Perché leggere l'ultimo libro di Ernesto Galli Della Loggia?
Si intitola "Credere tradire vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica" (il Mulino, 2016, 345 p., 24 euro) e contiene molti spunti e suggestioni. È scritto bene, le pagine scorrono che è una bellezza e per chi ha un pò di passione per la storia politica di questo paese non mancano davvero argomenti su cui riflettere.
Il taglio sta fra il saggistico e il narrativo ed intreccia la storia della nazione con le vicende biografiche personali dell'Autore e questo trasforma il testo in una specie di "Come eravamo" in cui il protagonista racconta coi suoi occhi la storia della Repubblica e come ha saputo navigare nelle vicende politiche di questo sfaccettatissmo, diviso e discorde paese.
Aggiungo che gli occhiali che indossa EGDL (è l'acronimo del nome e cognome dell'autore) sono in realtà due paia però con focali diverse: la focale dello storico e quella del giornalista. A volte usa la prima, a volte la seconda. A volte, come fanno talora gli anziani, se le mette entrambe contemporaneamente. A volte, stanco, se le leva tutte e due.
A volte si lancia in gustose polemiche con intellettuali morti, come Bobbio e Bocca, ma più di tutti se la prende con i comunisti. Anche qui, quasi tutti morti.
Gli unici che la scampano sono i cattolici e la chiesa. Nel senso che li ignora.
Se uno non conoscesse niente della storia d'italia, uscirebbe dalle pagine di EGDL senza quasi incontrare il nome di un democristiano (De Gasperi è citato una sola volta, idem Andreotti, i due Segni mai, Gronchi mai, Fanfani mai. Moro è l'unico che compare più volte). Stessa assenza per i Papi del dopoguerra. Invece Mughini ha 7 o 8 citazioni e pure Floris D'Arcais. Tanto per fare un paragone.
Vogliono dire qualcosa queste assenze cattoliche? Forse che il 60 o 70 per cento del paese non ha partecipato a questa storia? Ma allora il titolo più preciso doveva parlare di mezza repubblica. Perchè non si può parlare di Italia ignorandone la parte maggioritaria, solo perché la nostra storia personale non si è incontrata con la loro. O solo perché una vulgata prima accetta e poi respinta, la lettura "comunista" della storia d'Italia, ha parzialmente oscurato la presenza dei cattolici.
Ma c'è un altro elemento davvero interessante che EGDL pone con forza nella narrazione repubblicana ed è il peso della cultura politica "azionista".
Qui EGDL non riconduce però con chiarezza l'azionismo ad una delle diverse anime del liberalismo italiano, nè lo riporta alla sua profonda matrice borghese, e quindi non risulta chiaro come e perché azionismo, liberalismo e cultura borghese siano stati in larga misura presenti e per lunghi tratti egemoni da metà '800 in poi nella cultura e nella politica italiana, certo insieme al mondo cattolico e alla cultura cattolica.
Una delle note deludenti inoltre è la mancanza di risposta ad una domanda che il suo volume suscita, ma che alla fine elude. Infatti, dopo aver strapazzato a lungo i cadaveri di comunisti e socialisti, EGDL non riesce a spiegare perché queste forze siano scomparse sia politicamente che culturalmente. Com'è infatti che un'egemonia culturale come quella comunista è così rapidamente tramontata? Mistero.
Com'è che invece al centro della storia di questo paese sono rimasti i cattolici anche nella seconda e terza repubblica per quanto non più aggregati in un solo grande partito?
Per quale ragione il pensiero liberale e democratico continua ad essere il punto di riferimento di questa squinternata e per fortuna poco patriottica repubblica guidata dai borghesi anche se non esiste più un partito liberale e buona parte del partito democratico assomiglia al vecchio partito dei cattolici?
Per quale ragione l'egemonia borghese continua ad essere vitale e a tenere a galla il paese, economicamente e politicamente nonostante grandi trasformazioni e cambiamenti?
Forse è rispondendo a domande come queste che si capirebbe meglio cosa sono gli italiani (come insieme vario, discorde e diviso) e cosa è stata la loro storia nella fase repubblicana.
Ma la focale e il linguaggio del giornalismo insieme ai limiti del biografismo non facilitano analisi complicate e, preferendo risposte semplici e colorate, non aiutano neppure a capire cosa siamo stati veramente o quasi. Come individui e come entità nazionale. Peccato.
domenica 9 aprile 2017
sabato 8 aprile 2017
Da Assad a Trump, a noi: venti di follia attraversano il pianeta.
