Anche se il fazionismo è un comportamento accuratamente praticato pure a destra, gli alleati della Meloni (ieri di Berlusconi e ieri l’altro della DC) hanno più dimestichezza con le alleanze variegate (inclusi accordi e disaccordi incrociati, paralleli e perfino asimmetrici).
Detto ciò, va riconosciuto che i centrodestri hanno risolto in maniera semplice ma efficace il principale problema di una coalizione, ovvero quello della designazione del condottiero: il segretario del partito che prende più voti nelle urne diventa in automatico il leader della coalizione. Facile, no? E perfino democratico, se sì vuole, perché non obbliga nessuna faziosa fazione a inginocchiarsi prima del tempo di fronte al duce della coalizione.
E allora perché il centrosinistra non imita questa soluzione? Mistero.
Ma per quanto abbia assai brillantemente risolto il nodo del leader della coalizione, anche il centro destra resta un insieme di forze faziose, in continua competizione anche tra di loro, su una serie di temi specifici: le paure scatenate dei flussi migratori, il razzismo che le accompagna, la sicurezza individuale e sociale, un certo giustizialismo con tanto di vocazione autoritaria, la dialettica nazionale/locale, nonché il vincolo europeo e il macigno del debito pubblico nazionale.
Solo sul vincolo/vassallaggio verso la NATO non ci sono tensioni, mentre le divisioni fioccano sullo spoil system e soprattutto sulle cordate di amici che ciascuna componente si porta dietro e a cui deve assegnare buoni posti nelle istituzioni pubbliche e buoni appalti (regola aurea questa che vale pari pari anche per i centrosinistri).
E' sull’amichettismo che le fazioni spesso si scatenano, imbastendo tra di loro lotte opache ma non per questo meno dolorose e divisive. Perché faziosismo e amichettismo sono i due pilastri dell'antropologia politica del nostro paese. Non a caso la vecchia DC (erede di una millenaria esperienza cattolica romana) aveva inventato e praticava il Manuale Cencelli (ancora apprezzatissimo, pare) per gestire la cosa.
Quanto ai programmi di governo, le fazioni del centrodestra sembrano avere una maggiore capacità di negoziare su tutto, grazie a un atteggiamento pragmatico e poco moraleggiante.
Le fazioni di centrodestra infatti hanno infatti meno vincoli ideologici e quindi un maggior ventaglio di scelte, adattandosi perciò meglio ai particolarismi e alle paure del Paese, che la destra non vuole cambiare ma cavalcare.
La cultura del centrodestra italiano infatti al di là di un blando cattolicesimo, di un nazionalismo asovranista, di un temperato autoritarismo (evidente nello scontro con la magistratura), di un liberalismo duttile, di un moderato localismo, di un razzismo debole ma persistente e di un individualismo familistico e aziendalista non esprime quasi altro.
Per questo organizza la propria egemonia soprattutto occupando, con amici fidati, i posti chiave dello Stato e delle istituzioni locali.
Le grandi idee del centrodestra non sembrano infatti in grado né di orientare né soprattutto di entusiasmare nessuno.
Tanto che se allo scontro politico italiano si togliessero le forti antipatie personali, la faziosità delle parti e l’uso abituale di darsi del fascista o dell’antifascista, rimarrebbe poco ad animare il nostro conflitto politico e il numero degli elettori e dei partecipanti alla vita pubblica scenderebbe ancora più in basso.
Certo il generale Vannacci potrebbe scompaginare i giochi, ma..
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