Luciano Bianciardi (1922-1971) non è un autore facile, ma neppure difficile. Oggi lo si legge poco, ma per me è stato, negli anni ‘80 quando lo scoprii, una lettura formativa, forse perché mi riconobbi, in parte inconsapevolmente, nel suo pensiero di fondo che era quello di anarco-rivoluzionario (non a caso Pino Corrias gli ha dedicato una commovente biografia intitolata “Vita agra di un anarchico”, un testo su cui, come un citrullo, ho pianto).
Bianciardi è un grossetano, maremmano, che studia alla Normale di Pisa, diventa un intellettuale, ma in provincia ci sta stretto (che lui racconta ne “Il lavoro culturale”, libriccino per me oggetto di culto). Allora si sposta prima a Roma (ma è troppo indisciplinato perfino per la capitale), e dopo, a metà anni ‘50, migra a Milano, dove sopravvive come un intellettuale "precario" con contratti brevi con la casa editrice Feltrinelli, Bompiani, il Giorno, ecc., campando di traduzioni dall’inglese e di collaborazioni con giornali e riviste. Nel frattempo ha una moglie e due figli e Grosseto e, contemporaneamente, prima a Roma e poi a Milano convive con una seconda compagna da cui avrà un terzo figlio.
“La vita agra” racconta, con un taglio ironico tra lo scanzonato e l'amaro, soprattutto la seconda metà degli anni ‘50 a Milano, con qualche riferimento però ai minatori della Maremma (cui aveva dedicato già un libro a quattro mani con Cassola, di cui è amico). Si tratta di quinquennio che per gli storici corrisponde al “boom italiano” e in cui Milano è la capitale dello “sviluppo economico e sociale”. Ma per il trentenne Bianciardi le cose stanno in un altro modo. Nel boom lui vede lo sfruttamento e “integrazione” (titolo di un romanzo breve del 1959) e quindi costruisce in chiave anarco-marxista la sua contestazione radicale della società italiana che sosterrà tutto il romanzo “la vita agra” (1962) fino a concludersi con il romanzo saggio “Aprire il fuoco” (1969).
E la storia della sua vita quotidiana milanese è per certi aspetti asfissiante, più che agra, concentrata nella camera in affitto e poi nel minuscolo appartamento in cui convive con la sua compagna, dove traduce compulsivamente testi dall’inglese per mantenere il suo menage (allora considerato adulterino) e la moglie e i figli confinati a Grosseto.
Ma quello che conta non è la storia in sé, ma i pensieri che questa vita gli suscita.
E i pensieri sono quelli di un intellettuale precario (tema di grande attualità), che odia il sistema capitalistico in cui è immerso e lo vorrebbe fare saltare per aria, ma che non vede sostanziali alternative al viverci dentro, secondo regole che gli sono imposte e che non si possono cambiare. Infatti l’agre cinismo di Bianciardi non apre mai a speranze politiche collettive (e lo stesso PCI a cui pure lui guardava con attenzione, è fortemente irriso in alcune pagine del romanzo).
Semmai c’è, in qualche pagina, una vaga teologia del ritorno ad una vita più naturale, preindustriale, un po’ alla hippies, dove la sessualità e la vita comunitaria dominano su gran parte delle vicende umane. Una vita un po' meno pressante, meno di corsa, meno impegnativa che era stato però il suo stesso carattere a procurargli.
Si tratta per B. di spezzare il meccanismo di integrazione che produce uomini e donne irreggimentati, ovvero a una dimensione (come scriverà di lì a poco Marcuse), ma senza delineare o aderire ad un qualche progetto politico.
La sensazione è che B. consideri il neocapitalismo una forza vincente contro la quale ci si debba certo battere, a parole e con atti anche esplosivi, ma senza una vera speranza di farcela a trasformare la società. In questo B. è un critico culturale, precursore della rivolta del ‘68, che però non crede nei risultati delle lotte sociali aperte col ‘68. E in fondo non crede neppure nel suo bisogno di rivolta (del suo bombarolismo, tema che riprenderà più tardi De Andrè nel suo album “Storia di un impiegato”.
Da qui forse un senso di impotenza e una deriva anche personale di B. verso l’autodistruzione mediante un lavoro un po' forsennato, il fumo e l’alcol. E soprattutto una pessima manutenzione di se stesso.
Ma da qui, per me, nasce anche un certo ironico disincanto verso il mondo, le relazioni (di tutti i tipi), l’industria culturale e in fondo anche verso se stesso.
Da qui un’ironia e un’auto ironia spietate a cominciare proprio da se stesso e poi praticate nei confronti di cerchie di amici, di conoscenti e di nemici. Un’ironia che risultava spesso dura, cattiva, urticante e che non ha contribuito a favorire la sua fama e il riconoscimento del valore delle sue opere narrative, giornalistiche e saggistiche.
Bianciardi è un grande scrittore e saggista che aspetta di essere riscoperto (cfr. “L’antimeridiano” a lui dedicato dalla figlia).
Dimenticavo: per qualche tempo alla fine degli anni ‘40 ha lavorato anche come bibliotecario alla biblioteca comunale di Grosseto e ha organizzato un bibliobus per portare libri nei paesi della Maremma.