Ma chi ha processato il regime siriano di Assad e ha dimostrato, prove alla mano, di fronte ad un tribunale internazionale, che è stato Assad a dare l'ordine di usare i gas tossici sulla città siriana?
C'è un tribunale internazionale che ha emesso una sentenza di condanna?
E se non c'è, c'è almeno l'ONU che ha preso una risoluzione che riconosce la colpa di Assad e da mandato a qualcuno di punirlo?
E se non c'è niente di tutto questo, chi ha autorizzato il presidente americano Trump a lanciare dei missili sulla Siria?
In nome e per conto di chi ha agito il presidete USA? In nome del popolo americano? Dell'Umanità tutta?
E come fanno dei capi di stato di molti paesi europei ad appoggiare il lancio di missili sulla Siria in questa situazione?
Che la fortuna ci scampi dalla follia che sembra tornata ad imperversare sul pianeta.
Ma chi ha processato il regime siriano di Assad e ha dimostrato, prove alla mano, di fronte ad un tribunale internazionale, che è stato Assad a dare l'ordine di usare i gas tossici sulla città siriana?
C'è un tribunale internazionale che ha emesso una sentenza di condanna?
E se non c'è, c'è almeno l'ONU che ha preso una risoluzione che riconosce la colpa di Assad e da mandato a qualcuno di punirlo?
E se non c'è niente di tutto questo, chi ha autorizzato il presidente americano Trump a lanciare dei missili sulla Siria?
In nome e per conto di chi ha agito il presidete USA? In nome del popolo americano? Dell'Umanità tutta?
E come fanno dei capi di stato di molti paesi europei ad appoggiare il lancio di missili sulla Siria in questa situazione?
Che la fortuna ci scampi dalla follia che sembra tornata ad imperversare sul pianeta.
giovedì 6 aprile 2017
Una gatta in fuga / Vanna Cercenà (Giunti, 2017, 8,90 €)
Non è facile raccontare perchè si parte da certi luoghi, che sono il posto dove si è nati e dove per ragioni di guerra e di odio non si può più continuare a vivere e a far crescere i propri figli. Siria, Libano, Iraq... il Medio Oriente martoriato da idee fanatiche e da guerre. Il Medio Oriente dove imperversano odio e follia da cui è bene allontanarsi. Come spiegare l'idea di abbandonare la propria casa e il coraggio di attraversare vicende dolorose e rischiose, perfino mortali, per recuperare un barlume di speranza? Come si fa a dire tutto questo con "leggerezza" e senza risultare falsi o retorici? Come si fa a raccontarlo ai bambini? Da quali prospettive porsi per narrare un dramma senza soffocare e spaventare troppo il lettore? Chi leggerà il piccolo libro doloroso ma lieve di Vanna Cercenà lo scoprirà a poco a poco.
Non è facile raccontare perchè si parte da certi luoghi, che sono il posto dove si è nati e dove per ragioni di guerra e di odio non si può più continuare a vivere e a far crescere i propri figli. Siria, Libano, Iraq... il Medio Oriente martoriato da idee fanatiche e da guerre. Il Medio Oriente dove imperversano odio e follia da cui è bene allontanarsi. Come spiegare l'idea di abbandonare la propria casa e il coraggio di attraversare vicende dolorose e rischiose, perfino mortali, per recuperare un barlume di speranza? Come si fa a dire tutto questo con "leggerezza" e senza risultare falsi o retorici? Come si fa a raccontarlo ai bambini? Da quali prospettive porsi per narrare un dramma senza soffocare e spaventare troppo il lettore? Chi leggerà il piccolo libro doloroso ma lieve di Vanna Cercenà lo scoprirà a poco a poco.
martedì 4 aprile 2017
MA DAVVERO LA RIVOLUZIONE E' TORNATA ALL'ORDINE DEL GIORNO?
L'asse su cui, nel '900, si sono consumate molte scissioni nella sinistra italiana è stato quello tra riformisti e rivoluzionari. Ma per chi aveva fondato il Pd quell'asse non avrebbe dovuto avere più senso. Il Pd era ed è per definizione la casa dei riformisti (qualunque cosa questo voglia dire) e in specifico della tante anime riformiste (forse confuse e in cagnesco l'una con l'altra), tutte rapportabili ad un orizzonte di centro sinistra.
In questo contesto la "rivoluzione" non sembrava più una prospettiva per nessuna di queste anime.
