venerdì 15 maggio 2026

MA IL PAPA IN SAPIENZA HA PARLATO ANCHE ALLA MELONI?

Nella sua visita all’Università di Roma, Papa Leone XIV è stato molto chiaro sulla questione del RIARMO, a proposito del quale ha detto (sono le sue parole): 

“Nell'ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami 'difesa' un riarmo che aumenta tensione e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.

Sì, Leone XIV si è pronunciato contro il RIARMO. Con termini e argomenti forti e chiari. Inequivocabili. Di più: il Papa ha smascherato il principio di “difesa” che porta al RIARMO a livello mondiale, a livello europeo e quindi anche a livello delle singole nazioni, Italia inclusa. 

E ha condannato chi si arricchisce con la corsa al RIARMO. Le ha definite persone a “cui nulla importa del bene comune”.

Ma il Papa parlava solo ai giovani studenti universitari e ai docenti dell’ateneo romano o si rivolgeva anche ad altri? 

In realtà credo che le sue parole fossero dirette anche ai “potenti” che decidono se spendere i soldi pubblici in armi o in educazione e salute.

Quindi parlava a Trump e ai suoi elettori cattolici.

Parlava alla Von der Leyen, ai leader politici europei e ai loro elettori cristiani.

E parlava anche alla nostra cattolicissima premier, la quale invece ha approvato le politiche di RIARMO e sta innalzando la spesa militare italiana per assecondare le scelte della NATO e quelle europee, arricchendo così le industrie del RIARMO, di cui lo Stato italiano è comproprietario. Un bel ginepraio per la Meloni.

Perché è più facile schierarsi con il Papa quando quest’ultimo viene attaccato da Trump, che commentarlo o replicargli quando il Pontefice contesta le scelte della stessa premier italiana in materia di RIARMO. 

Perché lei è cattolica e romana e le parole del Papa dovrebbero toccarle il cuore. Non potrebbe voltarsi dall'altra parte e fare finta di nulla. Ma Lei è anche per il RIARMO. 

Embè!?, dirà qualcuno dei miei lettori. Si vede che mette la difesa della Patria prima di Dio. Che c'è de male?

IL GIARDINO DI VILLA CRASTAN VA APERTO REGOLARMENTE

Dopo la delibera di Giunta, ecco la determinazione (n.350/2026) che approva la nuova convenzione tra Comune e Fondazione Cultura Pontedera (FCP) per la gestione della Villa Crastan (VC). Così dopo circa 10 anni di gestione alla bell'e meglio e dopo altri 3 anni di gestione sperimentale con FCP, il Comune ha approvato una nuova convenzione  che (all’art. 1) sostiene che ci vorranno altri 3 anni di gestione sperimentale per capire se la gestione della FCP funziona bene per la Villa Crastan.

Diciamocelo: se non fosse vero, sembrerebbe una barzelletta. Naturalmente anche nella nuova convenzione la FCP dovrebbe fare tutto nella VC tranne aprire il giardino con un orario regolare settimanale scritto su un cartello esposto al pubblico. Nessun obbligo preciso è fissato dal Comune in questa direzione. Così come nessun corrispettivo alla FPC è fissato ora per la gestione della VC e del giardino. Ci potrebbe essere. Ma si vedrà.

Gli amministratori pontederesi sono fatti così. Non sanno che pesci prendere sul giardino, non vogliono spenderci e allora lo affidano alla FCP che non può dire di no, ma che non ha neppure risorse proprie per gestirlo. 

Conscio di ciò, il Comune prende una delibera generica che consente a sua volta al dirigente di approvare una convenzione generica dove si sostiene che il giardino va valorizzato ma si omette di dire che va aperto continuativamente con un orario preciso. Questa astuzia consente alla FCP di fare ciò che può per il giardino (ovvero quasi niente) e conta sul fatto che i cittadini pontederesi siano un po' citrulli e passando davanti alla VC e trovandola quasi sempre chiusa si dicano: vabbè, dai, magari domani lo aprono il guardino. E poi se ne vanno.

Ma il tignoso vecchietto da tastiera, che ha la bottega a tre passi dal cancello della VC, sa che quasi tutti i giorni il giardino resta chiuso. E quindi non si lascia infinocchiare dalle spettacolari dichiarazioni degli amministratori comunali che usano le parole "valorizzazione" e “sperimentazione” per sottrarre di fatto il giardino di Villa Crastan all'uso pubblico. E lo scrive. Protestando. Civilmente. Perché in fondo è il nostro giardino dei ciliegi. E andrebbe aperto. Regolarmente. Tutti i giorni. Sennò che giardino pubblico è?

martedì 12 maggio 2026

CANTO CORALE PER UN PIANETA CHE SOFFRE

Ieri sera al Teatro Era di Pontedera quarto spettacolo in 4 anni della compagnia Terzo Tempo, formata da 16 attori rigorosamente non professionisti, tutti soci dell’Università del Tempo libero. Utel ha prodotto l’evento, ma su richiesta e ispirazione di Ecofor Service, che l'ha inserito nel suo festival annuale. Titolo della performance: la riunione. Tema centrale: un confronto corale sul futuro del pianeta e sul senso dello stare al mondo da parte di un gruppo di anziani, i soci di Utel. Regia e scrittura di Adalgisa Vavassori, che ha rielaborato materiali proposti dagli stessi attori, costruendo una messa in scena scorrevole.

Lo spettacolo nasce come saggio finale del corso annuale di formazione teatrale.

L'evento, che ha visto un successo di pubblico straordinario, mi ha suggerito alcune riflessioni che proverò però a riassumere per punti.

Intanto gli attori. Il gruppo è cresciuto. Sono tutti più consapevoli di sé e tutti molto più sicuri nello stare in scena e nel recitare la parte. Voci più alte, udibili, più chiare e scandite; maggiore mobilità individuale e collettiva sulla scena; capacità di interagire con gli altri nei tempi giusti; gestione migliore delle proprie emozioni anche di fronte a 500 spettatori. Un salto qualitativo che in quattro anni sembra un vero balzo. Recitare in 16 un copione con così tante voci differenti non era facile, ma i nostri ci sono riusciti. Complimenti al gruppo e alla formatrice regista, che ha disciplinato gli irrequieti toscani con piglio bergamasco.

Il testo? Attuale. Con un pizzico di retorica di troppo? Forse, ma reso vivo dai rimandi alle esperienze dei singoli. 

Più che una “riunione”, sembrava un CANTO CORALE  PER UN PIANETA CHE SOFFRE e che fatica a trovare la quadra. Un canto in cui ciascun attore dice la sua, si confronta con gli altri, difende le proprie ricette, argomenta, si contraddice e a volte litiga. Ne esce qualcosa di composito, cucito sulle esperienze dei singoli attori, legato ai loro caratteri, al vissuto e anche per questo propone posizioni diverse. A volte contrastanti. Un testo recitato da tutti, in proporzioni egualitarie, e dove tutti hanno lo spazio per sostenere le proprie idee e perfino prendersi qualche libertà. Non era facile costruire e far funzionare una “dibattito pubblico sul futuro della Terra” e renderlo digeribile a 500 spettatori in un’ora e mezzo. Senza annoiare e senza cadere in cliché da avanspettacolo. E Terzo Tempo e la regista Vavassori ci sono riusciti. Probabilmente anche Habermas l'avrebbe apprezzato.

Spettacolo troppo moralista? Direi impegnato ed etico rispetto ad una responsabilità dovuta verso le future generazioni. Ma con un dialogo che dava voce anche a posizioni rinunciatarie ed egoistiche. La bravura del gruppo è stata anche quella di rendere il senso di un confuso destino comune, animato da pessimisti e ottimisti, apocalittici e menefeghisti, nostalgici e futuristi. Tutti consapevoli che gli anziani hanno mangiato la parte più BUONA della torta.

Forse un po' troppi gli stacchetti individuali? Per me sì.

Forse si poteva mettere più pepe in qualche storia interna al gruppo? Anche.

La prima parte più fresca e spontanea mentre la seconda un po' più scontata e con un tono più calante? Così mi è sembrato.

Magari è mancata una trovata che nel finale avrebbe potuto scompaginare le premesse? Me la sarei aspettata, ma forse avrei preteso troppo.

E tuttavia, a parte queste pignolerie, direi che lo spettacolo ha funzionato, è stato applaudito in diversi passaggi e il pubblico è stato stimolato a riflettere.

Su tutto però ribadisco la crescita degli attori di Utel. Che fa presagire spettacoli futuri ancora più impegnati e più coinvolgenti.

Complimenti a chi ha cucinato la torta di ieri sera. Era davvero buona.

sabato 9 maggio 2026

CONTRO LA GUERRA E CONTRO IL RIARMO

Ieri sera, al Teatro Era di Pontedera, emozionante spettacolo di Elio Germano e Teho Teardo contro la follia e l’infamia della guerra. 

Al centro del racconto la straordinaria biografia del GINO STRADA, il suo lavoro per curare le vittime di guerra e l’impegno di EMERGENCY per soccorrere le persone nei paesi colpiti dal flagello dei conflitti militari.

Con la consapevolezza che il 90% della vittime della guerra sono i CIVILI.

Con la certezza che gli unici che guadagnano dalle guerre sono i fabbricanti di armi.

Con la disperata e angosciosa consapevolezza che tocca a ciascuno di noi, lo ha ripetuto più volte Germano, opporsi alla guerra. A tutte le guerre.

Già, ma opporsi come?

Se sei Gino Strada il come è chiaro. Costruisci ospedali e aiuti, finché hai energie, tutte le vittime delle guerre. Ovunque.

Ma se sei un uomo o una donna comune, che fai un mestiere qualunque, o se sei un pensionato, che fai? Come ti opponi alla follia della guerra e del RIARMO?

Sono uscito dallo spettacolo di Germano con una sola riflessione:

Bisogna essere CONTRO LA GUERRA e CONTRO IL RIARMO. E testimoniare questa contrarietà. In tutte le forme possibili. Anche denunciando la follia di chi si dice PACIFISTA, ma al tempo stesso è favorevole al RIARMO. Magari al RIARMO solo europeo. O solo quello della propria nazione. Per sicurezza.

Perchè il RIARMO è la maschera che la guerra indossa prima che il conflitto esploda.

Perché il RIARMO è la premessa della guerra.

Allora bisogna essere contro il RIARMO sempre, ovunque, di chiunque, compresi noi stessi. NO AL RIARMO ITALIANO. NO AL RIARMO EUROPEO. 

Sapendo che ci vorrà tempo perché venga il regno della pace e del disarmo.

Ma avendo speranza che in futuro i nostri pronipoti quel mondo lo vedranno. 

Sono certo che allora in ogni città ci sarà un grande monumento dedicato alla memoria e all’impegno civile di GINO STRADA

venerdì 8 maggio 2026

EUROPA E RUSSIA: UNA GUERRA TRA PERDENTI

Nel 1945 l’avanzata dell’armata rossa verso Berlino consentì all’impero sovietico di sottomettere tutti i paesi dell’est Europa, compresa una parte della Germania nazista. Questa situazione durò per 45 anni.

Poi però negli anni ‘90 l’impero sovietico collassò, gli stati europei dell’est cercarono protezione presso la NATO, mentre diverse nazionalità interne all’impero russo si dichiararono indipendenti. Nacquero così nuovi stati. La Russia per 10 anni sprofondò nel caos. 

Fu allora che gli americani tentarono di "occidentalizzarla" e di condizionarla. E a questa “impresa” si accodarono anche gli stati europei e l'UE.

Così, tra gli anni ‘90 e l’inizio del 2000, gli Usa inglobarono nella NATO quasi tutti gli stati dell’Europa Orientale (già aderenti al disciolto patto di Varsavia). Poi sostennero i movimenti "arancioni" attivi nei nuovi stati indipendenti post-sovietici, arrivando ad “abbaiare alle porte di Mosca” (come disse Papa Francesco). 

Per un paese debole è preferibile essere vassallo di un impero lontano (come quello degli Usa) piuttosto che di uno vicino (come quello russo). Ma non si può ignorare che la nuova collocazione degli stati est-europei (che stracciava gli accordi di Yalta, metteva i piedi e le mani della NATO in aree già di pertinenza russa e indeboliva un’entità statale secolare) venisse vissuta molto male dai russi, impossibilitati però a reagire.

Inoltre l’allargamento del dominio Usa mentre lasciava la stessa UE sottomessa al controllo americano (come la recente vicenda dei dazi e quella dell’incremento delle spese militari dimostrano abbondantemente), le chiedeva più risorse per fronteggiare gli oneri della difesa del “fronte orientale”. Questo perché nel fornire soldi e sostegno logistico all’Ucraina per garantire la sua indipendenza nazionale, l’UE contribuiva anche a spingere il confine dell’impero della NATO nel cuore della Russia. La quale Russia non poteva apprezzare la presenza di missili atomici della NATO nel giardino di casa. Così, ritrovato a fatica un certo equilibrio interno, nei primi anni 2000 la Russia rivendicò anche per sé quella che gli Usa chiamano (per loro) la dottrina Monroe.

