Il fazionismo dilagante induce i media a presentare all’opinione pubblica retoriche storiche nazionali differenti. Per la stessa ragione e per le diverse esperienze vissute, risultano impossibili memorie nazionali condivise, in grado di costituire una sola retorica pubblica permanente.
Naturalmente tutti vorrebbero che tutti concordassero con la loro versione della storia nazionale. Ma siccome tutte le fazioni sono molto faziose e hanno elaborato, come le contrade del palio di Siena, delle loro versioni della storia, la concordanza tra queste storie è soggettivamente impossibile e le polemiche invece sono pane quotidiano.
Ne discende che le chiacchiere sull’esigenza di una storia nazionale condivisa e soprattutto quelle sulla necessità di memorie condivise risultano il più fasullo tra gli argomenti che le istituzioni pubbliche, i politici e i loro specchietti informativi, e quindi il cittadino comune, si rilanciano all’infinito senza produrre niente.
Certo è impossibile per i faziosi fazionisti (e per i loro specchietti informativi) ammettere che la loro è solo una versione di parte e che la versione vera o non esiste o è la somma delle varie avverse versioni o è altro ancora.
Basti pensare all’eterna querelle sulla “questione meridionale” che riempie intere biblioteche e continua a produrre diverse pubblicazioni per lo più faziose.
Un interessante studio sulle mille divisioni nazionali, intitolato “Fratture d’Italia (titolo originale ‘Divided Country’)”, Rizzoli, 2009, pp. 553, scritto da uno storico inglese, John Foot, allievo di Paul Ginsborg, mi pare offra un enorme materiale in questa direzione. Ma, per non mettere lo storico in imbarazzo, preciso che le conclusioni che ho tratto dalla lettura del testo sono frutto della mia interpretazione.
Ora, come ho cercato di dimostrare in altri post, il fazionismo italico non è un fenomeno contemporaneo, bensì di lunga durata e ha una grande capacità di rigenerarsi e rinnovarsi nel tempo. Incluso quello presente.
Ne deduco che l’Italia non avrà almeno nei prossimi due o trecento anni alcuna storia nazionale condivisa. E prevedo anche che al cambiare di maggioranze politiche governative e dei ministri dell’istruzione si avranno adattamenti e ritocchi ai manuali scolastici e alle relative linee guida per l’insegnamento della storia patria, mentre gli insegnanti di storia in classe continueranno a raccontare la storia nazionale secondo la faziosa fazione a cui aderiscono o a cui si sentono più vicini oppure seguendo le idee dell’autore del libro adottato.
Tutto questo però non è necessariamente un male, perché sia pure involontariamente in questa maniera il Paese continuerà a raccontare ai giovani una storia varia, divisa, cangiante e discorde che in fondo mi sembra essere l’identità profonda di questo paese, ammesso, e non concesso, che ce ne sia davvero una e che sia duratura.
Buon ferragosto.