giovedì 30 aprile 2026

MAGGIO 1890: SCIOPERI A PONTEDERA CON LE DONNE IN PRIMA FILA

Si, avete letto bene. Maggio 1890. Pontedera era allora una piccola città con diverse fabbriche, alcune già elettrificate. Diverse del settore tessile.

L’anno prima un congresso della Seconda Internazionale socialista aveva proclamato il 1 maggio del 1890 giornata internazionale del lavoro e invitato tutti i lavoratori del mondo a mobilitarsi e a lottare per ottenere salari migliori e accorciare la giornata lavorativa.

A Pontedera, come confermano dei rapporti di polizia e un paio di articoli su un periodico locale, “L’Elettrico”, furono diverse le categorie che minacciarono o attuarono scioperi nei primi giorni di quel lontano maggio del ‘90, chiedendo ai loro datori di lavoro di essere pagati meglio. 

In particolare scesero in lotta i cordai che fabbricavano funi, i mattonai del Leoncini e di altri imprenditori locali, gli operai della Crastan, le bustaie e alla fine si fermarono anche 170 tessitrici della fabbrica dei Fratelli Morini. Questi ultimi, proprietari anche del monumentale palazzo sul “piazzone” di Pontedera, vennero convocati in Comune per una mediazione dall’allora sindaco Ciompi, ma si rifiutarono di aumentare gli stipendi e dichiararono che avrebbero ripreso le operaie a lavorare solo “perché animati dal sentimento di fare bene al paese”.

Lo sciopero delle tessitrici durò una decina di giorni. Poi tutte, piano piano, chinarono la testa e ripresero il lavoro. Il bisogno piegò la capacità di lotta di quelle formidabili giovani donne pontederesi che ebbero comunque coraggio da vendere per opporsi ai loro datori di lavoro e, immagino, anche alle pressioni familiari.

Sia chiaro quelli del maggio 1890 non furono i primi scioperi operai che si registrarono a Pontedera nel XIX secolo. Altri ve n’erano già stati, almeno dagli anni ‘70 in poi. Ma quasi certamente quelli del maggio 1890 furono tra i primi che coinvolsero anche un notevole numero di donne. Queste ultime erano ampiamente presenti negli stabilimenti tessili ed in particolare nello stabilimento dei Ricci (dove, secondo i racconti di mia nonna, le operaie venivano chiamate col soprannome de “le riccioline”) e in quello dei Morini (dove erano state ribattezzate “le morine”).

domenica 26 aprile 2026

PERCHÉ NON VESPALAND?

Non ho niente contro gli artisti di regime, purché siano veramente artisti e non solo bravi pubblicitari o propagandisti.  Capisco che debbano campare anche loro.

E mi va bene addobbare di Vespe colorate, con farfalline e mele, anche a spese della collettività (e non della Piaggio), la nostra amena cittadina. In fondo è la città a guadagnarci davvero.

Mi andrebbe persino bene se il PD e i suoi cespugli votassero una delibera comunale per cambiare nome alla nostra cittadina e la ribattezzassero VESPALAND. Anche a Porto Empedocle in fondo hanno deciso di chiamarsi Vigata in omaggio a Camilleri (e per attirare turisti).

Sono certo che il mutamento di nome (diversamente dagli addobbi vespistici) avrebbe un’eco mondiale e attirerebbe un sacco di curiosi, se non altro per vedere che razza di gente viva in un posto dove accadono cose di questo tipo.

Forse però VESPALAND suonerebbe un po' sgradito ai puristi, quelli che ancora si fregiano di essere “pontaderesi docche” e non pontederesi come forse suggerirebbe la Crusca. Vabbè, chi se ne importa.

Certo se fossero ancora vivi quei vecchi tostissimi consiglieri comunali comunisti e socialisti che negarono a Enrico Piaggio quella cittadinanza onoraria proposta da Pietro Giani nel 1952, beh, loro ci mangerebbero vivi, ci direbbero che ci siamo bevuti il cervello e che ci meritiamo di vivere nei tempi sconclusionati in cui siamo finiti. Ma tanto loro non ci sono più. Sicché possiamo procedere.

L’unico timore è che forse neppure prostrarsi a VESPALAND ci servirà a qualcosa.

