Nel 1945 l’avanzata dell’armata rossa verso Berlino consentì all’impero sovietico di sottomettere tutti i paesi dell’est Europa, compresa una parte della Germania nazista. Questa situazione durò per 45 anni.
Poi però negli anni ‘90 l’impero sovietico collassò, gli stati europei dell’est cercarono protezione presso la NATO, mentre diverse nazionalità interne all’impero russo si dichiararono indipendenti. Nacquero così nuovi stati. La Russia per 10 anni sprofondò nel caos.
Fu allora che gli americani tentarono di "occidentalizzarla" e di condizionarla. E a questa “impresa” si accodarono anche gli stati europei e l'UE.
Così, tra gli anni ‘90 e l’inizio del 2000, gli Usa inglobarono nella NATO quasi tutti gli stati dell’Europa Orientale (già aderenti al disciolto patto di Varsavia). Poi sostennero i movimenti "arancioni" attivi nei nuovi stati indipendenti post-sovietici, arrivando ad “abbaiare alle porte di Mosca” (come disse Papa Francesco).
Per un paese debole è preferibile essere vassallo di un impero lontano (come quello degli Usa) piuttosto che di uno vicino (come quello russo). Ma non si può ignorare che la nuova collocazione degli stati est-europei (che stracciava gli accordi di Yalta, metteva i piedi e le mani della NATO in aree già di pertinenza russa e indeboliva un’entità statale secolare) venisse vissuta molto male dai russi, impossibilitati però a reagire.
Inoltre l’allargamento del dominio Usa mentre lasciava la stessa UE sottomessa al controllo americano (come la recente vicenda dei dazi e quella dell’incremento delle spese militari dimostrano abbondantemente), le chiedeva più risorse per fronteggiare gli oneri della difesa del “fronte orientale”. Questo perché nel fornire soldi e sostegno logistico all’Ucraina per garantire la sua indipendenza nazionale, l’UE contribuiva anche a spingere il confine dell’impero della NATO nel cuore della Russia. La quale Russia non poteva apprezzare la presenza di missili atomici della NATO nel giardino di casa. Così, ritrovato a fatica un certo equilibrio interno, nei primi anni 2000 la Russia rivendicò anche per sé quella che gli Usa chiamano (per loro) la dottrina Monroe.
Tutto ciò ha prodotto una guerra atroce nell’Europa orientale. Una guerra avviata dai Russi, certo. Ma “provocata” anche dagli Occidentali. Un guerra che dura da oltre quattro anni e di cui non si intravede non solo la fine, ma neppure uno spiraglio di tregua.
Con danni sociali, economici, politici e culturali enormi. E col pericolo che questa guerra si “cronicizzi” e finisca (come in “1984” di Orwell) per diventare un elemento duraturo, accelerando il declino europeo, a tutto vantaggio di altri Stati (Cina, Brics, ecc.). O, peggio ancora, porti all’uso di armi atomiche, con conseguenze inimmaginabili. E più dura la guerra, più il rischio di una catastrofe cresce. Perché le dispendiose politiche di RIARMO avviate dalla UE potrebbero fornire gli strumenti per “l’azzardo finale”.
Tutto ciò accade senza che nessuna delle principali famiglie politiche e culturali europee (né quella di ispirazione cristiana, né quella socialdemocratica e neppure quella liberale) abbia la forza e la volontà di opporsi a questa deriva.
Così il filoatlantismo e il desiderio di sconfiggere i russi sono diventati malattie senili degli Europei.
Ma se è vero che la servitù filoatlantica ha garantito agli Europei un assetto politico stabile e un buon livello di sviluppo socio-economico nel dopoguerra, l’antagonismo verso la Russia e la guerra in Ucraina hanno aperto scenari inediti e assai pericolosi. Scenari che le élite che guidano la UE non sembrano capaci di governare con la necessaria lucidità.
I danni di questo scontro tra la Russia e il grosso degli europei sono già ben visibili. Mentre non si intravedono sforzi efficaci per riconquistare la necessaria dimensione di dialogo e di collaborazione.
Forse davvero Dio acceca coloro che vogliono perdersi.
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