martedì 27 novembre 2018

68 x 15
Un'operazione di coscienza : piece teatrale 
con Maria Triggiano e Elena Franconi

Spettacolo gradevole quello dedicato al '68 che le due attrici, Maria Triggiano e Elena Franconi, di ViviTeatro, hanno messo in scena pochi giorni fa al Teatro di Capannoli. Il testo è di Elena Franconi, il coordinamento drammaturgico di Donatella Diamanti, la regia di Letizia Pardi. In una serata, quella del 24/11, contro la violenza sulle donne, ci stava proprio bene uno spettacolo pensato, scritto, allestito, recitato e diretto da donne, centrato su quell'anno denso di avvenimenti e affascinante quale fu appunto il '68. Anche le spettatrici, per altro, erano per lo più donne.
Il titolo, matematico, richiama, come già detto, il '68. Ma lo spunto drammaturgico parte da un'enciclopedia allora molto nota: la Quindici (15). Al centro dell'azione una mogliettina piccolo borghese (interpretata dalla Triggiano) che d'improvviso vede materializzarsi la propria coscienza (la Franconi). Una coscienza con le sembianze da figlia dei fiori. Rivoluzionaria e libertaria. E' lei a sconvolgere tutte le certezze della povera donna e a mettere in crisi l'identità di mogliettina, la sua cultura basata sull'Enciclopedia 15 e la devozione/subalternità al marito. Scossa falla propria coscienza "marcusiana", la donna "ad una dimensione" scopre improvvisamente che nella vita ci sono altri orizzonti rispetto al ruolo passivo della moglie. E questo la ingarbuglia.
Lo spettacolo, fornito di un giusto accompagnamento musicale, funziona piuttosto bene e la mogliettina esce sconvolta dall'impatto con una coscienza così "alternativa".
Il testo, abilmente costruito dalla Franconi, è fedele allo spirito di quell'epoca che vide proprio nell'emancipazione e nella liberazione delle donne da uno stato di subalternità alcune delle conquiste più qualificanti e significative dell'epoca. Conquiste che produssero cambiamenti destinati a durare nel tempo.
Testo e drammaturgia ricordano un po' le piece teatrali di Dario Fo e Franca Rame, segno di una lezione quest'ultima entrata in profondità nel modo di fare l'attore e lo scrittore di teatro.
La serata è trascorsa gradevole perché sia la Triggiano che la Franconi sono brave a recitare e costituiscono una coppia affiatata. Sia perchè scenografia e messa in scena erano valide. E infine perchè il testo sapeva muoversi con abilità e leggerezza lungo il percorso scelto.
L'unica cosa che, cinquant'anni dopo, forse si poteva aggiungere, è una valutazione dell'impatto di quella "rivoluzione" culturale. Forse sarebbe stato più "pungente" (e spiazzante?) per le anime assopite di oggi se a materializzarsi non fosse stata la coscienza "alternativa", ma il fantasma della mogliettina (magari ormai nonna) e fosse stata la piccola borghese a chiedere conto alla sua coscienza "libertaria" dell'esito di quei cambiamenti. Dei rapporti coi mariti diventati nonni, coi figli diventati padri, coi nipoti attaccati ai loro cellulari, con il tempo che passa. E tutto questo non per domandarsi se valesse davvero la pena di realizzare tutto quel caos che il '68 generò. No. Il punto non è questo. La domanda drammaturgica a cui mi sarebbe piaciuto sentir rispondere è dove sia finita tutta quella voglia di libertà che allora si espresse e soprattutto che tipo di società sia riuscita a costruire quella coscienza libertaria e autodeterminata.
Perchè che oggi si sia tutti più liberi e più capaci di autodeterminarsi (almeno in gran parte del mondo e pur con qualche limite) è, per me, un fatto assodato. Ma trovo anche che questa libertà, con l'apporto decisivo dell'emancipazione femminile, insieme a tante teoriche opportunità, ci presenti quotidianamente un conto molto salato e ci crei ansie, incertezze e insicurezze sempre maggiori. Forse perchè siamo invecchiati. E forse perchè un po' è davvero così. Capire perchè le cose siano andate in un certo modo potrebbe rivelarsi perfino utile.




venerdì 23 novembre 2018

Pieno sostegno alla richiesta degli AMICI di Biblio SMS di Pisa sul personale spostato