Ora però alcuni dicono che le cose sono cambiate. Sostengono che la rivoluzione, sia pure moderata, sta tornando nell'orizzonte politico della sinistra italiana, anzi europea. Di più. Mondiale.
E' per questa ragione che il Pd renzianizzato (ovvero diventato troppo moderato, governativo, padronale e quasi di destra) va abbandonato. E si ipotizza, addirittura, una prospettiva gloriosa per un partito neolaburista, sulla scia di quanto starebbe avvenendo in Uk con Corbyn, negli Usa con Sanders e in Francia e Germania con altri.
Sul tratto sempre più moderato, veterodemocristiano e quindi in una certa misura pragmatico, pluralista e governativo del Pd, che per me assomiglia ad una specie di "balena rosa", concordo. Ma sono anche convinto che questo approdo non sia del tutto un male. Quello a cui invece faccio fatica a credere è se sia davvero possibile e, in seconda battuta, auspicabile, per il bene del paese, rigenerare e far rivivere una formazione di "sinistra", di una "sinistra ancora oscillante tra riforme e rivoluzione", e questo dopo la diaspora culturale e organizzativa che, dal '90 in poi, ha fatto seguito all'evoluzione sia del PCI che del PSI, nonchè di altri piccoli partiti che attorno alle due maggiori formazioni di sinistra avevano orbitato come satelliti (Psiup, Pdup, Lotta continua, Dp, Il manifesto, Avanguardia operaia, Olc, ecc. ecc.).
Ma siccome nessuno può seriamente presumere di poter prevedere il futuro, va sospeso il giudizio in attesa dello svolgersi degli eventi.
Resta il fatto che chi non è riuscito a fare le riforme quando stava in un grande partito e controllava il governo, dovrebbe spiegare, con argomenti convincenti, come farà a realizzare una vera rivoluzione partendo da un soggetto politico molto più piccolo e che per giunta dovrà negoziare le sue mosse con l'ultramoderato Pd di Renzi da una parte e con gli eredi del "rivoluzionarismo" italiano dall'altra. Certo una qualche risposta, a parole, verrà data. Ma non credo che si andrà oltre le parole, appunto.
Aggiungo infine che sono quasi certo che non esistano in questo paese élite politiche in grado di sistemare le cose e di farcene vedere delle belle. E che se certi novelli rivoluzionari non ce ne faranno vedere delle brutte (cosa che invece temiamo che accada), sarà già un'autentica fortuna.
Perchè le uniche élite efficienti di questo paese sono costituite da coloro che tutti i giorni si sudano la paga e si ingegnano per sopravvivere su un mercato sempre più duro e competitivo, mentre una parte dei loro compaesani gioca a fare la zavorra, chiacchiera a vanvera e si lamenta, fornendo un pessimo esempio di sé.
Per questo temo che la separazione legale messa in atto in casa Pd finirà per rafforzare il patetico e un po' ridicolo populismo grillino o l'autarchico nazionalismo xenofobo della speriamo non premiata ditta Salvini & Meloni.
Aggiungo che spero di sbagliarmi e che i separatisti si ravvedano e ci ripensino. Sarebbe troppo bello.
L'asse su cui, nel '900, si sono consumate molte scissioni nella sinistra italiana è stato quello tra riformisti e rivoluzionari. Ma per chi aveva fondato il Pd quell'asse non avrebbe dovuto avere più senso. Il Pd era ed è per definizione la casa dei riformisti (qualunque cosa questo voglia dire) e in specifico della tante anime riformiste (forse confuse e in cagnesco l'una con l'altra), tutte rapportabili ad un orizzonte di centro sinistra.
In questo contesto la "rivoluzione" non sembrava più una prospettiva per nessuna di queste anime.
Ora però alcuni dicono che le cose sono cambiate. Sostengono che la rivoluzione, sia pure moderata, sta tornando nell'orizzonte politico della sinistra italiana, anzi europea. Di più. Mondiale.
E' per questa ragione che il Pd renzianizzato (ovvero diventato troppo moderato, governativo, padronale e quasi di destra) va abbandonato. E si ipotizza, addirittura, una prospettiva gloriosa per un partito neolaburista, sulla scia di quanto starebbe avvenendo in Uk con Corbyn, negli Usa con Sanders e in Francia e Germania con altri.