Ma auguriamoci che l’ipercritico vecchietto da tastiera si sbagli. E che tutta questa propaganda romantico-pop-vespistica, come sostengono certi fini intenditori, porti non solo a fare di Pontedera una città turisticamente molto più attrattiva, ma anche ad un rilancio delle vendite delle Vespe sui mercati europei e mondiali.

Così mentre fingo di non vedere che chi ci amministra non ha alcuna voglia di studiare la storia della Piaggio e il suo intreccio con le vicende pontederesi, mentre concordo con la denuncia del sindacato USB in merito al silenzio su dove stia andando la Piaggio oggi, ricordo che la regista Lorenza Pucci ha girato e montato nel 2012 un documentario con interviste agli uomini che fabbricarono le Vespe con le loro mani e chiedo: Ma non si poteva fare vedere almeno qualche minuto di quel documentario sul maxischermo in piazza Cavour o sul piazzone in questi giorni? 

Avrebbe offuscato troppo l'immagine del mito che si vuole coltivare? O forse avrebbe danneggiato le asimmetriche relazioni che si sono consolidate tra Azienda e Comune?

Sia come sia, spero che di quel documentario, che parla di “resistenza operaia” allo strapotere aziendale, l'Amministrazione comunale trovi almeno il coraggio di regalare una copia al presidente Mattarella, quando verrà in città per la festa del lavoro.

lunedì 20 aprile 2026

IL PRESIDENTE, LA PIAGGIO E IL PENSIERO SMEMORATO

Sembra ormai chiaro che la venuta del Presidente della Repubblica a Pontedera per la festa del lavoro (celebrata in anticipo il 30 aprile) darà risalto alla nostra cittadina, procurerà visibilità alla Piaggio, ma sarà un incontro per pochi eletti, a cui i figli e i nipoti dei piaggisti assisteranno solo da spettatori dai bordi delle strade.

Infatti nel ristretto Auditorium Piaggio con 200 posti circa, se ci metti i proprietari e gli alti dirigenti dell’azienda, un centinaio di rappresentanti dello stato sul territorio e una quarantina di sindaci della provincia, chissà se rimarrà posto per schierare, e non certo in prima fila, una decina tra sindacalisti, impiegati e operai, a cui immagino il discorso presidenziale verrà rivolto. Perché è chiaro che di lavoro il Presidente parlerà quel giorno. Solo che davanti a sé, ad ascoltarlo, avrà soprattutto chi il lavoro lo organizza o lo controlla o lo rappresenta, ma non chi lo fa' materialmente.

La speranza è che mentre passeggerà nei capannoni della fabbrica o nel Museo Piaggio, tra una Vespa, un’Ape o qualche mezzo di locomozione più recente, il Presidente decida di voler incontrare qualche piaggista e di scambiare una manciata di parole a quattr’occhi con un'operaia o un operaio, magari per aggiornarsi su come si vive e si lavora oggi in Piaggio, su come funzionano i cicli della cassa integrazione in azienda (a carico dello Stato) e su dove invece vanno a finire gli utili (solo nelle tasche degli azionisti)!

Nell’attesa la città di Pontedera di riaddobba come una specie di Vespa Town, organizzando un’orgia di inutili eventi che proclamare culturali richiede tanto coraggio. Di sicuro di questi eventi pubblicitari avrebbero sorriso gli operai pontederesi che, tra gli anni '50 e '70 del secolo breve, fecero grande la Vespa. Loro che sudditi di Piaggiopoli non vollero mai diventare, né sembrare. E che ancora negli anni '90 seppero combattere lotte aspre per il loro futuro e per quello della città.

Oggi invece Pontedera sembra muoversi come un soggetto un po' immemore di sé, ai bordi di quel che (per fortuna) resta ancora del grande stabilimento, innalzando vuote lodi ed effimeri monumenti a una divinità che pare avere soprattutto un passato. 

E non si capisce bene se sia la città a volersi smemorata e inconsapevole del proprio presente o se sia stata una perfida magia (la globalizzazione?) ad averci scaraventato in periodo così ambiguo e labirintico, da cui non si riesce a trovare un’uscita dignitosa.

Anche per questo aspettiamo con fiducia almeno di leggere le parole del Presidente.

mercoledì 15 aprile 2026

MA LA STATUA DI CARMASSI NON POTREBBE ESSERE RESTAURATA E RICOLLOCATA?