Esprimo la mia piena adesione alla lettera degli Amici della Biblioteca SMS di Pisa per la sospensione dello spostamento di alcuni bibliotecari da Biblio SMS ad altri uffici comunale. Esprimo la mia solidarietà ai colleghi bibliotecari che sono stati trasferiti ad altri uffici.
La scelta effettuata dall'Amministrazione comunale indebolisce una struttura culturale pubblica che offre un servizio lettura importante per i giovani e per l'intera città; un servizio che meriterebbe semmai un notevole potenziamento rispetto ai desiderata del pubblico.

martedì 20 novembre 2018

Il prof Ambrosio racconta Alessio Figalli

“Alessio Figalli e il trasporto ottimo di massa” questo è il tema dell’intervento che terrà il professor Luigi Ambrosio giovedì 22 novembre presso la Galleria della Coop della Stazione in via Brigate Partigiane, alle ore 14,30.
Alessio Figalli a soli 34 anni ha vinto il premio Fields 2018, che equivale al Nobel per la matematica e ha studiato matematica alla Scuola Normale di Pisa. Luigi Ambrosio, suo insegnante alla Scuola Normale di Pisa e grande matematico, racconterà come era Figalli da studente e il significato e le applicazioni delle sue scoperte scientifiche.
Tutto ciò accadrà nella Galleria della Coop, nel quartiere più internazionale e più aperto della città.
L’iniziativa è svolta in collaborazione con la Scuola Normale Superiore, con il patrocinio del Comune di Pontedera, con la partecipazione di studenti e insegnanti dell'ITIS
Marconi e il sostegno della sezione soci della Coop.
I cittadini sono invitati.




