sabato 15 agosto 2026

LA RETORICA STORIA NAZIONALE E LE FAZIONI

Il fazionismo dilagante induce i media a presentare all’opinione pubblica retoriche storiche nazionali differenti. Per la stessa ragione e per le diverse esperienze vissute, risultano impossibili memorie nazionali condivise, in grado di costituire una sola retorica pubblica permanente.

Naturalmente tutti vorrebbero che tutti concordassero con la loro versione della storia nazionale. Ma siccome tutte le fazioni sono molto faziose e hanno elaborato, come le contrade del palio di Siena, delle loro versioni della storia, la concordanza tra queste storie è soggettivamente impossibile e le polemiche invece sono pane quotidiano.

Ne discende che le chiacchiere sull’esigenza di una storia nazionale condivisa e soprattutto quelle sulla necessità di memorie condivise risultano il più fasullo tra gli argomenti che le istituzioni pubbliche, i politici e i loro specchietti informativi, e quindi il cittadino comune, si rilanciano all’infinito senza produrre niente.

Certo è impossibile per i faziosi fazionisti (e per i loro specchietti informativi) ammettere che la loro è solo una versione di parte e che la versione vera o non esiste o è la somma delle varie avverse versioni o è altro ancora. 

Basti pensare all’eterna querelle sulla “questione meridionale” che riempie intere biblioteche e continua a produrre diverse pubblicazioni per lo più faziose.

Un interessante studio sulle mille divisioni nazionali, intitolato “Fratture d’Italia (titolo originale ‘Divided Country’)”, Rizzoli, 2009, pp. 553, scritto da uno storico inglese, John Foot, allievo di Paul Ginsborg, mi pare offra un enorme materiale in questa direzione. Ma, per non mettere lo storico in imbarazzo, preciso che le conclusioni che ho tratto dalla lettura del testo sono frutto della mia interpretazione.

Ora, come ho cercato di dimostrare in altri post, il fazionismo italico non è un fenomeno contemporaneo, bensì di lunga durata e ha una grande capacità di rigenerarsi e rinnovarsi nel tempo. Incluso quello presente.

Ne deduco che l’Italia non avrà almeno nei prossimi due o trecento anni alcuna storia nazionale condivisa. E prevedo anche che al cambiare di maggioranze politiche governative e dei ministri dell’istruzione si avranno adattamenti e ritocchi ai manuali scolastici e alle relative linee guida per l’insegnamento della storia patria, mentre gli insegnanti di storia in classe continueranno a raccontare la storia nazionale secondo la faziosa fazione a cui aderiscono o a cui si sentono più vicini oppure seguendo le idee dell’autore del libro adottato.

Tutto questo però non è necessariamente un male, perché sia pure involontariamente in questa maniera il Paese continuerà a raccontare ai giovani una storia varia, divisa, cangiante e discorde che in fondo mi sembra essere l’identità profonda di questo paese, ammesso, e non concesso, che ce ne sia davvero una e che sia duratura.

Buon ferragosto.

martedì 11 agosto 2026

LA COALIZIONE DI CENTRO DESTRA E LE FAZIONI

Anche se il fazionismo è un comportamento accuratamente praticato pure a destra, gli alleati della Meloni (ieri di Berlusconi e ieri l’altro della DC) hanno più dimestichezza con le alleanze variegate (inclusi accordi e disaccordi incrociati, paralleli e perfino asimmetrici).

Detto ciò, va riconosciuto che i centrodestri hanno risolto in maniera semplice ma efficace il principale problema di una coalizione, ovvero quello della designazione del condottiero: il segretario del partito che prende più voti nelle urne diventa in automatico il leader della coalizione. Facile, no? E perfino democratico, se sì vuole, perché non obbliga nessuna faziosa fazione a inginocchiarsi prima del tempo di fronte al duce della coalizione.

E allora perché il centrosinistra non imita questa soluzione? Mistero.

Ma per quanto abbia assai brillantemente risolto il nodo del leader della coalizione, anche il centro destra resta un insieme di forze faziose, in continua competizione anche tra di loro, su una serie di temi specifici: le paure scatenate dei flussi migratori, il razzismo che le accompagna, la sicurezza individuale e sociale, un certo giustizialismo con tanto di vocazione autoritaria, la dialettica nazionale/locale, nonché il vincolo  europeo e il macigno del debito pubblico nazionale.

Solo sul vincolo/vassallaggio verso la NATO non ci sono tensioni, mentre le divisioni fioccano sullo spoil system e soprattutto sulle cordate di amici che ciascuna componente si porta dietro e a cui deve assegnare buoni posti nelle istituzioni pubbliche e buoni appalti (regola aurea questa che vale pari pari anche per i centrosinistri). 

E' sull’amichettismo che le fazioni spesso si scatenano, imbastendo tra di loro lotte opache ma non per questo meno dolorose e divisive. Perché faziosismo e amichettismo sono i due pilastri dell'antropologia politica del nostro paese. Non a caso la vecchia DC (erede di una millenaria esperienza cattolica romana) aveva inventato e praticava il Manuale Cencelli (ancora apprezzatissimo, pare) per gestire la cosa.

Quanto ai programmi di governo, le fazioni del centrodestra sembrano avere una maggiore capacità di negoziare su tutto, grazie a  un atteggiamento pragmatico e poco moraleggiante.

Le fazioni di centrodestra infatti hanno infatti meno vincoli ideologici e quindi un maggior ventaglio di scelte, adattandosi perciò meglio ai particolarismi e alle paure del Paese, che la destra non vuole cambiare ma cavalcare.

La cultura del centrodestra italiano infatti al di là di un blando cattolicesimo, di un nazionalismo asovranista, di un temperato autoritarismo (evidente nello scontro con la magistratura), di un liberalismo duttile, di un moderato localismo, di un razzismo debole ma persistente e di un individualismo familistico e aziendalista non esprime quasi altro.

Per questo organizza la propria egemonia soprattutto occupando, con amici fidati, i posti chiave dello Stato e delle istituzioni locali.

Le grandi idee del centrodestra non sembrano infatti in grado né di orientare né soprattutto di entusiasmare nessuno.

Tanto che se allo scontro politico italiano si togliessero le forti antipatie personali, la faziosità delle parti e l’uso abituale di darsi del fascista o dell’antifascista, rimarrebbe poco ad animare il nostro conflitto politico e il numero degli elettori e dei partecipanti alla vita pubblica scenderebbe ancora più in basso.

Certo il generale Vannacci potrebbe scompaginare i giochi, ma..

domenica 9 agosto 2026

IL DILEMMA UCRAINO E LE PRIMARIE DEL CENTRO SINISTRA

In un emblematico fondo di oggi su “Repubblica” Ezio Mauro evoca uno spettro: quello che Giuseppe Conte possa vincere le primarie del centrodinistra e imporre un cambio radicale nella politica estera italiana, inducendo modifiche anche nel contesto europeo in merito al sostegno all’Ucraina e al piano di riarmo con ulteriori debiti connessi. Uno scenario apocalittico per l’editorialista di “Repubblica”.

Eppure è esattamente quello che Conte sta cercando di far accadere.

Ma, ripeto, per Mauro e, immagino, per i suoi lettori repubblicani una vittoria di Conte sarebbe una catastrofe. Sposterebbe tutto il centro sinistra italiano tra i putiniani e favorirebbe semmai una pace ingiusta, perché a vantaggio della supremazia coloniale russa rispetto all'indipendentismo democratico dell’Ucraina.

E tuttavia Mauro avverte onestamente che il popolo di centro sinistra, stufo e stanco di questa guerra costosa e infinita, potrebbe essere tentato di premiare Conte proprio per questa scelta di campo.

Ma, fa capire sempre lui, il popolo di centrosinistra sbaglierebbe a comportarsi così e ..

E niente. Ezio Mauro non tira la fila del suo ragionamento e non si chiede che cosa diavolo succederebbe se insomma il popolo di centrosinistra alle primarie scegliesse democraticamente le tesi pacifiste e poco riarmiste di Conte rispetto alle scelte pacifiste e più riarmiste della Schlein.

Ipotesi plausibile. A Pontedera ad es. almeno una sezione del PD ha messo nero su bianco (e sui social) che non apprezza molto le tesi della Schlein su Ucraina e RIARMO e ha lasciato intendere che su questo punto si riconosce di più nelle tesi di Conte.

Certo da qui a scegliere Conte alle primarie ce ne corre. C'è da tradire la fedeltà alla propria fazione, ecc.ecc.

Ma cosa succederebbe se il popolo di centrosinistra votasse davvero, magari con una maggioranza risicata, contro Schein (e la Repubblica) e incoronasse come leader della coalizione Conte?

Nessuno può saperlo con sicurezza.

Certo Ezio Mauro e il grosso dei lettori di Repubblica ne soffrirebbero.

Ma a parte questo, il resto del PD (ovvero la sua convinta anima riarmista e antirussa) sosterrebbe convintamente le posizioni pacifiste e antiriarmiste di Conte o gli farebbe tutti gli sgambetti possibili per costringerlo a rimangiarsi le sue scelte alle primarie e a riallinearsi alle posizioni Nato-Europee sull’Ucraina e sulle scelte riarmiste?

E c’è davvero qualcuno che può credere che se la Schlein perdesse le primarie a favore di Conte, il PD e la stessa Schlein accetterebbero di portare acqua al mulino di Conte? 

E “Repubblica” accetterebbe di sostenere un centrosinistra a trazione Conte?

venerdì 7 agosto 2026

 LE FAZIONI E LA COALIZIONE DI CENTRO SINISTRA

Il faziosismo italico trova le sue radici antiche nel “particularismo” guicciardiniano che ha convissuto per secoli, ma con meno fortuna letteraria, col bisogno del “principe/duce” di Machiavelli (antesignano, quest’ultimo, del fabbisogno degli uomini o delle donne forti di oggi). Due tendenze che caratterizzano tutti gli staterelli italiani rimasti nel tempo (e non a caso) deboli e vassalli di Spagna, di Francia e di Austria, nonché incapaci di coalizzarsi tra di loro.

Ma la dialettica particolarismo/ducismo, sempre accompagnata dal vassallaggio verso un paese imperiale e dominante (oggi gli Usa), si legge bene anche nelle vicende attuali.

Si prenda ed es. la vecchia o la nuova legge elettorale italiana che obbliga le 10 o 12 principali fazioni politiche italiane a coalizzarsi tra di loro, pena non contare nulla.

Bene, che cosa ci dicono gli incontri al caminetto dei vari leader del centro sinistra?

1 Che c’è una sostanziale difficoltà a fare accordi politici e programmatici tra fazioni che pure sostengono di appartenere ad una medesima area politico-culturale.

2 Che per coalizzarsi c'è bisogno di trovare un principe o una principessa che abbia la capacità di fare quella sintesi che le faziose fazioni da sole non riescono a produrre.

3 Che questo principe (o principessa) non lo possono scegliere i rappresentanti delle fazioni, ma bisogna ricorrere direttamente al popolo (con le primarie).

Invece cosa non dicono i leader del centrosinistra?

4 Che il duce del campo largo, data la grande faziosità delle fazioni politiche che lo "sostengono" e la loro alta infedeltà, sarà sempre un re travicello, anche se eletto con le primarie e a furor di popolo.

5 Che le fazioni continueranno a fare quello che vogliono nonostante gli accordi di coalizione.

6 Che il vassallaggio verso gli Usa resterà obbligatorio per chiunque venga eletto re travicello del centrosinistra.

Del resto, se non fossero obbligate a farlo dalla legge elettorale e dall'antipatia nutrita verso il centrodestra, le fazioni del centro sinistra non si coalizzerebbero mai tra di loro. Cooperare non è vantaggioso per gli interessi particolari delle singole fazioni e dei loro leader.

Per questo la coalizione di centrosinistra resterà un soggetto fragile, composito e rissoso, con tutte le inevitabili conseguenze.

E non c'è un rimedio per questo? Non lo so. Io non lo vedo.

Quanto al centro destra, si rimanda al prossimo post.

martedì 4 agosto 2026

SUL FAZIOSISMO ITALIANO

Chiunque sappia un po' di Italia o ascolti qualche volta le rassegne stampa dei quotidiani sa che gli italiani sono molto diversi tra di loro per idee, sentimenti e opinioni. Politica ovviamente inclusa.

Abitano gli italiani stupende città e terre ricche di bellezze e varietà, dove ogni autoctono apprezza le proprie bellezze e si riconosce nelle proprie diversità.

Forse anche per questo gli italiani sono così vari, divisi (persino dentro le stesse città) e discordi (su quasi tutto).

Qui tutti pensano di aver ragione e ritengono che chi non la pensa come loro sbagli (o peggio, sia proprio uno str…).

E fin qui, da ultrasettantenne e con qualche lettura di testi di storia e sociologia sulle spalle, niente di strano.

Per me questa infinita varietà biopolitica è ricchezza. Anche se non tutta mi piace. E comunque ne riconosco la cocciuta realtà.

Mi meraviglia invece chi continua a meravigliarsi che il pluralismo congenito e ben coltivato degli  italiani non consenta riduzionismi culturali e politici (qualunque legge elettorale si adotti), né permetta un vero dialogo tra i diversi punti di vista e a volte neppure tra soggetti affini, coalizzati o coalizzandi che siano.

