Se i delfini venissero in aiuto / Erri De Luca, Libreria Dante & Descates, 2017, 44p, (cm 15x10)
Nell'intenzione dell'A. il testo costituisce una breve testimonianza (con foto) di un'esperienza condotta su una nave di Medici Senza Frontiere in mezzo al Mediterraneo dove l'equipaggio cercare di salvare vite di migranti, messe in pericolo da scafisti predoni e senza scrupoli e lasciate al loro destino da una divinità demoniaca chiamata Europa: un'entità ricca ma avara, disinteressata alla sorte degli uomini (buoni) che fuggono dalle sofferenze dei loro paesi natii (Africa, Asia). La cronaca e il commento che accompagna il testo potrebbero costituire, visto anche il tono sacerdotale della scrittura e l'argomento di cui tratta, una piccola integrazione alla Bibbia. Vecchio Testamento. Collocazione a piacere. Non ci sfigurerebbe. Come la Bibbia, del resto, anche l'A. parla di popoli migranti e di uomini erranti. Di nazioni accoglienti (poche) e di genti ostili (tante). E il punto di vista dell'A. sembra ispirato e molto simile a quello dei compilatori del grande testo sacro.
lunedì 16 aprile 2018
sabato 14 aprile 2018
La verità politica è mobile
La buona legge elettorale italiana e il voto espresso dai nostri concittadini il 4 di marzo ci consegnano una rappresentanza parlamentare all'incirca così articolata: un 37% al Centro destra. Un 32% al M5S. Circa un 24 % ad un insieme litigioso grossolanamente definibile come Centro sinistra. Un 6/7 % di altri non brevemente descrivibili.Ma la cosa ancora più bella che ci regalano i voti degli italiani è un gran bel ceffone dato a tutti quelli che dicono ad ogni piè sospinto: "Ho ragione io". Perché nel Parlamento appena insediato, la volontà popolare, per fortuna, dico io, non dà ragione in termini assoluti a nessuno. E, per me, questo, oggi, è un fatto educativo molto importante, perché costringe i rappresentanti di un popolo di sfegatati e litigiosi individualisti ad accordarsi e a spiegare ai loro elettori perché ci si deve accordare anche con chi fino a pochi giorni fa si additava come acerrimo "nemico", sostenitore di idee folli e nefaste per il Paese.
Ovviamente non è detto che il buon senso prevalga. Ma l'alternativa all'accordo e alla ragionevolezza è che si rivoti presto. E siccome nel tornare alle urne vi è un'alta probabilità che escano le stesse percentuali di consenso codificate nei risultati del 4 marzo, chi opterà per rivotare rischia un'operazione costosa e soprattutto inutile. Certo la testardaggine dei leader è una malattia che non si cura facilmente e quindi può essere che per aprire la strada al negoziato serva un altro passaggio elettorale. Auguriamoci di no. Ma, testardaggine a parte, la via per uscire dall'impasse sembra stare in un negoziato che porti ad una maggioranza parlamentare e ad un governo di coalizione tra chi la pensa diversamente su molte questioni.
Trovo quindi il negoziato tra "diversi" un atto ragionevole, pacifista e democratico. Una mossa che ridimensionerebbe le pretese assolutistiche di tutti i soggetti politici che dovrebbero contare (e governare) solo in base ai "voti" realmente raccolti e non per la pretesa che molti leader politici hanno di interpretare i veri desiderata del Popolo. Perché la tornata elettorale dimostra che il popolo è vario, diviso ed elettoralmente, per fortuna, discorde. E sottolineo "per fortuna", perchè la democrazia campa e cresce bene solo nella discordia, nelle divisioni, nella concorrenza, purché il gioco delle divisioni sia ben regolato e ci siano pochi giocatori che barano.
Inoltre la democrazia parlamentare è quella forma istituzionale che nega l'esistenza di "verità assolute". Essa ci dice che idee e proposte politiche appartengono solo al mondo immaginario delle "verità relative" e che queste ultime sono correlate solo agli interessi, alle credenze e alle opinioni di chi le sostiene con il voto e con l'attività di propaganda.