Il '68 raccontato dal Telegrafo

A 50 anni dal '68 è ancora difficile riassumere il significato di quei 365 giorni. Non parliamo poi di memorie condivise. Chiunque abbia vissuto quell'anno ha una sua esperienza e su questa ha appoggiato una sua memoria e una sua personale interpretazione dei fatti; e poi, secondo come è evoluto culturalmente e politicamente nei successivi 50 anni, ognuno ha riaggiustato costantemente i fatti e attraverso la rielaborazione della sua esperienza ha rimodellato la memoria e il giudizio sul '68.
Ma allora non si può parlare del '68? Certo che sì. Ma con un certo sapore di relatività e di approssimazione al vero. Perché è bene sapere che anche quando non siamo mentitori, siamo comunque aggiustatori di memorie, a cominciare dalla nostra (accordando a tutti, almeno fino a prova contraria, la buona fede).
Per l'ideatore della mostra, il '68 essenzialmente fu un moto antiautoritario. Di contestazione di qualunque autorità che come tale si imponesse e non fosse giustificata dal consenso della stragrande maggioranza. Tutti i sistemi di potere (politico, religioso, economico, familiare) risultarono toccati e scossi da questo moto. Partiti, sindacati, imprese, istituzioni scolastiche, assetti istituzionali internazionali, chiese e religioni, tutto fu radicalmente messo in discussione.
Si trattò di un sommovimento molto anarchico contro la globalizzazione ideologica che allora si cominciava a percepire (il famoso “Uomo a una dimensione” di cui scrisse H. Marcuse).
A livello globale si protestava contro gli accordi di Yalta e la divisione del mondo in due grandi blocchi guidati uno dagli Usa (l'Occidente democratico e capitalistico) e l'altro dall'URSS (il blocco comunista, a cui partecipava anche la Cina), così come erano usciti dall'immane flagello di sconquassi, morti e genocidi che chiamiamo seconda guerra mondiale.
Il '68 si espresse contro il colonialismo, alimentando il grande movimento di liberazione anticoloniale che era decollato già nel secondo dopoguerra, simboleggiato dall'indipendenza dell'India (1947).
A fianco dell'anticolonialismo, forte fu il sentimento contro la segregazione razziale, contro l'apartheid e contro gli stati che sostenevano le differenze razziali o che impedivano lo spostamento delle popolazioni e dei singoli individui.
Fu un moto contro la famiglia patriarcale, autoritaria e maschilista, spesso difesa anche da madri relegate in forme moderne di servitù. Contro la famiglia mononucleare e contro la famiglia poligama.
Fu un moto che dette voce al protagonismo femminile e al ruolo delle donne nella società, scuotendo sensibilità e sentimenti che avevano radici più nell'antropologia che nella storia. Mai infatti prima di allora le donne avevano rivendicato, in massa, un simile protagonismo in tutti i campi della vita di relazione, familiare, sociale e politica. In Italia la sentenza che abolì l'adulterio femminile ne fu un segnale fortissimo insieme alla diffusione della pillola contraccettiva e alla possibilità di una sessualità non legata alla procreazione.
Ma la protesta e la contestazione dilagarono soprattutto nelle scuole superiori e nelle Università, verso le quali per la prima volta affluivano milioni di studenti non solo di origine nobile o borghese, ma di condizione piccolo borghese e proletaria. E questi studenti volevano non solo sapere di più, ma contare di più e avere di più. Il loro protagonismo scosse tutte le università del mondo, mise in dubbio il potere dei docenti e delle facoltà, ne contestò idee e ruoli.
Il '68 criticò anche la conduzione degli stati democratici (Francia, Inghilterra, Germania, Italia, Usa, che in una certa misura erano e sono democrazie parlamentari). La Francia finì addirittura sull'orlo della guerra civile, o almeno così scrisse Il Telegrafo. Ovviamente la rivolta sessantottina criticò anche gli stati fascisti (come erano allora la Spagna, il Portogallo e la Grecia), né risparmiò gli stati comunisti (compresa l'allora misteriosa Cina). Nessuna idea politica uscì indenne da quella che allora veniva chiamata “la critica militante”.
Ovviamente il '68 contestò il capitalismo, il potere autocratico dei padroni, le imprese, rilanciando, almeno in parte, il mito operaista.
Più in generale venne radicalmente contestata la società dei consumi di cui però si apprezzavano tanto anche i vantaggi (tv, lavatrici, radio, automobili, ciclomotori, erano sì beni a cui si dichiarava di voler rinunciare, ma solo a parole: il neopauperismo comunitario fu un filone molto marginale della contestazione).
Ancora: la contestazione attaccò quasi tutte le istituzioni culturali, le rassegne cinematografiche, i premi letterari e, più timidamente, le gare canore.
Nell'insieme gli uomini e le donne che fecero il '68 espressero forti richieste di libertà, che marciavano parallelamente su due livelli: uno individuale e l'altro collettivo.
Così quell'anno e alcuni degli anni che seguirono furono eccezionali perchè ad una grande esplosione dell'io si accompagnò un altrettanto forte senso del noi.
La sensazione era che tante persone forti rivendicassero più potere per tutti.
Insomma nell'alveo del '68 si espressero sia un individualismo ed un bisogno di libertà individuale assoluti, sia un profondo bisogno di vivere insieme e lottare insieme per affermare un mondo migliore, più libero e più giusto. Per tutti. Indipendentemente dal colore della pelle o dal genere o dalla condizione familiare.
Tutti volevano contare di più e per farlo erano disposti a partecipare di più. A dare di più. Ad ascoltare di più.
Una delle grandi paure dell'epoca fu quella dalla mercificazione delle persone e questo spinse a chiedere una maggiore autonomia individuale ed un maggior valore per i singoli; e quindi più indipendenza dalla famiglia e dallo Stato; e quindi più diritti individuali; ma, contestualmente e senza avvertire alcuna contraddizione, anche più diritti collettivi (nelle scuole, nelle fabbriche, nei campi) in un rilancio continuo che sembrava, allora, non dover finire.
A simboleggiare tutto questo caos culturale, ecco i guerriglieri alla Che Guevara, i preti armati alla Camillo Torres, i preti operai come Don Mazzi dell'Isolotto di Firenze o i preti che stavano dalla parte degli ultimi come Don Lorenzo Milani e contestavano le gerarchie religiose reinventandosi un vangelo povero, genuino e partecipato. Ma nel pantheon dei nuovi miti finirono anche Mao Tse Tung (della cui rivoluzione culturale, allora, non si sapeva molto in Occidente) e la triade formata da Marx, Engels e Lenin, più una miriade di santi minori. Furono questi, insieme a Martin Luther King e a Bob Kennedy (entrambi assassinati nel '68) i miti e le divinità di un'acropoli policroma e confusa (i cui ritratti penzolavano sia dai muri delle sedi delle formazioni politiche, sia delle camere dei singoli militanti).
Naturalmente il '68 fu molto di più e soprattutto si scontrò con il forte attrito della realtà e rispetto alla dura realtà il moto di protesta si modellò, reagì, prese forma e poi … rifluì.