Neppure il cattolicesimo, né il comunismo del resto hanno mai nazionalizzato il paese e uniformato il dibattito pubblico. L’unico che andò vicino a farlo fu il fascismo, ma al prezzo di una sconfitta catastrofica che ha reso l’Italia priva di sovranità nazionale da oltre 80 anni (condizione di cui, per altro, non si vede la fine).

Ovviamente i faziosi italiani non possono accettare il pluralismo come una risorsa. Non possono elaborare una visione condominiale della politica. Sarebbe inciucio. Sarebbe trasformismo. Non civile negoziato tra cittadini condomini che hanno visioni e progettualità diverse ma che debbono gestire al meglio il loro Paese/condominio. Da noi qualcuno deve sempre vincere qualche elezione e decidere senza negoziare coi vinti una parte delle decisioni da prendere. 

Eppure è sempre più evidente (la bassa affluenza elettorale lo dimostra scientificamente) che a vincere sono sempre di più (in parlamento, nelle regioni e nei comuni) minoranze, nessuna delle quali può sostenere in buona fede di rappresentare davvero la maggioranza del sentimento nazionale o regionale e neppure locale. Sentimento nazionale, regionale e locale che esaminando le oltre 100 testate giornalistiche (tra nazionali e locali) si conferma misto, plurale, multiforme e perfino rissoso. 

Ma questo non conta. Le varie faziose frazioni culturali e politiche italiane continuano tutte a pensarsi come le migliori e si ingegnano a ridimensionare le altre faziose fazioni in un'impresa degna di Sisifo.

Invece del negoziato tra diversi, nel Paese si coltiva scientificamente il faziosismo. Erba malefica che attecchisce con facilità dappertutto. 

Peccato che questo renda più complicato il nostro sviluppo sociale ed economico e praticamente impossibile la conquista di una maggiore dignità nazionale (quanto al recupero della sovranità…).

domenica 5 luglio 2026

IL 4 DI LUGLIO FESTA DELLA LIBERA SERVITU’?

Certe vocazioni degli italiani non si smentiscono mai. Chiunque ci governi o sia all’opposizione. Perché uno degli articoli non scritti della più bella Costituzione del mondo è che gli americani ci hanno liberato coi loro eserciti dal nazifascismo 80 anni fa e noi gli dobbiamo gratitudine eterna e dovremo rimanere loro vassalli per sempre. Da certe liberazioni insomma non ci si può liberare.

Anche quando i liberatori ci prendono a schiaffi o fanno guerre di cui ci fanno pagare, in parte almeno, i costi (leggi ieri la guerra in Vietnam e in Iraq e oggi quella in Iran). 

Anche quando i liberatori si permettono di sbeffeggiarci in mondovisione, smentendo platealmente le dichiarazioni del nostro governo e della nostra ex underdog sulla partecipazione a guerre che non abbiamo voluto e di cui siamo stati informati a cose fatte.

Il nostro servilismo è superiore alle loro offese.

Persino quando il governo lo guidano gli spiritosi eredi degli sconfitti del 1945, che un po' sovranisti dicono di essere. Ma quando mai.

Così se per il 4 di luglio gli americani invitano la longpremier a villa Taverna per la festa del loro 250esimo compleanno, la massima distanza che la sbeffeggiata e non ricattabile Meloni può prendere dagli Usa è quella di mandare al suo posto l’amata sorella Arianna: un gesto che negli annali sarà registrato come equivalente a 10 Sigonelle, mentre la presenza di Tajani e Salvini non verrà neppure ricordata, vista l’assoluta insignificanza dei due vice longpremier.

Quanto alle opposizioni, per non essere da meno dei governanti, eccole inviare in villa uomini e donne di seconda se non terza scelta. 

E' così che i leader italiani fanno capire a Trump e agli americani di che pasta frolla siano veramente fatti gli italiani.

Del resto che da Yalta in poi l’Italia sia un Paese desovranizzato è risaputo. E, studenti a parte, tutti sanno che il crollo del muro di Berlino ha dato modo solo ai paesi dell’Est di liberarsi dal giogo dei Russi e solo per sostituirlo volontariamente col giogo della NATO.

Mentre agli europei occidentali e a noi italiani in particolare la possibilità di liberarci della NATO non è concessa. Perché noi nella NATO, dove non contiamo proprio niente ma ci sentiamo sicuri e protetti, ci stiamo volentierissimo. E nessuno, a parte i matti, vuole uscirne. Come la presenza di tutti i partiti (dell'arco costituzionale e oltre) alla festa del 4 di luglio sta lì a confermare.

E i dazi di Trump?, direte voi. Piccole cose! Alla fine ci faranno bene.

E i maggiori costi della NATO da sostenere? In qualche modo li aggireremo.

E la guerra in Iran e l’aumento dei carburanti e dell’energia? Passerà.

E gli sbeffeggiamenti di Trump verso il nostro paese e i suoi leader? Temporali estivi.

Insomma viva il 4 di luglio, festa della nostra libera servitù.

sabato 4 luglio 2026

FINALMENTE IL GIARDINO DI VILLA CRASTAN È APERTO

Lo so, a volte mi accontento di poco. Ma giuro che la visione del cartello sgangherato apparso ieri mattina sulla porticina della Villa Crastan mi ha procurato davvero una piccola soddisfazione.

Come vecchietto da tastiera ho scritto almeno una decina di post su fb in circa due anni contro la chiusura del giardino, chiedendo un orario settimanale chiaro per il giardino della villa Crastan e non era successo nulla. Così come avevo fatto notare che la Villa era stata data in uso ad un soggetto privato senza che fosse nota la convenzione, né si sapesse se veniva pagato qualcosa per quell’uso.

Poi c’erano state le interpellanze dei consiglieri della destra in consiglio comunale e anche loro sembrava che non avessero ottenuto nulla sull’apertura del giardino della Villa.

Così quando ieri mattina ho trovato la porticina aperta della villa Crastan e soprattutto ho visto l’inaspettato cartello, dai, è stata un'emozione. Piccola, certo. Ma che mi ha ripagato del tempo e dell’impegno civico che ci vuole a star dietro agli eventi pubblici e a studiare gli atti e a scrivere testi per dare voce alla piccola protesta. A sopportare tutti quelli che ti dicono cosa lo fai a fare. Tanto chi comanda fa quello che gli pare.

Invece, dopo tre anni che era stato assegnato in gestione alla Fondazione Cultura e la Fondazione lo aveva aperto solo in occasione di pochi eventi particolari, il giardino mostra oggi un orario settimanale.

Ok, diranno i cittadini sospettosi e scettici di Pontedera, ma è un cartello infilato tra le stecche dalla porticina. E' un foglio A4 plastificato. Ha un’aria assolutamente provvisoria. Sembra una tipica trovata estiva per poter sostenere che il giardino è aperto e poi magari richiuderlo a settembre o a ottobre (coi primi sospirati freddi). L’orario non è continuativo. Sono solo 6 ore giornaliere. Il sabato e la domenica il giardino resterà comunque chiuso. Non dice fino a quando tale orario durerà. Sembra insomma un contentino per i cittadini beoti. Ok, ok, ma anche Roma, come diceva mia nonna, non fu fatta in un giorno e la cosa importante è che il cartello testimonia che il giardino deve essere gestito in un certo modo. Soprattutto che deve essere aperto con un orario chiaro. Ufficiale. Anche minimo. Ma certo. 

Solo così il giardino è un bene pubblico in uso all’intera comunità.

E almeno per il tempo che durerà questa apertura merita di essere apprezzata.

Qualcuno troverà la cosa un po' gozzaniana? Why not.

venerdì 3 luglio 2026

NÉ SOLE 24 ORE NÉ CRITICA MARXISTA IN BIBLIO GRONCHI

Dopo decenni di abbonamento al “Sole 24 Ore", qualche tempo fa l’ancora transennata Biblio Gronchi ha disdetto l’abbonamento al quotidiano economico più accreditato del Paese. O meglio, del Sole ha mantenuto solo l’abbonamento alla edizione della domenica, che contiene il supplemento culturale.

Scelta sbagliata, perché il Sole era e rimane il giornale che fornisce la visione più realistica e concreta di questo paese, anche se e forse proprio perché, come è noto, è il quotidiano di Confindustria e chi produce e vende beni non può che avere una visione estremamente prosaica del Paese e del mondo. Altrimenti fallisce. E sono guai.

Certo, non è il quotidiano perfetto, ma segue un'ideologia pragmatica, realistica e moderatamente filogovernativa. E per chi voglia costruirsi un’immagine sufficientemente chiara del Sistema Italiano (per muoversi nel regno delle piccole e medie imprese e delle partite Iva), è uno strumento assai utile.

Credo sia l’unico giornale che pubblica periodicamente anche libri che aiutano i lettori a capire correttamente come utilizzare i dati e le informazioni che il quotidiano riporta. 

Ma i pontederesi hanno deciso di risparmiare e di disabbonarsi, alla faccia della tanto vantata anima mercantile di questa cittadina. O mettici un toppino.

Recentemente, per ragioni immagino sempre di carattere risparmioso, biblio  Gronchi ha annullato anche l'abbonamento alla rivista “Critica Marxista”, finita in mano a CGIL. Non credo c’entri nulla la par condicio (una botta al giornale del capitale e una a quella della classe operaia).

Ovviamente “Critica Marxista” è un periodico molto più ideologico e la scelta di farlo fuori dalla Biblioteca è collegato al numero insignificante di lettori. E tuttavia è un segnale emblematico dell’orizzonte culturale locale. Così mentre Einaudi, Feltrinelli e altri importanti editori lanciano collane di impronta “para marxista” a Pontedera, biblio Gronchi, interrompe la serie di una rivista che possedeva (quasi in esclusiva in tutta la provincia di Pisa) con continuità dal 1966. 

Sia chiaro: rilevo queste due scelte solo per curiosità. Come indice dei confusi tempi che corrono e ci mutano.

Perché che i tempi continuino a cambiare, come cantava il grande Bob Dylan negli anni ‘60, è l’unica certezza, insieme alla consapevolezza che le risposte vanno sempre più cercate nel vento.

E il problema resta... acchiapparle, my friends

martedì 30 giugno 2026

GLI ELOGI DEL WALL STREET JOURNAL ALLA LONGPREMIER

L’articolo che Margherita Stancati ha dedicato alla longpremier Meloni, apparso sul WSJ di domenica (vedi foto in basso), è un bel regalo che la nostra ex underdog nazionale ha sicuramente apprezzato moltissimo. E giustamente. Forse se l’è perfino incorniciato nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Evidenziando ogni singola parola del titolo con un bel giallo oro.

La “pugnace leader”, il “governo (regno) più stabile” da anni in Italia: roba da mandare in brodo di giuggiole chiunque. E legittimamente. Anche se il WSJ non è il padreterno, ovviamente. Ma nemmeno un giornalucolo di provincia.

Se poi si guarda cosa sta succedendo ai governi e ai leader di altri grandi paesi europei, deh, la Meloni sembra surclassarli davvero tutti.

Ovviamente una cosa è la personalità del leader e una cosa sono le caratteristiche del paese che governa.

Ma se si pensa che dal 2022 i primi ministri britannici che si sono dimessi sono già 4 a fronte della Meloni che continua a governare da allora in continuità, sembra che la repubblica italiana sia diventata davvero un regno unito come ha ironizzato giustamente il WSJ e la Meloni una reginetta.

Ovviamente l'articolo si dilunga anche sui complicati rapporti tra Trump e la nostra longpremier, ma anche qui finisce per dover ammettere che la nostra ex underdog nazionale in fondo non se la stia cavando così male col superbullo di Washington. Del resto lui è il leader della superpotenza più pericolosa e più armata del globo, col quale, sono convinto, neppure Freud e Jung la sfanghebbero facilmente.

Non è certo Giorgia che può domarlo o anche solo farlo ragionare. E (proposta del Nobel per la pace a parte), tenendo conto che lei rappresenta l’Italia, in fondo davvero non è andata male. Certo è stata cauta. Ossequiosa. Ha cercato di evitare danni a sé e al paese. Che altro poteva fare? Non certo la sovranista contro di lui. Né portarci fuori dalla NATO. Nessun primo ministro italiano può farlo. Qualunque maggioranza lo sostenga. E' scritto in un articolo ombra della Costituzione, che tutti fingono di non conoscere.

Questo vuol dire che in Italia con Giorgia longpremier va tutto bene?

Certo che no. Ma in 4 anni chi potrebbe fare miracoli in Italia?

Vedremo tra un anno cosa penserà di lei il grosso degli elettori che andrà a votare.

Vedremo quanto crescerà Vannacci e quanto scemeranno o terranno Salvini e Tajani.

Vedremo se il centrosinistra riuscirà a compattarsi e a trovare un leader più bravo della Meloni a fare grandi promesse al Paese.

Per ora la longpremier se la gode e gira il mondo. E anche se io non l’ho votata nel ‘22 e non la voterò neppure nel ‘27, concordo con il WSJ che ritiene che la pugnace leader stia manovrando benino, sempre compatibilmente col Paese che guida.

Lo si vede da come oscilla su Kiev. Su come blandisce i volenterosi. Senza mollarli, né sostenerli seriamente. Sull’ambiguità con cui tratta il riarmo e il pizzo alla Nato. Sui rapporti col Vaticano e con i poteri forti (banche e altre corporazioni, in primis). Su come ha narcotizzato il federalismo leghista. Su come si rapporta coi Berlusconidi. Su come ha incassato la sberla del referendum sulla giustizia (facendo in parte pulizia in casa propria).