Probabilmente con poche migliaia di euro il Comune di Pontedera potrebbe completare il restauro della statua “Oleandra” del CARMASSI, un tempo posta sulla rotonda ai piedi del terzo ponte, proprio di fronte agli impianti sportivi della Bellaria.

Così si potrebbe liberare quell’ariosa rotatoria dalla SCATOLALONGA che la sovrasta e la imbruttisce da ormai quasi un decennio.

Lo scatolone è infatti uno strano cubo, lì collocato per ricordare non solo cosa c’era, ma per suggerire che quella statua sarebbe tornata. O no?

A dire il vero, già un annetto e mezzo fa il sindaco aveva annunciato (vedere QNV) la probabile ricollocazione della Oleandra per la primavera del 2025. Ma a quell’annuncio, allora dato per buono, non è seguito alcun fatto concreto.

La SCATOLALONGA è rimasta.

Mancanza di soldi?

Se è così, bastava sforbiciare un po' il capitolo dei contributi comunali e dirottare un po' di spiccioli sull’Oleandra.

O si tratta invece di mancanza di volontà?

In questo caso la situazione è più complicata.

Ovviamente la statua porta bellezza, prestigio e decoro alla città, ma non voti.

I contributi alle associazioni amiche invece sono assai più redditizi ai fini del consenso.

Questo lo capisce bene anche il rimbambito vecchietto da tastiera, che, come un Astolfo incaponito, essendo come detto rimbambito, continua a ripetere che forse si dovrebbe investire di più nel restauro della Oleandra di Carmassi e procedere alla ricollocazione sulla rotatoria.

Investire nel restauro di un monumento pubblico è infatti un compito che il Comune dovrebbe effettuare.

Un atto che però ha bisogno di lungimiranza politica e magari di limare qualche piccolo contributo o qualche inutile evento spropositamente finanziato.

Perché è evidente che i soldi non mancano.

lunedì 13 aprile 2026

30.000 € DI MANGIALONGA A CARICO DEI CONTRIBUENTI PONTEDERESI

Il contributo comunale agli organizzatori della XX MANGIALONGA è 3 se non 4 volte superiore alla somma che il Comune spende (al netto dei contributi statali) per acquistare in un anno i libri per Biblio Gronchi. Perché mai una cosa del genere? 

E non è finita qui. Il contributo comunale per la Mangialonga, se non erro, è superiore anche ai contributi che vengono dati annualmente dal Comune a tutte le associazioni che gestiscono i doposcuola cittadini, che pure sono così importanti per la formazione e l’integrazione dei giovani.

Perché dunque una manifestazione che promuove il CAMMINARE (e questo fa bene) e il MANGIARE (e su questo, bah, qualche cosa ci sarebbe da dire) deve essere finanziata dalla fiscalità comunale per una cifra spropositata che in lire suonerebbe sui 60 milioni?

60 milioni di vecchie lire per fare transitare, in una domenica, da un tavolo all’altro (a degustare trippa alla pontederese e altre vivande) circa 1500 persone. Ma davvero è un evento da sostenere con così tante risorse pubbliche?

Con gli organizzatori che devono perfino mettere un tetto alle iscrizioni perché la domanda di partecipazione alla MANGIALONGA è così superiore all'offerta che in poco tempo i posti disponibili spariscono.

Ora, dico io, ma se c'è una così spasmodica richiesta privata di Mangialonga, perché non si aumentano un po' le quote di iscrizione? Perché non si portano le iscrizioni degli adulti da 25 a 35 euro? O a 40, se l’iniziativa ha costi così imponenti da richiedere un contributo comunale di 30.000 euro e tanto volontariato.

Allora altro che governo che taglia fondi ai comuni, se il Comune di Pontedera si può permettere contributi così generosi! Per una Mangialonga che certo non può essere gabellata per un sussidio alimentare ai poveri.

E allora dov’è il busillis?

domenica 12 aprile 2026

QUANDO IL TEATRO FUNZIONA COME UNO SPECCHIO PER L’ANIMA

 Commento a caldo le reazioni che mi ha provocato la visione dello spettacolo intitolato “COME GLI UCCELLI”, scritto da un autore libanese, Wajdi Mouawad, portato in scena dal Mulino di Amleto con la regia di Marco Lorenzi. Spettacolo recitato da attori tutti a me sconosciuti, ma bravissimi. Una performance di cui non sapevo nulla. 