Perché la scelta de IL TELEGRAFO
La decisione di raccontare un insieme di eventi così complessi attraverso un quotidiano “locale” è legata ad alcuni fattori: il tipo di pubblico a cui ci si vuole rivolgere (il mondo degli studenti di scuola superiore da una parte e gli utenti dei circoli territoriali dall'altra); la necessità di partire da fonti sintetiche rispetto alla complessità del macrofenomeno da descrive; l'esigenza di collegare eventi locali, vicende nazionali e fatti internazionali nella stessa fonte.
Le prime pagine de Il Telegrafo (digitalizzate dalla Biblioteca Labronica di Livorno, che ringraziamo pubblicamente per avercele messe a disposizione, così come ringraziamo Il Tirreno per avercene consentito l'utilizzo) si prestano perfettamente a raggiungere i tre obiettivi indicati sopra.
Su circa 360 prime pagine è stata effettuata così una scelta degli avvenimenti più significativi e con un sistema di colori è stata impostata una lettura suggerita del corso degli eventi, accompagnata da note di integrazione e commento.

Utilizzo e circuitazione della mostra
Sono state selezionate circa 40 prime pagine e poi è stato effettuato un montaggio su base mensile producendo alla fine 20 roll-up autoportanti che costituiscono una mostra prêt-à-porter che in pochi minuti può essere montata e smontata e trasportata da una scuola o da un circolo all'altro, quindi presentata al pubblico.
Il materiale potrà essere portato nelle scuole per raccontare in 20 quadri di 1 metro per 2 la storia di un anno ricco di eventi e consentire ai ragazzi di abbracciare con un colpo d'occhio un insieme davvero molto variegato e complesso.
Il tutto con semplicità, ma senza alterare le caratteristiche della fonte documentaria che racconta dal punto di vista del cronista quell'anno straordinario.
La mostra è prodotta dalla Rete Bibliolandia (e dal gruppo di archivisti) in collaborazione con ARCI Valdera. Arci la farà circuitare nei suoi circoli, accompagnandola con dibattiti di approfondimento e discussioni introdotte dai curatori, mentre la Rete Bibliolandia la fornirà alle scuole superiori che potranno tenerla per brevi periodi.
La mostra nasce da un'idea progettuale e da una scelta di documenti di Roberto Cerri, che nell'elaborazione di testi e pannelli si è avvalso della collaborazione di Roberto Boldrini, Patrizia Marchetti, Andrea Brotini, Massimiliano Bertelli e Claudia Salvadori.
Maria Chiara Panesi dell'Arci Valdera ha deciso di sostenere la mostra, di presentarla presso l'Agorà/Sala Carpi e di farla circuitare presso i circoli Arci della Valdera, dove sarà accompagnata dai curatori.

venerdì 16 novembre 2018

Manola e l'invenzione della Biblioteca dei Ragazzi di Pontedera / Laura Martini, Tagete edizioni, 2018, pp. 96, ill.

