Inaugurate a Ponsacco le sale studio della Biblioteca di Villa Elisa, collocate al primo piano dell'edificio.
Si tratta di un nuovo passo avanti importante per la crescita del servizio di pubblica lettura a Ponsacco e in provincia di Pisa. Bambini, studenti, giovani e meno giovani, hanno a disposizione da oggi un luogo accogliente, con comode sedute e wifi free, per studiare, leggere e, per i più anziani, godersi il tempo libero. La biblioteca di Ponsacco ha fatto in pochi anni (e non era assolutamente scontato) un autentico balzo in avanti. Il tutto grazie all'amministrazione comunale, guidata da Francesca Brogi, che ha creduto e investito in questa struttura, puntando a farne il cuore dei servizi culturali di Ponsacco; ma grazie anche al lavoro quotidiano, all'impegno e alla grinta di due giovani bibliotecari professionisti (Francesca e Massimiliano). Sono loro che nell'ultimo anno e mezzo hanno coinvolto di più la cittadinanza, hanno fatto crescere sensibilmente il numero dei lettori e dei prestiti librari, e hanno coinvolto in maniera più dinamica il mondo delle scuole.Un classico successo di squadra.
venerdì 17 maggio 2019
mercoledì 15 maggio 2019
Cosa Losca, uno spettacolo teatrale per ragazzi sulla Mafia e non solo
Cosa Losca, uno spettacolo teatrale per ragazzi sulla Mafia e non solo
Mi è capitato di vedere in questi giorni, in una sala affollata fino all'inverosimile, al Sete Sois di Pontedera, uno spettacolo pensato per ragazzi (dalle elementari alle superiori) sulla Mafia, scritto da Silvia Nanni e Marco Sacchetti, divertentemente recitato da Marco Sacchetti e Claudio Benvenuti, e di cui quest'ultimo è anche regista e un po' istrione e capobanda dalla messa in scena. Lo spettacolo è stato voluto e sostenuto a Pontedera dall'Associazione Crescere Insieme che, di fatto, è un pilastro per le iniziative culturali e soprattutto formative rivolte al mondo della scuola. L'organizzazione e la produzione sono stati del Teatrino dei Fondi di San Miniato, un'altra istituzione specializzata nel portare teatro nelle scuole. E quella che si è vista il 7 maggio u.s. a Pontedera è stata davvero una bella rappresentazione su un tema delicato e non semplice da offrire ai ragazzi. Perchè questo è un tema che va porto con il dovuto garbo; con l'ironia e l'umorismo giusto che attirino l'attenzione dei ragazzi, senza diventare burletta; con una apparente ingenua leggerezza che consenta a tutti di entrare nella storia, di seguirla e di riflettere su quello che viene detto.
Bene per la trovata dei due funzionari ministeriali indagatori con l'aria dei Blues Brothers che si intrufolano maldestramente in un bunker di Cosa Losca; bene per la spiegazione didascalica sugli affari della Mafia (ricostruiti e spiegati voce per voce, affare per affare, euro per euro); bene per il finale emozionante dedicato all'impegno antimafia e al martirio civile di Peppino Impastato. Bene per il coraggio e la forza nel presentarsi di fronte ai bambini e ai ragazzi e provare a coinvolgerli.
Perchè se è vero che, come sostiene Saviano e dimostrano indagini e processi recenti, la mafia e la criminalità organizzate, le Cose Losche, sono ormai diffuse su tutto il territorio regionale, nazionale e costituiscono da sempre una voce importante perfino nell'export nazionale verso l'estero, se tutto questo è vero, spettacoli come quelli voluti dall'Associazione Crescere Insieme e dal Teatrino dei Fondi sono un modo per fare prevenzione, per vaccinare le giovani generazioni, per metterle in guardia. Usando tutti i mezzi disponibili. Inclusi quelli culturali. Incluso il teatro, che, se ben congegnato, sa riflettere bene le vicende umane e sa toccare molte corde sensibili dell'animo umano. Ovviamente il teatro non basta, ma aiuta a rendere più consapevoli di sè le persone e quindi anche a renderle più forti nella lotta contro la Mafia. O almeno così si deve sperare.
Per chi volesse vedere il trailer su youtube:https://www.youtube.com/watch?v=OJ6oag_l2Dg
lunedì 13 maggio 2019
Riflettendo sulle attività della Rete Bibliolandia con un'attenzione specifica al rapporto con le scuole e le biblioteche scolastiche. L'esperienza della Rete e qualche modesta proposta.