Eppure lo spettacolo, che dura oltre 3 ore, ha preso me e il resto del pubblico pontederese del Teatro Era in maniera totalizzante, quasi togliendoci il respiro e obbligandoci a entrare a far parte della famiglia che si agitava sul palco e  costringendoci a rispondere alle molte domande che gli attori si urlavano addosso.

Tutto inizia a New York, attorno a due giovani di origini diverse, lei araba, lui ebreo, in un incontro alla Romeo e Giulietta, che però finisce per concentrarsi sul bisogno spasmodico di scoprire la verità relativa alle proprie origini e per coinvolgere quindi le loro famiglie, o meglio una famiglia, quella del padre del ragazzo.

Così i due giovani, che abitano in un presente apparentemente asettico e che frequentano una moderna biblioteca pubblica americana, vengono risucchiati dalle proprie storie familiari e da queste storie scaraventati nella fase attuale di una guerra che si combatte almeno da 5000 anni. Una guerra sanguinosa e folle, intermittente, tra il Mar morto e il Mediterraneo, per il possesso di una terra che gli ebrei chiamano Israele (e che sostengono, in virtù dei loro testi sacri, sia stata loro promessa da Dio) e che gli altri, gli arabi, dicono Palestina, su cui nell’ultimo millennio e mezzo hanno costruito le loro moschee.

In questo risucchio scopriranno verità insospettabili, come se omericamente le divinità si fossero prese gioco di loro e dei loro antenati, trattandoli come pupazzi.

Al centro della scena campeggia e ruota un grande muro che ricorda il muro del pianto, ma anche il muro di Gaza e le mura di Gerusalemme, forse le stesse mura di Troia, e, perché no?, un palinsesto gigante, un libro universale delle stupidità, degli errori e della saggezza. Un libro su cui si ripetono sempre le stesse parole, si disegnano e si grattano testi buoni e frasi sbagliate, si proiettano le angosce e le paure dell’anima umana.

Insomma, come convenivano quasi tutti gli amici all’uscita dalla sala, ieri sera abbiamo assistito ad uno spettacolo veramente potente, forte, coinvolgente, che non ci aveva lasciati indifferenti.

Uno spettacolo che, nonostante le parole e le immagini finali, non ci aveva consolato. Di sicuro non aveva consolato me.

Perché la grande e la piccola storia non consolano quasi mai. 

Semmai ci suggeriscono uno sguardo empatico e pietoso. Semmai.


Uno spettacolo da vedere. Assolutamente.

sabato 11 aprile 2026

MATTARELLA, LA PIAGGIO E IL LAVORO

Il ritorno di Mattarella a Pontedera è un evento straordinario per la città. E che questa visita si leghi alle celebrazioni del primo maggio e alla festa del lavoro è ancora più significativo. E' un autentico regalo che dovremmo impegnarci a meritare.

Quanto alle ragioni della sua venuta, mi piace pensare che il Presidente abbia saputo di un’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori della Piaggio, promossa dal suo predecessore Giovanni Gronchi alla fine degli anni ‘50 e abbia giudicato “opportuno” venire di persona a vedere come stanno oggi le cose.

Del resto se la Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro si dovrà pur verificare costantemente quale sia lo stato effettivo del lavoro e dei lavoratori nella nostra società. 

Che senso ha altrimenti parlare dei diritti del lavoro, se poi si trova inopportuno monitorare in che modo questi diritti vengono rispettati anche in casa nostra? Anche a Pontedera. E non solo alla Piaggio.

Ovviamente Mattarella verrà anche per riconoscere il valore di successi industriali come Vespa e Ape, orgoglio e vanto del made in Italy. Ma certo non potrà ignorare che il grosso della produzione di questi oggetti ormai prende corpo nel lontano oriente (India, Cina e Vietnam). E che la globalizzazione e la delocalizzazione hanno quasi svuotato la fabbrica pontederese e desertificato l’indotto.

Per questo la visita di Mattarella è uno sprone incredibile a tentare di aprire una riflessione sul destino dello stabilimento. Un destino produttivo che vorremmo continuasse a caratterizzare il nostro territorio anche in futuro e non solo per gli stipendi che ancora oggi la Piaggio garantisce (insieme però agli ammortizzatori sociali sempre più utilizzati dall’azienda).