Sul tratto sempre più moderato, veterodemocristiano e quindi in una certa misura pragmatico, pluralista e governativo del Pd, che per me assomiglia ad una specie di "balena rosa", concordo. Ma sono anche convinto che questo approdo non sia del tutto un male. Quello a cui invece faccio fatica a credere è se sia davvero possibile e, in seconda battuta, auspicabile, per il bene del paese, rigenerare e far rivivere una formazione di "sinistra", di una "sinistra ancora oscillante tra riforme e rivoluzione", e questo dopo la diaspora culturale e organizzativa che, dal '90 in poi, ha fatto seguito all'evoluzione sia del PCI che del PSI, nonchè di altri piccoli partiti che attorno alle due maggiori formazioni di sinistra avevano orbitato come satelliti (Psiup, Pdup, Lotta continua, Dp, Il manifesto, Avanguardia operaia, Olc, ecc. ecc.).
Ma siccome nessuno può seriamente presumere di poter prevedere il futuro, va sospeso il giudizio in attesa dello svolgersi degli eventi.
Resta il fatto che chi non è riuscito a fare le riforme quando stava in un grande partito e controllava il governo, dovrebbe spiegare, con argomenti convincenti, come farà a realizzare una vera rivoluzione partendo da un soggetto politico molto più piccolo e che per giunta dovrà negoziare le sue mosse con l'ultramoderato Pd di Renzi da una parte e con gli eredi del "rivoluzionarismo" italiano dall'altra. Certo una qualche risposta, a parole, verrà data. Ma non credo che si andrà oltre le parole, appunto.
Aggiungo infine che sono quasi certo che non esistano in questo paese élite politiche in grado di sistemare le cose e di farcene vedere delle belle. E che se certi novelli rivoluzionari non ce ne faranno vedere delle brutte (cosa che invece temiamo che accada), sarà già un'autentica fortuna.
Perchè le uniche élite efficienti di questo paese sono costituite da coloro che tutti i giorni si sudano la paga e si ingegnano per sopravvivere su un mercato sempre più duro e competitivo, mentre una parte dei loro compaesani gioca a fare la zavorra, chiacchiera a vanvera e si lamenta, fornendo un pessimo esempio di sé.
Per questo temo che la separazione legale messa in atto in casa Pd finirà per rafforzare il patetico e un po' ridicolo populismo grillino o l'autarchico nazionalismo xenofobo della speriamo non premiata ditta Salvini & Meloni.
Aggiungo che spero di sbagliarmi e che i separatisti si ravvedano e ci ripensino. Sarebbe troppo bello.
lunedì 3 aprile 2017
MA IL MUSEO DELLA MEMORIA DI SAN MINIATO CHE FINE HA FATTO?
Due anni fa, alla vigilia del 25 aprile, con un atto che a molti parve inqualificabile, il sindaco di San Miniato tolse le due lapidi storiche dedicate alla strage del Duomo dalla facciata del palazzo comunale e le rimpiattò da qualche parte, promettendo che di lì a pochissimo le avrebbe ricollocate in un costruendo Museo della Memoria. Le lapidi grazie ad una battaglia culturale e politica intrapresa dal Comitato Ferruccio Parri, alla posizione di buona parte dei militanti del pd di San Miniato e all'atteggiamento della Sovrintendenza per i beni storico artistici di Pisa, le lapidi, dicevo, furono ricollocate un paio di mesi dopo sotto i loggiati di San Domenico, in pieno centro storico, visibili, come deve essere, al pubblico. Invece del Museo della Memoria, fortemente voluto, almeno a parole, dal suo sindaco e sempre a parole dal suo partito, non si è saputo più nulla. Ora sono passati due anni da quegli annunci solenni ma del Museo non c'è traccia. Confesso che questo mancato allestimento non mi meraviglia. Nè credo stupisca molti sanminiatesi che ormai hanno imparato a conoscere il loro borgomastro e a calibrare il valore delle sue promesse. Ovviamente lo sconfitto rottamator di lapidi non spiegherà al popolo perché, dopo aver coltivato il progetto museale per 5 anni e dopo averlo annunciato per altri tre anni, non sia riuscito a collocare neppure la classica prima pietra. Quello che la stampa locale spesso ha esaltato come il capitano coraggioso, il condottiero capace di sfidare il partito, non ha saputo in 8 anni di gestione del Comune aprire uno spazio che, stando ai progetti circolati, dovrebbe essere grande appena 50 mq; un museo che perfino il suo partito, quando era ancora unito, gli aveva intimato di realizzare con una mozione approvata in consiglio. Stando così le cose è legittimo sospettare che lo sbandierato museo fosse una "bufala". Una uscita estemporanea, data in pasto all'opinione pubblica per autorizzarsi a togliere le lapidi e a lasciarle in un cantone. Nascoste. Non a caso in una recente intervista nel corso della quale il borgomastro ha tentato un primo bilancio della sua seconda legislatura, a questo progetto non ha neppure accennato. Ed è chiaro che il lacerato pd di San Miniato si guarderà bene dall'incalzare il suo sindaco su una vicenda come questa. È comprensibile. Ma allora del museo non se ne farà di niente? Vedremo. Per il momento le due lapidi rimarranno visibili sotto i loggiati di San Domenico. Il che significa che almeno la mano oscurantista è stata fermata. Certo, è buffo constatare che nel frattempo il borgomastro coraggioso abbia trovato il modo ed il tempo per inaugurare un minimuseo dedicato ai "Pinocchi ritrovati". Immagino che se ne sentisse un forte bisogno.
