con una maggioranza risicata, contro Schein (e la Repubblica) e incoronasse come leader della coalizione Conte?

Nessuno può saperlo con sicurezza.

Certo Ezio Mauro e il grosso dei lettori di Repubblica ne soffrirebbero.

Ma a parte questo, il resto del PD (ovvero la sua convinta anima riarmista e antirussa) sosterrebbe convintamente le posizioni pacifiste e antiriarmiste di Conte o gli farebbe tutti gli sgambetti possibili per costringerlo a rimangiarsi le sue scelte alle primarie e a riallinearsi alle posizioni Nato-Europee sull’Ucraina e sulle scelte riarmiste?

E c’è davvero qualcuno che può credere che se la Schlein perdesse le primarie a favore di Conte, il PD e la stessa Schlein accetterebbero di portare acqua al mulino di Conte? 

E “Repubblica” accetterebbe di sostenere un centrosinistra a trazione Conte?

venerdì 7 agosto 2026

 LE FAZIONI E LA COALIZIONE DI CENTRO SINISTRA

Il faziosismo italico trova le sue radici antiche nel “particularismo” guicciardiniano che ha convissuto per secoli, ma con meno fortuna letteraria, col bisogno del “principe/duce” di Machiavelli (antesignano, quest’ultimo, del fabbisogno degli uomini o delle donne forti di oggi). Due tendenze che caratterizzano tutti gli staterelli italiani rimasti nel tempo (e non a caso) deboli e vassalli di Spagna, di Francia e di Austria, nonché incapaci di coalizzarsi tra di loro.

Ma la dialettica particolarismo/ducismo, sempre accompagnata dal vassallaggio verso un paese imperiale e dominante (oggi gli Usa), si legge bene anche nelle vicende attuali.

Si prenda ed es. la vecchia o la nuova legge elettorale italiana che obbliga le 10 o 12 principali fazioni politiche italiane a coalizzarsi tra di loro, pena non contare nulla.

Bene, che cosa ci dicono gli incontri al caminetto dei vari leader del centro sinistra?

1 Che c’è una sostanziale difficoltà a fare accordi politici e programmatici tra fazioni che pure sostengono di appartenere ad una medesima area politico-culturale.

2 Che per coalizzarsi c'è bisogno di trovare un principe o una principessa che abbia la capacità di fare quella sintesi che le faziose fazioni da sole non riescono a produrre.

3 Che questo principe (o principessa) non lo possono scegliere i rappresentanti delle fazioni, ma bisogna ricorrere direttamente al popolo (con le primarie).

Invece cosa non dicono i leader del centrosinistra?

4 Che il duce del campo largo, data la grande faziosità delle fazioni politiche che lo "sostengono" e la loro alta infedeltà, sarà sempre un re travicello, anche se eletto con le primarie e a furor di popolo.

5 Che le fazioni continueranno a fare quello che vogliono nonostante gli accordi di coalizione.

6 Che il vassallaggio verso gli Usa resterà obbligatorio per chiunque venga eletto re travicello del centrosinistra.

Del resto, se non fossero obbligate a farlo dalla legge elettorale e dall'antipatia nutrita verso il centrodestra, le fazioni del centro sinistra non si coalizzerebbero mai tra di loro. Cooperare non è vantaggioso per gli interessi particolari delle singole fazioni e dei loro leader.

Per questo la coalizione di centrosinistra resterà un soggetto fragile, composito e rissoso, con tutte le inevitabili conseguenze.

E non c'è un rimedio per questo? Non lo so. Io non lo vedo.

Quanto al centro destra, si rimanda al prossimo post.

martedì 4 agosto 2026

SUL FAZIOSISMO ITALIANO

Chiunque sappia un po' di Italia o ascolti qualche volta le rassegne stampa dei quotidiani sa che gli italiani sono molto diversi tra di loro per idee, sentimenti e opinioni. Politica ovviamente inclusa.

Abitano gli italiani stupende città e terre ricche di bellezze e varietà, dove ogni autoctono apprezza le proprie bellezze e si riconosce nelle proprie diversità.

Forse anche per questo gli italiani sono così vari, divisi (persino dentro le stesse città) e discordi (su quasi tutto).