Tutto ciò ha prodotto una guerra atroce nell’Europa orientale. Una guerra avviata dai Russi, certo. Ma “provocata” anche dagli Occidentali. Un guerra che dura da oltre quattro anni e di cui non si intravede non solo la fine, ma neppure uno spiraglio di tregua.

Con danni sociali, economici, politici e culturali enormi. E col pericolo che questa guerra si “cronicizzi” e finisca (come in “1984” di Orwell) per diventare un elemento duraturo, accelerando il declino europeo, a tutto vantaggio di altri Stati (Cina, Brics, ecc.). O, peggio ancora, porti all’uso di armi atomiche, con conseguenze inimmaginabili. E più dura la guerra, più il rischio di una catastrofe cresce. Perché le dispendiose politiche di RIARMO avviate dalla UE potrebbero fornire gli strumenti per “l’azzardo finale”.

Tutto ciò accade senza che nessuna delle principali famiglie politiche e culturali europee (né quella di ispirazione cristiana, né quella socialdemocratica e neppure quella liberale) abbia la forza e la volontà di opporsi a questa deriva.

Così il filoatlantismo e il desiderio di sconfiggere i russi sono diventati malattie senili degli Europei.

Ma se è vero che la servitù filoatlantica ha garantito agli Europei un assetto politico stabile e un buon livello di sviluppo socio-economico nel dopoguerra, l’antagonismo verso la Russia e la guerra in Ucraina hanno aperto scenari inediti e assai pericolosi. Scenari che le élite che guidano la UE non sembrano capaci di governare con la necessaria lucidità.

I danni di questo scontro tra la Russia e il grosso degli europei sono già ben visibili. Mentre non si intravedono sforzi efficaci per riconquistare la necessaria dimensione di dialogo e di collaborazione.

Forse davvero Dio acceca coloro che vogliono perdersi.

mercoledì 6 maggio 2026

IL GIARDINO DI VILLA CRASTAN RESTERÀ CHIUSO PER ALTRI TRE ANNI. VA BENE COSÌ?

Con la delibera di Giunta n. 64 del 2026 il Comune di Pontedera ha deciso di mantenere prevalentemente chiuso per altri tre anni il giardino della Villa Crastan.

Senza aver avuto il coraggio di fare un rendiconto pubblico della passata gestione del giardino della Villa, senza valutare altre possibili soluzioni, non curandosi neppure delle voci che si sono levate negli ultimi tre anni per denunciare la sostanziale chiusura del giardino della Villa affidato alla Fondazione Cultura Pontedera, gli amministratori comunali si sono tolti il pensiero e, alla scadenza, hanno prorogato per un ulteriore triennio la convenzione attualmente in corso con la Fondazione.

Vuolsi così colà dove si puote… certo, certo, ma il vecchietto da tastiera non ci sta e non si cheta. E continua a “dimandare”. 

Ma che senso ha per un Comune essere proprietario di un giardino pubblico e tenerlo quasi sempre chiuso? 

Perché non prevederne almeno un'apertura minimale ma continua?

Ancora. Perché non si è valutata la possibilità di una gestione alternativa alla Fondazione? A una qualche associazione del territorio.

Si spendono 30.000 euri per la mangialonga di un giorno, non se ne potevano spendere la metà per assicurare un servizio di sorveglianza del giardino della Villa per un anno?

O non avendo alcuna idea sul da fare (capita anche alle menti più illuminate di trovarsi temporaneamente in questo stato), perché non si è organizzato un concorso di idee sulla gestione del parco?

E la Consulta del centro città non ha niente da dire su questa scelta? 

E le opposizioni? Ingoieranno l’ennesimo rospo o proveranno a fare qualcosa? E cosa? Un incontro pubblico insieme proprio nel giardino per lanciare una petizione contro quella che sembra più una presa in giro che una forma di gestione?

Quanto al partito egemone in città, il vecchietto non si sente proprio di disturbarlo. E' evidente che è in tutt’altre faccende affaccendato.

martedì 5 maggio 2026

LA VITA AGRA MA INTERESSANTE DI BIANCIARDI

Luciano Bianciardi (1922-1971) non è un autore facile, ma neppure difficile. Oggi lo si legge poco, ma per me è stato, negli anni ‘80 quando lo scoprii, una lettura formativa, forse perché mi riconobbi, in parte inconsapevolmente, nel suo pensiero di fondo che era quello di anarco-rivoluzionario (non a caso Pino Corrias gli ha dedicato una commovente biografia intitolata “Vita agra di un anarchico”, un testo su cui, come un citrullo, ho pianto).

Bianciardi è un grossetano, maremmano, che studia alla Normale di Pisa, diventa un intellettuale, ma in provincia ci sta stretto (che lui racconta ne “Il lavoro culturale”, libriccino per me oggetto di culto). Allora si sposta prima a Roma (ma è troppo indisciplinato perfino per la capitale), e dopo, a metà anni ‘50, migra a Milano, dove sopravvive come un intellettuale "precario" con contratti brevi con la casa editrice Feltrinelli, Bompiani, il Giorno, ecc., campando di traduzioni dall’inglese e di collaborazioni con giornali e riviste. Nel frattempo ha una moglie e due figli e Grosseto e, contemporaneamente, prima a Roma e poi a Milano convive con una seconda compagna da cui avrà un terzo figlio.

“La vita agra” racconta, con un taglio ironico tra lo scanzonato e l'amaro, soprattutto la seconda metà degli anni ‘50 a Milano, con qualche riferimento però ai minatori della Maremma (cui aveva dedicato già un libro a quattro mani con Cassola, di cui è amico). Si tratta di quinquennio che per gli storici corrisponde al “boom italiano” e in cui Milano è la capitale dello “sviluppo economico e sociale”. Ma per il trentenne Bianciardi le cose stanno in un altro modo. Nel boom lui vede lo sfruttamento e “integrazione” (titolo di un romanzo breve del 1959) e quindi costruisce in chiave anarco-marxista la sua contestazione radicale della società italiana che sosterrà tutto il romanzo “la vita agra” (1962) fino a concludersi con il romanzo saggio “Aprire il fuoco” (1969).

E la storia della sua vita quotidiana milanese è per certi aspetti asfissiante, più che agra, concentrata nella camera in affitto e poi nel minuscolo appartamento in cui convive con la sua compagna, dove traduce compulsivamente testi dall’inglese per mantenere il suo menage (allora considerato adulterino) e la moglie e i figli confinati a Grosseto.

Ma quello che conta non è la storia in sé, ma i pensieri che questa vita gli suscita.

E i pensieri sono quelli di un intellettuale precario (tema di grande attualità), che odia il sistema capitalistico in cui è immerso e lo vorrebbe fare saltare per aria, ma che non vede sostanziali alternative al viverci dentro, secondo regole che gli sono imposte e che non si possono cambiare. Infatti l’agre cinismo di Bianciardi non apre mai a speranze politiche collettive (e lo stesso PCI a cui pure lui guardava con attenzione, è fortemente irriso in alcune pagine del romanzo).

Semmai c’è, in qualche pagina, una vaga teologia del ritorno ad una vita più naturale, preindustriale, un po’ alla hippies, dove la sessualità e la vita comunitaria dominano su gran parte delle vicende umane. Una vita un po' meno pressante, meno di corsa, meno impegnativa che era stato però il suo stesso carattere a procurargli.

Si tratta per B. di spezzare il meccanismo di integrazione che produce uomini e donne irreggimentati, ovvero a una dimensione (come scriverà di lì a poco Marcuse), ma senza delineare o aderire ad un qualche progetto politico.

La sensazione è che B. consideri il neocapitalismo una forza vincente contro la quale ci si debba certo battere, a parole e con atti anche esplosivi, ma senza una vera speranza di farcela a trasformare la società. In questo B. è un critico culturale, precursore della rivolta del ‘68, che però non crede nei risultati delle lotte sociali aperte col ‘68. E in fondo non crede neppure nel suo bisogno di rivolta (del suo bombarolismo, tema che riprenderà più tardi De Andrè nel suo album “Storia di un impiegato”.

Da qui forse un senso di impotenza e una deriva anche personale di B. verso l’autodistruzione mediante un lavoro un po' forsennato, il fumo e l’alcol. E soprattutto una pessima manutenzione di se stesso.

Ma da qui, per me, nasce anche un certo ironico disincanto verso il mondo, le relazioni (di tutti i tipi), l’industria culturale e in fondo anche verso se stesso. 

Da qui un’ironia e un’auto ironia spietate a cominciare proprio da se stesso e poi praticate nei confronti di cerchie di amici, di conoscenti e di nemici. Un’ironia che risultava spesso dura, cattiva, urticante e che non ha contribuito a favorire la sua fama e il riconoscimento del valore delle sue opere narrative, giornalistiche e saggistiche.

Bianciardi è un grande scrittore e saggista che aspetta di essere riscoperto (cfr. “L’antimeridiano” a lui dedicato dalla figlia).

Dimenticavo: per qualche tempo alla fine degli anni ‘40 ha lavorato anche come bibliotecario alla biblioteca comunale di Grosseto e ha organizzato un bibliobus per portare libri nei paesi della Maremma.

CALANO ANCORA I PRESTITI NELLE BIBLIOTECHE DI SAN MINIATO

Piange un po' il cuore ad esaminare i dati sui prestiti librari delle biblioteche comunali sanminiatesi. Anche perché gli esiti sono peggiori della previsioni pessimistiche. Eppure 27 anni di lavoro a San Miniato e la piena solidarietà alle bibliotecarie maltrattate (e ora in causa coi loro datori di lavoro) mi invitano a mantenere gli occhi aperti su quello che sta succedendo.

E allora annoto che anche Loredana Lipperini, un’autentica autorità in materia di lettura e di critica culturale, ha dedicato un articolo alla vicenda della bibliotecarie sanminiatesi che si può leggere sul sito "Lipperatura".

Ma tornando ai dati statistici sanminiatesi, occorre sottolineare che Biblio Luzi chiude il primo quadrimestre del ‘26 con -700 prestiti circa rispetto allo stesso periodo del 2025. Si tratta di un calo del 22 per cento. Non proprio noccioline.

E anche Biblio Ponte a Egola cala nello stesso periodo. Solo di poco più di un centinaio di prestiti, è vero. E solo di un -3,5%, ma cala, contrariamente a tutte le dichiarazioni ottimistiche che dal 2024 l’amministrazione comunale e' andata facendo e contrariamente all’impegno che l’Amministrazione dice di voler mettere per risolvere i problemi della pubblica lettura. 

Per ora i dati statistici testimoniano che gli sforzi degli amministratori non hanno prodotto risultati e che le biblioteche sanminiatesi stanno rapidamente scendendo nella classifica delle biblioteche che gestiscono prestiti della Provincia di Pisa. Un declino che per ora sembra inarrestabile.

Inoltre la biblioteca di San Miniato Basso resta ancora chiusa e una parte consistente del patrimonio librario lì conservato è stato dichiarato off limits per i lettori. E sono ormai più di due anni che questo patrimonio e i locali sono indisponibili.

Da segnalare che in questa crisi la biblioteca di Ponte a Egola registra nel primo quadrimestre ‘26 un numero di prestiti librari largamente superiore a quello di biblio Luzi, segno che la localizzazione bibliotecaria su San Miniato (e altre scelte collegate) continua a essere poco apprezzata dai cittadini dell’intero Comune che preferiscono usare la sede meno fornita e con orari più ristretti di PAE rispetto a quella di San Miniato.

Non credo che l’amministrazione comunale ragionerà su questi dati (che per altro immagino conosca bene), ma credo che i sanminiatesi che amano la lettura abbiano il diritto di sapere come stanno andando le cose.

sabato 2 maggio 2026

IL PRIMO MANIFESTO PONTEDERESE DEL PRIMO MAGGIO

In realtà non sono del tutto sicuro che quello che pubblico oggi sia davvero il primo manifesto che sia stato affisso sui muri pontederesi in occasione della giornata del primo maggio festa del lavoro. Di certo è il primo di cui gli archivi della polizia abbiano conservato traccia (almeno in base alle mie ricerche). L’originale si trova depositato nell’Archivio di Stato di Pisa nel fondo della Prefettura.

Il manifesto fu stampato e affisso dal Circolo politico pontederese Carlo Pisacane, attivo in Pontedera negli anni ‘90 dell’Ottocento. Il circolo era frequentato e animato da uomini di fede repubblicana, mazziniana, socialista e anarchica e tenuto sotto sorveglianza dalle forze dell’ordine perché giustamente considerato dai borghesi liberali che guidavano allora il Paese un covo di pericolosi sovversivi.

Il testo meriterebbe una lunga riflessione che però lascio ai lettori che vorranno soffermarsi sopra.

E' un documento di circa 130 anni fa, ma mi pare ancora vivo e chiaro. Forse un po' retorico. Ma perfettamente aderente ai suoi tempi.

Lo pubblicai oltre 40 anni fa, a spese dell’Amministrazione Comunale pontederese, quando era sindaco il socialista Carletto Monni, in un mio volume che credo si trovi oggi solo nella biblioteca Gronchi, dove chi vuole può prenderlo in prestito.