Va precisato che pur appartenendo ad un mondo immaginario le verità relative (e perfino certe fake news) hanno valore e servono ad orientare, tra l'altro, le decisioni del governo che raccolga la maggioranza dei consensi in Parlamento. Ma il loro valore è appunto relativo e durerà, sul piano parlamentare, fino a quando reggerà la maggioranza che le esprime o che dice di crederci, in buona o cattiva fede che sia, e che comunque usera' queste idee per motivare retoricamente le proprie scelte e convincere gli elettori della bontà del proprio operato.
Va aggiunto che certe idee politiche possono, se sostenute con le armi, fare anche molto male, come insegna, per il passato, lo studio della storia e tutti i giorni, purtroppo, la visione e l'ascolto dei telegiornali.
Ma per quanto le verità politiche possano armare la mano di folli e perfino di assassini, esse restano, almeno in una democrazia, relative e ...mobili.
Ed è così anche quando certi parlamentari e certi leader politici spacciano le loro idee, in maniera ossessivo compulsiva, per verità "assolute, ovvie, lapalissiane e indiscutibili". Anche quando certi capi sostengono di essere ispirati direttamente dal Popolo, da Dio o da una qualche algoritmica Ragione.
Certo, mi rendo conto che non sia facile pensare alle verità politiche come elementi "impermanenti", dotati di un valore relativo e di una qualità che ne fa oggetti "mobili qual piuma al vento". Ma sono certo che se si riuscisse ad assorbire il contraccolpo dovuto al fatto che le idee politiche (incluse le nostre) appartengono ad un mondo immaginario, che hanno un valore davvero relativo e che mutano col tempo e con l'esperienza (acquisizioni tutte faticosissime, perché entrano in conflitto con l'autostima che alberga in ciascuno di noi e soprattutto fanno a botte col narcisismo strabordante che alimenta i politici), il resto sarebbe tutto in discesa.
Aggiungo che pensare alle nostre idee politiche come oggetti mentali mobili non ne sminuisce l'importanza. Pensare al relativismo culturale come qualcosa di poco profondo o di approssimativo è sbagliato. Se siamo andati sulla luna, se abbiamo imbrigliato le forze della natura, se progrediamo nelle scienze, nella tecnica e nella medicina, è perché abbiamo concetti e idee che consideriamo acquisizioni importanti, ma sempre perfettibili. E siamo disposti a cambiare le nostre convinzioni se qualcuno ci persuade che sono sbagliate e che ce ne sono altre migliori.
In politica questi ragionamenti si applicano con difficoltà. Lo riconosco. Ma prima o poi riusciremo a progredire anche in questo contesto. Serve solo un po' di santa pazienza.
Il segreto di Cagliostro / Angela Nanetti, Giunti, 2008
Ho letto il racconto per ragazzi di Angela Nanetti dedicato alla bibliotecaria Manola (alias la bibliotecaria per ragazzi di Pontedera) e mi scuso sia con l'autrice che con Manola per averlo letto solo 10 anni dopo dalla sua pubblicazione.
E' una storia molto carina, per ragazzi, certo, ma efficace, intrigante e con una bell'intreccio. Meriterebbe uno sviluppo.
Ovviamente a me colpisce, per inevitabile deformazione professionale, il ruolo, in tutta la vicenda, che giocano le due differenti biblioteche (quella per gli adulti e quella per i bambini); e soprattutto il ruolo dei bibliotecari: quello centrale della scaltra e determinata bibliotecaria Urbina (liberamente ispirata a Manola), sia quello marginale del bibliotecario conservatore e un po' tontolone (anche se dell'ingenuo si dice che "regna da padrone"), tale Rodolfo Tritafumi.