Nel piccolo libro che la Tagete Edizioni ha stampato è concentrata la saggezza lavorativa di una straordinaria bibliotecaria per ragazzi che per trent'anni ha costruito e attivato il mestiere di bibliotecario per ragazzi. A Pontedera. Fino al 2010 nella Villa Crastan. Dal 2014 presso Biblio gronchi. Ci sono, nel testo, passo dopo passo, le avventure quotidiane di Manola, la costruzione delle collezioni di libri, le relazioni coi suoi giovani lettori, coi genitori, coi nonni e con gli insegnanti. Di più, sfogliando le pagine c'è tutto un enorme lavoro di promozione della lettura che Manola Franceschini ha messo in piedi in 30 anni, anche per conto della Rete Bibliolandia (dal 1999) scarrozzando per Pontedera e la Valdera, autrici di libri per ragazzi come Angela Nanetti, Domenica Luciani o Giusi Quarenghi, e autori del calibro di Guido Quarzo o di Roberto Piumini. Autrici e autori di bestseller per bambini e per ragazzi da cui Manola ha appreso l'arte del far leggere e ha dato preziose informazioni sul gusto dei giovani lettori.
Ma c'è anche di più. Ci sono molti dei trucchi del mestiere, soprattutto concentrati sull'arte di far crescere nei bambini e nei ragazzi l'amore della lettura e ci sono, preziosissimi, i suoi suggerimenti di lettura, articolati per fasce di età. E oltre ai suggerimenti si possono trovare i suoi cavalli di battaglia, in cima ai quali sta quel "Mostro peloso" che Manola ha letto, riletto, animato, recitato e stravolto, almeno mille volte davanti a classi di bambini estasiati.
Il libro è insomma il condensato di una lunga esperienza professionale che se Manola non si fosse lasciata convincere a riversare su queste pagine sarebbe rimasto nella memoria dei tantissimi bambini, genitori e insegnanti che in  questi trent'anni si sono abbeverati alla sua arte della lettura, ma poi sarebbe svanita, come spesso accade con le professionalità pubbliche.
Invece, in questo caso, grazie anche a Laura Martini che ha intervistato a lungo Manola e poi ha trascritto e risistemato quelle conversazioni, un concentrato dell'esperienza di bibliotecaria per ragazzi è stato trasferito su carta. Quell'hard disk prezioso per la professione di bibliotecario per ragazzi che porta il nome di Manola Franceschini è stato salvato, digitalizzato e messo a disposizione su vari supporti delle giovani bibliotecarie che già seguono le sue orme, delle famiglie e degli insegnanti che si affacciano sulla porta di Biblio Gronchi, sezione Ragazzi. No. L'esperienza professionale di Manola non se ne andrà con il suo pensionamento. E' salva. Almeno per la parte che Manola ha ritenuto essenziale. Agli altri resta solo l'onere e l'onore di leggere le 100 pagine del volume e di farne buon uso.

sabato 10 novembre 2018

Unità e solidarietà
La sfida che ci aspetta sia alle elezioni Europee che alle amministrative del '19 è molto complicata. 
I gelidi venti che soffiano ostili all'europeismo e le paure rispetto ai migranti nonchè gli egoismi locali solleticati soprattutto da quel camaleontico soggetto politico che è diventata la Lega di Salvini potrebbero travolgere il centro sinistra anche in realtà dove quest'ultimo appare storicamente
radicato. Il vento del cambiamento "a prescindere dai risultati" imperversa. Nè vale più molto che i salviniani o i grillini non dispongano di personalità riconoscibili e valide. Una parte dell'elettorato vota di pancia ed è di bocca buona.
I tempi sono cambiati. Nè la solidarietà cristiana, nè la fratellanza socialista paiono oggi far argine ad uno smottamento culturale e morale in senso egoistico e razzista (è una semplificazione, ma rende l'idea) che sta coinvolgendo anche i ceti popolari. Soprattutto (ma non solo) anziani. Alla base dello smottamento ci sono mutamenti  profondi e uno smarrimento esistenziale che investe larghi strati di popolazione.
Rispetto a questo il PD può rincorrere soluzioni autonome e personalistiche oppure provare a rimettere insieme uno schieramento ampio di centro sinistra ovviamente meno facile da gestire ma più capace di raccogliere consensi e forse di conservare alcune raccaforti.
Al centro-sinistra serve UNITA' e solidarietà. Servono gruppi dirigenti (su scala locale e nazionale) che sappiano non solo accettare le differenze interne, ma coltivare le pluralità e puntare alle condivisioni, consapevoli che questo limiterà i margini di manovra di ciascuno, ma allargherà il campo di azione della coalizione e aiuterà ad arginare i venti avversi, quelli leghisti in primis.
Se i molti laeder di cui il PD è ricco non sceglieranmo di condividere anche con gli altri il loro percorso politico, se andranno in cerca di improbabili rivincite e comunque di affermare le loro idee (costi quel che costi), ci faremo molto male. I nostri leader sono tutti troppo intelligenti e sensibili per non rendersene conto. Ma temo siano anche tutti troppo narcisi per fare un vero passo di lato e partecipare ad un gioco collettivo. Vedremo cosa decideranno.
Ovviamente il risultato sia in Europa che nei comuni italiani non dipende solo dalle mosse dei nostri piccoli e grandi leader. Ma se le loro mosse saranno sbagliate e divisive, anzichè accoglienti ed inclusive, l'esito sarà certamente la disfatta del centrosinistra in Europa e in molte città e paesi italiani. Toscana inclusa. Unità e collaborazione, ci servono.