A spingermi verso lo studio della storia di Pontedera era stato un altro sindaco socialista, Giacomo Maccheroni, il quale tra la fine del 1971 o l'inizio del ‘72 chiese ad alcuni giovani liceali di allora (tra cui il sottoscritto) di misurarsi con la storia della Pontedera degli anni ‘20 e con la figura di Alvaro Fantozzi. E lo fece invitandoci a studiare i registri dei verbali consiliari degli anni tra il 1919 e il 1922 e chiedendoci di produrre una ricerca storica per il 25 Aprile che includesse anche le vicende cittadine. Poi ci fece accomodare in sala Giunta. Lì avviammo la lettura dei grandi volumi coi verbali originali del Consiglio e alla fine consegnammo un testo o forse lo leggemmo in un'occasione pubblica. Questo almeno è ciò che ricordo, anche se qualche dettaglio ormai mi sfugge.

Invece ricordo bene che in quegli anni mi ero trasformato in un estremista di sinistra e che polemizzai a lungo e volentieri con i due sindaci socialisti in merito ai destini di Pontedera e del socialismo.




venerdì 1 maggio 2026

LA PIAGGIO, IL COMUNE E IL FUTURO

Ho ascoltato con curiosità il dibattito, trasmesso in streaming, del consiglio comunale pontederese del 29 aprile. In particolare gli interventi sulla mozione presentata dal centrodestra sul futuro della Piaggio a Pontedera. Ma  cosa chiedeva esattamente la destra (appoggiata su questo punto specifico anche dalla sinistra più radicale)? Chiedeva che il Comune ponesse una maggiore attenzione al futuro della produzione della Piaggio, al destino dello lavoratori in Piaggio e che non si occupasse solo di celebrare il glorioso passato della Vespa, ma indagasse sul futuro.

In sostanza il centrodestra ha raccolto le preoccupazioni che serpeggiano in città sui destini dell’azienda, ha interpretato alcune informazioni provenienti dallo stabilimento come indizi molto negativi, non si è fidato delle dichiarazioni ufficialmente ottimistiche della proprietà nè degli atteggiamenti prudenti dei sindacati più rappresentativi, ma ha fatto proprio lo slogan del sindacato USB che diceva: “Vespa 80 anni di storia e zero futuro”; e ha cercato di promuovere un dibattito pubblico. Insomma tutte cose che per 60 anni avevano fatto il PCI e i suoi eredi, oggi assai più letargici rispetto all’attuale proprietà aziendale.

Il sindaco (che due anni fa non era neppure intervenuto su una mozione analoga presentata dalla sinistra più radicale) ha prima polemizzato sull'uso dello slogan di un sindacato di ultrasinistra preso in prestito della destra cittadina (e dalla sinistra più radicale). Poi ha ribadito la propria “postura di sindaco” che non vuole fare né il sindacalista, né l’imprenditore e nemmeno il mediatore tra le parti sociali. Infine ha negato che si accontenta solo di organizzare i festeggiamenti della Vespa e ha concluso che lui si informa su quello che succede in Piaggio e che nelle sedi opportune dice persino tutto ciò che pensa.

Quindi mozione del centrodestra respinta. Niente tavolo di concertazione o di informazione con azienda e sindacati gestito dal Comune. Niente consiglio comunale aperto sul futuro della Piaggio. Niente intromissioni comunali nelle relazioni industriali tra Piaggio e sindacati. Del resto i sindacati confederali hanno firmato a febbraio un accordo integrativo con l’azienda, approvato dal 90% dei dipendenti. Che si può volere di più?

In sostanza la maggioranza consiliare, a trazione PD, ha ribadito l’inopportunità di discutere in consiglio comunale di dove stia andando la Piaggio.

Per il PD è intervenuto assai brevemente nel dibattito un solo consigliere (un ex piaggista) e sostanzialmente per dichiararsi d’accordo con la postura ribadita dal Sindaco. Così il partito che c'è e non c'è continua a non volersi (o a non potersi) immischiare nella questione Piaggio che è troppo complessa per la sua capacità di elaborazione politica e per il suo stato fantasmatico.

Del resto il partito è nel caos (come dimostra la vicenda congressuale e organizzativa del PD pisano). Non riesce, dopo due anni, neppure a eleggere i propri vertici cittadini (parlo sempre del PD pisano), figuriamoci se può affrontare questioni territorialmente strategiche come la relazione con una grande azienda di rilievo internazionale come la Piaggio. Non ce la può fare, dai. 

Così non meraviglia neppure che il partito erede dei comunisti e dei democristiani nostrani da oltre vent'anni non riesca nemmeno a spronare i suoi militanti, pure presenti nelle file dei vari sindacati, a organizzare con continuità a Pontedera una festa decente del primo maggio. 

A tal proposito butto là un suggerimento: ma non si potrebbe chiedere per l’anno prossimo all’Accademia musicale cittadina e alla corale città di Pontedera di tenere un concerto in piazza Garibaldi sull’esempio del concertone romano e di quanto fatto anche a Pontedera per il 25 aprile? Sarebbe già qualcosa. No?

Non ci interessa sapere cosa ci prospetta il futuro, ma almeno andiamoci suonando e cantando.

Ecofor service non potrebbe dare un aiutino?

Buon PRIMO MAGGIO a tutti.

giovedì 30 aprile 2026

MAGGIO 1890: SCIOPERI A PONTEDERA CON LE DONNE IN PRIMA FILA

Si, avete letto bene. Maggio 1890. Pontedera era allora una piccola città con diverse fabbriche, alcune già elettrificate. Diverse del settore tessile.

L’anno prima un congresso della Seconda Internazionale socialista aveva proclamato il 1 maggio del 1890 giornata internazionale del lavoro e invitato tutti i lavoratori del mondo a mobilitarsi e a lottare per ottenere salari migliori e accorciare la giornata lavorativa.

A Pontedera, come confermano dei rapporti di polizia e un paio di articoli su un periodico locale, “L’Elettrico”, furono diverse le categorie che minacciarono o attuarono scioperi nei primi giorni di quel lontano maggio del ‘90, chiedendo ai loro datori di lavoro di essere pagati meglio. 

In particolare scesero in lotta i cordai che fabbricavano funi, i mattonai del Leoncini e di altri imprenditori locali, gli operai della Crastan, le bustaie e alla fine si fermarono anche 170 tessitrici della fabbrica dei Fratelli Morini. Questi ultimi, proprietari anche del monumentale palazzo sul “piazzone” di Pontedera, vennero convocati in Comune per una mediazione dall’allora sindaco Ciompi, ma si rifiutarono di aumentare gli stipendi e dichiararono che avrebbero ripreso le operaie a lavorare solo “perché animati dal sentimento di fare bene al paese”.

Lo sciopero delle tessitrici durò una decina di giorni. Poi tutte, piano piano, chinarono la testa e ripresero il lavoro. Il bisogno piegò la capacità di lotta di quelle formidabili giovani donne pontederesi che ebbero comunque coraggio da vendere per opporsi ai loro datori di lavoro e, immagino, anche alle pressioni familiari.

Sia chiaro quelli del maggio 1890 non furono i primi scioperi operai che si registrarono a Pontedera nel XIX secolo. Altri ve n’erano già stati, almeno dagli anni ‘70 in poi. Ma quasi certamente quelli del maggio 1890 furono tra i primi che coinvolsero anche un notevole numero di donne. Queste ultime erano ampiamente presenti negli stabilimenti tessili ed in particolare nello stabilimento dei Ricci (dove, secondo i racconti di mia nonna, le operaie venivano chiamate col soprannome de “le riccioline”) e in quello dei Morini (dove erano state ribattezzate “le morine”).

domenica 26 aprile 2026

PERCHÉ NON VESPALAND?

Non ho niente contro gli artisti di regime, purché siano veramente artisti e non solo bravi pubblicitari o propagandisti.  Capisco che debbano campare anche loro.

E mi va bene addobbare di Vespe colorate, con farfalline e mele, anche a spese della collettività (e non della Piaggio), la nostra amena cittadina. In fondo è la città a guadagnarci davvero.

Mi andrebbe persino bene se il PD e i suoi cespugli votassero una delibera comunale per cambiare nome alla nostra cittadina e la ribattezzassero VESPALAND. Anche a Porto Empedocle in fondo hanno deciso di chiamarsi Vigata in omaggio a Camilleri (e per attirare turisti).

Sono certo che il mutamento di nome (diversamente dagli addobbi vespistici) avrebbe un’eco mondiale e attirerebbe un sacco di curiosi, se non altro per vedere che razza di gente viva in un posto dove accadono cose di questo tipo.

Forse però VESPALAND suonerebbe un po' sgradito ai puristi, quelli che ancora si fregiano di essere “pontaderesi docche” e non pontederesi come forse suggerirebbe la Crusca. Vabbè, chi se ne importa.

Certo se fossero ancora vivi quei vecchi tostissimi consiglieri comunali comunisti e socialisti che negarono a Enrico Piaggio quella cittadinanza onoraria proposta da Pietro Giani nel 1952, beh, loro ci mangerebbero vivi, ci direbbero che ci siamo bevuti il cervello e che ci meritiamo di vivere nei tempi sconclusionati in cui siamo finiti. Ma tanto loro non ci sono più. Sicché possiamo procedere.

L’unico timore è che forse neppure prostrarsi a VESPALAND ci servirà a qualcosa.

Ma auguriamoci che l’ipercritico vecchietto da tastiera si sbagli. E che tutta questa propaganda romantico-pop-vespistica, come sostengono certi fini intenditori, porti non solo a fare di Pontedera una città turisticamente molto più attrattiva, ma anche ad un rilancio delle vendite delle Vespe sui mercati europei e mondiali.

Così mentre fingo di non vedere che chi ci amministra non ha alcuna voglia di studiare la storia della Piaggio e il suo intreccio con le vicende pontederesi, mentre concordo con la denuncia del sindacato USB in merito al silenzio su dove stia andando la Piaggio oggi, ricordo che la regista Lorenza Pucci ha girato e montato nel 2012 un documentario con interviste agli uomini che fabbricarono le Vespe con le loro mani e chiedo: Ma non si poteva fare vedere almeno qualche minuto di quel documentario sul maxischermo in piazza Cavour o sul piazzone in questi giorni? 

Avrebbe offuscato troppo l'immagine del mito che si vuole coltivare? O forse avrebbe danneggiato le asimmetriche relazioni che si sono consolidate tra Azienda e Comune?

Sia come sia, spero che di quel documentario, che parla di “resistenza operaia” allo strapotere aziendale, l'Amministrazione comunale trovi almeno il coraggio di regalare una copia al presidente Mattarella, quando verrà in città per la festa del lavoro.

lunedì 20 aprile 2026

IL PRESIDENTE, LA PIAGGIO E IL PENSIERO SMEMORATO

Sembra ormai chiaro che la venuta del Presidente della Repubblica a Pontedera per la festa del lavoro (celebrata in anticipo il 30 aprile) darà risalto alla nostra cittadina, procurerà visibilità alla Piaggio, ma sarà un incontro per pochi eletti, a cui i figli e i nipoti dei piaggisti assisteranno solo da spettatori dai bordi delle strade.

Infatti nel ristretto Auditorium Piaggio con 200 posti circa, se ci metti i proprietari e gli alti dirigenti dell’azienda, un centinaio di rappresentanti dello stato sul territorio e una quarantina di sindaci della provincia, chissà se rimarrà posto per schierare, e non certo in prima fila, una decina tra sindacalisti, impiegati e operai, a cui immagino il discorso presidenziale verrà rivolto. Perché è chiaro che di lavoro il Presidente parlerà quel giorno. Solo che davanti a sé, ad ascoltarlo, avrà soprattutto chi il lavoro lo organizza o lo controlla o lo rappresenta, ma non chi lo fa' materialmente.

La speranza è che mentre passeggerà nei capannoni della fabbrica o nel Museo Piaggio, tra una Vespa, un’Ape o qualche mezzo di locomozione più recente, il Presidente decida di voler incontrare qualche piaggista e di scambiare una manciata di parole a quattr’occhi con un'operaia o un operaio, magari per aggiornarsi su come si vive e si lavora oggi in Piaggio, su come funzionano i cicli della cassa integrazione in azienda (a carico dello Stato) e su dove invece vanno a finire gli utili (solo nelle tasche degli azionisti)!

Nell’attesa la città di Pontedera di riaddobba come una specie di Vespa Town, organizzando un’orgia di inutili eventi che proclamare culturali richiede tanto coraggio. Di sicuro di questi eventi pubblicitari avrebbero sorriso gli operai pontederesi che, tra gli anni '50 e '70 del secolo breve, fecero grande la Vespa. Loro che sudditi di Piaggiopoli non vollero mai diventare, né sembrare. E che ancora negli anni '90 seppero combattere lotte aspre per il loro futuro e per quello della città.

Oggi invece Pontedera sembra muoversi come un soggetto un po' immemore di sé, ai bordi di quel che (per fortuna) resta ancora del grande stabilimento, innalzando vuote lodi ed effimeri monumenti a una divinità che pare avere soprattutto un passato. 