Un destino che non vorremmo invece che si limitasse alle feste di compleanno della Vespa e dell’Ape o ai raduni degli appassionati, che pure sono da apprezzare e coltivare.

Spero poi che Mattarella si intrattenga coi lavoratori della Piaggio e coi superstiti dell’indotto. E che ascolti dipendenti italiani ed extracomunitari presenti in fabbrica. Che parli con loro anche singolarmente. Perché ognuno di loro oggi fa dei grandi salti mortali per tirare avanti. E anche se questi salti mortali non sono una disciplina olimpica, pure non richiedono abilità inferiori o minore tenacia degli sport più blasonati e meglio retribuiti.

Infine mi auguro che sulla scia della visita di Mattarella del 30 aprile ci possa essere un rilancio anche della cerimonia pontederese del primo maggio (di cui non mi pare si sappia ancora nulla di preciso). E spero che nel corteo del primo maggio sfilino i piaggisti e tanti altri lavoratori, magari insieme a tanti studenti. E che a questi operai e a questi studenti venga dato il modo di parlare in piazza.

Perché non di sola nostalgia della Vespa né di solo orgoglio di ex costruttori di Api possono vivere Pontedera, la Valdera e i suoi giovani.

venerdì 10 aprile 2026

I NOSTRI EROI

Dario Marconcini e Giovanna Daddi hanno costruito in pochi mesi una nuova compagnia di attori amatoriali, tutti, meno uno, over 70, li hanno ribattezzati “Gli eroi”, hanno scelto per loro una serie di brani di Shakespeare da interpretare e poi li hanno fatti debuttare alla sala Cieslak del Teatro Era di Pontedera nel festival “Ponte di Parole”

Detta così sembra semplice. In realtà si è trattato di un piccolo miracolo. Un’invenzione degna del mago Prospero che chiede a Ariel di metterla in scena.

Dietro a questa magia teatrale c'è infatti la grande umanità, la bravura e la lunghissima esperienza di Marconcini & Daddi nel formare (e lavorare con) gli attori. C'è una profonda conoscenza dei testi shakespeariani di Marconcini e l’abilità nel saperli cucire con un filo poetico e di farli aderire alla pelle dei suoi attori. C’è la volontà di 15 persone, molto adulte, che a novembre scorso neppure si conoscevano tra di loro, di mettersi in gioco in un percorso teatrale presso l’Utel di Pontedera, tirando fuori la voce di Lady Macbeth, quella di Amleto e Ofelia,  quella di Giulietta e Romeo e di diversi altri  personaggi, soprattutto minori, dei drammi elisabettiani.

Ne è uscita una piccola impresa che fa bene e riempie di orgoglio prima di tutto il gruppo dei nuovi eroici attori, tutti tesi e in ansia, come ragazze e ragazzi al loro primo appuntamento.

E fa bene al pubblico che, mentre ascolta le immortali parole di Shakespeare, nel buio di una sala illuminata da lucine fioche, si emoziona e batte più volte le mani ai vari monologhi.

Così il tempo, come la notte di Giulietta e Romeo, fugge e lo spettacolo si dipana con solo qualche impercettibile dissonanza.

Magia di un teatro povero, ma fatto grande dalle parole del drammaturgo di Stratford, dall'abile regia di Marconcini e Daddi e soprattutto dalla tenace volontà dei soci di Utel di sfidare gli oltraggiosi dardi del tempo e della sorte.

Magia semplice, ecologica, pulita. A chilometro zero.

Repliche? Speriamo proprio di sì.

giovedì 9 aprile 2026

DON MILANI E IL CULTO DELLE PAROLE NELL’EPOCA DELLE BUGIE

Ho visto ieri sera al Teatro Era lo spettacolo intitolato “Cammelli a Barbiana” scritto alcuni anni fa da Francesco Niccolini e Luigi D’Elia, e riproposto nel festival pontederese “Ponte di Parole”.

Questa però non è una recensione allo spettacolo.

E' una riflessione, liberamente provocata dalla performance di Luigi D'Elia e dalle parole pronunciate dopo la recita da Niccolini, D’Elia e Sandra Gesualdi, autori e autrice del testo intitolato “la Scuola più bella che c'è”, dedicato all’esperienza di Don Milani a Barbiana.

Al centro di tutto il lavoro culturale e religioso di Don Milani ci sono due punti cruciali.