Insomma Giorgia è una leader politica abile, disincantata, degna di un

personaggio alla Alberto Sordi, che, ricordava anni fa un arrabbiatissimo Nanni Moretti, gli italiani (in gran parte) forse si meritano. Anche perché nel caso di Giorgia comunque questi italiano l’hanno votata.

domenica 28 giugno 2026

CALDO, ALBERI E STATISTICHE

 Sarà l’effetto del caldo, sarà che finalmente si sono resi conto che la crisi climatica c’è, sarà che si sono innamorati delle statistiche, fatto sta che gli amministratori pontederofoni hanno deciso di contare gli alberi che hanno piantato negli ultimi anni in città e quelli abbattuti per malattia.

Se hanno fatto bene i conti, sarebbero circa 600 le nuove piante messe a dimora (da cui però detrarre le 180 abbattute). Una cifra che, come ogni ragionevole ragionante può facilmente intendere, senza dover ricorrere all'intelligenza artificiale, è assolutamente INSIGNIFICANTE e che nei prossimi anni non darà alcun contributo significativo al “climate change” pontederese e neanche della Valdera.

E pensare che un annetto fa Stefano Mancuso era stato chiamato agli ECODAYS a Pontedera dove aveva implorato gli amministratori e i politici di piantare MILIARDI di piante per combattere il riscaldamento della terra.

MILIARDI.

Mica tutti a Pontedera ovviamente, ma intanto cominciando con numeri seri, anche a Pontedera.

Ora sempre i nostri amministratori pontederofoni, per fare ancora più colpo con le statistiche e avvicinarsi ai suggerimenti di Mancuso, ci hanno comunicato (Quinewsvaldera docet) che sempre negli ultimi anni hanno piantato anche 1800 fitocelle, ovvero piantine in vaso, le quali, se da grandicelle verranno inserite nel terreno, faranno ombra ai nostri nipoti quando saranno diventati padri o madri, mentre a noi vecchietti non daranno un filo d’ombra, a meno di un morì ultracentenari. 

Beh, forse qualche fortunato vedrà come andranno le cose.

Per quanto mi riguarda, faccio mia la richiesta di Mancuso: più alberi, più alberi, più ALBERI e meno cemento.

giovedì 25 giugno 2026

NON DIMENTICHIAMO LA TRAGEDIA DEI PALESTINESI DI GAZA

La nostra generazione anziana ha diversi obblighi morali. Tra questi, per primo: non dimenticare Auschwitz e la Shoah. Mai.

Altri doveri di memoria si sono poi aggiunti nel corso del tempo. Ad esempio: non dimenticare i Gulag russi e tutti gli Ivan Denisovic che ci sono scomparsi dentro. Non dimenticare l’uso del napalm per uccidere i partigiani vietnamiti da parte degli americani. Non dimenticare i  massacri nella Cambogia di Pol Pot e degli Khmer rossi.

E per noi italiani brava gente: non dimenticare l’uso dei gas velenosi da parte del nostro esercito nella conquista dell’Etiopia (1935-36). Né dimenticare le foibe e gli infoibati.

E oggi? 

Oggi non dobbiamo chiudere gli occhi davanti all’infamia ingiustificabile di Gaza e del trattamento inumano che stanno subendo li e in Cisgiordania i palestinesi. Una vergogna assoluta, non giustificata dalla strage commessa dai palestinesi di Hamas il 7 ottobre 2023.

Gaza è un lungo su cui da anni si accaniscono il colonialismo, il razzismo, il militarismo e la follia teologica dello Stato di Israele e delle élite politiche e militari israeliane che hanno trasformato Israele in uno stato pericolosamente totalitario e guerrafondaio.

Questa tesi è condivisa da una parte di israeliani residenti in Palestina e perfino da diversi ebrei della diaspora.

Gaza è diventata una tragedia emblematica della contemporaneità. Una tragedia di cui contiamo quotidianamente morti e feriti, senza poterci fare niente. 

Per questo occorre almeno non dimenticare GAZA. Né assuefarci all’orrore. E riconoscere invece il valore civile di chi con le sue azioni, assolutamente non violente, testimonia le terribili condizioni in cui sono costretti a vivere, tutti i santi giorni, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.

Perciò occorre ringraziare i due cooperanti italiani, rientrati ieri dalla prigionia in Libia, dove erano stati catturati per aver cercato di portare via terra aiuti alla popolazione civile di Gaza. 

Si tratta di Domenico Centrone e Leonarda Dina Alberizia.

Grazie per aiutarci a RICORDARE LA TRAGEDIA GAZA.

mercoledì 24 giugno 2026

LE ONDIVAGHE STATISTICHE PONTEDERESI

Fa piacere leggere che anche un’amministrazione comunale come quella pontederensis, che ha resistito anni prima di rendere note le desolanti statistiche sugli ingressi alle mostre del PALP, si lanci adesso in numeri e percentuali analitiche sulla quantità davvero spropositata di eventi culturali che caratterizzeranno questa torrida estate cittadina.

Lo dico senza ironia. Mi fa davvero piacere che la scoperta dei numeri sia utile anche a ferventi umanisti che fino ad ora infilavano velocemente milioni di parole spesso per non dire proprio nulla. In effetti l’uso misurato di un banale numeretto può distruggere montagne di chiacchiere. E giustamente questa volta anche gli amministratori pontederofoni ne approfittano (dei numeri) e fanno bene.

Aggiungo, a rischio di sembrare un voltagabbana, che l’amministrazione ha ragione a sostenere che Pontedera è una cittadina stracolma di eventi culturali e affini.

Qui però torna fuori il dispettoso vecchietto da tastiera che, dopo aver fatto l’elogio dei numeri e dei summenzionati amministratori, si rimette il cappellino dell’umanista e sostiene che la qualità culturale non si misura solo coi numeri. E sottolinea che produrre tanti eventi in un mondo che oltre che dall'overturism è strapazzato anche dall’overvcultur non significa necessariamente fare il meglio.

Chi sia in grado di paragonare gli 80 eventi di “Ponte di parole” con i 25 dei “Pensavo Peccioli” sa a cosa mi riferisco.

Ma per tornare alle statistiche, che restano il mio pallino preferito, sottolineo che i prestiti librari della biblioteca Gronchi di Pontedera del primo semestre del 2026 sono ancora sotto del 25 per cento rispetto ai prestiti dello stesso semestre del 2019. Non solo, ma sono anche in calo del 5 per cento rispetto ai prestiti dello stesso periodo dello scorso anno.

O come mai?

C’entrerà qualcosa il fatto che non siano ancora partiti i lavori di sistemazione dei parcheggi attorno alla biblioteca Gronchi e non sia stato ancora riaperto il collegamento tra viale Piaggio e parcheggi zona ospedale? Non si sa.

Si sa invece che dopo 4 anni di chiusura di questa area, dopo una montagna di chiacchiere e comunicazioni, i lavori non sono partiti e le statistiche sulla lettura pubblica continuano a declinare.

E se i cittadini leggono meno, ipotizzo che la loro produttività culturale potrà anche moltiplicarsi, ma non è detto che cresca.

domenica 7 giugno 2026

IL SIONISMO OGGI

Lo stato di Israele è il frutto di uno degli esperimenti politici del ‘900. Il secolo breve è pieno di tentativi di costruire società perfette, ispirate da ideologie rivelatesi pericolose. Il fascismo, il nazismo, il comunismo, i nazionalismi, nacquero tutti da idee che mobilitarono masse credulone e generarono esperimenti spesso finiti tragicamente, con montagne di morti e sofferenze indicibili.

E il sionismo? E' un esperimento che continua.

Del resto cosa c'è di più giusto che dare una terra a genti con radici culturali millenarie, maltrattate e scacciate da vari paesi, e che sognano di tornare a casa, in un luogo che sostengono sia stato loro promesso da un dio che ha fatto di queste genti il suo popolo eletto? Se poi queste genti tra il 1933 e il 1945 sono state sottoposte dai tedeschi e dai loro alleati ad un genocidio, come si fa a non ascoltare il desiderio di giustizia e di sicurezza dei superstiti?

Per questo le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale offrirono ai sopravvissuti alla Shoah un porto sicuro in Palestina. E si accordarono nel 1947, in sede ONU, per consentire agli ebrei di costruire qui un piccolo stato tutto loro. Uno stato fondato sulla teologia, su un'etnia e su una cultura ebraica.

Il piccolo problema era che dentro e intorno a questo pezzettino di Palestina c'erano anche milioni di arabi che non volevano la nascita di uno stato ebraico-centrico e che votarono tutti contro la risoluzione 181 dell’ ONU, che però fu approvata. 

Così l’esperimento sociale partì. Gli arabi allora non avevano un peso economico e politico e l’ONU, con il placet di USA e URSS, promulgò la nascita di due stati, quello ebraico e quello palestinese, i quali dovevano spartirsi un territorio che era stato prima parte dell’impero turco e negli ultimi 20 anni una colonia inglese. 

A quel punto (1948) gli inglesi lasciarono la Palestina. Ma l'ONU non aveva truppe per garantire la realizzazione della sua impegnativa decisione n. 181. La frittata quindi era fatta.

Usciti di scena gli inglesi, nel ‘48 scoppiò, come era facile prevedere, la guerra tra il nuovo stato di Israele e tutti gli stati arabi intorno alla Palestina. Questi ultimi cercarono di annullare con le armi la decisione dell'ONU. Ma gli israeliani, contrariamente alle previsioni, non solo resistettero agli eserciti egiziani, siriani e giordani, ma li sconfissero, si presero più territori di quelli loro assegnati dalla risoluzione 181 e cacciarono gli arabi palestinesi da una parte delle terre che l’ONU aveva dato loro. 

Ovviamente gli israeliani erano sostenuti dagli Usa, al cui interno si trovava (e si trova) una grande comunità ebraica, finanziariamente e culturalmente potentissima.

Così dopo 80 anni di guerre, intervallate da fragili tregue, Israele, sempre sostenuta dagli USA (e poi dall’Europa), si è presa gran parte della Palestina assegnata agli arabi dall’ONU, un pezzo della Siria, un pezzo del Libano e di fatto la Cisgiordania, impedendo la nascita dello Stato Palestinese e tenendo gli arabi, presenti nello Stato ebraico in condizione di apartheid.

Per fare tutto ciò, Israele si è militarizzata (anche psicologicamente), ha costruito la propria bomba atomica, è diventata sempre più moderna, ma anche razzista, colonialista e religiosamente fanatica. La guerra e la tensione con gli stati arabi sono diventati un ottimo affare e un modello di sviluppo efficace. E lo stato di perenne assedio ha offerto a Israele argomenti per consolidarsi come democrazia militarizzata e razzista e per impedire la nascita di un autonomo stato palestinese. Anche minuscolo come Gaza o come la Cisgiordania.

Va da sé che tale evoluzione di Israele ha favorito l’incattivimento degli arabi palestinesi che però non sono in grado né di emanciparsi dallo stato di minorità politica in cui si trovano, né di uscire dalla spirale del conflitto e dell’occupazione delle loro terre.

Domanda: Si può uscire da questo “esperimento sociale" che dura da 80 anni? Risposta realistica: NO.

Perché? Perché i soggetti più forti del gioco sono Usa e Israele e grazie allo stato di guerra e di tensione permanente Israele riesce a controllare la situazione e a tenere a bada sia i palestinesi e i loro alleati arabi sia gli Usa.

Altri attori efficaci in partita non ci sono o non vogliono esserci.

Ci vorrebbe un intervento divino per uscirne, ma temo che non ci sarà nemmeno quello.

L’importante comunque è che sulla tragedia palestinese non cali il silenzio o il rumore di chiacchiere insulse.

Perciò lunga vita alla FLOTTILLA e ai movimenti PROPAL.

venerdì 5 giugno 2026

IL TEATRO ERA E GLI INCONTENTABILI

Mi ripeto. La scelta di Massini e l’uscita di scena del vecchio direttore sono state una vera manna anche per noi contado fiorentino. Il Teatro pontederese è diventato molto più friendly e accattivante. Lo si usa persino per i veglioni di fine anno (impensabili, fino a ieri, secondo alcuni). 

E tuttavia gli incontentabili ricordano che il Teatro ERA continua ad essere poco aperto al vasto mondo teatrale locale, fatto di associazioni a cui anche la sala Cieslak risulterebbe utilissima per le loro performance.

Manca ancora la ripresa della ricerca teatrale, “colpevolmente interrotta” ha detto in questi giorni Massini, senza però precisare con chiarezza se e come questa ricerca in concreto e con quale passo ripartirà.

Resta al palo soprattutto la formazione teatrale per i giovani, un aspetto strategico per un teatro che non voglia solo spettatori, ma anche incoraggiare a praticare il teatro come strumento di apprendimento e di vita.

Non si è neppure mai vista un’apertura vera verso le scuole, verso i ragazzi delle superiori che fanno teatro, le cui compagnie giovanili vanno a recitare le loro commedie al Teatro di Pisa, ma non recitano al Teatro Era di Pontedera. Dopo anni di progetti annunciati, siamo a collaborazioni occasionali.

Assente anche il teatro per ragazzi e bambini. Nessuna stagione  per loro. Neanche alla buona. Neanche mini mini. Nulla. 