E non si capisce bene se sia la città a volersi smemorata e inconsapevole del proprio presente o se sia stata una perfida magia (la globalizzazione?) ad averci scaraventato in periodo così ambiguo e labirintico, da cui non si riesce a trovare un’uscita dignitosa.

Anche per questo aspettiamo con fiducia almeno di leggere le parole del Presidente.

mercoledì 15 aprile 2026

MA LA STATUA DI CARMASSI NON POTREBBE ESSERE RESTAURATA E RICOLLOCATA?

Probabilmente con poche migliaia di euro il Comune di Pontedera potrebbe completare il restauro della statua “Oleandra” del CARMASSI, un tempo posta sulla rotonda ai piedi del terzo ponte, proprio di fronte agli impianti sportivi della Bellaria.

Così si potrebbe liberare quell’ariosa rotatoria dalla SCATOLALONGA che la sovrasta e la imbruttisce da ormai quasi un decennio.

Lo scatolone è infatti uno strano cubo, lì collocato per ricordare non solo cosa c’era, ma per suggerire che quella statua sarebbe tornata. O no?

A dire il vero, già un annetto e mezzo fa il sindaco aveva annunciato (vedere QNV) la probabile ricollocazione della Oleandra per la primavera del 2025. Ma a quell’annuncio, allora dato per buono, non è seguito alcun fatto concreto.

La SCATOLALONGA è rimasta.

Mancanza di soldi?

Se è così, bastava sforbiciare un po' il capitolo dei contributi comunali e dirottare un po' di spiccioli sull’Oleandra.

O si tratta invece di mancanza di volontà?

In questo caso la situazione è più complicata.

Ovviamente la statua porta bellezza, prestigio e decoro alla città, ma non voti.

I contributi alle associazioni amiche invece sono assai più redditizi ai fini del consenso.

Questo lo capisce bene anche il rimbambito vecchietto da tastiera, che, come un Astolfo incaponito, essendo come detto rimbambito, continua a ripetere che forse si dovrebbe investire di più nel restauro della Oleandra di Carmassi e procedere alla ricollocazione sulla rotatoria.

Investire nel restauro di un monumento pubblico è infatti un compito che il Comune dovrebbe effettuare.

Un atto che però ha bisogno di lungimiranza politica e magari di limare qualche piccolo contributo o qualche inutile evento spropositamente finanziato.

Perché è evidente che i soldi non mancano.

lunedì 13 aprile 2026

30.000 € DI MANGIALONGA A CARICO DEI CONTRIBUENTI PONTEDERESI

Il contributo comunale agli organizzatori della XX MANGIALONGA è 3 se non 4 volte superiore alla somma che il Comune spende (al netto dei contributi statali) per acquistare in un anno i libri per Biblio Gronchi. Perché mai una cosa del genere? 

E non è finita qui. Il contributo comunale per la Mangialonga, se non erro, è superiore anche ai contributi che vengono dati annualmente dal Comune a tutte le associazioni che gestiscono i doposcuola cittadini, che pure sono così importanti per la formazione e l’integrazione dei giovani.

Perché dunque una manifestazione che promuove il CAMMINARE (e questo fa bene) e il MANGIARE (e su questo, bah, qualche cosa ci sarebbe da dire) deve essere finanziata dalla fiscalità comunale per una cifra spropositata che in lire suonerebbe sui 60 milioni?

60 milioni di vecchie lire per fare transitare, in una domenica, da un tavolo all’altro (a degustare trippa alla pontederese e altre vivande) circa 1500 persone. Ma davvero è un evento da sostenere con così tante risorse pubbliche?

Con gli organizzatori che devono perfino mettere un tetto alle iscrizioni perché la domanda di partecipazione alla MANGIALONGA è così superiore all'offerta che in poco tempo i posti disponibili spariscono.

Ora, dico io, ma se c'è una così spasmodica richiesta privata di Mangialonga, perché non si aumentano un po' le quote di iscrizione? Perché non si portano le iscrizioni degli adulti da 25 a 35 euro? O a 40, se l’iniziativa ha costi così imponenti da richiedere un contributo comunale di 30.000 euro e tanto volontariato.

Allora altro che governo che taglia fondi ai comuni, se il Comune di Pontedera si può permettere contributi così generosi! Per una Mangialonga che certo non può essere gabellata per un sussidio alimentare ai poveri.

E allora dov’è il busillis?

domenica 12 aprile 2026

QUANDO IL TEATRO FUNZIONA COME UNO SPECCHIO PER L’ANIMA

 Commento a caldo le reazioni che mi ha provocato la visione dello spettacolo intitolato “COME GLI UCCELLI”, scritto da un autore libanese, Wajdi Mouawad, portato in scena dal Mulino di Amleto con la regia di Marco Lorenzi. Spettacolo recitato da attori tutti a me sconosciuti, ma bravissimi. Una performance di cui non sapevo nulla. 

Eppure lo spettacolo, che dura oltre 3 ore, ha preso me e il resto del pubblico pontederese del Teatro Era in maniera totalizzante, quasi togliendoci il respiro e obbligandoci a entrare a far parte della famiglia che si agitava sul palco e  costringendoci a rispondere alle molte domande che gli attori si urlavano addosso.

Tutto inizia a New York, attorno a due giovani di origini diverse, lei araba, lui ebreo, in un incontro alla Romeo e Giulietta, che però finisce per concentrarsi sul bisogno spasmodico di scoprire la verità relativa alle proprie origini e per coinvolgere quindi le loro famiglie, o meglio una famiglia, quella del padre del ragazzo.

Così i due giovani, che abitano in un presente apparentemente asettico e che frequentano una moderna biblioteca pubblica americana, vengono risucchiati dalle proprie storie familiari e da queste storie scaraventati nella fase attuale di una guerra che si combatte almeno da 5000 anni. Una guerra sanguinosa e folle, intermittente, tra il Mar morto e il Mediterraneo, per il possesso di una terra che gli ebrei chiamano Israele (e che sostengono, in virtù dei loro testi sacri, sia stata loro promessa da Dio) e che gli altri, gli arabi, dicono Palestina, su cui nell’ultimo millennio e mezzo hanno costruito le loro moschee.

In questo risucchio scopriranno verità insospettabili, come se omericamente le divinità si fossero prese gioco di loro e dei loro antenati, trattandoli come pupazzi.

Al centro della scena campeggia e ruota un grande muro che ricorda il muro del pianto, ma anche il muro di Gaza e le mura di Gerusalemme, forse le stesse mura di Troia, e, perché no?, un palinsesto gigante, un libro universale delle stupidità, degli errori e della saggezza. Un libro su cui si ripetono sempre le stesse parole, si disegnano e si grattano testi buoni e frasi sbagliate, si proiettano le angosce e le paure dell’anima umana.

Insomma, come convenivano quasi tutti gli amici all’uscita dalla sala, ieri sera abbiamo assistito ad uno spettacolo veramente potente, forte, coinvolgente, che non ci aveva lasciati indifferenti.

Uno spettacolo che, nonostante le parole e le immagini finali, non ci aveva consolato. Di sicuro non aveva consolato me.

Perché la grande e la piccola storia non consolano quasi mai. 

Semmai ci suggeriscono uno sguardo empatico e pietoso. Semmai.


Uno spettacolo da vedere. Assolutamente.

sabato 11 aprile 2026

MATTARELLA, LA PIAGGIO E IL LAVORO

Il ritorno di Mattarella a Pontedera è un evento straordinario per la città. E che questa visita si leghi alle celebrazioni del primo maggio e alla festa del lavoro è ancora più significativo. E' un autentico regalo che dovremmo impegnarci a meritare.

Quanto alle ragioni della sua venuta, mi piace pensare che il Presidente abbia saputo di un’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori della Piaggio, promossa dal suo predecessore Giovanni Gronchi alla fine degli anni ‘50 e abbia giudicato “opportuno” venire di persona a vedere come stanno oggi le cose.

Del resto se la Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro si dovrà pur verificare costantemente quale sia lo stato effettivo del lavoro e dei lavoratori nella nostra società. 

Che senso ha altrimenti parlare dei diritti del lavoro, se poi si trova inopportuno monitorare in che modo questi diritti vengono rispettati anche in casa nostra? Anche a Pontedera. E non solo alla Piaggio.

Ovviamente Mattarella verrà anche per riconoscere il valore di successi industriali come Vespa e Ape, orgoglio e vanto del made in Italy. Ma certo non potrà ignorare che il grosso della produzione di questi oggetti ormai prende corpo nel lontano oriente (India, Cina e Vietnam). E che la globalizzazione e la delocalizzazione hanno quasi svuotato la fabbrica pontederese e desertificato l’indotto.

Per questo la visita di Mattarella è uno sprone incredibile a tentare di aprire una riflessione sul destino dello stabilimento. Un destino produttivo che vorremmo continuasse a caratterizzare il nostro territorio anche in futuro e non solo per gli stipendi che ancora oggi la Piaggio garantisce (insieme però agli ammortizzatori sociali sempre più utilizzati dall’azienda).

Un destino che non vorremmo invece che si limitasse alle feste di compleanno della Vespa e dell’Ape o ai raduni degli appassionati, che pure sono da apprezzare e coltivare.

Spero poi che Mattarella si intrattenga coi lavoratori della Piaggio e coi superstiti dell’indotto. E che ascolti dipendenti italiani ed extracomunitari presenti in fabbrica. Che parli con loro anche singolarmente. Perché ognuno di loro oggi fa dei grandi salti mortali per tirare avanti. E anche se questi salti mortali non sono una disciplina olimpica, pure non richiedono abilità inferiori o minore tenacia degli sport più blasonati e meglio retribuiti.

Infine mi auguro che sulla scia della visita di Mattarella del 30 aprile ci possa essere un rilancio anche della cerimonia pontederese del primo maggio (di cui non mi pare si sappia ancora nulla di preciso). E spero che nel corteo del primo maggio sfilino i piaggisti e tanti altri lavoratori, magari insieme a tanti studenti. E che a questi operai e a questi studenti venga dato il modo di parlare in piazza.

Perché non di sola nostalgia della Vespa né di solo orgoglio di ex costruttori di Api possono vivere Pontedera, la Valdera e i suoi giovani.

venerdì 10 aprile 2026

I NOSTRI EROI

Dario Marconcini e Giovanna Daddi hanno costruito in pochi mesi una nuova compagnia di attori amatoriali, tutti, meno uno, over 70, li hanno ribattezzati “Gli eroi”, hanno scelto per loro una serie di brani di Shakespeare da interpretare e poi li hanno fatti debuttare alla sala Cieslak del Teatro Era di Pontedera nel festival “Ponte di Parole”

Detta così sembra semplice. In realtà si è trattato di un piccolo miracolo. Un’invenzione degna del mago Prospero che chiede a Ariel di metterla in scena.

Dietro a questa magia teatrale c'è infatti la grande umanità, la bravura e la lunghissima esperienza di Marconcini & Daddi nel formare (e lavorare con) gli attori. C'è una profonda conoscenza dei testi shakespeariani di Marconcini e l’abilità nel saperli cucire con un filo poetico e di farli aderire alla pelle dei suoi attori. C’è la volontà di 15 persone, molto adulte, che a novembre scorso neppure si conoscevano tra di loro, di mettersi in gioco in un percorso teatrale presso l’Utel di Pontedera, tirando fuori la voce di Lady Macbeth, quella di Amleto e Ofelia,  quella di Giulietta e Romeo e di diversi altri  personaggi, soprattutto minori, dei drammi elisabettiani.

Ne è uscita una piccola impresa che fa bene e riempie di orgoglio prima di tutto il gruppo dei nuovi eroici attori, tutti tesi e in ansia, come ragazze e ragazzi al loro primo appuntamento.

E fa bene al pubblico che, mentre ascolta le immortali parole di Shakespeare, nel buio di una sala illuminata da lucine fioche, si emoziona e batte più volte le mani ai vari monologhi.

Così il tempo, come la notte di Giulietta e Romeo, fugge e lo spettacolo si dipana con solo qualche impercettibile dissonanza.

Magia di un teatro povero, ma fatto grande dalle parole del drammaturgo di Stratford, dall'abile regia di Marconcini e Daddi e soprattutto dalla tenace volontà dei soci di Utel di sfidare gli oltraggiosi dardi del tempo e della sorte.

Magia semplice, ecologica, pulita. A chilometro zero.

Repliche? Speriamo proprio di sì.

giovedì 9 aprile 2026

DON MILANI E IL CULTO DELLE PAROLE NELL’EPOCA DELLE BUGIE

Ho visto ieri sera al Teatro Era lo spettacolo intitolato “Cammelli a Barbiana” scritto alcuni anni fa da Francesco Niccolini e Luigi D’Elia, e riproposto nel festival pontederese “Ponte di Parole”.

Questa però non è una recensione allo spettacolo.

E' una riflessione, liberamente provocata dalla performance di Luigi D'Elia e dalle parole pronunciate dopo la recita da Niccolini, D’Elia e Sandra Gesualdi, autori e autrice del testo intitolato “la Scuola più bella che c'è”, dedicato all’esperienza di Don Milani a Barbiana.