E della biblioteca per ragazzi, da inguaribile ghiottone, mi piace l'idea della sua articolazione a strati, come quelle belle torte tutte colorate e saporitissime che deliziano gli occhi e il palato. Per questo mi permetto di suggerire la lettura del testo a qualche giovane (o anche meno giovane) e creativo architetto che avesse voglia di provare a progettare una biblioteca per ragazzi come quella animata dalla bibliotecaria Urbina (alias Manola) e immaginata da Angela Nanetti. Di più. Spero che quando prima o poi amplierà la biblioteca per ragazzi di Pontedera, l'Amministrazione comunale chieda ad Angela Nanetti il copyright della sua idea di biblioteca per ragazzi di Urbina e cerchi un architetto (ed una ditta che fabbrica arredi per biblioteche) in grado di realizzarla.
E poi sono contento che la storia abbia al centro alcune pagine strappate di un antico codice e il controllo dello schedario anagrafico degli utenti della biblioteca.
Libri, identità anagrafiche e identità doppie (gran parte del racconto gioca anche su quest'ultimo tema) sono infatti gli elementi attorno a cui ruota tutto.
Certo si tratta di un gioco (e di un libro) da ragazzi. Con un inevitabile happy end. Ma quanti misteri e segreti (su di noi e sul mondo) ci svelano i libri per ragazzi!
giovedì 12 aprile 2018
Right or duty to work. Lavoro, welfare e politiche per l'occupazione tra House of Cards e le sfide del futuro / Valerio Martinelli, ETS, 2018, p. 136
Occuparsi delle problematiche connesse al lavoro e alle politiche per l'occupazione è un tema che fa tremare le vene e i polsi. Per le cose dette e scritte sopra un argomento infinito. Per gli attori in gioco. Miliardi di persone nel mondo. Per la complessità del gioco che in un mondo globalizzato non può che essere un gioco globale. Per i soggetti attivi che animano e a volte trascinano il gioco (istituzioni, stati, governance europea, ma anche sindacati, masse migranti, ecc.). Il saggio di Martinelli viaggia tra elementi di diritto, etica e politica. Contiene spunti di riflessione, ma resta un saggio breve per un tema strabordante.
Occuparsi delle problematiche connesse al lavoro e alle politiche per l'occupazione è un tema che fa tremare le vene e i polsi. Per le cose dette e scritte sopra un argomento infinito. Per gli attori in gioco. Miliardi di persone nel mondo. Per la complessità del gioco che in un mondo globalizzato non può che essere un gioco globale. Per i soggetti attivi che animano e a volte trascinano il gioco (istituzioni, stati, governance europea, ma anche sindacati, masse migranti, ecc.). Il saggio di Martinelli viaggia tra elementi di diritto, etica e politica. Contiene spunti di riflessione, ma resta un saggio breve per un tema strabordante.
martedì 10 aprile 2018
Ricordando Roberto Cerri detto Paiolo (1932-2018)
Proveniva da una famiglia di antifascisti e da giovanissimo, nell'immediato secondo dopoguerra, aveva ricoperto l'incarico di segretario della sezione cittadina della Federazione dei Giovani Comunisti Italiani (la FGCI). Ho un vago ricordo che fosse parente di Aurora Cerri (forse una zia?), che era stata una delle prime donne sindacaliste di Pontedera, impegnata in politica, se non erro, nelle file socialiste. La passione della politica dunque doveva averla ereditata in casa.
All'età di 14 anni aveva cominciato a lavorare alla Crastan e nello stabilimento della "Cicoria" di via I maggio aveva pure concluso la sua carriera lavorativa negli anni '80.
E' stato sindacalista della CGIL, ma soprattutto un militante del PCI, all'interno del quale ha ricoperto piccoli ruoli, incluso quello di rivenditore domenicale dell'Unità.
Negli anni '70 e '80 era stato anche consigliere comunale e se la memoria non mi inganna tra il 1980 e il 1985 fu assessore al personale nella seconda giunta guidata dal Sindaco Carletto Monni. Un'esperienza che lo segnò profondamente, facendogli affrontare il problema del lavoro e dei diritti sindacali anche dalla parte del "datore del lavoro" (il Comune, appunto). Un'esperienza da cui mi aveva raccontato di essere uscito un po' "provato".