Qui tutti pensano di aver ragione e ritengono che chi non la pensa come loro sbagli (o peggio, sia proprio uno str…).

E fin qui, da ultrasettantenne e con qualche lettura di testi di storia e sociologia sulle spalle, niente di strano.

Per me questa infinita varietà biopolitica è ricchezza. Anche se non tutta mi piace. E comunque ne riconosco la cocciuta realtà.

Mi meraviglia invece chi continua a meravigliarsi che il pluralismo congenito e ben coltivato degli  italiani non consenta riduzionismi culturali e politici (qualunque legge elettorale si adotti), né permetta un vero dialogo tra i diversi punti di vista e a volte neppure tra soggetti affini, coalizzati o coalizzandi che siano.

Neppure il cattolicesimo, né il comunismo del resto hanno mai nazionalizzato il paese e uniformato il dibattito pubblico. L’unico che andò vicino a farlo fu il fascismo, ma al prezzo di una sconfitta catastrofica che ha reso l’Italia priva di sovranità nazionale da oltre 80 anni (condizione di cui, per altro, non si vede la fine).

Ovviamente i faziosi italiani non possono accettare il pluralismo come una risorsa. Non possono elaborare una visione condominiale della politica. Sarebbe inciucio. Sarebbe trasformismo. Non civile negoziato tra cittadini condomini che hanno visioni e progettualità diverse ma che debbono gestire al meglio il loro Paese/condominio. Da noi qualcuno deve sempre vincere qualche elezione e decidere senza negoziare coi vinti una parte delle decisioni da prendere. 

Eppure è sempre più evidente (la bassa affluenza elettorale lo dimostra scientificamente) che a vincere sono sempre di più (in parlamento, nelle regioni e nei comuni) minoranze, nessuna delle quali può sostenere in buona fede di rappresentare davvero la maggioranza del sentimento nazionale o regionale e neppure locale. Sentimento nazionale, regionale e locale che esaminando le oltre 100 testate giornalistiche (tra nazionali e locali) si conferma misto, plurale, multiforme e perfino rissoso. 

Ma questo non conta. Le varie faziose frazioni culturali e politiche italiane continuano tutte a pensarsi come le migliori e si ingegnano a ridimensionare le altre faziose fazioni in un'impresa degna di Sisifo.

Invece del negoziato tra diversi, nel Paese si coltiva scientificamente il faziosismo. Erba malefica che attecchisce con facilità dappertutto. 

Peccato che questo renda più complicato il nostro sviluppo sociale ed economico e praticamente impossibile la conquista di una maggiore dignità nazionale (quanto al recupero della sovranità…).

domenica 5 luglio 2026

IL 4 DI LUGLIO FESTA DELLA LIBERA SERVITU’?

Certe vocazioni degli italiani non si smentiscono mai. Chiunque ci governi o sia all’opposizione. Perché uno degli articoli non scritti della più bella Costituzione del mondo è che gli americani ci hanno liberato coi loro eserciti dal nazifascismo 80 anni fa e noi gli dobbiamo gratitudine eterna e dovremo rimanere loro vassalli per sempre. Da certe liberazioni insomma non ci si può liberare.

Anche quando i liberatori ci prendono a schiaffi o fanno guerre di cui ci fanno pagare, in parte almeno, i costi (leggi ieri la guerra in Vietnam e in Iraq e oggi quella in Iran). 

Anche quando i liberatori si permettono di sbeffeggiarci in mondovisione, smentendo platealmente le dichiarazioni del nostro governo e della nostra ex underdog sulla partecipazione a guerre che non abbiamo voluto e di cui siamo stati informati a cose fatte.

Il nostro servilismo è superiore alle loro offese.

Persino quando il governo lo guidano gli spiritosi eredi degli sconfitti del 1945, che un po' sovranisti dicono di essere. Ma quando mai.

Così se per il 4 di luglio gli americani invitano la longpremier a villa Taverna per la festa del loro 250esimo compleanno, la massima distanza che la sbeffeggiata e non ricattabile Meloni può prendere dagli Usa è quella di mandare al suo posto l’amata sorella Arianna: un gesto che negli annali sarà registrato come equivalente a 10 Sigonelle, mentre la presenza di Tajani e Salvini non verrà neppure ricordata, vista l’assoluta insignificanza dei due vice longpremier.