Al centro di tutto il lavoro culturale e religioso di Don Milani ci sono due punti cruciali.

Il primo è la forza e la ricchezza delle parole. Il secondo è l’istruzione scolastica permanente, concepita come una formazione quasi totalitaria, affidata a insegnanti innamorati persi dei loro allievi (e di Dio). Entrambi i punti sono percepiti (con fede rabbinica più che cattolica) come strumenti di emancipazione e di liberazione per i ceti culturalmente (ed economicamente) più poveri.

Ora l’attualità rivoluzionaria dell’azione di Don Milani sta ancora tutta qui. Solo che nel frattempo il mondo è cambiato.

E noi viviamo in un’epoca in cui il valore delle parole si è rattrappito e dove sono soprattutto le bugie ad aver preso il sopravvento e dilagare.

Così anche se si legge e si scrive molto più di prima, il valore di quello che si legge e si scrive è sempre meno efficace. Direi perfino meno liberatorio.

Inoltre viviamo in tempi in cui, come ha ben sintetizzato D’Elia, rispondendo ad una domanda, la scuola sembra un “casino” (frase applaudita con convinzione dal pubblico rimasto alla conversazione con gli autori dopo lo spettacolo).

Insomma viviamo in un momento storico in cui né il possesso individuale di molte parole, né più alti livelli di istruzione e formazione raggiunti da molti sembrano in grado garantire non solo il successo, ma neppure una dignitosa emancipazione sociale, come invece prevedeva Don Milani.

Ovviamente l’ignoranza linguistica e una scarsa istruzione sarebbero assai peggio. Ma resta il fatto che le credenze donmilaniane non sembrano più punti di forza archimedei per sollevare e risolvere i problemi del mondo e dei suoi abitanti.

Il nostro squinternato ma molto ricco (anche se fortemente sperequato e pericolosamente antiecologico) contesto contemporaneo sembra presentarsi come un paradosso: alla grande maggioranza degli uomini non mancano oggi né le parole per capire e descrivere la realtà, né l’istruzione per viverci dentro. Ma questi strumenti (parole e istruzione) non bastano per emanciparsi dalla sudditanza sociale e politica in cui ci troviamo quotidianamente a vivere.

In particolare non sembrano sufficienti a costruire quella buona politica che, per dirla con Don Milani, ci dovrebbe aiutare a risolvere, tutti insieme, i problemi che abbiamo di fronte.

Davvero un bel guaio.

lunedì 6 aprile 2026

LA CRISI DELLA PARTECIPAZIONE E LE CONSULTE DI QUARTIERE

Diversi studi e diverse osservazioni empiriche ci suggeriscono che anche nelle democrazie imperfette la politica e i suoi partiti stanno subendo da una trentina di anni e passa un processo di secolarizzazione e di disaffezione.

Che vuol dire?

Che gli uomini e le donne credono sempre meno che la politica possa risolvere i loro principali problemi quotidiani. E quindi si iscrivono meno ai partiti e partecipano meno alla vita pubblica attiva e vanno in numero sempre minore a votare per elezioni e referendum.

Soprattutto i partiti attraggono sempre meno giovani che sono i più critici rispetto alle “credenze antiche” e alla democrazia, che assomiglia un po' ad una religione e come le religioni subisce gli oltraggi del passare del tempo e dei testimoni.

Ovviamente molti pensatori sostengono che il processo di secolarizzazione sia un guaio serio e sia il frutto di “poteri forti” che hanno interesse a favorire questa “deriva” che facilita il rapporto di sudditanza tra governati e governanti, alimenta il “populismo” e per i neomarxisti sottomette sempre di più gli uomini al capitale.

Da me interpellata, l’intelligenza artificiale, che dovrebbe aver letto sull’argomento più libri di me e della maggior parte dei buoni lettori che mi leggono, sostiene che le cause del distacco di una parte rilevante di cittadini dalla politica sono (cito):

“Sfiducia nelle istituzioni: La percezione che la politica non sia più in grado di risolvere i problemi concreti (come l'inflazione o il cambiamento climatico) a causa della pressione dei mercati globali.

Individualismo: Il passaggio da una società collettivista a una più centrata sull'individuo ha indebolito il senso di appartenenza a grandi blocchi ideologici.

Complessità decisionale: Molte decisioni importanti sono prese da organismi sovranazionali (UE, banche centrali, multinazionali) che i cittadini percepiscono come distanti e non influenzabili dal voto”.

Pur non conoscendo di persona questa Intelligenza Artificiale e non avendo il tempo di leggere e verificare tutti i libri che mi ha suggerito di leggere sull’argomento, le sue risposte mi sono sembrate ragionevoli. Preso dall'entusiasmo, ho chiesto all’IA se c'erano dei rimedi contro questo processo di disaffezione alla politica.

Mi ha dato una lunga articolata risposta, che conteneva diverse medicine. Tutte utili, probabilmente. Tra i diversi rimedi sottolineo questo (cito): “La "Città dei 15 minuti" e il Politico di Prossimità. Molti sostengono che la partecipazione rinasca dal territorio. Se un cittadino vede che il suo impegno migliora il parco sotto casa o la pista ciclabile, sarà più propenso a credere nella politica nazionale. ​Il paradosso: Per "salvare" la democrazia nazionale, molti esperti suggeriscono di partire dalla democrazia locale, dove l'impatto dell'azione del singolo è visibile e tangibile”.

E allora, visto che siamo a Pasquetta e la speranza deve essere l’ultima a morire, spero anch'io, confortato dall'analisi dell’IA, che il riavvio delle consulte di quartiere annunciato anche a Pontedera in questi giorni ci aiuti a rafforzare la partecipazione politica e ad accelerare la risoluzione di alcuni problemi locali, se non in 15 minuti, comunque in un tempo ragionevole.

Si riparte dal basso, insomma. E incrociamo ragionevolmente le dita. Che l’Intelligenza Artificiale ci aiuti.

Buona Pasquetta a tutti.

sabato 4 aprile 2026

UNA NUOVA MOSTRA AL PALP

A fine marzo al PALP di Pontedera è stata inaugurata l’ennesima mostra senza eco. 

Un centinaio di opere monotematiche e 80 artisti (pittori, scultori e fotografi) coinvolti. Per lo più sconosciuti al di là degli addetti ai lavori, dei critici d’arte e degli amici.

Per non smentirsi, NIENTE catalogo della mostra.

E NIENTE brochure.

NIENTE pubblicità sulle riviste d'arte o su altre riviste specifiche per il target dei visitatori potenzialmente interessati all’evento.

NIENTE ufficio stampa specializzato per pompare l’evento e renderlo attrattivo per un pubblico numeroso.

NESSUN personaggio di richiamo alla inaugurazione. Ci mancherebbe.

Un po' di comunicazione social. In minimo sindacale.

Qualche articolino sulla stampa locale. Qualche servizio di TV locali.

Solo un po' di chiacchiere retoriche, sempre le solite, da parte dei soliti noti.

Obiettivo della mostra? Promuovere la nostalgia, il culto e il mito di una cosa che a Pontedera è molto nota e che è nota anche in molti altri paesi del mondo. E che festeggia un compleanno ottuagenario senza che nessuno però abbia il coraggio di chiederle come si sente. 

Già, come sta? NESSUNA risposta.

Va precisato che nostalgia, culto e mito non sono di per sé una miscela attrattiva. Sono sostanze che bisogna saper shakerare per ottenere un risultato efficace. Per questo servirebbero dei bravi shakeratori. Ma al PALP si lavora alla buona. Con quello che passa il convento.

Naturalmente NIENTE biglietto di ingresso alla mostra, così il dispettoso vecchietto da tastiera non potrà pungolare l’amministratore comunale a certificare l’ennesimo prevedibile e inevitabile flop di presenze.

Quando ho visitato la mostra, passandoci un’oretta, domenica, ho incrociato si e no un’altra decina di persone.

Ipotizzo perciò che in tutto il giorno, di domenica, ci saranno transitate trenta o al massimo, ad essere proprio ottimisti, trentacinque persone.

Come partenza, non proprio un’attrazione fatale.

Va be', dai. Le presenze si gonfieranno pian piano col passa-parola che di solito, nel caso le opere piacciano, farà crescere i visitatori.

Poi mobiliteranno gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Non gli parrà vero ai ragazzi di uscire dalle noiose aule scolastiche e tuffarsi nel mito.

Un po' di ottimismo, che diamine, siamo a Pasqua.

Già. Buona Pasqua a tutti. Soprattutto ai lavoratori e alle lavoratrici pontederesi che si sentono instabili nella pancia del grande mito.

domenica 29 marzo 2026

NIENTE RE, NÉ REGINE, NÉ GUERRE E NIENTE RIARMO

Ieri non ero fisicamente presente a Roma, ma condivido lo spirito libertario e antiautoritario e soprattutto pacifista e contro qualunque RIARMO della manifestazione che si è svolta nella capitale in concomitanza con iniziative analoghe in tutto il mondo e negli USA.

La guerra del golfo, scatenata dagli americani e dagli israeliani, ha violato il diritto internazionale, dato una mazzata alle organizzazioni internazionali che lavorano per la pace, affermato il diritto del più forte a fare ciò che vuole, costretto il grosso degli europei ad un ennesimo atteggiamento di sudditanza filoatlantica e provocato pesanti conseguenze economiche per tutti, europei inclusi.

Contesto poi chi sostiene che la nuova guerra del Golfo, scatenata da Trump e Bibi, sia una conseguenza dell’aggressione russa all’Ucraina. 

Condivido e sostengo invece convintamente il No al RIARMO europeo e contesto la scelta bellicista stupidamente e temo tragicamente approvata dalla Comunità Europea, che nel RIARMO sta investendo cifre folli (a debito), sollecitando gli stati membri a fare altrettanto.

Riconosco purtroppo che il NO al RIARMO è un tema poco sentito (e trattato solo retoricamente) dalle grandi forze del centrosinistra italiano.

Spero che le recenti dichiarazioni del leader del M5S sul RIARMO europeo siano il frutto di un ennesimo fraintendimento dei giornalisti e non una pericolosa svolta del Movimento ex grillino.

Mi piace infine segnalare come nel suo piccolo ieri a Pontedera, sul corso Matteotti, si sia tenuta una manifestazione pacifista e ANTI RIARMO del Movimento NO BASE, a cui esprimo, per quel poco che può valere, tutto il mio sostegno e la mia gratitudine per il loro  prezioso impegno.

sabato 28 marzo 2026

NULLA DI NUOVO SUL VIALE PIAGGIO

Siamo a quasi 4 anni dalla chiusura dei parcheggi intorno alla Biblio Gronchi e tutto tace. 

Via Maestri del lavoro resta chiusa e sono passati quasi 2 anni dalla gara del project financing vinta da SIAT.

Sono anche trascorsi 6 mesi da quando SIAT aveva annunciato di essere pronta a far partire i lavori sui parcheggi sbarrati.

Invece niente.

Parcheggi chiusi.

Biblioteca circondata da transenne. 

Studenti che mangiano panini sotto i ponteggi, seduti sui panettoni di cemento.

Prestiti librari e presenze in biblioteca abbondantemente al di sotto dei livelli precovid.

Viaggiatori che parcheggiano davanti a villa Leoncini e poi fanno il giro del mondo per raggiungere la stazione ferroviaria. E viceversa. 

Silenzio su e di un consiglio di quartiere che non viene riattivato. Che non si occupa dei problemi del quartiere.

Sembra una situazione strampalata.

Invece è proprio Pontedera centro.

Intanto per fare allenare le persone a camminare e a fare più strada, il Comune finanzia con 30.000 € (proprio trentamila euri) la XX Mangialonga.

La città ne sentiva proprio il bisogno.

QUANDO BERLINGUER VENNE A PONTEDERA

Certo era il 1961. 65 anni fa. Era giovane, Enrico Berlinguer quando venne a Pontedera. 39 anni appena. Ma era già membro della direzione nazionale del PCI e l’anno dopo sarebbe entrato nella segreteria. 

Venne a Pontedera a studiare per conto del partito gli operai della Piaggio. E per capire  le dinamiche profonde del capitalismo italiano. A osservare, analizzare, comprendere, attraverso gli occhi e i cervelli dei compagni operai, una fabbrica emblematica e di successo. Venne per capire come fronteggiare e arginare lo strapotere padronale in fabbrica e nella politica. Per contrastare quello che allora si definiva il neocapitalismo e immaginare e proporre uno sviluppo più giusto, più equilibrato, più rispettoso dei lavoratori.

Rimase qui a Pontedera due giorni a presiedere la conferenza operaia e a prendere appunti. A imparare dalla realtà concreta.

Nelle carte di Renzo Remorini, depositate alla Biblioteca Gronchi, se non ricordo male, ci sono annotazioni di pugno di Renzo di quelle due giornate. E presso l’Archivio dell’istituto Gramsci di Roma, nelle carte Berlinguer, lì depositate, ci sono dei documenti, quasi certamente  gli appunti manoscritti di Berlinguer di quel convegno pontederese del ‘61. Forse il Comune, se non l'ha già fatto, potrebbe visionarli e chiederne copia. Credo sarebbe una testimonianza importante per la città.