E poi c'è il disuso sistematico e irriverente della cavea teatrale esterna al Teatro Era. Un vero impiccio. E pensare che 3 o 4 anni fa l’amministrazione comunale si vantò con ampollosi comunicati di aver messo delle comode sedute di plastica per rendere più confortevole l’anfiteatro, con un investimento significativo sostenuto dalla Fondazione Peccioli. Un teatro all'aperto che ce lo invidiano anche a Fiesole. Già. Ma in questi ultimi 10 anni quanti spettacoli estivi, anche musicali, sono stati fatti in questa cavea da 750 posti? Si supera il numero delle dita di una sola mano?

E che dire della mancanza di una vera stagione di concerti e di eventi musicali presso il teatro Era? Possibile che non si possa programmare una collaborazione stabile tra Teatro Era e Accademia musicale di Pontedera?

Più in generale l’incontentabile avverte l'assenza di un vero dialogo con la città. Non si ascolta che tipo di teatro vorrebbe il pubblico o meglio vorrebbero i diversi segmenti di pubblico. Perché Pontedera è una città plurale. Più plurale, multietnica e multiculturale di quanto non si immagini. E il teatro forse dovrebbe rispecchiarle un po' tutte queste diversità. Certo, educando. Ma anche riconoscendo le alterità. Magari anche favorendo l'accesso al teatro, con degli sconti speciali, alla Pontedera immigrata che ormai ha raggiunto il 10% e che (da abbonato) non mi pare mai di aver visto in sala. Mentre in città si vede. Eccome.

Ma Massini, che il Signore ce lo conservi, perché è davvero bravo e parecchio di sinistra (come Formigli docet), un dialogo che preveda un vero ascolto della diversità e dell’alterità può darcelo? Recita bene. Certo. Organizza una buona stagione. E' sicuro. Gigioneggia con il pubblico. Gli va riconosciuto. Ma il dialogo e l’ascolto degli altri sono un’altra cosa. Richiederebbero un’altra prassi. Può darcela? 

Vedremo. E comunque viva Massini!

Un po' di ascolto verso la società pontederese la fanno ovviamente gli amministratori e i loro amici di Ecofor che organizzano una loro privata stagione di eventi a teatro che però con il Teatro hanno poco o nulla a che vedere. E sempre attraverso queste vie “amicali” si organizzano altre serate teatrali (tipo il veglione con Jerry) che spesso sono poco teatrali, anche se usano socialmente il teatro.

Ma gli incontentabili, pur prostrandosi ossequiosamente alla grandezza del nostro attore, scrittore e direttore artistico (che il Signore, sia ripetuto senza ironia, ce lo conservi il più a lungo possibile) e pur comprendendo che in Italia l’amichettismo un po' va sopportato, continuano a sognare qualcosa di più per la vita del Teatro Era e per i cittadini di Pontedera (inclusi gli immigrati e i loro figli). O d'altronde!

sabato 30 maggio 2026

PERCHÉ SERVE UN’UCRAINA NEUTRALE

La Russia ha aggredito l’Ucraina commettendo un crimine internazionale? Si.

La Russia è uno stato canaglia e imperialista in mano ad una pericolosa oligarchia? Vero.

La Russia conduce una guerra che colpisce deliberatamente anche i civili? È così.

L'Ucraina va aiutata a difendersi? Si. È quello che la UE sta facendo da più di 4 anni. 

Si aiuterebbe meglio l’Ucraina portandola nella NATO e nella UE? NO. Questo sarebbe un grave errore.

Perché? 

Perché portare l’Ucraina nella NATO e nella UE vorrebbe dire scommettere sulla capitolazione della Russia e rischiare, come sta accadendo da oltre 4 anni, di impantanarsi in una guerra sempre più lunga e devastante, destinata a fare danni gravissimi all’Ucraina e alla stessa Europa, la quale sarà costretta a riarmarsi sempre di più.

Non solo. Se l’Ucraina continuerà a combattere diventerà il paese più nazionalista e militarizzato d’Europa e inevitabilmente nelle UE giocherà un ruolo sempre più militarista e nazionalista.

Perciò se la Russia, come è probabile, non capitolerà, se Putin non sparirà dalla scena (o se sarà sostituito da qualcuno simile o anche peggio di lui), se insomma Mosca reggerà (anche con l’aiuto della Cina e dell'atteggiamento ambiguo degli Usa), questo potrebbe cronicizzare il conflitto, obbligando gli europei ad un costoso RIARMO di lunga gittata, dando fiato a tutte le forze nazionaliste, azzoppando le democrazie europee più fragili e facendo pagare sia all’Europa che alla Russia un prezzo assai oneroso per il conflitto. Oltre tutto mantenendo una situazione di tensione e di frattura tra Russia e Europa. 

Oppure, Dio non voglia, questo pericoloso gioco d’azzardo potrebbe scatenare la follia di uno dei contendenti e dare vita ad un conflitto atomico, le cui conseguenze sarebbero terribili.

Per questo l’obiettivo è quello di sanare il prima possibile la situazione aperta con la guerra russo-ucraina, garantire certo la sicurezza e l’indipendenza degli ucraini, ma senza pretendere di sconfiggere i russi e cercando con questi ultimi un accordo strategico di lungo periodo. 

Per farlo occorre proporre la NEUTRALITÀ dell’Ucraina.

L’Ucraina quindi non dovrebbe quindi essere né ammessa nella NATO, nè nella UE. Ma aiutata dall’esterno.

La partita che si gioca in questi anni sul suolo ucraino inciderà sulla vita dei nostri figli e nipoti, perché la frattura che si è aperta nel cuore dell’Europa è profonda e lacerante. Evitiamo di farla crescere.

Per questo serve curare rapidamente la ferita e provare a ricostruire una convivenza civile, ridimensionando le pulsioni identitarie e nazionaliste.

Per farlo serve un’Europa consapevole che punti sulla pace e non sul RIARMO. Che non voglia vincere, né punire i russi. Un’Europa realista che sappia mediare e ricucire. Soprattutto ricucire, come un bravo chirurgo, magari ispirandosi al pacifismo umanitario di Gino Strada. Magari ascoltando le parole di Leone XIV che ha detto:

“Non si chiami 'difesa' un RIARMO che aumenta tensione e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.

giovedì 28 maggio 2026

LA GERMANIA OGGI

C’è una giornalista tedesca, Costanze Reuscher, che da oltre trent'anni fa la corrispondente per i giornali tedeschi dall’Italia, dove vive con il marito (italiano di Sicilia) e i figli. La giornalista oltre un anno fa decise di realizzare un lungo viaggio in Germania, dove ha una figlia che lavora e dove ha ancora parenti ed amici, e di raccontare il Paese per come le appare oggi. Dimenticavo: la Reuscher fa anche l’opinionista nella trasmissione “Propaganda live” di Diego Bianchi.

Alla fine di questo viaggio la Reuscher ha pubblicato un libro reportage, non facilmente definibile in poche parole, che si intitola “Maledetti tedeschi. Ritorno in un Paese diviso” (Rizzoli, 2026, p. 281, € 19). 

E' un testo composito che alterna una ricostruzione di memorie familiari, con il passato in parte nazista dei nonni (ma non di tutti), e di luoghi dell’infanzia e giovinezza con una serie di problemi e aspetti della Germania di oggi: aspetti che la Reuscher fa emergere da un certo numero di interviste a personaggi “minori” ma esemplari del suo paese di origine.

Il tutto in un continuo gioco di rimandi tra ieri e oggi.

Tra i temi che il viaggio tratta a più riprese ovviamente c’è anche quello dell’avanzata politica della destra populista e neonazista e della AfD che però è vissuta dalla giornalista con meno ansia e preoccupazione (ma anche con minore profondità di analisi) de “La Peste” di Tonia Mastrobuoni.

Accanto alle tematiche squisitamente politiche (con annotazioni anche sui Verdi, la CDU, la Spd e i liberali), ecco gli aspetti collegati alla transizione energetica, alla crisi industriale, ecc.

Ma poi uno sguardo attento su come funzionano i servizi pubblici oggi e tra questi il peggioramento di quell’ex fiore all’occhiello che erano le ferrovie pubbliche tedesche, che in più occasioni la Reuscher sostiene essere in peggiori condizioni (soprattutto per la puntualità, le soppressioni, ecc.) rispetto a quelle italiane.

Ma non mancano riflessioni su problemi indotti dai flussi migratori, l’accoglienza degli stranieri, tutta la problematica affrontata anche da Speccher sulla denazificazione della Germania, la trasformazione della società in un insieme sempre più variegato e plurale, i cambiamenti delle città che ha conosciuto bene ed amato molto (Amburgo, Brema in particolare), fino alle novità indotte in Germania dalla guerra in Ucraina. E ancora il filoatlantismo da ridefinire, il RIARMO che è stato avviato, il razzismo di ritorno, i complessi dolorosi rapporti con lo stato di Israele e gli orientamenti del mondo giovanile.

In sostanza, pur con un tono colloquiale e non saggistico, il viaggio consente alla Reuscher di aggiornarsi e di aggiornarci sullo stato di salute della principale grande nazione dell’Unione Europea.

Un testo scritto con una penna non seriosa, che però trasporta il lettore nelle principali criticità del Paese, offrendogli un'interpretazione tutto sommato non pessimista dei mutamenti in atto.

E' la terza lettura consigliata del circolo di saggistica di UTEL per l’incontro di venerdì 29 all’Utel alle 17,30.

LA GUERRA DI BRECHT RACCONTATA DAGLI “EROI” DI UTEL

Dopo uno spettacolo shakespeariano prodotto ad aprile, gli “eroici” attori di Utel, guidati da Dario Marconcini e Giovanna Daddi, in poco più di un mese si sono audacemente cimentati con alcune pagine brechtiane dedicate soprattutto alla guerra scatenata da Hitler in Europa. Testi classici, parole drammaticamente attuali, battute graffianti, ballate tristissime, montate con la sapienza di Marconcini, in parte lette, in parte recitate. Senza la musica di Kurt Weill e in uno spazio improvvisato. In una situazione scarna, ma che forse non sarebbe dispiaciuta a Brecht.

E' dunque in questo spazio povero, ma evocativo, che gli attori di Utel hanno recitato il monologo di Jenny la rossa e quello di Mackie Messer  e la tragica poesia del fratello aviatore e la ballata della sposa di guerra; e ricordato i sogni folli dell’imbianchino che tanto richiamano le stupide dichiarazioni di oggi di un immigrato tedesco che trasformato in un palazzinaro americano ha imbambolato gli yankees e, con un linguaggio alla Mackie Messer, si è impossessato della Casa Bianca, dei suoi affari e del suo arsenale atomico. Un oggettino ben più pericoloso e letale del coltello di Mackie. Che Dio abbia pietà di noi.

Credo che chiunque conosca il lavoro di Marconcini e Daddi, il loro infinito amore per il teatro e per gli attori, il coraggio con cui si presentano in scena e la passione formativa che rivolgono verso tutti coloro che vogliono fare il teatro, non possa meravigliarsi dei risultati straordinari, al limite del miracoloso, che la coppia pontederese ha ottenuto anche presso l’UTEL. E credo che gli attori della compagnia degli "Eroi" siano stati davvero fortunati ad avere la possibilità di realizzare un percorso formativo e un incontro culturale come questo.

Ovviamente partire dalle parole di Shakespeare o di Brecht aiuta a volare alto. Sorregge anche una dizione in alcuni un po' così e così, perfino un po' smemorina o una lettura sottotono.

Ma la magia del testo, la finzione teatrale, l’illusione di recitare in un grande teatro davanti ad un pubblico attento e non distratto, tutto questo funziona. Così il Brecht che Marconcini ha frequentato per decenni prende forma. Si materializza il  fantasma del drammaturgo tedesco e ci spara parole di verità (“quando un esercito marcia, alla sua testa marciano i nemici”). Una verità che si incrocia con un archetipo umano come la guerra e che non ha bisogno di spiegazioni. Le parole sono pallottole che raggiungono dritte il cuore e il cervello e fanno riflettere, se uno le ascolta con attenzione.

Davvero un regalo prezioso quello che Marconcini ci ha fatto insieme alla compagnia degli “Eroi’ di Utel.

mercoledì 27 maggio 2026

I CONTI CON LA STORIA

E' sempre difficile fare i conti con la propria storia personale, figuriamoci con quella di un popolo e di una nazione. Per non parlare poi di una nazione come la Germania nel suo periodo più buio, quello del Terzo Reich. Eppure lo storico, filosofo e collaboratore di vari istituti sulla memoria dell’Olocausto di Berlino, Tommaso SPECCHER, ci ha provato in un volume non lungo ma denso di annotazioni e riflessioni intitolato “La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo” (Laterza, 2022, p. 179). Un volume che, nei suoi contenuti, è molto più prudente e meno altisonante del titolo che lo accompagna.

Il testo analizza molti aspetti del necessario rendiconto. Dalla punizione dei criminali nazisti che si macchiarono di delitti di massa e atroci fino all'ampio fenomeno di collaborazionismo attivo ai crimini del regime che coinvolse esercito, polizie, magistratura e tutti gli altri apparati statali (incluso quello scolastico e formativo). Le punizioni, sulla scia del processo di Norimberga, e la denazificazione negli anni 1945-75 ci furono, ma, come documenta Speccher, furono un fenomeno parziale e pieno di buchi e di contraddizioni, per varie ragioni che non è difficile immaginare e che Speccher richiama nel suo studio. Inoltre il processo di denazificazione ebbe perfino due facce diverse, condizionate anche dai vincitori: una nella Germania dell’ovest (controllata da inglesi e americani) e una nella DDR (sotto il controllo dell’URSS).