Riflettendo sulle attività della Rete Bibliolandia con un'attenzione specifica al rapporto con le scuole e le biblioteche scolastiche. L'esperienza della Rete e qualche modesta proposta.
Come integrare le biblioteche
di pubblica lettura con le biblioteche scolastiche. Quali i vantaggi
e quali le difficoltà? Come ci siamo organizzati? Queste le domande a cui gli organizzatori di un dibattito sulle "Reti Bibliotecarie Scolastiche", previsto per domenica 12 maggio al Salone del Libro di Torino, mi avevano chiesto di rispondere. Riflessioni da condensare in 8
minuti al massimo. Ecco quello che ho scritto e che poi ho sintetizzato a braccio, aggiungendo anche qualche modesta proposta, in 7:40 minuti.
Da
venti anni coordino in provincia di Pisa un insieme di 57 biblioteche
che cooperano all’italiana (si tratta di una trentina
civiche, una decina private e religiose, una quindicina scolastiche). Il
nostro nome è Rete Bibliolandia.
Quali
vantaggi ci sono a fare Rete? Intanto quello di condividere un
insieme di 500.000 volumi come se fossero un’unica biblioteca. Di
avere un solo catalogo elettronico (OPAC) e gestire tutti gli utenti
della provincia come se fossero iscritti alla stessa biblioteca. Il
tutto con un solo software che gestisce 57 sportelli bibliotecari
distribuiti sul territorio. Agganciato al catalogo on line e alla
gestione degli utenti, c’è un nostro servizio di trasporto libri
che sposta settimanalmente da una parte all’altra della provincia,
su richiesta dei lettori, circa 2000 libri (60.000 testi trasportati
A/R su 240.000 prestiti globali annuali). La Rete (che è governata
da una convenzione, attuata da una Unione Comunale) fa anche altri
servizi per i soci. Ma qui mi soffermerò solo su quelli orientati
alle scuole e dai quali le scuole traggono un vantaggio diretto.
Il
programma di Bibliolandia ogni anno coinvolge su tutto il territorio
provinciale circa 600 classi (e un numero maggiore di insegnanti) in
attività che vanno dal prestito librario a domicilio al bibliogioco,
agli incontri con l’autore, agli incontri su libri che trattano
diverse tematiche (incluse alcune molto sensibili come il “genere”
e l’emigrazione). E’ attraverso la promozione della lettura che
la Rete interagisce con le Biblioteche scolastiche. Ma se le BS
dovessero pagare i servizi ricevuti (con quote simili a quelle
comunali) probabilmente le BS non starebbero in rete. Le loro quote
di iscrizione sono minimali; e questa è una criticità seria, che
potrebbe essere superata se Ministero del Pubb. Istruzione finanziasse direttamente le Reti che si fanno carico delle BS.
Rispetto
alla Primaria, la Rete pisana punta a creare contatti,
collaborazione, relazioni tra bibliotecari e insegnanti elementari
per far crescere i livelli di lettura. Da qui la costruzione di due
azioni: la prima vede i bibliotecari civici attivare un flusso di
prestiti di buoni libri e libri moderni verso le singole classi (con
l’insegnante che fa da mediatore attivo); la seconda da sì che i
bambini visitino con la loro classe le biblioteche civiche e imparino
a riconoscerle e apprezzarle come luoghi accoglienti e utili per la
loro crescita. Ad oggi abbiamo singole biblioteche civiche che
realizzano anche più di 200 incontri annuali tra prestiti a
domicilio (in classe) e visite di classi in biblioteca; e il 50% del
prestato delle civiche va alla fascia di bambini-ragazzi (5-16).
Nei
plessi delle scuole medie e delle superiori la Rete cerca di suonare
un’altra musica, anche perché mentre con gli insegnanti della
primaria i rapporti sono facili e buoni, alle medie e alle superiori
le relazioni coi prof divengono più complicate e difficili.
Lo
stato delle collezioni librarie delle scuole medie nel pisano è
pietosa, o almeno quella dei 7 Comprensivi che aderiscono alla nostra
Rete. Quando i dirigenti ci chiamano per un consiglio, noi proponiamo
scarti massicci. Le biblioteche scolastiche delle medie presentano
per lo più libri vecchi, non comprano quai mai nulla, ma le
segreterie amministrative sono terrorizzate dagli scarti e i
dirigenti scolastici (quando ci sono, non sono a scavalco e non sono
del tutto insensibili alla lettura) sono vittime della retorica del
libro come oggetto di culto. Da adorare, ma non da leggere. Laddove
poi c’è un insegnante “carcerato” in biblioteca, è peggio che
meglio. Non c’è bisogno che vi dica perché.