Certo, sono passati 65 anni da allora. Certo l’Italia è molto cambiata. Certo la Piaggio stessa è assai mutata. Pontedera è diversa.

Ma la forza produttiva del paese passa ancora dalle fabbriche. Come ci insegnano la Cina e perfino lo stesso tardoprotezionismo di Trump.

Soprattutto il lavoro e i lavoratori sono il cuore pulsante di questa forza produttiva e anche molto di più. Sono una delle radici del mutamento sociale. E, come ci dice la Costituzione, uno dei pilastri su cui si fonda la democrazia.

Perciò, anche se il mondo mediatico e social ci vorrebbe fa credere altro, l’attenzione al lavoro e alle fabbriche resta molto OPPORTUNA.

sabato 21 marzo 2026

IL PROSSIMO PRIMO MAGGIO A PONTEDERA

Sono iscritto ad una organizzazione sindacale nazionale, settore pensionati. Ma ancora non so se il prossimo Primo Maggio si terrà o meno un corteo con comizio a Pontedera.

Nel caso ci fossero corteo e comizio in piazza Cavour mi piacerebbe che i sindacati riuscissero a mobilitare, sotto uno striscione ben identificato, lavoratori della Piaggio e che venisse dato loro il microfono per raccontarci che vita si vive oggi dentro il grande stabilimento e le preoccupazioni che hanno per il loro futuro. La loro vita ci riguarda.

Nei giorni scorsi ho suggerito al segretario comunale del PD pontederese di analizzare, in un incontro pubblico, le attuali strategie della Piaggio e quelle del lavoro per capire meglio dove stia andando la società oggi di proprietà dei fratelli Colaninno. Mi ha risposto che il PD non ha soldi per organizzare una cosa del genere. Gli ho ribattuto che non credo sia un problema di soldi. Non ne aveva nemmeno il vecchio PCI di soldi, ma, ho detto, il PCI aveva orecchi, occhi e cervelli nella fabbrica e anche fuori. E li usava per capire la fabbrica, difendere e dare dignità ai lavoratori. Ho aggiunto che oggi ci sono osservatori pubblici regionali. Ci sono le Università che studiano i territori. Possibile che il PD locale non abbia contatti e sensori e non riesca a rendere pubbliche le sue analisi sulla società Piaggio? In realtà ipotizzo che al PD (che sta ancora campando con quella eredità) manchi soprattutto la volontà e il coraggio di affrontare la questione Piaggio. E gli ho ricordato che nel Consiglio comunale pontederese dell’11 novembre 2024 il gruppo del PD si espresse per non affrontare la questione Piaggio, giudicando "inopportuno" trattare questo argomento. Il gruppo consiliare del PD non voleva disturbare l'azienda? Ricordo infine che gli interventi per rinviare “sine die” il dibattito sulla Piaggio furono svolti, a nome della maggioranza, da un consigliere ex piaggista del PD e da un sindacalista CGIL ora pensionato, sempre iscritto al PD. Nessun membro della Giunta intervenne.

Immagino che il problema della Piaggio sia complicato e difficile. La Piaggio è una multinazionale e i suoi dipendenti "formichine". Sempre più multiculturali.

Credo allora che una città come Pontedera, guidata da una forza politica come il PD, non possa festeggiare la giornata dedicata al lavoro ignorando cosa accade nella grande fabbrica e a chi ci lavora dentro.

Ovviamente questo è un problema in primis sindacale. Ma anche politico. Culturale. Etico. Ripeto: un grande problema cittadino. Di una comunità sempre più multietnica. Un problema che invece appare rimosso.

Chi ricorda il ciclo di lotte combattute alla metà degli anni ‘90 per tenere ancorata la Piaggio a Pontedera, rammenta bene che alla testa dei cortei che attraversavano la città, oltre, come ovvio, ai rappresentanti sindacali, c’erano il sindaco, Enrico Rossi, i rappresentanti delle varie forze politiche, inclusi alcuni parlamentari, e il proposto, don Enzo Lucchesini.

Oggi invece sulla Piaggio è calato un silenzio tombale.

La paura del futuro ha tolto la parola e il fiato a tutti.

Così tacciono i sindacati più rappresentativi. Tacciono le forze politiche. Quasi tutte. Tace l’associazionismo locale. In consiglio comunale la maggioranza, almeno in parte erede del vecchio PCI, mette perfino a verbale che trova INOPPORTUNO parlare di Piaggio. Figuriamoci studiarne le dinamiche. Al massimo si celebra l’oggetto "Vespa" e la sua storia per fini eminentemente turistici, venerando un mito virato soprattutto al passato. Cose utili, intendiamoci. Come il Museo Piaggio, soprattutto se fosse più frequentato come Museo Piaggio che come spazio per eventi culturali vari.

E comunque Renzo Remorini, Luciano Ghelli, Lanciotto Passetti, Francesco Petroni, i fratelli Dolo, Giovanni Scali e tantissimi altri sono certo che non apprezzerebbero questo silenzio pesante, questo sì davvero INOPPORTUNO.

Unica eccezione, almeno sulla carta, l'annunciato spettacolo gratuito sulla “Vespa” di Stefano Massini al Teatro Era. Spero che scuota la città. E che sia coraggioso. Perché è soprattutto il coraggio politico, ripeto, quello che manca oggi alla città. E il Teatro può scuoterci dal torpore.

Nel frattempo vedremo se il prossimo 1 maggio ci saranno corteo e comizio a Pontedera. Vedremo se al corteo parteciperanno operai e impiegati della Piaggio. Vedremo se daranno loro la parola. Vedremo se loro la vorranno. Vedremo.

Di sicuro c’è solo che tra la gente comune e gli addetti ai lavori, piaggisti inclusi, serpeggiano preoccupazione e incertezza sul destino della grande fabbrica e sui posti di lavoro. 

Preoccupazione e incertezza di cui è davvero INOPPORTUNO parlare?

martedì 17 marzo 2026

IL PD PONTEDERESE, IL PALP E ALTRE AMENITÀ

Se il PD pontederese non fosse quello che è, ossequiosamente ossequioso verso i suoi oligarchetti locali, forse di alcuni progetti su cui l’amministrazione (nominalmente a trazione a PD) non riesce a trovare una quadra, forse, dico, potrebbe occuparsi direttamente. Potrebbe chiamare gli iscritti a rifletterci sopra o almeno a dire la loro. E in un momento di grazia potrebbe perfino ascoltare qualche esperto del settore. Potrebbe.

Ad esempio attorno a quell’accrocchio che è ormai il PALP, che ingloba il destino dell'ex Centro d’Arte O. Cirri, quello della Villa Crastan e altre questioni collegate all’identità culturale della cittadina, forse un PD ancora formalmente partecipato dagli iscritti qualcosa potrebbe suggerire.

Le sue componenti, da quella post-comunista a quella cattolica, per non parlare dei socialisti, o degli stessi giovani, potrebbero farsi sentire. Ragionarne.

Già, perché non lo fanno?

Semplice. Perché chi manifestasse apertamente non tanto il proprio dissenso (Dio ce ne scampi e liberi) ma solo i propri dubbi, alcune perplessità e soprattutto qualche barlume di idea originale o anche solo artigianale, iiihhh, si metterebbe contro la Giunta, contro il partito che conta, contro le reti di interessi locali, rischiando un certo ostracismo o almeno il marchio del dissidente o quello, assai più pericoloso, di libero pensatore. E se insistesse in questa posizione potrebbe perfino passare per un vero rompic…. che vuole aiutare la destra, ma soprattutto i fascisti, a prendersi il comune (e il suo nonno, buonanima, si rivolterebbe nella tomba, se solo, nell’al di là, venisse a saperlo). Perché è noto che chi comincia col contestare la gestione del PALP può finire per non condividere neppure il piano urbanistico, la gestione del patrimonio pubblico e chissà quante altre cose. E da lì a votare il Matteo sbagliato è un attimo.

Ecco allora come l’autocensura chiude un qualsiasi timidissimo dibattito interno al partito.

Ma ecco perché l’assenza di un dibattito interno favorisce e consolida l’oligarchettismo ovvero la politica locale gestita da pochi. Pochissimi.

Ecco perché ormai un pontederese su due non va più nemmeno a votare.

Ecco perché il filosofo socialdemocratico Jurgen Habermas, massimo sostenitore dell'importanza per la democrazia di un vero e non fasullo dibattito pubblico, anche a sinistra, sarà sepolto con tutti gli onori, ma senza rimpianti.

lunedì 16 marzo 2026

L’ITALIA E' IN GUERRA SE NON CONDANNA L’AGGRESSIONE DI USA E ISRAELE

Ma perché se la Meloni si sgola a gridare che l’Italia non è in guerra e se il presidente Mattarella avvalora questa interpretazione dei fatti nella riunione del Consiglio Supremo di Difesa, l’Iran se ne infischia, bombarda le nostre basi a Erbil e ci attacca anche altrove? 

Ma perché la teocrazia islamica non prende sul serio i nostri barocchismi politici?

Forse perché vede bene che l’Italia, anche se dice di non essere in guerra con l’Iran, è uno stato vassallo degli Usa e li supporta nelle loro scelte, incluse quelle belliche. 

Ergo ne trae le conseguenze.

Teocratici si, ma non scemi. Quindi il governo iraniano considera tutti quelli che collaborano con gli Usa dei loro nemici.

Sbagliano? 

C’è qualcuno che ricorda il caso di Cecilia Sala arrestata in Iran come ritorsione per l’arresto di un “tecnico” iraniano effettuato in Italia su richiesta degli Stati Uniti che lo accusavano di terrorismo?

E davvero nel paese di Machiavelli ci si è scordati che gli amici dei nostri nemici sono o possono essere nostri nemici?

Se l’Italia non condannerà con chiarezza la guerra illegittima e lesiva del diritto internazionale scatenata dagli USA (e da Israele) contro l’Iran, la Repubblica islamica ci considererà inevitabilmente suoi nemici. 

E le chiacchiere della Meloni, il silenzio (speriamo almeno imbarazzato) di Mattarella e i sottili distinguo dei sinistri non faranno cambiare idea agli iraniani.

Il dualismo amico/nemico in politica estera è una condizione a cui non si sfugge usando parole furbe o il silenzio o anche i distinguo che non distinguono.

Ma per gli italiani (incluso il grosso dei centrosinistri) non sarà facile intenderlo. Perché non c'è peggior sordo di chi non vuol capire. E quando ci torna comodo, recitare la parte dei sordi ci viene facile. Ma…

sabato 14 marzo 2026

SVOLTA COPERNICANA AL PALP. SI TORNA AI VECCHI SANTI

Così, dopo una confusa stagione di mostre dedicate all’arte contemporanea, l'estemporanea giunta pontederese impone alla sua fondazione che gestisce il PALP di tornare ai vecchi santi dell’arte classica. 

E lo fa ripartendo anche dal prof. Pier Luigi Carofano che, se non erro, aveva già curato venti anni fa la mostra del Comune dedicata ai pittori caravaggeschi e ora viene incaricato di curare ben tre mostre consecutive fino al 2029.

Saranno contenti della svolta Daniela Pampaloni e Andrea Modesti che quella strada, sia pure affidandosi ad altri curatori, avevano battuto dal 2016 al 2019, quando erano loro a gestire la Fondazione Palp.

Nel frattempo Pontedera ha mostrato per l’ennesima volta di non avere le idee chiare su cosa fare del Palp, visto che ha nominato da poco un nuovo CDA della Fondazione dove non mi pare ci sia nemmeno uno storico dell’arte tra i suoi componenti.

Del resto anche l'ennesimo “cambio di paradigma” è stato deciso nelle stanze di Palazzo Stefanelli e poi recapitato alla Fondazione perché lo eseguisse.

E' noto infatti che la Fondazione del PALP, che di suo ha solo debiti e nessuna entrata certa, non è in grado di gestire in proprio alcuna programmazione triennale e che solo i trasferimenti del Comune le possono garantire le risorse necessarie per andare avanti.

Sulla svolta merita però osservare:

1 Che la nuova progettazione non risulta il frutto di alcuna analisi del mercato, commissionata a una qualche agenzia specializzata. Non precisa quanto si pensa di investire nei tre eventi espositivi. Né quanti visitatori si punta ad attrarre. Nè se ci sarà un biglietto o meno. 

2 Che non individua con precisione neppure un target di pubblico che si intende attrarre verso le mostre. Infatti si parla di coinvolgimento dell'associazionismo locale, di coprogettazione, di “contatto con la cittadinanza”, di “casa della cultura” e di coinvolgimento del mondo scolastico. Tutte frasi vuote che non vogliono dire niente e che probabilmente niente o poco  porteranno in città. Più o meno come è accaduto negli ultimi 5 anni.

3 Sembra insomma l’ennesima mossa senza capo né coda (e quindi senza possibilità di verifica) partorita da un’amministrazione che non sa gestire questo tipo di strutture, se non alla buona e alla giornata. La girandola dei curatori delle mostre degli ultimi 5 anni dimostra ampiamente questa annotazione.