E tuttavia, pur nella caotica situazione della Guerra fredda, dove le due Germanie si riposizionarono e cercarono di trovare un proprio ruolo (pur rimanendo a sovranità largamente condizionata), lo sforzo di punire i colpevoli dei crimini più efferati e di liberarsi di funzionari pubblici compromessi ci fu; e tra i protagonisti di questo sforzo Speccher tratteggia (nella RFT) la decisiva figura del giurista e giudice Fritz Bauer.

Più complesso fu il lavoro di costruzione di una politica pubblica e di una retorica ufficiale che rendesse ragione della memoria collettiva sul nazismo. Qui la ricostruzione di Speccher (che va dalle posizioni di Adenauer a quelle di Brandt e poi di Kohl e infine della Merkel) è più frastagliata. Anche perché deve prendere atto di una pluralità di approcci politici e culturali (conservatori e progressisti, cristiani, liberali e socialisti) presenti e intrecciati nella società tedesca, a cui si è aggiunto anche il tentativo della estrema destra di ridurre a poca cosa se non addirittura a negare molti dei crimini nazisti.

Inoltre il rapporto tra i tedeschi e il loro passato nazista è variato nel tempo, col tramontare delle generazioni più direttamente coinvolte nella propaganda del regime e con l'avvento dal ‘68 in poi di generazioni non compromesse. Questo mutamento ha coinvolto anche la percezione del senso di colpa rispetto allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze sottoposte alla feroce repressione del Terzo Reich (omosessuali, sinti, rom, disabili, ecc). 

Poi, soprattutto dagli anni ‘80 e ‘90, con il crollo del Muro di Berlino, la riunificazione delle due Germanie e l’apertura di archivi fino a quel momento inaccessibili, l’indagine sul nazismo e sulla sua tragica storia ha ripreso vigore e ha trovato forse la massima espressione (oltre che in una serie di importanti studi e dibattiti storici) nella costruzione a Berlino, tornata capitale della Germania, del monumento alla memoria della Shoah, con 2711 steli: il tutto a tre passi dal Parlamento, in spazi dove sorgeva un tempo la cancelleria di Hitler.

Segnalo questo volume, la cui lettura è estremamente illuminante anche per gli italiani (e il nostro rapporto col fascismo), perché è uno dei testi che sarà discusso nel circolo del lettori di saggistica di UTEL il prossimo 29 maggio.

martedì 26 maggio 2026

PRODI A PONTEDERA PER SOSTENERE IL RIARMO EUROPEO

Capita che le ACLI pontederesi e la TAVOLA DELLA PACE della Valdera, sostenute da diversi comuni della zona e col patrocinio del Comune di Pontedera, organizzino un dibattito sulla “politica della difesa europea” e chiamino a sostenere le tesi del RIARMO europeo Romano Prodi.

Ora si dà il caso che Romano Prodi sia stato, tra le altre cose, il presidente della Commissione Europea (1999-2004) proprio quando la NATO decise di inglobare nel proprio impero “pacifico”, dopo il collasso dell’Urss, gli stati europei dell’est. E si dà il caso che quando la NATO “suggerì” all’Unione Europea di inserire gli stessi stati anche dentro l’UE, Prodi obbedì senza prevedere (?) le conseguenze geopolitiche di quella mossa. Così Polonia, Ungheria, repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania, durante la sua presidenza della Commissione, divennero anche membri della UE.

Ma l'inserimento nella NATO e nella UE degli ex paesi del patto di Varsavia non piacque molto alla Russia putiniana e lo stesso Papa Francesco qualche annetto dopo (scoppiata la guerra in Ucraina) stigmatizzò la “pacifica” avanzata di NATO e UE verso Est, usando la metafora dei famosi cani che erano andati ad abbaiare alle porte del Cremlino.

Quanto a Prodi, dopo l’avvio del conflitto in Ucraina e dopo il mutamento delle posizioni Usa nei confronti della Russia, è stato tra i primi a riprendere la proposta di costruire un forte esercito europeo ovviamente accompagnato da una adeguata politica di RIARMO.

“Se l’Europa avesse avuto nel 2022 un proprio forte esercito, Putin non avrebbe attaccato l’Ucraina”, ha ripetuto più volte Prodi negli ultimi tempi. E qualcosa del genere immagino ridirà anche al Teatro Era.

In questo modo l’ex leader dell’Ulivo e della Commissione UE si dimostra fedele al motto degli antichi romani “si vis pacem, para bellum", ma al tempo stesso si rivela distante anni luce dalle dichiarazioni contro la guerra di papa Francesco e di Papa Leone XIV che in quel motto latino non si sono mai riconosciuti.

“Non si chiami 'difesa' un RIARMO che aumenta tensione e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Questo ha detto Leone XIV pochi giorni fa in Sapienza a Roma. Parole forti e inequivocabili.

Ora non sarà certo un agnostico come me a sottolineare che il cattolico Prodi sembra più propenso ad ascoltare le parole dei Cesari che non quelle dei vicari di Cristo. Tocca a lui a vedersela con la propria coscienza. Così come toccherà a chi lo ha invitato a parlare a Pontedera di esercito europeo fare i conti con la propria.

Mi auguro solo che i PACIFISTI pontederesi esplicitino un pacifico e rispettoso dissenso contro le posizioni RIARMISTE sostenute anche da Prodi, sposando in toto le parole di Leone XIV.

“Non si chiami 'difesa' un RIARMO che aumenta tensione e insicurezza..”. Parole simili a specchi, su cui non è possibile arrampicarsi per giustificare alcuna forma di RIARMO. Anche se certo qualcuno ci proverà.

lunedì 25 maggio 2026

LA PESTE DI TONIA MASTROBUONI

Venerdi 29 maggio alle 17,30 presso l'UTEL di Pontedera si ritroveranno gli amici del Circolo di lettori di saggistica per discutere dell'evoluzione politica della Germania di oggi, caratterizzata, come tanti altri paesi europei, dallo sviluppo di una destra politica che molti ritengono veramente pericolosa.

In quella sede, aperta a chi vorrà aggregarsi, una quindicina di lettori e uditori di saggistica ragioneranno di Germania oggi a partire da tre letture suggerite (ma non obbligatorie), tra cui il volume di TONIA MASTROBUONI intitolato “La peste. Indagine sulla destra in Germania” (Feltrinelli, 2025, p. 256).

In generale le discussioni del Circolo di saggistica pontederese sono introdotte da qualche socio che riassume i contenuti dei singoli volumi proposti, poi si apre la solita vivace discussione tra tutti coloro che vogliono dire la loro.

E per fare un po' di proselitismo e rimpinguare le presenze alla prossima discussione e comunque segnalare un volume di indubbio valore storico culturale, anticipo qui qualche annotazione.

L’autrice de "La peste", giornalista ma anche storica, è una esperta e attenta conoscitrice delle vicende socio-politiche tedesche, a cui ha dedicato moltissimi articoli e almeno un paio di altri corposi studi, tra cui una biografia di Angela Merkel.

Obiettivo del libro è rintracciare le radici profonde della estrema destra tedesca, con specifico riferimento ai movimenti völkisch, agli ultra nazionalisti, ai neonazisti, ai sostenitori della “remigrazione” e alla galassia di piccole formazioni, che, secondo i servizi di intelligence tedeschi, includono circa 50.000 persone. Una galassia che attraverso vari fili e contatti si ricollega anche al partito della Destra emergente ovvero all’AfD. Di questa galassia di estrema destra la MASTROBUONI descrive personaggi, idee, strategie di comportamento e localizzazioni geografiche, ma anche la presenza in istituzioni pubbliche importanti (nell’esercito, nella polizia e nei tribunali). 

Il volume tratteggia anche le risposte che la società civile e politica tedesca nonché le forze democratiche e le istituzioni hanno dato per arginare la crescita del fenomeno “bruno” negli ultimi venti anni, ma per ora con scarso successo. La peste continua a diffondersi.

Un'altra parte importante del libro è dedicata alla nascita e allo sviluppo del partito Alternative für Deutschland, di cui la MASTROBUONI segue passo passo la crescita (dal 2013 a oggi) con particolare attenzione al suo progressivo radicamento nelle aree della ex DDR. Interessanti i suoi approfondimenti sui principali esponenti e sulle personalità di spicco del partito AfD e le sue analisi sulle tematiche razziste, nazionaliste, autoritarie, antimoderniste, di rivincita politica e perfino messianiche che caratterizzano sia il vertice e sia i militanti di questa forza politica. Una forza politica che ha raccolto nelle ultime elezioni politiche generale circa il 20% dei votanti, ma che in alcuni Land regionali, nella Turingia in particolare, ha superato il 30 e anche il 40% dei voti espressi.

Ovviamente il libro contiene anche annotazioni sulle altre forze politiche tedesche e sul “cordone sanitario” costruito da queste ultime per fare argine alla destra populista e nazionalista tedesca.

Nell’insieme si tratta di un libro piuttosto pessimista sull’evoluzione politica della Germania (e quindi dell’Europa), il cui attuale processo di RIARMO fa venire i brividi. Soprattutto se si pensa che una forza politica ultranazionalista e razzista come AfD potrebbe entrare a far parte del prossimo governo tedesco, magari dopo aver conquistato la maggioranza assoluta in alcuni importanti governi regionali. E un dibattito su questa possibilità almeno nella CDU è già avviato.

Tra gli altri libri suggeriti per la discussione: T. SPECCHER, La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo (Laterza) e C. REUSCHER, Maledetti Tedeschi. Ritorno in un paese diviso (Rizzoli).

La discussione di venerdì 29 maggio presso Utel è aperta.

domenica 24 maggio 2026

VIAGGI DI… VERSI N. 2

 Giovedì scorso incontro conclusivo del gruppo di lavoro delle socie di UTEL denominato VIAGGIO NELLA POESIA, guidato e ispirato dalla prof. Rossella Ciannamea.

Si tratta di un gruppo di donne (con l'aggiunta di un solo uomo), interessate a coltivare la poesia e a praticarla, che, con il coordinamento di Ciannamea, ha presentato un breve recital dedicato ad una decina di grandi poeti italiani. Poeti che in diversa misura hanno ispirato e alimentato la ricerca del gruppo.

In quel contesto ciascuna delle venti socie ha anche recitato, con coinvolgimento e partecipazione, una propria composizione, toccando le corde emotive del numeroso uditorio.

Poi, alla fine dell’incontro, prima di un simpatico rinfresco, per il secondo anno consecutivo, è stato presentato un piccolo volume che raccoglie tre testi per ciascuna delle partecipanti a questo laboratorio collettivo di creatività poetica.

La silloge è una piccola magia che raccoglie il risultato di un anno di lavoro e si configura come un prodotto davvero suggestivo. Sì, una piccola cosa certo, ma molto preziosa e che restituisce bene il valore del “viaggio poetico” che è stato svolto dalle venti socie da ottobre a oggi. Socie che in questi tre anni sono molto cresciute per intensità e qualità di scrittura e di espressione.

Le mie parole potrebbero sembrare eccessivamente elogiative. E per rendersi conto se sto dicendo il vero o esagero, bisogna leggere i testi. Cosa che si può fare chiedendo copie del volume in prestito alle bibliotecarie di UTEL.

Fatelo. Credo che vi stupirete come me della qualità dei risultati raggiunti.

(r.c.)

ESSERE L’IDIOTA DI FAMIGLIA

Ho letto il lungo romanzo di Dario Ferrari intitolato “L’idiota di famiglia” (Sellerio, 2026, p. 520, € 18), un testo che combina narrativa con storia e sociologia e presenta molteplici e intriganti livelli di analisi.

L’autore ci regala molte riflessioni intelligenti sul precariato lavorativo e sentimentale odierno e sul lavoro di badante part-time al maschile, a cui il protagonista (e voce narrante), Igor, si sottopone volontariamente e con un certo impegno per amore del padre vedovo. Un padre insegnante, ovviamente in pensione, detto Herr Professor, assai noto in città, colpito da una demenza senile devastante, che se lo porta via abbastanza rapidamente. 

Ed è durante il lavoro di cura, che Igor condivide con la sorella Ester, che il figlio badante tenta di conoscere meglio il padre, anche attraverso un testo che Herr Professor gli ha lasciato e in cui si parla di una vicenda accaduta in città durante il biennio rosso.

Il romanzo, scritto con una lingua precisa e chiara (con interpolazioni a tratti ironiche e divertenti), alterna quindi le vicende e i problemi del giovane badante viareggino, Igor, col racconto (e le vicende personali) del padre. 