Verso
le medie in venti anni abbiamo tentato tre strategie: A) mettere un
bibliotecario vero, per poche ore alla settimana, a spese della Rete
dove era possibile organizzare una parvenza di biblioteca; B)
trattare le medie come la primaria (con prestito a domicilio e visite
in biblioteca civica); C) coinvolgerle nei progetti di promozione
della lettura (incontri con autore, bibliogioco, recensioni, ecc.).
La
strategia A) è stata problematica e non semplice: libri vecchi, ostilità di
dirigenti e reticenze dei prof hanno ridotto i margini di
manovra. Ma qualche risultato l'ha dato. Almeno fino a quando la Rete ha sostenuto finanziariamente la "presenza". Quanto alla strategia B) ovvero prestito a domicilio, i
successi sono stati parziali. Meglio è andata con la C), progetti di
promozione delle lettura, bibliogioco, ecc. Naturalmente i risultati
sono sempre all’italiana, ovvero dove abbiamo incontrato insegnanti
singolarmente sensibili qualche rapporto e qualche progetto di
collaborazione si è costruito (da Pisa a Volterra). Dove non li
abbiamo incontrati, abbiamo costruito poco.
Infine
le superiori. Qui la realtà è ancora diversa. I patrimoni librari
anche se mediamente vecchiotti spesso sono utilizzabili (per le opere
classiche e un po’ di saggistica); a volte c’è un bibliotecario
che ha voglia di fare il suo mestiere. Per queste scuole stare in
rete è vantaggioso da diversi punti di vista: a) per cataloghi
inseriti nell’OPAC della Rete (1). Insegnanti e studenti possono
consultarli via smartphone e computer; b) per il fatto che le
biblioteche scolastiche divengono un punto prestito potenzialmente
aperto anche all’esterno; c) per l’accesso che Bibliolandia ha
fornito a insegnanti e studenti, a costo zero per loro, ad una
piattaforma come MLOL; d) per il coinvolgimento degli studenti in
progetti di specifica promozione lettura. Alle superiori abbiamo
tentato la sfida di portare classi non solo in biblioteca, ma anche
nelle librerie, di far scegliere a ciascun ragazzo in forma molto
libera un libro o un fumetto, chiedendo in cambio che lo studente lo
leggesse e poi lo suggerisse ai suoi compagni di classe o a quelli di
un’altra classe. E altre cosette di questo tipo.
Aggiungo
infine che la sfida nelle BS delle superiori potrebbe essere giocata
ad un livello ancora più alto, ma i fattori che concorrono a
deprimere la lettura in questa fascia d’età sono potenti e
numerosi. E andrebbero combattuti scientificamente. A parte i
cambiamenti ormonali dei giovani e l’infestazione tecnologica da
cui sono e siamo travolti, penso all’insensibilità dei dirigenti,
al solipsismo di molti insegnanti, agli spiccioli per l’acquisto di
nuovi libri. Tutti fattori complicati da modificare. Io poi sono tra
quelli che non ritengono che il digitale risolverà tutto rispetto
alla lettura. Basta pensare che ciascuno di noi porta in tasca una
biblioteca con milioni di libri, a cui potrebbe accedere senza alcuno
sforzo e gratuitamente, ma non lo fa. Il digitale gratuito non ci sta
trasformando in un popolo di lettori. Nemmeno i più giovani (14-19)
che sono immersi nel digitale. Perchè? Perchè per diventare buoni
lettori e utilizzatori di libri e di biblioteche bisogna essere
motivati, incentivati e educati. Occorre essere iniziati alla
lettura. E la passione per la lettura va coltivata. Costantemente.
Per
questo se io fossi il Ministro della Pubblica Istruzione e come
Archimede cercassi un punto d’appoggio per costruire e moltiplicare
i buoni lettori assegnerei alle scuole superiori (e anche alle medie)
una risorsa economica specifica per acquisire (magari con bandi triennali) da cooperative
specializzate bravi bibliotecari motivatori e promotori della lettura
(per un pacchetto dalle 8 alle 12 ore settimanali per una quarantina
di settimane all’anno). Perchè i libri oggi si possono prendere
ovunque. Ma….. un motivatore alla lettura e uno che educhi gli
altri (di diverse fasce d’età e docenti inclusi) a leggere e a selezionare la produzione libraria migliore (anche sul versante dell'aggiornamento didattico) non si trova in natura,
né in Rete. Non può essere nemmeno un funzionario pubblico (non in
Italia, almeno). Deve essere innestato, autonomo ed etero diretto.