martedì 6 novembre 2018

L'uomo planetario di Padre Balducci abita anche a Pontedera

Riflettendo sulle vicende di Pontedera, ho letto recentemente un testo scritto nella prima metà degli anni '80 dal sapore profetico. Mi riferisco all'Uomo planetario, di Padre Ernesto Balducci, un prete che stava dalla parte degli uomini. Un prete che difendeva gli ultimi (del resto il figlio di un minatore amiatino da quale altra parte avrebbe potuto stare?). Un prete toscano della genia dei Don Milani, dei Don Mazzi e, per certi aspetti, anche del nostro Don Pino Menichetti, di Don Armando Zappolini e di Don Andrea Bigalli.
Padre Balducci negli anni '80 capì che la globalizzazione del mondo avrebbe richiesto una grande capacità di dialogo e che si sarebbe dovuta affermare una cultura religiosa orientata verso un nuovo umanesimo.
Il pianeta terra, abitato da alcune miliardi di individui, diversi per il colore della pelle, variegati per le tante idee politiche e divisi da religioni e credenze, in realtà era ed è un'unico immenso alveare vorticosamente lanciato nello spazio, sulla cui superficie vivono uomini molto simili tra di loro per mentalità, condizioni di vita, passioni e speranze.
Per Balducci gli uomini che abitano la terra sono "esseri planetari", nati sì in regioni e continenti diversi, ma con un destino comune.
Testo profetico perché oltre trent'anni fa non erano in molti ad avere una percezione planetaria dell'uomo. Oggi invece questa condizione è esperienza quotidiana. Basta entrare in una classe della scuola primaria di Pontedera per trovarsi di fronte bambini e ragazzi che provengono da almeno una quindicina di nazioni diverse, appartenenti a tre o quattro continenti (Europa, Africa, Asia e Americhe).
Anche Pontedera insomma è una città planetaria, dove convivono e crescono persone che parlano un centinaio di lingue differenti, che hanno culture e tradizioni diverse, ma che oggi si trovano qui e qui provano a creare un futuro per sè e per i propri figli.
Ed è dalla qualità di questo cittadino planetario e dei suoi figli, dalla sua capacità di dialogo e di collaborazione, dagli sforzi e dell'impegno che metterà nel realizzare i suoi obiettivi e i suoi sogni che dipenderà anche la sorte delle nostre città multiculturali e multicolori. Pontedera inclusa.
Di fronte alla prospettiva planetaria e al meticciarsi di culture e mentalità si possono avere fondamentalmente tre approcci. Il primo di paura e di rigetto; secondo di accoglienza preoccupata e guardinga, che tenga separate le varie nazionalità; il terzo di accoglienza aperta e generosa ma che sappia anche chiedere a tutti impegno e rispetto per le diversità e per i valori fondamentali dell'uomo e della donna e soprattutto sia in grado di realizzare una cooperazione fiduciosa tra diversi.
Che le destre cavalchino la paura, il razzismo e il rigetto dell'altro è un fatto noto. Il nazionalismo e il colonialismo guerrafondai (e predatori) hanno trovato nel disprezzo di chi abita fuori dai propri confini (siano essi altri popoli europei o asiatici o africani) e nella superiorità degli autoctoni rispetto al resto del mondo la propria stolta ragion d'essere. Per la destra xenofoba solo nel calcio è consentito far giocare insieme, nella stessa squadra e nello stesso campionato, uomini di razze, culture, religioni e lingue diverse. Fuori dai campi di calcio, questo non è accettato.
Nazionalismo e razzismo stanno pericolosamente crescendo anche in Italia, alimentati da élite politiche che utilizzano queste idee folli per conquistare consenso e potere. Ma è bene sapere che anche una parte dei ceti popolari tradizionalmente non di destra, per varie ragioni, sta prestando orecchio a questa musica tragica che speriamo non si trasformi in una danza macabra.
Auguriamoci che le forze della ragione e del dialogo non si lascino incantare dalle sirene della paura e della deriva razzista. E auguriamoci che il centro sinistra continui a ragionare in termini calcistici e a pensare che sono la varietà dei calciatori e le loro differenti esperienze internazionali a fare grande una squadra di calcio. E che ciò che vale per il calcio vale anche per una società e per una nazione. Certo, a patto che tutti i calciatori dalle mille provenienze abbiano voglia di collaborare e darsi una mano. A patto che tutti si impegnino a fare il proprio dovere di cittadini. Ma questa è la sfida.
Ed è sul carattere planetario delle nostre città e sulla figura di Padre Balducci che venerdi prossimo, 9 novembre alle 17,30, Don Andrea Bigalli, presidente regionale dell'Associazione LIBERA, parlerà in piazza Stazione, a Pontedera, sotto la tettoria del Bar Marianelli, oggi di proprietà di una famiglia di cinesi.
La Stazione di Pontedera è diventata la parte più internazionale e più variegata di una Pontedera planetarizzata. Questo nuovo assetto sociale genera anche microconflitti e qualche tensione tra autoctoni e immigrati che la destra xenofoba cerca di ingigantire e utilizzare per conquistare l'egemonia politica sulla città e ribaltarne la storia di comunità aperta e accogliente. Perché ci vuole poco a spingere la gente a guardarsi in cagnesco o a dire male gli uni degli altri o a sottolineare solo ciò che non funziona, a cavalcare la paura, l'insicurezza e l'egoismo; mentre ci vuole più energia, anche morale, per costruire ponti e percorsi di vita condivisi tra persone diverse. Regredire è più facile che crescere ed umanizzarsi. Aggredire è più facile che ragionare.
Per questo la sfida vera è quella di sviluppate e far crescere tra persone di origini diverse il comune senso di umanità. Una umanità che ha tanti volti, che crede a tante idee, che legge e si riconosce in libri diversi, ma che ha un'essenza comune. Questa essenza è la socialità. La solidarietà. Lo spirito di cooperazione. La pietas. Il riconoscersi, se non esattamente uguali, di sicuro simili. Molto simili. Umani.