Tra le cose che mi colpiscono, visto il mestiere del protagonista del romanzo (un traduttore dall’americano) e viste le diverse annotazioni che l’autore ci regala sull’arte del tradurre e dello scrivere, c'è la mancanza (voluta?) di qualunque esplicito riferimento forse al più illustre dei traduttori toscani. Quel Luciano Bianciardi, maremmano di Grosseto, che ne “L’integrazione” (1959) prima e ne “La Vita agra “ (1962) dopo, ci ha regalato, già 70 anni or sono, un affresco del “traduttore precario” che resta una pietra miliare della condizione dell’intellettuale italiano di provincia trasferito in una grande città. Mancanza dolorosa, perché nella tradizione letteraria italiana il dimenticato anarchico Bianciardi e i suoi autobiografici personaggi si collocano come archetipi e antesignani perfetti di un loro discendente sfigato (?) come Igor. Con la differenza che i disadattati bianciardiani non mi sono mai sembrati idioti, neppure dostoevskijani, semmai tipi arrabbiati e scontrosi. Mentre Igor un po' idiota sembra fingere di esserlo. E scrivo fingere, perché come idiota la sa troppo lunga.

Suggerirei perciò di leggere subito dopo Ferrari, per chi non l'avesse mai fatto, almeno “La vita agra” di Bianciardi. Tanto per avere la cognizione del fatto che non solamente i salari non sono cresciuti in Italia negli ultimi 50 anni.


mercoledì 20 maggio 2026

TASSARE I MILIONARI SI PUÒ?

Ho letto per curiosità l’ambizioso libretto di Riccardo Stagliano' sulla necessità di “Tassare i milionari” (Einaudi, 2026, p.158) per fare funzionare meglio il welfare state a vantaggio di tutti e soprattutto della popolazione più povera della Nazione. L’autore, giornalista d’inchiesta e critico sociale, scrive sul Venerdì di Repubblica e in queste pagine si pone domande molto interessanti sulla deriva di diversi paesi occidentali. Obiettivi del libro: costruire sia una analisi della società capitalistica e delle sue diseguaglianze (sulla scia di un pensiero critico che da Marx arriva a Stiglitz, Piketty e Zucman); sia individuare i rimedi e le soluzioni per ridurre i divari sociali, con esempi concreti, dettagliati e misurabili. Tra le bestie nere del libro, la flat tax che toglie ai poveri per dare ai ricchi.

In piccolo, il volume è una sorta di “Manuale del perfetto neocomunista” e quindi riprendere i temi della lotta di classe, cercando di fornire argomenti per un cambio importante della società da ottenere soprattutto attraverso un uso progressivo della tassazione sulla casa, sui titoli azionari e su altri beni posseduti dai milionari. Arrivando fino quasi a suggerire una revisione dei valori catastali, che in un paese con l’81 per cento di proprietari di appartamenti è veramente una scelta coraggiosissima.

Il testo contiene anche una critica esplicita della postura e delle politiche del PD, specialmente in materia di tassazione; politiche che Stagliano' giudica troppo prudenti e poco incisive (figlie della “egemonia renziana” ancora presente nel partito).

L’autore esamina la letteratura internazionale (incluse le posizioni Ocse e FMI) a sostegno delle sue tesi e si pone domande intriganti sul perché i poveri oggi spesso votino per i ricchi, i quali ovviamente sono contrari alla tassazione progressiva, una tassazione che dovrebbe colpire con efficacia solo lo 0,1% della popolazione che possiede patrimoni milionari.

Insomma si tratta di un volume utile per capire la società presente e che contiene davvero una miriade di annotazioni stimolanti sui salari, sui redditi e sulla distribuzione della ricchezza.

Il libretto è ben scritto e molto chiaro. Ma ideologicamente schierato. La sua bestia nera è ovviamente il pensiero (e la pratica) neoliberista. La speranza che contiene è quella di una resurrezione egualitaria, almeno socialista, alla Bernie Sanders, di cui però oggi non ci sono presenze forti nel parterre politico europeo di centro-sinistra (a parte davvero poche eccezioni).

Lo sconsiglio ai lettori di centro destra, tranne a quelli particolarmente sensibili alle tematiche sociali.

martedì 19 maggio 2026

IL GIARDINO CRASTAN: MA UNA GESTIONE IN CONCESSIONE MEDIANTE GARA NO?

Tra le soluzioni non sperimentali che l’amministrazione comunale pontederese potrebbe dare alla gestione del giardino di Villa Crastan ce n'è una chiara e prevista dalla legislazione vigente.

Visto che di fatto il Comune apre poco la Villa (edificio) e quasi mai il giardino, potrebbe esplorare la possibilità di dare in concessione la villa e il giardino ad un soggetto privato. Come? Individuandolo mediante un bando di gara. Chiedendo a chiunque fosse disponibile a prenderli in carico (ovviamente per un congruo numero di anni) di far fronte a tutte le spese ordinarie e straordinarie dell’edificio e anche di gestire il giardino in maniera pubblica, con un orario preciso di apertura settimanale, un orario stabilito dal Comune. Definendo un accordo preciso.

Il costo? Ce lo dirà la gara. Se fosse esorbitante, l’amministrazione deciderà se procedere o meno.

Il tutto nel pieno rispetto del valore storico della villa che è un bene sottoposto a vincolo dalla Sovrintendenza alle belle arti e definendo i limiti di uso che dovrebbero prevedere anche la celebrazione dei matrimoni e le rare presentazioni di libri e i rari concerti musicali.

Ma ci potrebbe essere un soggetto privato interessato a farsi carico di un simile modello di gestione?

Difficile rispondere a priori.

Ma perché non provare a cercarlo con un bando pubblico? 

In piena trasparenza. Ovviamente valutando la compatibilità e la convenienza per l’amministrazione comunale e i cittadini. E lasciandosi aperta la possibilità di non aggiudicare la concessione nel caso che non vengano soddisfatti i requisiti richiesti.

Certo l’individuazione di un concessionario di questo tipo non consentirebbe poi molte deroghe gestionali, ma, se individuato, avrebbe il merito di raggiungere gli obiettivi strategici che l’amministrazione si dovrebbe porre, tra cui tutelare al meglio l'edificio storico della Villa e curare e tenere regolarmente aperto al pubblico, a tutti, il giardino.

Due obiettivi che al momento non si può proprio dire che siano gestiti in maniera adeguata. Il giardino è praticamente sempre chiuso.

Cosa ci sarebbe da perdere ad esplorare un simile percorso?

lunedì 18 maggio 2026

LAVORI SU VIALE PIAGGIO. PRIME AMMISSIONI

Neppure la seconda venuta di Mattarella a Pontedera, in visita agli stabilimenti della Vespa, è riuscita ad accelerare i lavori sul viale Piaggio. Chissà se, quando il Presidente è transitato, gli hanno schermato i vetri dell'auto perché non potesse notare lo stato scalcinato e transennato del viale giustamente ribattezzato “miglio dell'innovazione ".

E neppure la più recente visita della Presidente del Parlamento Europeo, Metsola, ha sbloccato i lavori. 

Così, dopo 4 anni di via Maestri del lavoro chiusa, di parcheggi attorno alla biblioteca Gronchi inagibili, di giovani che si arrampicano sulle reti metalliche che dovrebbero impedire l’accesso ai pedoni alle aree transennate e vietate, siamo sempre lì. Fermi, immobili, in attesa che SIAT avvii i restauri per conto del Comune e poi si tolgano le quadriennali barriere, le reti e i ponteggi.

Accadrà? Vallo a sapere.

Certo, da poche settimane sono state insediare le consulte di quartiere e nessuno dubita che la Consulta del sud-ferrovia, competente per territorio e animata dai migliori propositi, si farà sentire a palazzo Stefanelli. Perciò forse almeno il collegamento tra il parcheggio davanti alla RSA Leoncini e la Stazione ferroviaria sarà ripristinato e i lavori di restauro attorno alla biblioteca partiranno. Auguriamocelo.

Quanto all’Atelier della robotica (ora ricollocato nell’area dell’ex parcheggio Ape), siamo ancora in alto mare.

Intanto però segnalo che il Sindaco, battibeccando con Matteo Bagnoli su un’interrogazione del centro destra sullo stato dell'azienda Piaggio, ha ammesso che sul viale dell’innovazione la sua giunta non ha dato proprio una grande prova di sé (cfr. lo streaming del Consiglio comunale di Pontedera del 29/04/2026, minuto 2.16.24).

Ma di questo se ne erano accorti già tutti in città. Compreso quel che resta del PD, che però ha dovuto reggere la parte. Perché la destra, pensano loro,  avrebbe fatto sicuramente peggio. Argomento quest’ultimo infalsificabile, secondo il buon vecchio Karl Popper.

domenica 17 maggio 2026

MASSINI, LA VESPA E I PIAGGISTI

Siamo fortunati noi pontederesi ad avere come direttore artistico del Teatro della Toscana (e quindi anche del sub Teatro Era) un personaggio come Stefano Massini. L’ho già scritto, ma lo ripeto volentieri. Siamo anche fortunati che lui abbia voglia di occuparsi di lavoro e di fabbrica. E che trovi il tempo, tra le mille cose che fa, di scrivere un monologo e di montare uno spettacolo (con tanto di stacchetti musicali) in cui si parla di operai, della Vespa e della nostra amena cittadina.

Il problema nasce, per un artista del suo calibro, quando si tratta però di costruire un monologo che racconti 50 o 60 anni di storia. Un monologo che deve essere popolare (raccontare di gente che lavora), ma anche celebrativo di un’azienda e di prodotti che sono diventati icone e oggetti di culto nel mondo. Un monologo che vuole tenere insieme la lotta di classe, l’idea di fabbrica come grande famiglia e quella del padrone buono. E tessere l’elogio del prodotto, la genialità dei progettisti e la professionalità degli operai, ma anche denunciare i bassi salari, lo sfruttamento del lavoro, i profitti della proprietà e il controllo sociale dentro e fuori dell’azienda. Il tutto in un quadro di verità o verosimiglianza storica. Tutti temi presenti nello spettacolo, certo, ma devitalizzati.

E devitalizzati perché chi scrive e recita sente (con più o meno consapevolezza, ma lo sente) l’obbligo di non calcare troppo la mano su nessuno di questi aspetti. Perché non si può fare uno spettacolo “operaista” che piacerebbe tanto ai resistenti della GKN, ma che creerebbe problemi politici e culturali a chi gestisce il Teatro (o almeno il sub Teatro Era), visto che la committenza è quasi tutta inserita nell’area di centro sinistra e rispetto alla Piaggio (inclusa la sua storia) da oltre venti anni ha deciso di assumere la postura di chi non si immischia più di tanto negli affari della fabbrica. Di chi non vuole disturbare il manovratore, ma limitarsi a collaborare alla manutenzione del mito Vespa-Piaggio che qualcosa può ancora dare ai suoi dipendenti e a Pontedera.

Ma allo stesso tempo l’autore/attore non può fare neppure uno spettacolo troppo edulcorato. Troppo pubblicitario. Troppo sdraiato sull’agiografia aziendale.

La fabbrica è una grande famiglia, certo. Costruisce prodotti famosi nel mondo. Di cui tutti vanno orgogliosi. Ma è anche il luogo e il centro di un conflitto sociale e politico che da oltre due secoli segna lo sviluppo del mondo e oppone proprietari, tecnici, dirigenti e lavoratori.

E costruire uno spettacolo con tutti questi vincoli sociali, politici e quindi culturali è un’impresa eroica. Perciò il fatto che Massini ci si sia voluto misurare gli fa davvero onore e merita di essere apprezzato a prescindere dall’esito teatrale della sfida.

Ma una volta lodata la sfida, si può del tutto ignorare il risultato? Si può ingoiare lo spettacolo come un’ostia sacra e non aprire “un dibattito”? O non sottolineare i limiti della sua costruzione?

E non mi riferisco tanto a una miriade di incongruenze storiche collegate alla famiglia Montagnani-Ferretti (e alla loro loro prole e discendenza, con la relativa mentalità), famiglia i cui personaggi, amici e relazioni forniscono il filo conduttore del racconto. Né mi riferisco ai passaggi della storia aziendale e dei prodotti trattati con molta gigioneria, anche su aspetti drammatici fondamentali per capire il senso della storia.

Gli artisti hanno il diritto di narrare le cose con un certo margine di libertà poetica per poter agganciare lo spettatore e tenerlo inchiodato alla sedia. Questo lo capisco e lo giustifico.

E, ripeto, non è colpa dei maltrattamenti storici se il risultato dello spettacolo è un minestrone teatrale dove si racconta una storia alternando più registri di lettura e lavorando più sulla nostalgia che sulla comprensione dei personaggi e degli eventi.

Ciò che trovo di basso profilo, per un autore, regista e attore del calibro di Massini, è che spesso e volentieri il racconto ceda il posto alla mezza macchietta, al vernacolo (per altro più fiorentino che pisano e senza nessun uso del genovese padronale), alla frase che vorrebbe essere memorabile e invece suona da amici al bar (e di cui ride lui stesso nel pronunciarla sul palco). O che si spacci per autentica poesia qualcosa che suona solo vagamente poetica.

Fuorvianti in particolare trovo le grandi foto sparate sullo schermo che vorrebbero supportare il racconto, ma che credo siano in larga misura il prodotto o rielaborazioni di programmi di intelligenza artificiale che fumettizzano una realtà che aveva (ed ha) uno spessore drammatico diverso.

E la cosa più fuorviante di tutte (volutamente?) è il titolo dello spettacolo. “E l’ape disse alla vespa: si, ciao”. Un titolo forse nato prima dello spettacolo stesso e che predispone lo spettatore ad aspettarsi qualcosa di  “leggero” sulla storia della vespa e dei suoi prodotti fratelli e che invece viene poi spiazzato dal racconto sul palco.