Quanto alle opposizioni, per non essere da meno dei governanti, eccole inviare in villa uomini e donne di seconda se non terza scelta. 

E' così che i leader italiani fanno capire a Trump e agli americani di che pasta frolla siano veramente fatti gli italiani.

Del resto che da Yalta in poi l’Italia sia un Paese desovranizzato è risaputo. E, studenti a parte, tutti sanno che il crollo del muro di Berlino ha dato modo solo ai paesi dell’Est di liberarsi dal giogo dei Russi e solo per sostituirlo volontariamente col giogo della NATO.

Mentre agli europei occidentali e a noi italiani in particolare la possibilità di liberarci della NATO non è concessa. Perché noi nella NATO, dove non contiamo proprio niente ma ci sentiamo sicuri e protetti, ci stiamo volentierissimo. E nessuno, a parte i matti, vuole uscirne. Come la presenza di tutti i partiti (dell'arco costituzionale e oltre) alla festa del 4 di luglio sta lì a confermare.

E i dazi di Trump?, direte voi. Piccole cose! Alla fine ci faranno bene.

E i maggiori costi della NATO da sostenere? In qualche modo li aggireremo.

E la guerra in Iran e l’aumento dei carburanti e dell’energia? Passerà.

E gli sbeffeggiamenti di Trump verso il nostro paese e i suoi leader? Temporali estivi.

Insomma viva il 4 di luglio, festa della nostra libera servitù.

sabato 4 luglio 2026

FINALMENTE IL GIARDINO DI VILLA CRASTAN È APERTO

Lo so, a volte mi accontento di poco. Ma giuro che la visione del cartello sgangherato apparso ieri mattina sulla porticina della Villa Crastan mi ha procurato davvero una piccola soddisfazione.

Come vecchietto da tastiera ho scritto almeno una decina di post su fb in circa due anni contro la chiusura del giardino, chiedendo un orario settimanale chiaro per il giardino della villa Crastan e non era successo nulla. Così come avevo fatto notare che la Villa era stata data in uso ad un soggetto privato senza che fosse nota la convenzione, né si sapesse se veniva pagato qualcosa per quell’uso.

Poi c’erano state le interpellanze dei consiglieri della destra in consiglio comunale e anche loro sembrava che non avessero ottenuto nulla sull’apertura del giardino della Villa.

Così quando ieri mattina ho trovato la porticina aperta della villa Crastan e soprattutto ho visto l’inaspettato cartello, dai, è stata un'emozione. Piccola, certo. Ma che mi ha ripagato del tempo e dell’impegno civico che ci vuole a star dietro agli eventi pubblici e a studiare gli atti e a scrivere testi per dare voce alla piccola protesta. A sopportare tutti quelli che ti dicono cosa lo fai a fare. Tanto chi comanda fa quello che gli pare.

Invece, dopo tre anni che era stato assegnato in gestione alla Fondazione Cultura e la Fondazione lo aveva aperto solo in occasione di pochi eventi particolari, il giardino mostra oggi un orario settimanale.

Ok, diranno i cittadini sospettosi e scettici di Pontedera, ma è un cartello infilato tra le stecche dalla porticina. E' un foglio A4 plastificato. Ha un’aria assolutamente provvisoria. Sembra una tipica trovata estiva per poter sostenere che il giardino è aperto e poi magari richiuderlo a settembre o a ottobre (coi primi sospirati freddi). L’orario non è continuativo. Sono solo 6 ore giornaliere. Il sabato e la domenica il giardino resterà comunque chiuso. Non dice fino a quando tale orario durerà. Sembra insomma un contentino per i cittadini beoti. Ok, ok, ma anche Roma, come diceva mia nonna, non fu fatta in un giorno e la cosa importante è che il cartello testimonia che il giardino deve essere gestito in un certo modo. Soprattutto che deve essere aperto con un orario chiaro. Ufficiale. Anche minimo. Ma certo. 

Solo così il giardino è un bene pubblico in uso all’intera comunità.

E almeno per il tempo che durerà questa apertura merita di essere apprezzata.

Qualcuno troverà la cosa un po' gozzaniana? Why not.