giovedì 1 novembre 2018

Mauro Tosi (1947-2018), comunista pontederese
È  morto il dott. Mauro Tosi, chirurgo, appassionato di politica e di storia locale. Leader del movimento studentesco cittadino tra il '67 e i primi anni '70, militante di formazioni politiche di estrema sinistra (Centro K. Marx poi Olc), aderì successivamente (fine anni '70) al PCI, ricoprendo un ruolo nella sezione comunista dell'ospedale di San Miniato e credo successivamente di quella di Fucecchio.
Da quando era diventato pensionato si era dedicato alla storia locale con particolare interese per il mondo delle fabbriche e per la storia dei comunisti pontederesi, a cui lo legavano anche le origini familiari. Il padre, Vaillant, infatti, era stato un membro influente del PCI nel dopoguerra, trasmettendo a Mauro una forte impronta marxista leninista.
Insieme al figlio Antonio, Mauro aveva scritto e pubblicato il volume
 Storia della memoria : Pontedera: la guerra, il dopoguerra e l'assalto al cielo dei lavoratori della Piaggio nel 1962, Tagete edizioni, Pontedera, 2005.
Io, che ho conosciuto Mauro tra il 1968 e il 1969, nel corso delle lotte e delle assemblee studentesche, lo ricollego ad una tradizione operaista e un pò stalinista della cultura politica italiana, che in lui non era mai venuta meno.
Uomo estremamente generoso, da diversi anni aveva preso le distanze dalle forze politiche di centrosinistra e dopo la trasformazione del PCI e di molti militanti comunisti con cui aveva collaborato e dialogato, non si era più impegnato direttamente in politica. Ma non se ne era neppure allontanato del tutto. Almeno per quanto ne so io. Anzi, pur senza avere ruoli e compiti, per la politica aveva mantenuto un interesse fortissimo. Ad inizio settembre, quando ci siamo visti per quella che sarebbe stata la mostra ultima chiacchierata, nella galleria della "cooppina", proprio di politica e della complessa vicenda del quartiere della stazione abbiamo parlato. A lungo. Animatamente. Scaldandoci. Collocandoci su posizioni radicalmente diverse. Come negli ultimi tempi ci accadeva spesso, soprattutto sul tema dell'accoglienza e del quartiere stazione. Ma entrambi condividendo una forte passione per l'impegno civile e politico, oltre che un grande amore per la storia locale e per certe memorie operaiste.
Ok. Un pò da reduci del '68 e un pò cercando di vedere più lontano.