Certo lo capisco che tenere un registro serioso per raccontare una storia di vespe, api e ciao (e degli operai e degli ingegneri che le costruirono) potrebbe essere difficile da reggere e fare funzionare. Ma la cifra della scrittura di Massini che conosco (Lehman, Freud, Mein Kampf, Trump e Putin) corre sostanzialmente su un registro impegnato, duro, aggressivo, che scava nelle viscere dei personaggi e delle loro storie, ed è sostanzialmente seriosa. Anche i brevi monologhi recitati a casa Formigli sono così.

Qui invece la scrittura e la recitazione gigioneggiano molto con la vita quotidiana degli operai che vengono un po' privati (a parte poche battute) di una loro autentica drammaticità e di un loro spessore. Il testo lavora tanto sui luoghi comuni e poco sulle specificità. Vira spesso sul lato comico. E soprattutto fa dell’operaismo di maniera. Da fumetto. Anche con l'ausilio delle immagini. Ma gli operai "fumetti" lo furono poco. E il conflitto in fabbrica fu sempre aspro. A tutti i livelli. E la fabbrica fu (ed è ancora) una grande caotica famiglia, certo, ma anche un alveare obbligatoriamente produttivo, e percepito da diversi come un carcere e una galera. E molti ne furono (e ne sono) sputati fuori con una certa violenza o vennero (e vengono) trattati in maniera precaria (dai contratti a termine all’uso sistematico della cassa integrazione). E certo la fabbrica fu (ed è ancora) luogo di fatica, sudore, disciplina, relazioni dure, a volte costrittive e dolorose. In particolare per le donne. Non si fanno vespe e motorini da vendere sui mercati mondiali senza un po' di dolore, un po' di irreggimentazione e un po' di violenza, almeno psicologica.

Il racconto quasi idilliaco della fabbrica come grande famiglia, dove si matura e si cresce, si diventa uomini e donne, rivenduto anche recentemente a Pontedera davanti al capo dello stato, è una versione ideologica e parziale della realtà, che è stata fatta propria anche da una sinistra moderata e irriconoscibile per quanto potenzialmente e localmente egemone.

Ma tutta questa complessità nella storia teatrale di Massini, con quel titolo giovanile e pop, non c'è, se non in dosi omeopatiche.

Ovviamente il pubblico pontederese ha gradito lo spettacolo. In fondo si parlava se non di noi, dei nostri parenti piaggisti, della nostra gloria produttiva, di un oggetto famoso nel mondo. Di una storia che ci sentiamo addosso. Perché di questa storia, volenti o nolenti, facciamo parte.

E tuttavia resta la sensazione che la genealogia familiare raccontata da Massini non sia particolarmente rappresentativa e che la vespa narrata al Teatro Era sia più pubblicitaria di quanto sarebbe stato necessario.

Ma anche se gigionizzata e parecchio edulcorata, anche se devitalizzata e resa più compatibile e meno INOPPORTUNA rispetto alla sensibilità di chi dirige oggi la città (e il Teatro), è utile che di questa storia si continui a parlare pubblicamente. 

Perciò grazie Stefano Massini per il tuo lavoro. Grazie.

sabato 16 maggio 2026

IL PAPA, IL RIARMO E LA SCHLEIN

 Ma il Papa sul RIARMO non ha parlato solo alla premier Meloni. 

Tra i provvisoriamente meno potenti, ma pur sempre influenti, ha parlato anche alla Schlein, segretaria del PD e potenziale leader del Campo Largo.

E se è vero che Lei ha una visione laica dello stato (e della vita) e delle parole del Papa potrebbe personalmente non sentire il peso. Ma è pur sempre la leader di un partito (e, potenzialmente, anche di una grande coalizione di centro sinistra) che raccoglie il consenso di un buon numero di cattolici.  Perciò di fronte a questi elettori la Schlein dovrebbe sentire il dovere politico di spiegare perché lei, diversamente da Papa Leone, è favorevole al RIARMO, sia pure SOLO a livello Europeo, un livello che però coinvolge anche l’Italia (perché l'epoca delle furbate politiche è finita).

Su questo punto la Schlein (e  il PD) non può tacere e fare finta di nulla.

Perché non si può essere PACIFISTI e RIARMISTI allo stesso tempo, come invece sostengono molti illustri iscritti al PD e come sostanzialmente proclama la Schlein, che è PACIFISTA nelle piazze italiane e RIARMISTA nel Parlamento Europeo.

I giovani che affollavano il piazzale della Sapienza e che si sono riconosciuti nell’ANTIRIARMISMO UBIQUO E TOTALE DI LEONE XIV vorranno capire bene il doppio senso della posizione sul RIARMO della Schlein prima di darle il voto alle prossime politiche.

venerdì 15 maggio 2026

MA IL PAPA IN SAPIENZA HA PARLATO ANCHE ALLA MELONI?

Nella sua visita all’Università di Roma, Papa Leone XIV è stato molto chiaro sulla questione del RIARMO, a proposito del quale ha detto (sono le sue parole): 

“Nell'ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami 'difesa' un riarmo che aumenta tensione e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.

Sì, Leone XIV si è pronunciato contro il RIARMO. Con termini e argomenti forti e chiari. Inequivocabili. Di più: il Papa ha smascherato il principio di “difesa” che porta al RIARMO a livello mondiale, a livello europeo e quindi anche a livello delle singole nazioni, Italia inclusa. 

E ha condannato chi si arricchisce con la corsa al RIARMO. Le ha definite persone a “cui nulla importa del bene comune”.

Ma il Papa parlava solo ai giovani studenti universitari e ai docenti dell’ateneo romano o si rivolgeva anche ad altri? 

In realtà credo che le sue parole fossero dirette anche ai “potenti” che decidono se spendere i soldi pubblici in armi o in educazione e salute.

Quindi parlava a Trump e ai suoi elettori cattolici.

Parlava alla Von der Leyen, ai leader politici europei e ai loro elettori cristiani.

E parlava anche alla nostra cattolicissima premier, la quale invece ha approvato le politiche di RIARMO e sta innalzando la spesa militare italiana per assecondare le scelte della NATO e quelle europee, arricchendo così le industrie del RIARMO, di cui lo Stato italiano è comproprietario. Un bel ginepraio per la Meloni.

Perché è più facile schierarsi con il Papa quando quest’ultimo viene attaccato da Trump, che commentarlo o replicargli quando il Pontefice contesta le scelte della stessa premier italiana in materia di RIARMO. 

Perché lei è cattolica e romana e le parole del Papa dovrebbero toccarle il cuore. Non potrebbe voltarsi dall'altra parte e fare finta di nulla. Ma Lei è anche per il RIARMO. 

Embè!?, dirà qualcuno dei miei lettori. Si vede che mette la difesa della Patria prima di Dio. Che c'è de male?

IL GIARDINO DI VILLA CRASTAN VA APERTO REGOLARMENTE

Dopo la delibera di Giunta, ecco la determinazione (n.350/2026) che approva la nuova convenzione tra Comune e Fondazione Cultura Pontedera (FCP) per la gestione della Villa Crastan (VC). Così dopo circa 10 anni di gestione alla bell'e meglio e dopo altri 3 anni di gestione sperimentale con FCP, il Comune ha approvato una nuova convenzione  che (all’art. 1) sostiene che ci vorranno altri 3 anni di gestione sperimentale per capire se la gestione della FCP funziona bene per la Villa Crastan.

Diciamocelo: se non fosse vero, sembrerebbe una barzelletta. Naturalmente anche nella nuova convenzione la FCP dovrebbe fare tutto nella VC tranne aprire il giardino con un orario regolare settimanale scritto su un cartello esposto al pubblico. Nessun obbligo preciso è fissato dal Comune in questa direzione. Così come nessun corrispettivo alla FPC è fissato ora per la gestione della VC e del giardino. Ci potrebbe essere. Ma si vedrà.

Gli amministratori pontederesi sono fatti così. Non sanno che pesci prendere sul giardino, non vogliono spenderci e allora lo affidano alla FCP che non può dire di no, ma che non ha neppure risorse proprie per gestirlo. 

Conscio di ciò, il Comune prende una delibera generica che consente a sua volta al dirigente di approvare una convenzione generica dove si sostiene che il giardino va valorizzato ma si omette di dire che va aperto continuativamente con un orario preciso. Questa astuzia consente alla FCP di fare ciò che può per il giardino (ovvero quasi niente) e conta sul fatto che i cittadini pontederesi siano un po' citrulli e passando davanti alla VC e trovandola quasi sempre chiusa si dicano: vabbè, dai, magari domani lo aprono il guardino. E poi se ne vanno.

Ma il tignoso vecchietto da tastiera, che ha la bottega a tre passi dal cancello della VC, sa che quasi tutti i giorni il giardino resta chiuso. E quindi non si lascia infinocchiare dalle spettacolari dichiarazioni degli amministratori comunali che usano le parole "valorizzazione" e “sperimentazione” per sottrarre di fatto il giardino di Villa Crastan all'uso pubblico. E lo scrive. Protestando. Civilmente. Perché in fondo è il nostro giardino dei ciliegi. E andrebbe aperto. Regolarmente. Tutti i giorni. Sennò che giardino pubblico è?

martedì 12 maggio 2026

CANTO CORALE PER UN PIANETA CHE SOFFRE

Ieri sera al Teatro Era di Pontedera quarto spettacolo in 4 anni della compagnia Terzo Tempo, formata da 16 attori rigorosamente non professionisti, tutti soci dell’Università del Tempo libero. Utel ha prodotto l’evento, ma su richiesta e ispirazione di Ecofor Service, che l'ha inserito nel suo festival annuale. Titolo della performance: la riunione. Tema centrale: un confronto corale sul futuro del pianeta e sul senso dello stare al mondo da parte di un gruppo di anziani, i soci di Utel. Regia e scrittura di Adalgisa Vavassori, che ha rielaborato materiali proposti dagli stessi attori, costruendo una messa in scena scorrevole.

Lo spettacolo nasce come saggio finale del corso annuale di formazione teatrale.

L'evento, che ha visto un successo di pubblico straordinario, mi ha suggerito alcune riflessioni che proverò però a riassumere per punti.

Intanto gli attori. Il gruppo è cresciuto. Sono tutti più consapevoli di sé e tutti molto più sicuri nello stare in scena e nel recitare la parte. Voci più alte, udibili, più chiare e scandite; maggiore mobilità individuale e collettiva sulla scena; capacità di interagire con gli altri nei tempi giusti; gestione migliore delle proprie emozioni anche di fronte a 500 spettatori. Un salto qualitativo che in quattro anni sembra un vero balzo. Recitare in 16 un copione con così tante voci differenti non era facile, ma i nostri ci sono riusciti. Complimenti al gruppo e alla formatrice regista, che ha disciplinato gli irrequieti toscani con piglio bergamasco.

Il testo? Attuale. Con un pizzico di retorica di troppo? Forse, ma reso vivo dai rimandi alle esperienze dei singoli. 

Più che una “riunione”, sembrava un CANTO CORALE  PER UN PIANETA CHE SOFFRE e che fatica a trovare la quadra. Un canto in cui ciascun attore dice la sua, si confronta con gli altri, difende le proprie ricette, argomenta, si contraddice e a volte litiga. Ne esce qualcosa di composito, cucito sulle esperienze dei singoli attori, legato ai loro caratteri, al vissuto e anche per questo propone posizioni diverse. A volte contrastanti. Un testo recitato da tutti, in proporzioni egualitarie, e dove tutti hanno lo spazio per sostenere le proprie idee e perfino prendersi qualche libertà. Non era facile costruire e far funzionare una “dibattito pubblico sul futuro della Terra” e renderlo digeribile a 500 spettatori in un’ora e mezzo. Senza annoiare e senza cadere in cliché da avanspettacolo. E Terzo Tempo e la regista Vavassori ci sono riusciti. Probabilmente anche Habermas l'avrebbe apprezzato.

Spettacolo troppo moralista? Direi impegnato ed etico rispetto ad una responsabilità dovuta verso le future generazioni. Ma con un dialogo che dava voce anche a posizioni rinunciatarie ed egoistiche. La bravura del gruppo è stata anche quella di rendere il senso di un confuso destino comune, animato da pessimisti e ottimisti, apocalittici e menefeghisti, nostalgici e futuristi. Tutti consapevoli che gli anziani hanno mangiato la parte più BUONA della torta.

Forse un po' troppi gli stacchetti individuali? Per me sì.

Forse si poteva mettere più pepe in qualche storia interna al gruppo? Anche.

La prima parte più fresca e spontanea mentre la seconda un po' più scontata e con un tono più calante? Così mi è sembrato.

Magari è mancata una trovata che nel finale avrebbe potuto scompaginare le premesse? Me la sarei aspettata, ma forse avrei preteso troppo.

E tuttavia, a parte queste pignolerie, direi che lo spettacolo ha funzionato, è stato applaudito in diversi passaggi e il pubblico è stato stimolato a riflettere.

Su tutto però ribadisco la crescita degli attori di Utel. Che fa presagire spettacoli futuri ancora più impegnati e più coinvolgenti.

Complimenti a chi ha cucinato la torta di ieri sera. Era davvero buona.

sabato 9 maggio 2026

CONTRO LA GUERRA E CONTRO IL RIARMO

Ieri sera, al Teatro Era di Pontedera, emozionante spettacolo di Elio Germano e Teho Teardo contro la follia e l’infamia della guerra. 