4 Di fatto la Fondazione Cultura resta solo una modalità per aggirare una gestione veramente pubblica del PALP. Ma il modello privatistico non è in grado di riempire il vuoto progettuale che lo caratterizza.

5 Ragion per cui non è prevedibile che il ritorno ai vecchi santi pagherà né in termini di pubblico attratto, né di qualità espositiva, né di ricadute culturali ed economiche sulla città. Altro che “cambio di paradigma”, annunciato dal Presidente della Fondazione.

L’unica cosa paradigmatica è che in tempi bellici e di tragico riarmo come quelli che viviamo si punti a rilanciare il boccheggiante PALP  con una mostra sulla “bellezza” artistica della guerra immortalata da un pittore-soldato come Courtois. Davvero una genialata mostrare ai vecchi e ai giovani “che la guerra è bella anche se fa male” (come cantava De Gregori), magari invitando il Ministro Crosetto e l’amministratore delegato della “Leonardo” ad inaugurarla e a sponsorizzarla. Già, why not?

mercoledì 11 marzo 2026

NON CHIEDETEMI CHI E' BERSANI

Lo so, nel mondo impazzano le guerre (Ucraina, Iran e almeno altre 50, si legge). In Italia intanto si assiste ad un duello all’arma bianca sul referendum sulla pseudo riforma della giustizia. Così, per alleggerire, oggi mi consentirò una recensione ad un libro di memorie.

Chi l’ha scritto ha una sua simpatia e, fatto il salto dalla politica attiva all’opinionismo, ha raccolto e sintetizzato la sua Weltanschauung in un agile volumetto, intitolato “Chiedimi chi erano i Beatles”. Sottotitolo: “I giovani, la politica, la storia” (Rizzoli, 2025, pag. 185, ma con ampie interlinee).

Ospite quasi fisso da Floris, spesso anche dalla Grueber, tutti targati La 7, Pier Luigi Bersani viaggia poi per feste e incontri in case e spazi PD, dove è rientrato dopo esserne uscito (lui che ne era stato segretario nazionale e candidato premier) ai tempi del Grande Rottamatore.

E l’opinionista piacentino, inventore di mille ardite metafore, col libro sopra indicato sta raccogliendo ora un certo successo, anche editoriale.

Intanto il testo racconta, per chiazze tematiche e salti temporali, come il comunista  Pier Luigi sia diventato un leader Pds, poi Ds, poi ministro e quindi segretario del PD, per finire opinionista di area PD/La 7, sempre pronto a dispensare saggezza politica a chi ne abbia bisogno.

E lo fa in pagine che si leggono davvero senza fatica. Le ardite metafore non sono poi tantissime e spesso vengono perfino spiegate con pazienza, come nel caso delle “lenzuolate”. Il volume insomma scorre veloce e senza intoppi.

A dispetto del titolo, però, non dice quasi nulla sui Beatles. È piuttosto una carrellata a volo di uccello sulla storia politica dell’Italia (e a tratti del mondo). Con una visione ampia, solo un tantinello ideologica, come ovviamente ci si aspetta da uno che fin da piccolo meditava i discorsi di Togliatti. Bellissima in particolare la citazione dell’intervento di Ercoli del ‘63 a Bergamo, dove, probabilmente, per ingraziarsi i compagni pedemontani che non dovevano aver particolarmente apprezzato la riforma sull'innalzamento dell'obbligo scolastico, il leader, che fino a pochi anni prima era stato un fedele seguace di Stalin, sostiene che l’estensione delle conoscenze non risolve tutti i nostri problemi (p. 26, per chi volesse verificare). “Proprio così”, devono aver commentato allora gli uditori bergamaschi, che anni dopo, morti Togliatti e anche Berlinguer, smisero di votare comunista e sostennero il leghismo di Bossi, che delle conoscenze proprio se ne infischiava.

Va infine sottolineato che Bersani propone ambiziosamente la lettura del suo testo come strumento di meditazione soprattutto per i giovani ed in particolare per quelli che (politicamente parlando) non sanno che pesci prendere e cosa farsene della politica. 

Ora non so se quest'opera gioverà ai ragazzi. Ma da vecchietto e coetaneo dell’autore trovo il volumetto illuminante. Soprattutto per comprendere perché il PD è quello che è e sta dove sta. Perché si ritrova i leader che si ritrova e i suoi alleati sono quelli che sono. Il tutto però senza che l’autore ne porti alcuna responsabilità.

martedì 10 marzo 2026

IL PRUDENTE REALISMO DEI VASI DE COCCIO

Forse non è più esattamente così, ma certo non si può negare che il CORRIERE DELLA SERA continui, almeno in parte, a rappresentare l’anima profonda della borghesia produttiva italiana e ad esprimere una visione se non egemonica almeno largamente condivisa nella società borghese italiana. E' il giornale del moderatismo italiano. Senza dare alla parola “moderato” alcun valore morale.

Il CORRIERE è una voce intellettualmente e politicamente rappresentativa del Paese, la cui eco non può essere trascurata, né da chi governa, né da chi sta all’opposizione o semplicemente da chi segua le vicende dell’Italia per curiosità o affetto.

L’edizione dell’8 marzo del CDS riportava l’editoriale di un suo opinionista di peso, ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, che trattava della prudenza politica italiana. L’articolo era tutto un elogio all'astuto realismo (e moderatismo) del governo a trazione Meloni nei confronti della guerra scatenata dai gemelli guerrafondai, Bibi & Donald. Un astuto realismo “doroteo”, praticato da un’ex giovane nipotina di Almirante, che non sosteneva ma neppure condannava la scelta bellicosa degli alleati americani. Un capolavoro di barocco politico.

Le ragioni della prudenza? Le sintetizzo.

L’Italia è uno stato sconfitto nella seconda guerra mondiale che non recupererà mai più la propria sovranità. Il vassallaggio è il nostro modo di stare nel mondo delle grandi potenze.

Il nostro è uno Stato debole, senza bombe atomiche e militarmente ininfluente.

E ad un soggetto di così poco peso e quindi fragile come l’Italia non si addice fare la voce grossa, né rivendicare un protagonismo internazionale, soprattutto nelle crisi belliche.

Uno Stato così deve assecondare gli stati forti e trarre vantaggi da questa posizione di accondiscendenza.

C’è in questa analisi del CORRIERE una sintonia profonda con la storia degli ultimi tre secoli di questo nostro coacervo nazionale.

E come il giornale meneghino sembra ragionare il grosso degli italiani moderati.

Da qui nasce la PRUDENZA. Una virtù cardinale. Una virtù, aggiungo io, politicamente trasversale.

Tanto che, aggiungo sempre io, se la Schlein fosse oggi al posto della Meloni probabilmente non avrebbe pronunciato il discorso di Pedro Sanchez. O lo avrebbe molto molto annacquato.

Perché gli Italiani (di destra o di sinistra che siano) restano a maggioranza politicamente prudenti. 

Prudenti, realisti e un po' immorali. Prudenti e un po' inclini a fregarsene del diritto, soprattutto di quello internazionale. Soprattutto se il diritto va preteso e difeso con un certo impegno e rischio personale e collettivo. Prudenti, ma anche po' cinici e soprattutto attenti al proprio particolare. 

E il vassallaggio ha i suoi vantaggi ….per i vasi de coccio.

sabato 7 marzo 2026

SANCHEZ C’È. MA I SOCIALISTI E I DEMOCRATICI EUROPEI DOVE SONO?

Mentre Sanchez e lo Stato spagnolo provano ad arginare le pretese dei due gemelli bellicosi (Trump & Bibi) e denunciano il carattere illegittimo e quindi criminale della guerra scatenata da Usa e da Israele contro l’Iran, l’ineffabile grande armada socialista e democratica europea (alias il Partito Socialista Europeo, di cui fanno parte anche i PD italiani), almeno stando al sito web ufficiale del PSE, sembra limitarsi a difendere Pedro, ma non ad assumere e soprattutto condividere le posizioni del leader spagnolo come un punto di partenza per una strategia europea socialista e democratica.

Insomma i socialisti europei apprezzano Sanchez ma con moderazione.

Sembra che la guerra scatenata dal principale alleato e padrone degli europei, gli Usa, possa essere affrontata solo dai singoli paesi e non richieda invece una risposta politica globale dell’Unione Europea. Una risposta che toccherebbe anche alle forze politiche elaborare.

Ma perché allora il PSE non convoca un direttivo straordinario per discutere e decidere quale dovrebbe essere la posizione comune dei socialisti e democratici europei contro la guerra promossa dai due gemelli guerrafondai?

Perché il gruppo parlamentare Socialista Europeo non discute, sulla scia delle dichiarazioni di Sanchez, e non presenta una mozione di condanna contro la guerra scatenata dagli USA e da Israele contro l’Iran, contro il diritto internazionale, contro l'ONU?

Possibile che i socialisti europei e i loro gruppi parlamentari siano così malandati e soprattutto divisi da non riuscire a fare sentire su un tema come la guerra e il diritto internazionale la loro voce unitaria nel Parlamento europeo?

È vero, l’UE è soprattutto una somma di Stati. 

E la commissione presieduta da Ursula segue le dinamiche statali più che quelle politiche. 

Ma i socialisti sostengono questa commissione. Ne votano le scelte in Parlamento.

E nel parlamento Europeo risulta che si faccia ancora politica, o no? 

Se è così allora i socialisti europei rispetto alla guerra promossa dagli USA e da Israele contro l’Iran non possono far finta di niente o nascondersi dietro le spalle di Sanchez.

Sarebbe come autocertificare la propria inconsistenza.

giovedì 5 marzo 2026

MA L’OPPOSIZIONE PUO' BATTERE UN COLPO?

Il problema per noi italiani non è cosa fanno l’America di Trump o gli Israeliani di Bibi, ma come ci rapportiamo noi a loro e alle loro decisioni.

E magari come ci rapportiamo come europei. Questo però se gli europei ovviamente esistessero come soggetto politico e statale con una voce comune. Ma, come ribadisce spesso Lucio Caracciolo, che di geopolitica se ne intende, e guardando anche da soli l’atteggiamento mostrato dagli europei sui dazi, è chiaro che l'Europa non esiste (e non esistono gli europei) come soggetto unitario. L’UE è una entità plurima, fluida e dipende, nelle sue decisioni più importanti, dalle singole ragioni di stato di ciascuno dei 27 stati che la compongono (Malta, Cipro ed Estonia inclusi).

Ragion per cui sull’attacco all’Iran l’Unione Europea chiacchiera con 27 voci, producendo (con l'esclusione della Spagna di Sanchez) una cacofonia, senza alla fine riuscire a nascondere la sua sudditanza e il suo vassallaggio verso gli USA. Approdo questo che l’UE ribadisce in ogni circostanza importante nei confronti della superpotenza americana.

La stessa cosa vale per il governo italiano, la cui vassallagine verso gli Usa è palese. Anzi noi arlecchini italici abbiamo perfino leader governativi che, non dicendo il vero (ma di ciò renderanno poi conto a Dio, in cui tutti e tutte dicono di credere), apprezzano perfino molto le decisioni di Trump & Bibi. Anche quando i due gemelli guerrafondai ci fanno danni (come coi dazi e coi rincari energetici dovuti ai loro furori bellici). Quindi siamo conditi male.

Ma chi non si riconosce nelle forze politiche di governo, in Italia ha una rappresentanza politica alternativa che si fa udire?

Certo che si. Ci sono i 5 Stelle. C’è AVS. Ci sono perfino i PD (un partito, questo, che va declinato però “al plurale", tante sono le anime e le correnti che lo agiscono). 

Ma questi oppositori non governanti hanno per caso proclamato una manifestazione di protesta contro l’attacco americo-israeliano all’Iran, chiamando almeno il popolo di centrosinistra a distinguersi dal curvo vassallaggismo governativo e quirinalizio? Ma neanche per idea.

Hanno proposto di mettere sanzioni agli Stati Uniti e a Israele come atto che scoraggi i due paesi guerrafondai dall’uso della guerra? Ma che il Signore ce ne scampi e liberi da simili incivili propositi.

Hanno proposto di trascinare Usa e Israele davanti al Tribunale internazionale per i crimini di guerra? Non sia mai.

Hanno proposto una mozione di condanna di Trump & Bibi da presentare all’ONU? Vogliamo scherzare!

Hanno dichiarato che gli USA e Israele come alleati e amici sono sempre più imbarazzanti e che forse è il momento di prenderne le distanze? Ma proprio no. 

Allora i nostri fanno finta di nulla? Fanno buon viso a cattivo gioco?

Non proprio. Qualcosina dicono. Intanto condannano con aspre parole gli attacchi contro l’Iran, sottolineano i danni che ne deriveranno anche a noi e poi, udite udite, replicano le virtù già craxiane e oggi sancheziane di negare agli Usa l’uso delle basi americane sul patrio suolo, come se fosse il colpo più terribile da infliggere agli americani.

No, dai, almeno L'OPPOSIZIONE in Italia c'è. Questo almeno un po' ci rassicura. O no?

lunedì 2 marzo 2026

VASSALLI E COMPLICI DEL BELLICISMO USA ISRAELIANO

I commenti dei governanti italiani di fronte agli attacchi militari degli Usa e di Israele contro l’Iran erano largamente prevedibili.