Il primo è la forza e la ricchezza delle parole. Il secondo è l’istruzione scolastica permanente, concepita come una formazione quasi totalitaria, affidata a insegnanti innamorati persi dei loro allievi (e di Dio). Entrambi i punti sono percepiti (con fede rabbinica più che cattolica) come strumenti di emancipazione e di liberazione per i ceti culturalmente (ed economicamente) più poveri.

Ora l’attualità rivoluzionaria dell’azione di Don Milani sta ancora tutta qui. Solo che nel frattempo il mondo è cambiato.

E noi viviamo in un’epoca in cui il valore delle parole si è rattrappito e dove sono soprattutto le bugie ad aver preso il sopravvento e dilagare.

Così anche se si legge e si scrive molto più di prima, il valore di quello che si legge e si scrive è sempre meno efficace. Direi perfino meno liberatorio.

Inoltre viviamo in tempi in cui, come ha ben sintetizzato D’Elia, rispondendo ad una domanda, la scuola sembra un “casino” (frase applaudita con convinzione dal pubblico rimasto alla conversazione con gli autori dopo lo spettacolo).

Insomma viviamo in un momento storico in cui né il possesso individuale di molte parole, né più alti livelli di istruzione e formazione raggiunti da molti sembrano in grado garantire non solo il successo, ma neppure una dignitosa emancipazione sociale, come invece prevedeva Don Milani.

Ovviamente l’ignoranza linguistica e una scarsa istruzione sarebbero assai peggio. Ma resta il fatto che le credenze donmilaniane non sembrano più punti di forza archimedei per sollevare e risolvere i problemi del mondo e dei suoi abitanti.

Il nostro squinternato ma molto ricco (anche se fortemente sperequato e pericolosamente antiecologico) contesto contemporaneo sembra presentarsi come un paradosso: alla grande maggioranza degli uomini non mancano oggi né le parole per capire e descrivere la realtà, né l’istruzione per viverci dentro. Ma questi strumenti (parole e istruzione) non bastano per emanciparsi dalla sudditanza sociale e politica in cui ci troviamo quotidianamente a vivere.

In particolare non sembrano sufficienti a costruire quella buona politica che, per dirla con Don Milani, ci dovrebbe aiutare a risolvere, tutti insieme, i problemi che abbiamo di fronte.

Davvero un bel guaio.

lunedì 6 aprile 2026

LA CRISI DELLA PARTECIPAZIONE E LE CONSULTE DI QUARTIERE

Diversi studi e diverse osservazioni empiriche ci suggeriscono che anche nelle democrazie imperfette la politica e i suoi partiti stanno subendo da una trentina di anni e passa un processo di secolarizzazione e di disaffezione.

Che vuol dire?

Che gli uomini e le donne credono sempre meno che la politica possa risolvere i loro principali problemi quotidiani. E quindi si iscrivono meno ai partiti e partecipano meno alla vita pubblica attiva e vanno in numero sempre minore a votare per elezioni e referendum.

Soprattutto i partiti attraggono sempre meno giovani che sono i più critici rispetto alle “credenze antiche” e alla democrazia, che assomiglia un po' ad una religione e come le religioni subisce gli oltraggi del passare del tempo e dei testimoni.

Ovviamente molti pensatori sostengono che il processo di secolarizzazione sia un guaio serio e sia il frutto di “poteri forti” che hanno interesse a favorire questa “deriva” che facilita il rapporto di sudditanza tra governati e governanti, alimenta il “populismo” e per i neomarxisti sottomette sempre di più gli uomini al capitale.

Da me interpellata, l’intelligenza artificiale, che dovrebbe aver letto sull’argomento più libri di me e della maggior parte dei buoni lettori che mi leggono, sostiene che le cause del distacco di una parte rilevante di cittadini dalla politica sono (cito):

“Sfiducia nelle istituzioni: La percezione che la politica non sia più in grado di risolvere i problemi concreti (come l'inflazione o il cambiamento climatico) a causa della pressione dei mercati globali.

Individualismo: Il passaggio da una società collettivista a una più centrata sull'individuo ha indebolito il senso di appartenenza a grandi blocchi ideologici.

Complessità decisionale: Molte decisioni importanti sono prese da organismi sovranazionali (UE, banche centrali, multinazionali) che i cittadini percepiscono come distanti e non influenzabili dal voto”.