Al centro del racconto la straordinaria biografia del GINO STRADA, il suo lavoro per curare le vittime di guerra e l’impegno di EMERGENCY per soccorrere le persone nei paesi colpiti dal flagello dei conflitti militari.

Con la consapevolezza che il 90% della vittime della guerra sono i CIVILI.

Con la certezza che gli unici che guadagnano dalle guerre sono i fabbricanti di armi.

Con la disperata e angosciosa consapevolezza che tocca a ciascuno di noi, lo ha ripetuto più volte Germano, opporsi alla guerra. A tutte le guerre.

Già, ma opporsi come?

Se sei Gino Strada il come è chiaro. Costruisci ospedali e aiuti, finché hai energie, tutte le vittime delle guerre. Ovunque.

Ma se sei un uomo o una donna comune, che fai un mestiere qualunque, o se sei un pensionato, che fai? Come ti opponi alla follia della guerra e del RIARMO?

Sono uscito dallo spettacolo di Germano con una sola riflessione:

Bisogna essere CONTRO LA GUERRA e CONTRO IL RIARMO. E testimoniare questa contrarietà. In tutte le forme possibili. Anche denunciando la follia di chi si dice PACIFISTA, ma al tempo stesso è favorevole al RIARMO. Magari al RIARMO solo europeo. O solo quello della propria nazione. Per sicurezza.

Perchè il RIARMO è la maschera che la guerra indossa prima che il conflitto esploda.

Perché il RIARMO è la premessa della guerra.

Allora bisogna essere contro il RIARMO sempre, ovunque, di chiunque, compresi noi stessi. NO AL RIARMO ITALIANO. NO AL RIARMO EUROPEO. 

Sapendo che ci vorrà tempo perché venga il regno della pace e del disarmo.

Ma avendo speranza che in futuro i nostri pronipoti quel mondo lo vedranno. 

Sono certo che allora in ogni città ci sarà un grande monumento dedicato alla memoria e all’impegno civile di GINO STRADA

venerdì 8 maggio 2026

EUROPA E RUSSIA: UNA GUERRA TRA PERDENTI

Nel 1945 l’avanzata dell’armata rossa verso Berlino consentì all’impero sovietico di sottomettere tutti i paesi dell’est Europa, compresa una parte della Germania nazista. Questa situazione durò per 45 anni.

Poi però negli anni ‘90 l’impero sovietico collassò, gli stati europei dell’est cercarono protezione presso la NATO, mentre diverse nazionalità interne all’impero russo si dichiararono indipendenti. Nacquero così nuovi stati. La Russia per 10 anni sprofondò nel caos. 

Fu allora che gli americani tentarono di "occidentalizzarla" e di condizionarla. E a questa “impresa” si accodarono anche gli stati europei e l'UE.

Così, tra gli anni ‘90 e l’inizio del 2000, gli Usa inglobarono nella NATO quasi tutti gli stati dell’Europa Orientale (già aderenti al disciolto patto di Varsavia). Poi sostennero i movimenti "arancioni" attivi nei nuovi stati indipendenti post-sovietici, arrivando ad “abbaiare alle porte di Mosca” (come disse Papa Francesco). 

Per un paese debole è preferibile essere vassallo di un impero lontano (come quello degli Usa) piuttosto che di uno vicino (come quello russo). Ma non si può ignorare che la nuova collocazione degli stati est-europei (che stracciava gli accordi di Yalta, metteva i piedi e le mani della NATO in aree già di pertinenza russa e indeboliva un’entità statale secolare) venisse vissuta molto male dai russi, impossibilitati però a reagire.

Inoltre l’allargamento del dominio Usa mentre lasciava la stessa UE sottomessa al controllo americano (come la recente vicenda dei dazi e quella dell’incremento delle spese militari dimostrano abbondantemente), le chiedeva più risorse per fronteggiare gli oneri della difesa del “fronte orientale”. Questo perché nel fornire soldi e sostegno logistico all’Ucraina per garantire la sua indipendenza nazionale, l’UE contribuiva anche a spingere il confine dell’impero della NATO nel cuore della Russia. La quale Russia non poteva apprezzare la presenza di missili atomici della NATO nel giardino di casa. Così, ritrovato a fatica un certo equilibrio interno, nei primi anni 2000 la Russia rivendicò anche per sé quella che gli Usa chiamano (per loro) la dottrina Monroe.

Tutto ciò ha prodotto una guerra atroce nell’Europa orientale. Una guerra avviata dai Russi, certo. Ma “provocata” anche dagli Occidentali. Un guerra che dura da oltre quattro anni e di cui non si intravede non solo la fine, ma neppure uno spiraglio di tregua.

Con danni sociali, economici, politici e culturali enormi. E col pericolo che questa guerra si “cronicizzi” e finisca (come in “1984” di Orwell) per diventare un elemento duraturo, accelerando il declino europeo, a tutto vantaggio di altri Stati (Cina, Brics, ecc.). O, peggio ancora, porti all’uso di armi atomiche, con conseguenze inimmaginabili. E più dura la guerra, più il rischio di una catastrofe cresce. Perché le dispendiose politiche di RIARMO avviate dalla UE potrebbero fornire gli strumenti per “l’azzardo finale”.

Tutto ciò accade senza che nessuna delle principali famiglie politiche e culturali europee (né quella di ispirazione cristiana, né quella socialdemocratica e neppure quella liberale) abbia la forza e la volontà di opporsi a questa deriva.

Così il filoatlantismo e il desiderio di sconfiggere i russi sono diventati malattie senili degli Europei.

Ma se è vero che la servitù filoatlantica ha garantito agli Europei un assetto politico stabile e un buon livello di sviluppo socio-economico nel dopoguerra, l’antagonismo verso la Russia e la guerra in Ucraina hanno aperto scenari inediti e assai pericolosi. Scenari che le élite che guidano la UE non sembrano capaci di governare con la necessaria lucidità.

I danni di questo scontro tra la Russia e il grosso degli europei sono già ben visibili. Mentre non si intravedono sforzi efficaci per riconquistare la necessaria dimensione di dialogo e di collaborazione.

Forse davvero Dio acceca coloro che vogliono perdersi.

mercoledì 6 maggio 2026

IL GIARDINO DI VILLA CRASTAN RESTERÀ CHIUSO PER ALTRI TRE ANNI. VA BENE COSÌ?

Con la delibera di Giunta n. 64 del 2026 il Comune di Pontedera ha deciso di mantenere prevalentemente chiuso per altri tre anni il giardino della Villa Crastan.

Senza aver avuto il coraggio di fare un rendiconto pubblico della passata gestione del giardino della Villa, senza valutare altre possibili soluzioni, non curandosi neppure delle voci che si sono levate negli ultimi tre anni per denunciare la sostanziale chiusura del giardino della Villa affidato alla Fondazione Cultura Pontedera, gli amministratori comunali si sono tolti il pensiero e, alla scadenza, hanno prorogato per un ulteriore triennio la convenzione attualmente in corso con la Fondazione.

Vuolsi così colà dove si puote… certo, certo, ma il vecchietto da tastiera non ci sta e non si cheta. E continua a “dimandare”. 

Ma che senso ha per un Comune essere proprietario di un giardino pubblico e tenerlo quasi sempre chiuso? 

Perché non prevederne almeno un'apertura minimale ma continua?

Ancora. Perché non si è valutata la possibilità di una gestione alternativa alla Fondazione? A una qualche associazione del territorio.

Si spendono 30.000 euri per la mangialonga di un giorno, non se ne potevano spendere la metà per assicurare un servizio di sorveglianza del giardino della Villa per un anno?

O non avendo alcuna idea sul da fare (capita anche alle menti più illuminate di trovarsi temporaneamente in questo stato), perché non si è organizzato un concorso di idee sulla gestione del parco?

E la Consulta del centro città non ha niente da dire su questa scelta? 

E le opposizioni? Ingoieranno l’ennesimo rospo o proveranno a fare qualcosa? E cosa? Un incontro pubblico insieme proprio nel giardino per lanciare una petizione contro quella che sembra più una presa in giro che una forma di gestione?

Quanto al partito egemone in città, il vecchietto non si sente proprio di disturbarlo. E' evidente che è in tutt’altre faccende affaccendato.

martedì 5 maggio 2026

LA VITA AGRA MA INTERESSANTE DI BIANCIARDI

Luciano Bianciardi (1922-1971) non è un autore facile, ma neppure difficile. Oggi lo si legge poco, ma per me è stato, negli anni ‘80 quando lo scoprii, una lettura formativa, forse perché mi riconobbi, in parte inconsapevolmente, nel suo pensiero di fondo che era quello di anarco-rivoluzionario (non a caso Pino Corrias gli ha dedicato una commovente biografia intitolata “Vita agra di un anarchico”, un testo su cui, come un citrullo, ho pianto).

Bianciardi è un grossetano, maremmano, che studia alla Normale di Pisa, diventa un intellettuale, ma in provincia ci sta stretto (che lui racconta ne “Il lavoro culturale”, libriccino per me oggetto di culto). Allora si sposta prima a Roma (ma è troppo indisciplinato perfino per la capitale), e dopo, a metà anni ‘50, migra a Milano, dove sopravvive come un intellettuale "precario" con contratti brevi con la casa editrice Feltrinelli, Bompiani, il Giorno, ecc., campando di traduzioni dall’inglese e di collaborazioni con giornali e riviste. Nel frattempo ha una moglie e due figli e Grosseto e, contemporaneamente, prima a Roma e poi a Milano convive con una seconda compagna da cui avrà un terzo figlio.

“La vita agra” racconta, con un taglio ironico tra lo scanzonato e l'amaro, soprattutto la seconda metà degli anni ‘50 a Milano, con qualche riferimento però ai minatori della Maremma (cui aveva dedicato già un libro a quattro mani con Cassola, di cui è amico). Si tratta di quinquennio che per gli storici corrisponde al “boom italiano” e in cui Milano è la capitale dello “sviluppo economico e sociale”. Ma per il trentenne Bianciardi le cose stanno in un altro modo. Nel boom lui vede lo sfruttamento e “integrazione” (titolo di un romanzo breve del 1959) e quindi costruisce in chiave anarco-marxista la sua contestazione radicale della società italiana che sosterrà tutto il romanzo “la vita agra” (1962) fino a concludersi con il romanzo saggio “Aprire il fuoco” (1969).

E la storia della sua vita quotidiana milanese è per certi aspetti asfissiante, più che agra, concentrata nella camera in affitto e poi nel minuscolo appartamento in cui convive con la sua compagna, dove traduce compulsivamente testi dall’inglese per mantenere il suo menage (allora considerato adulterino) e la moglie e i figli confinati a Grosseto.

Ma quello che conta non è la storia in sé, ma i pensieri che questa vita gli suscita.

E i pensieri sono quelli di un intellettuale precario (tema di grande attualità), che odia il sistema capitalistico in cui è immerso e lo vorrebbe fare saltare per aria, ma che non vede sostanziali alternative al viverci dentro, secondo regole che gli sono imposte e che non si possono cambiare. Infatti l’agre cinismo di Bianciardi non apre mai a speranze politiche collettive (e lo stesso PCI a cui pure lui guardava con attenzione, è fortemente irriso in alcune pagine del romanzo).

Semmai c’è, in qualche pagina, una vaga teologia del ritorno ad una vita più naturale, preindustriale, un po’ alla hippies, dove la sessualità e la vita comunitaria dominano su gran parte delle vicende umane. Una vita un po' meno pressante, meno di corsa, meno impegnativa che era stato però il suo stesso carattere a procurargli.

Si tratta per B. di spezzare il meccanismo di integrazione che produce uomini e donne irreggimentati, ovvero a una dimensione (come scriverà di lì a poco Marcuse), ma senza delineare o aderire ad un qualche progetto politico.

La sensazione è che B. consideri il neocapitalismo una forza vincente contro la quale ci si debba certo battere, a parole e con atti anche esplosivi, ma senza una vera speranza di farcela a trasformare la società. In questo B. è un critico culturale, precursore della rivolta del ‘68, che però non crede nei risultati delle lotte sociali aperte col ‘68. E in fondo non crede neppure nel suo bisogno di rivolta (del suo bombarolismo, tema che riprenderà più tardi De Andrè nel suo album “Storia di un impiegato”.

Da qui forse un senso di impotenza e una deriva anche personale di B. verso l’autodistruzione mediante un lavoro un po' forsennato, il fumo e l’alcol. E soprattutto una pessima manutenzione di se stesso.

Ma da qui, per me, nasce anche un certo ironico disincanto verso il mondo, le relazioni (di tutti i tipi), l’industria culturale e in fondo anche verso se stesso. 

Da qui un’ironia e un’auto ironia spietate a cominciare proprio da se stesso e poi praticate nei confronti di cerchie di amici, di conoscenti e di nemici. Un’ironia che risultava spesso dura, cattiva, urticante e che non ha contribuito a favorire la sua fama e il riconoscimento del valore delle sue opere narrative, giornalistiche e saggistiche.

Bianciardi è un grande scrittore e saggista che aspetta di essere riscoperto (cfr. “L’antimeridiano” a lui dedicato dalla figlia).

Dimenticavo: per qualche tempo alla fine degli anni ‘40 ha lavorato anche come bibliotecario alla biblioteca comunale di Grosseto e ha organizzato un bibliobus per portare libri nei paesi della Maremma.