I VASSALLI infatti devono fare sempre buon viso a cattivo gioco e misurare le parole per non urtare il loro ALLEATO PADRONE (gli USA), anche quando il loro ALLEATO PADRONE viola le principali regole del diritto internazionale e si comporta come uno sceriffo a cui nessuno ha conferito questa carica.

Così è stato anche questa volta.

Il vincolo atlantico e gli interessi politico-economici che legano ITALIA e USA impediscono a chi ci governa di riconoscere che:

-nessuno organo internazionale ha autorizzato Usa e Israele a bombardare l’Iran. L’autorizzazione se la sono data da soli, senza fornire all’opinione pubblica mondiale neppure una documentazione probatoria che giustificasse il loro operato.

-gli Usa in particolare non hanno avuto il mandato ad agire neppure dal loro Parlamento, il Congresso, a cui pure spetta, in base alla loro Costituzione, la competenza di dichiarare guerra ad altri paesi.

-l’ONU è stato volutamente bypassato e quindi trattato come se fosse un’istituzione inutile, se non d’impaccio.

-la violazione dell’ordine internazionale da parte degli Usa è un fatto palese, ingiustificabile e inaccettabile.

Un Paese VASSALLO degli Usa come è l’Italia, nei suoi vertici istituzionali (Presidenza della Repubblica, Presidenza del consiglio dei ministri e Parlamento) si è dunque limitato a tacere o a balbettare frasi che giustificano l’azione militare statunitense, condannando invece la risposta dell'Iran all’attacco subìto. Una vera indecenza.

Ma c’è di più.

Perfino il grosso delle forze politiche di opposizione di un paese VASSALLO come l'Italia si sta limitando a proteste verbali di maniera. Neppure queste forze sono infatti in grado (e nemmeno tentano) di esprimere il proprio dissenso dal comportamento dell’ALLEATO PADRONE.  Niente coraggio, niente contromisure, nessuna presa di distanza dall’ALLEATO PADRONE, nessun coinvolgimento del sentimento popolare. Solo parole.

Perfino le forze di opposizione si autovietano di chiamare gli elettori di centro sinistra a manifestare contro un’inaccettabile violazione del diritto internazionale. 

E i sindacati? E l’ANPI? E le organizzazioni della società civile? Tutti

intimoriti dalle nuove leggi repressive approvate dal governo Meloni?

Qualunque siano le risposte, resta il fatto che il comportamento dei vertici dello Stato italiano e del grosso delle opposizioni (politiche e sociali) accetta la SUDDITANZA dell’Italia al BELLICISMO USA e ISRAELIANO.

Ma il silenzio, l'accondiscendenza o la protesta appena sussurrata e retorica di quasi tutti i partiti politici italiani testimoniano anche la COMPLICITÀ italiana all’attacco americano.

Una COMPLICITÀ che gli iraniani individuano facendo anche noi bersaglio delle loro rappresaglie.

Una COMPLICITÀ che ci fa vergogna, perché colloca anche noi italiani fuori dal campo del diritto internazionale.

Nessuno può infatti decidere di uccidere un capo di stato straniero e i suoi collaboratori senza che un tribunale internazionale lo abbia processato e condannato.

Se invece accettiamo o subiamo tutto questo, qualunque siano gli argomenti che usiamo, ci collochiamo nel regno dell’arbitrio e quindi fuori dal diritto.

E fuori dal diritto conta solo la volontà e soprattutto la violenza del più forte.

Una cosa che possiamo definire BARBARIE.

sabato 28 febbraio 2026

BIBLIOTECHE DI SAN MINIATO: LA DIMINUZIONE DI LETTORI CONTINUA

La chiusura della biblioteca di San Miniato Basso (per i cui lavori di risistemazione e riapertura non ci sono date certe) continua a pesare negativamente sui livelli di lettura del Comune. 

Così anche se da quest’anno i dati statistici sanminiatesi arruolano e inglobano, con una piccola furbata, anche i dati di Bibliocoop di San Miniato Basso, le principali voci di attività di tutte le biblioteche locali registrano pur sempre un saldo negativo rispetto ai dati del 2024 e un saldo ancora più disastroso rispetto a quelli del 2019.

Calano infatti nel 2025 i prestiti librari da patrimonio. Il che vuol dire che si legge sempre meno nel sanminiatese (anche annettendo a quelli comunali i lettori della Bibliocoop).

Crollano in particolare le presenze dei lettori nelle sale di studio. Un fenomeno particolarmente negativo, perché riguarda soprattutto il mondo giovanile (gli studenti) che questa amministrazione, grazie alle sue scelte avventate, allontana da un luogo formativo strategico come è quello delle biblioteche. Sono quasi 3.000 in meno le presenze in sala di studio rispetto all’anno scorso, ma sono circa la metà (ovvero quasi il 50% in meno) rispetto al 2019. Questo significa che quasi 1 utente su 2 dell’ultimo anno precovid non sta tornando a frequentare le biblioteche comunali. Un vero guaio.

L’altro dato in diminuzione è quello degli utenti attivi, ovvero di quelle persone che hanno messo i piedi e la testa in biblioteca almeno per prendere un libro o un dvd in prestito nel corso dell’anno. Diminuiscono anche loro nel ‘25 rispetto all’anno precedente e sono circa il 20% in meno rispetto agli attivi del 2019.

Infine cala ancora, sia pure di poco, la presenza di classi in biblioteca rispetto allo scorso anno e ovviamente rispetto al 2019.

È chiaro che gran parte del crollo della lettura è causato dalla chiusura da ormai 2 anni della Biblioteca di San Miniato Basso, chiusura che priva l’area più popolata del comune di una struttura pubblica di qualità. 

Certo San Miniato, come è noto a chi segue con affetto e dolore, come il sottoscritto, le tragicomiche cronache cittadine, non ha solo da fare i conti coi problemi della pubblica lettura.

Ma un Comune che maltratta i bibliotecari in appalto, costringendoli a ricorrere ai tribunali, che perde lettori e che impoverisce la presenza dei giovani nelle sue biblioteche, non è destinato a risolvere bene nemmeno gli altri e assai più gravosi problemi che lo attanagliano. Perché se le teste dei cittadini non sono ricche di esperienze culturali e di buone letture, sarà difficile che risolvano al meglio anche tutti gli altri problemi collettivi (e privati) che hanno.

Ma certo questa visione nasce dalla deformazione professionale di un anziano ex bibliotecario. 

Perciò, lunga vita ai tartufi.

Le statistiche complete che ciascuno può valutare da solo si trovano al seguente link:

https://bibliolandia.comperio.it/sites/bibliolandia/assets/Keti/Statistiche_Rete_Bibliolandia_2025_2026-02-19_13-57-05.pdf

venerdì 27 febbraio 2026

I VANTAGGI DI UNA ITALIA POCO SOVRANA

Lucio Caracciolo, sulle cui competenze geopolitiche non ho dubbi, nell’editoriale del n. 1/2026 di LIMES ribadisce che l’Italia è un paese sostanzialmente poco (quasi punto?) sovrano. 

Aggiunge che la nostra posizione subalterna agli Usa, dovuta alla sconfitta militare e all’armistizio dell’8 settembre ‘43 (che lui chiama “resa incondizionata”), è stata accolta e perfino coltivata dal blocco politico a trazione DC (che ha guidato l’Italia nel dopoguerra), come una condizione vantaggiosa.

Con la sconfitta del ‘43 l’Italia divenne (come scrisse negli anni ‘70 anche Umberto Eco nel volume “Dalla periferia dell’Impero”) una “provincia” degli Usa, uno stato vassallo, e tale sostanzialmente è rimasta fino ad oggi.

Ragion per cui l’atteggiamento del governo Meloni (e Tajani) nei confronti degli Usa continua ad essere perfettamente in linea con le posizioni filoamericane del blocco socio-politico che ha guidato il paese dal 1947 in poi.

Semmai, volendo essere un po' polemici con l’attuale presidente del Consiglio, si potrebbe chiederle come concilia il sacro nazionalismo sbandierato da quel Duce che lei continua a considerare (leggi razziali a parte) un “grande statista” e il suo, della Meloni intendo, vassallismo senza se e senza ma verso un’America che con Trump, tra l’altro, non perde occasione per sbertucciarci e metterci dazi.

Ma si perderebbe tempo, perché la retorica politica sono certo che consentirebbe a Giorgia di trovare una risposta convincente: almeno per i suoi follower.

Del resto lo stesso blocco moderato guidato dalla DC (e di cui negli anni ‘70 fece parte, almeno per un po', lo stesso PCI) non ha mai messo in discussione il vassallaggio atlantico. Vassallaggio fatto proprio da tutti i governi di tutti i colori (inclusi quelli partecipati dai nipotini di Gramsci) insediati a Palazzo Chigi dagli anni ‘90 a oggi.

La “serva Italia”, di dantesca memoria (e di lunga durata), è stata un Paese relativamente “sovrano” solo tra il 1861 e il 1943. Quando non dette, a dire il vero, grande prova di sé sullo scacchiere internazionale.

Infatti se si pensa ai morti e alle guerre, anche coloniali, combattute in quel primo ottantennio unitario e li si paragona alla lunga pace dell’ottantennio vissuto da “vassalli” (dal ‘43 a oggi), credo che molti italiani non avrebbero dubbi su quale sia stato il periodo di gran lunga migliore per loro.

Ma oggi si può uscire dal vassallaggio atlantico? 

E potremmo avere vantaggi se ci emancipassimo dalla sudditanza transatlantica?

Ancora: potremmo gestire questa “liberazione” da soli, noi italiani, o dovremmo farlo insieme agli altri membri della Unione Europea? 

E c’è qualche forza politica italiana seriamente interessata a spezzare questo vassallaggio?

E' quello che proverò a raccontare in un prossimo post.

martedì 24 febbraio 2026

EX SPAZI ATELIER: ALTRI PARCHEGGI A PAGAMENTO PER LA SIAT?

Non è ben chiaro come l’amministrazione comunale si stia muovendo sulle ex aree di via del Fosso Vecchio dove si doveva da 15 anni costruire il progetto di Atelier della Robotica e invece nisba. Si farà, quando si farà, ma da un’altra parte.

E' bene però ricordare che 7 anni fa si bandi’ una gara per l’Atelier, nel 2019 partirono i lavori, poi nel 2021 si sospesero. Quindi si è cambiato idea su cosa fare e oggi si paga alla ditta appaltatrice di quei lavori interrotti sui 40.000 euro per chiudere il cantiere. Soldi buttati. Pazienza? Tanto paga Pantalone.

Nel frattempo comunque gli amministratori comunali dichiarano che negli ex spazi Atelier si faranno altri parcheggi.

Ma gli oligarchetti non ci dicono:

Se butteranno giù o meno i capannoni vuoti dove da 15 anni pensavano di realizzare i laboratori per la robotica e ora non più. E se li butteranno giù tutti o solo una parte.

O se invece li terranno in piedi, demolendo solo i muri perimetrali per consentire alle macchine di ricoverarcisi sotto.

Non dicono neppure se in questa area molto “cementificata” si pianteranno magari un centinaio di alberi per migliorare l’aria di questa parte di Pontedera a tre passi dell’Ospedale Lotti e della trafficatissima via Roma.

Non dicono se questa operazione di ristrutturazione di via del fosso vecchio sarà gestita (come è probabilissimo) dalla SIAT che gestisce tutti i parcheggi cittadini. Ma è chiaro che sarà SIAT ad operare sul campo. Anzi sulla strada.

Non dicono in particolare se amplieranno il Project Financing in essere con la SIAT o se definiranno un nuovo accordo.

Non dicono soprattutto se questi parcheggi di via del Fosso vecchio saranno gratuiti o a pagamento.

Perché se fossero a pagamento, varrebbe la pena di segnalare che buona parte del parcheggio a pagamento davanti alla Casa di Riposo Leoncini è spesso vuoto.

Infine non dicono niente dei tempi di realizzazione di qualunque di queste opzioni intendano realizzare.

Insomma, dopo i soliti annunci del “si farà”, i cittadini borbottano con un certo giustificato scetticismo: “si vedrà”.

Certo se a Pontedera ci fosse un consiglio di quartiere meno assenteista di quello attualmente in proroga, forse potremmo saperne qualcosa di più. Ma il decentramento amministrativo pontederese è una barzelletta raccontata male che fa più piangere che ridere. E soprattutto il consiglio di quartiere non intende disturbare, nemmeno per sbaglio, gli amministratori, di cui i decentrati, per altro, sono, come si dice oggi, per lo più, follower.

Ci sarebbero anche le opposizioni che forse potrebbero provare a valutare se ci sono opzioni socialmente più utili al parcheggio a pagamento. Ma ciascuna delle tre opposizioni (il centrodestra, i civici e la sinistra rosso verde) sembrano in tutt’altre faccende affaccendate. Peccato!

Ma così stanno le cose. 

Per cui vedremo come gli oligarchetti e la SIAT ci condiranno.