Pur non conoscendo di persona questa Intelligenza Artificiale e non avendo il tempo di leggere e verificare tutti i libri che mi ha suggerito di leggere sull’argomento, le sue risposte mi sono sembrate ragionevoli. Preso dall'entusiasmo, ho chiesto all’IA se c'erano dei rimedi contro questo processo di disaffezione alla politica.

Mi ha dato una lunga articolata risposta, che conteneva diverse medicine. Tutte utili, probabilmente. Tra i diversi rimedi sottolineo questo (cito): “La "Città dei 15 minuti" e il Politico di Prossimità. Molti sostengono che la partecipazione rinasca dal territorio. Se un cittadino vede che il suo impegno migliora il parco sotto casa o la pista ciclabile, sarà più propenso a credere nella politica nazionale. ​Il paradosso: Per "salvare" la democrazia nazionale, molti esperti suggeriscono di partire dalla democrazia locale, dove l'impatto dell'azione del singolo è visibile e tangibile”.

E allora, visto che siamo a Pasquetta e la speranza deve essere l’ultima a morire, spero anch'io, confortato dall'analisi dell’IA, che il riavvio delle consulte di quartiere annunciato anche a Pontedera in questi giorni ci aiuti a rafforzare la partecipazione politica e ad accelerare la risoluzione di alcuni problemi locali, se non in 15 minuti, comunque in un tempo ragionevole.

Si riparte dal basso, insomma. E incrociamo ragionevolmente le dita. Che l’Intelligenza Artificiale ci aiuti.

Buona Pasquetta a tutti.

sabato 4 aprile 2026

UNA NUOVA MOSTRA AL PALP

A fine marzo al PALP di Pontedera è stata inaugurata l’ennesima mostra senza eco. 

Un centinaio di opere monotematiche e 80 artisti (pittori, scultori e fotografi) coinvolti. Per lo più sconosciuti al di là degli addetti ai lavori, dei critici d’arte e degli amici.

Per non smentirsi, NIENTE catalogo della mostra.

E NIENTE brochure.

NIENTE pubblicità sulle riviste d'arte o su altre riviste specifiche per il target dei visitatori potenzialmente interessati all’evento.

NIENTE ufficio stampa specializzato per pompare l’evento e renderlo attrattivo per un pubblico numeroso.

NESSUN personaggio di richiamo alla inaugurazione. Ci mancherebbe.

Un po' di comunicazione social. In minimo sindacale.

Qualche articolino sulla stampa locale. Qualche servizio di TV locali.

Solo un po' di chiacchiere retoriche, sempre le solite, da parte dei soliti noti.

Obiettivo della mostra? Promuovere la nostalgia, il culto e il mito di una cosa che a Pontedera è molto nota e che è nota anche in molti altri paesi del mondo. E che festeggia un compleanno ottuagenario senza che nessuno però abbia il coraggio di chiederle come si sente. 

Già, come sta? NESSUNA risposta.

Va precisato che nostalgia, culto e mito non sono di per sé una miscela attrattiva. Sono sostanze che bisogna saper shakerare per ottenere un risultato efficace. Per questo servirebbero dei bravi shakeratori. Ma al PALP si lavora alla buona. Con quello che passa il convento.

Naturalmente NIENTE biglietto di ingresso alla mostra, così il dispettoso vecchietto da tastiera non potrà pungolare l’amministratore comunale a certificare l’ennesimo prevedibile e inevitabile flop di presenze.

Quando ho visitato la mostra, passandoci un’oretta, domenica, ho incrociato si e no un’altra decina di persone.

Ipotizzo perciò che in tutto il giorno, di domenica, ci saranno transitate trenta o al massimo, ad essere proprio ottimisti, trentacinque persone.

Come partenza, non proprio un’attrazione fatale.

Va be', dai. Le presenze si gonfieranno pian piano col passa-parola che di solito, nel caso le opere piacciano, farà crescere i visitatori.

Poi mobiliteranno gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Non gli parrà vero ai ragazzi di uscire dalle noiose aule scolastiche e tuffarsi nel mito.

Un po' di ottimismo, che diamine, siamo a Pasqua.

Già. Buona Pasqua a tutti. Soprattutto ai lavoratori e alle lavoratrici pontederesi che si sentono instabili nella pancia del grande mito.