Due anni fa, alla vigilia del 25 aprile, con un atto che a molti parve inqualificabile, il sindaco di San Miniato tolse le due lapidi storiche dedicate alla strage del Duomo dalla facciata del palazzo comunale e le rimpiattò da qualche parte, promettendo che di lì a pochissimo le avrebbe ricollocate in un costruendo Museo della Memoria. Le lapidi grazie ad una battaglia culturale e politica intrapresa dal Comitato Ferruccio Parri, alla posizione di buona parte dei militanti del pd di San Miniato e all'atteggiamento della Sovrintendenza per i beni storico artistici di Pisa, le lapidi, dicevo, furono ricollocate un paio di mesi dopo sotto i loggiati di San Domenico, in pieno centro storico, visibili, come deve essere, al pubblico. Invece del Museo della Memoria, fortemente voluto, almeno a parole, dal suo sindaco e sempre a parole dal suo partito, non si è saputo più nulla. Ora sono passati due anni da quegli annunci solenni ma del Museo non c'è traccia. Confesso che questo mancato allestimento non mi meraviglia. Nè credo stupisca molti sanminiatesi che ormai hanno imparato a conoscere il loro borgomastro e a calibrare il valore delle sue promesse. Ovviamente lo sconfitto rottamator di lapidi non spiegherà al popolo perché, dopo aver coltivato il progetto museale per 5 anni e dopo averlo annunciato per altri tre anni, non sia riuscito a collocare neppure la classica prima pietra. Quello che la stampa locale spesso ha esaltato come il capitano coraggioso, il condottiero capace di sfidare il partito, non ha saputo in 8 anni di gestione del Comune aprire uno spazio che, stando ai progetti circolati, dovrebbe essere grande appena 50 mq; un museo che perfino il suo partito, quando era ancora unito, gli aveva intimato di realizzare con una mozione approvata in consiglio. Stando così le cose è legittimo sospettare che lo sbandierato museo fosse una "bufala". Una uscita estemporanea, data in pasto all'opinione pubblica per autorizzarsi a togliere le lapidi e a lasciarle in un cantone. Nascoste. Non a caso in una recente intervista nel corso della quale il borgomastro ha tentato un primo bilancio della sua seconda legislatura, a questo progetto non ha neppure accennato. Ed è chiaro che il lacerato pd di San Miniato si guarderà bene dall'incalzare il suo sindaco su una vicenda come questa. È comprensibile. Ma allora del museo non se ne farà di niente? Vedremo. Per il momento le due lapidi rimarranno visibili sotto i loggiati di San Domenico. Il che significa che almeno la mano oscurantista è stata fermata. Certo, è buffo constatare che nel frattempo il borgomastro coraggioso abbia trovato il modo ed il tempo per inaugurare un minimuseo dedicato ai "Pinocchi ritrovati". Immagino che se ne sentisse un forte bisogno.
domenica 2 aprile 2017
I vecchi compagni comunisti
Conosco diversi vecchi compagni comunisti, con o senza tessera del pd, e mi colpiscono i loro diversi approdi. Parlo di persone serie, ultraottantenni, a cui voglio molto bene, a prescindere se abbia condiviso in passato o condivida adesso le loro idee.
Sono persone che si dividono fondamentalmente in due gruppi. Il primo crede ancora che si possa costruire un uomo nuovo e risolvere cosi una volta per tutte il problema dell'ingiustizia sociale. Il secondo ha imparato molto dalle dure repliche della storia e si accontenta di fare quello che può, ma senza mollare e rimanendo attivo e possibilmente conservando i tradizionali valori ....di sinistra.
I primi tendenzialmente trovano poco simpatici Renzi, Grillo, Berlusconi e il 99 per cento delle forze politiche e credono che prima o poi il popolo si sveglierà e allora se ne vedranno delle belle.