Da togliattiano e forse perfino da ingraiano quale doveva essere stato fino ai primi anni '60 si era via via trasformato in amendoliano e migliorista e con questa fama, quella di migliorista, era traghettato, dopo la fine del PCI, nel PDS, nei DS e forse nel PD.
Del PCI fu un militante fedele, fino allo scioglimento del partito. E della sua militanza comunista mi piace ricordarlo nel ruolo di tuttofare alle feste estive dell'Unità all'Albereta. Qui lo rivedo attivo a gestire la cucina, insieme alla moglie, e soprattutto lo stand della ruota della fortuna.
Nella seconda metà degli anni '80, ormai pensionato, in collaborazione con Renzo Remorini, a cui lo legava un lungo sodalizio politico, collaborò alla costruzione dell'Università della Terza Età. Dell'UTE fu per un ventennio almeno vicepresidente e forte organizzatore.
Fu un militante comunista attivo e motivato. Pronto alla battuta. Come tutti i toscanacci che si rispettano. Ironico e negli ultimi anni sempre più disincantato.
Se si escludono gli anni della guerra e il periodo dello sfollamento, penso che abbia vissuto una bella vita. Motivata. Intensa. Piena di senso. Per me appartiene a quella schiera di italiani in gamba che non solo hanno risollevato il Paese dalla catastrofe del fascismo e della guerra, ma hanno fatto diventare questa Nazione (con tutti i suoi limiti e le sue pecche) un gran bel posto.
Di questo Roberto era consapevole e, senza tante smancerie, perfino orgoglioso.
lunedì 9 aprile 2018
Mio papà scrive la guerra / Luigi Garlando, Piemme, 2005, p. 106
I racconti di Garlando con un forte impegno civile meritano sempre e comunque di essere letti. Sono un modo esplicito di narrare ai bambini e ai ragazzi i dolori, le difficoltà e le tragedie del mondo. Per capirle ed esorcizzarle. Ma, diciamocelo, quella che conosciamo come letteratura per ragazzi ha sempre fatto questo. A volte però il perseguimento del fine inceppa un po' il racconto e la storia. Nel caso del "Mio papà.." sembra di avvertire questo inceppamento. Ma lo sforzo per raccontare temi difficili (come l'assurdità delle guerre e l'ossessione di raccontarle in presa diretta) è largamente meritorio e valido. E merita di correre il rischio dell'efficacia narrativa.
martedì 3 aprile 2018
Camilla che odiava la politica / Luigi Garlando, Rizzoli, 2008, pp. 268
Non è un romanzo facile quello che Garlando ha costruito pensando di comunicare ai ragazzi (12-15) la passione e soprattutto il senso della politica.
L'Autore ci prova con una storia che affonda le sue radici nelle vicende di Tangentopoli e i cui echi lombardi mi sembrano evidenti e chiari (ma forse solo perché sono molto adulto).
Garlando scrive bene e mette in atto tutta una serie di stratagemmi per fare in modo che alla fine la politica si riscatti agli occhi della sua protagonista Camilla e dei lettori che l'A. cerca di conquistare all'idea che la politica non è solo una cosa sporca.
Ma costruire il senso civico e il gusto della politica in un paese di individualisti come il nostro è un'impresa difficile che merita di essere apprezzata anche solo per il fatto di averci provato.
Quanto all'esito narrativo il risultato sembra più discutibile.
Certo un bravo insegnante di seconda o terza media (o magari del biennio delle superiori), che avesse una certa passione per l'educazione civica e per la politica, potrebbe utilizzare il romanzo in classe per un approfondimento sul tema della democrazia e più in generale della passione per la politica.
E da questa punto di vista e con il sostegno di un bravo insegnante, la storia di Garlando, che è piena di dettagli e di battute interessanti, potrebbe rivelarsi utile e davvero stimolante.
Diversamente il diario di "Camilla" richiede un lettore sveglio, motivato, con una famiglia sensibile alle spalle e che abbia voglia i misurarsi con domande insolite, che però, spesso, per fortuna i ragazzi e le ragazze si fanno.
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