I secondi non amamo Renzi, ma il giovane fiorentino sembra loro il meno peggio rispetto a tutti quegli altri e non si fanno più troppe illusioni sulle virtù catartiche del popolo.
I primi hanno ragione a sostenere che Renzi non appartiene alla loro storia, se non marginalmente.
I secondi hanno ragione nel sostenere Renzi perché senza di lui in queste circostanze si potrebbe andare solo in maniera più confusa e caotica, consegnando il paese a politici da strapazzo.
Insomma una situazione diabolicamente intricata per degli ottantenni che comunque si godono una pensione accettabile e se non hanno troppi acciacchi, non se la passano nemmeno male.
Conosco diversi vecchi compagni comunisti, con o senza tessera del pd, e mi colpiscono i loro diversi approdi. Parlo di persone serie, ultraottantenni, a cui voglio molto bene, a prescindere se abbia condiviso in passato o condivida adesso le loro idee.
Sono persone che si dividono fondamentalmente in due gruppi. Il primo crede ancora che si possa costruire un uomo nuovo e risolvere cosi una volta per tutte il problema dell'ingiustizia sociale. Il secondo ha imparato molto dalle dure repliche della storia e si accontenta di fare quello che può, ma senza mollare e rimanendo attivo e possibilmente conservando i tradizionali valori ....di sinistra.
I primi tendenzialmente trovano poco simpatici Renzi, Grillo, Berlusconi e il 99 per cento delle forze politiche e credono che prima o poi il popolo si sveglierà e allora se ne vedranno delle belle.
I secondi non amamo Renzi, ma il giovane fiorentino sembra loro il meno peggio rispetto a tutti quegli altri e non si fanno più troppe illusioni sulle virtù catartiche del popolo.
I primi hanno ragione a sostenere che Renzi non appartiene alla loro storia, se non marginalmente.
I secondi hanno ragione nel sostenere Renzi perché senza di lui in queste circostanze si potrebbe andare solo in maniera più confusa e caotica, consegnando il paese a politici da strapazzo.
Insomma una situazione diabolicamente intricata per degli ottantenni che comunque si godono una pensione accettabile e se non hanno troppi acciacchi, non se la passano nemmeno male.
sabato 1 aprile 2017
L'Arca parte alle otto / di Ulrich Hub e Jörg Mühle
Un racconto divertente, in una situazione paradossale (l'Arca di Noè), per spiegare il concetto di Dio ai bambini (età 7/10 anni?). Protagonisti 3 pinguini che puzzano di pesce. Dal loro viaggio per imbarcarsi sull'Arca (portandosi dietro un clandestino) alla fine del Diluvio ci sono tutta una sequenza di dialoghi semplici e profondi al tempo stesso, come solo gli scrittori che scrivono per ragazzi sanno mettere insieme. Il libro è godibile (ma troppo breve) anche per i genitori e più in generale gli adulti. Va detto che l'approccio al tema non è (o almeno così mi sembra) squisitamente religioso. Non è un libro per "indottrinare". E' semmai un testo "laico", ironico e quasi "oggettivo" sulla figura di Dio quale sostanzialmente ci consegna la tradizione "biblica", elaborata nel corso degli ultimi cinque millenni, con un infinito numero di varianti, tra la terra delle Mezza Luna fertile e il Mediterraneo (Egitto incluso). Ringrazio Manola per avermi suggerito di leggerlo
Un racconto divertente, in una situazione paradossale (l'Arca di Noè), per spiegare il concetto di Dio ai bambini (età 7/10 anni?). Protagonisti 3 pinguini che puzzano di pesce. Dal loro viaggio per imbarcarsi sull'Arca (portandosi dietro un clandestino) alla fine del Diluvio ci sono tutta una sequenza di dialoghi semplici e profondi al tempo stesso, come solo gli scrittori che scrivono per ragazzi sanno mettere insieme. Il libro è godibile (ma troppo breve) anche per i genitori e più in generale gli adulti. Va detto che l'approccio al tema non è (o almeno così mi sembra) squisitamente religioso. Non è un libro per "indottrinare". E' semmai un testo "laico", ironico e quasi "oggettivo" sulla figura di Dio quale sostanzialmente ci consegna la tradizione "biblica", elaborata nel corso degli ultimi cinque millenni, con un infinito numero di varianti, tra la terra delle Mezza Luna fertile e il Mediterraneo (Egitto incluso). Ringrazio Manola per avermi suggerito di leggerlo
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