Solo una figura così (molto simile ai bibliotecari civici delle
sezioni per ragazzi) potrebbe avere l’odisseica astuzia per
raggiungere l’obiettivo di far leggere gli studenti e gli
insegnanti. Solo una risorsa così, anche se paracadutata in un
territorio “ostile”, potrebbe risolvere i problemi che
incontrerà, destreggiandosi tra ragazzi incantati da Maghi
cellulari, insegnanti che aspettano solo il suono della campanella e
dirigenti che vogliono e sperano di cavarsela e scansare le ire dei
genitori.
Roberto Cerri
r.cerri@comune.pontedera.pi.it
12 maggio 2019
domenica 5 maggio 2019
Ancora su Luperini, Montale, il fascismo e la forza della cultura.
Torno sulle emozioni e sulle riflessioni suscitate dalla lezione di Luperini alla Biblioteca Gronchi del 3 maggio. Solo ora ho realizzato che "Nuove stanze" è un testo scritto esattamente 80 anni fa. Un anniversario. Ma in particolare mi concentro sulla domanda che sta al centro, secondo Luperini, della "stanza" montaliana: può la cultura salvarci dalla barbarie nazifascista? Si, avrebbe risposto Benedetto Croce, che Luperini ha citato in un paio di occasioni. Sì, spera Montale. Più ambiguo. Ma Luperini non è convinto della soluzione crociana e in fondo, credo, nemmeno di quella montaliana. Così, quando nel corso della discussione, ha risposto alla domanda della prof. Laura Marconcini, che gli chiedeva se fare filologia basta, ha detto di no: non basta. E nemmeno fare poesia basta. Poi Luperini ha citato la battuta attribuita a Stalin su quante divisioni avesse il Papa, traslandola sulle divisioni che potrebbe mettere in campo la cultura. Nessuna. Ha fatto bene Luperini a citare Stalin, perché nel cinismo del tragico dittatore comunista, la cui barbarie, ancorché marxianamente ispirata, non fu molto inferiore a quella di un Mussolini, si annida, a mio modo di vedere, un suggerimento importante per trovare la giusta risposta alla domanda di Montale (che ovviamente continua a tormentare ciascuno di noi in ogni epoca in cui ci sembra di veder tornare "i barbari", come suggerirebbe Baricco).
A me, appassionato di storia, pare evidente che contro la barbarie la cultura non basta. Ne' come prevenzione, nè come cura. Per curare e sconfiggere la barbarie politico-militare serve il coraggio civile e militare. Un coraggio "colto" ma anche popolare e di massa, purché in grado di discernere i giusti valori morali e civili. Di riconoscere, ad esempio, i diritti fondamentali e inviolabili dell'uomo. Senza il coraggio della Resistenza e dei partigiani l'Italia non si sarebbe liberata dalla barbarie nazifascista. Perchè non c'è libertà, senza il coraggio, senza la fatica, senza il sacrificio di un popolo per conquistarla e per mantenerla. Questo lo sapevano nell'antichità gli ateniesi guidati da Pericle (almeno secondo quanto ci narra lo storico Tucidide). Questo lo sapevano i patrioti americani che si liberarono dal colonialismo inglese e costruirono gli Stati Uniti d'America. E chiunque sostenga il contrario, sappia invece di essere smentito da una discreta quantità di esempi storici distribuiti su tutto il pianeta, a tutte le latitudini, in tutte le epoche.
Aggiungo che le riflessioni luperiniano montaliane mi hanno stimolato un pensiero specifico però sulla nostra resistenza e sugli eserciti che liberarono il nostro paese dal nazifascismo.
Tra il '43 e il 1945, quasi solo nell'Italia del centro-nord, si combatté una guerra civile. Ora io credo che più propriamente si dovrebbe parlare di un conflitto politico tra forze e soggetti che in alcune aree geografiche assunse anche caratteristiche militari e di guerra civile. Con fronti mobili. Con il coinvolgimento occasionale di civili. Una cosa che sta tra una lotta politica violenta e una mezza guerra civile. Con molte sfumature, che in poche frasi però non si possono chiarire.
Comunque i vincitori di quella che solo per semplicità continuo a chiamare "guerra civile" hanno fondato sui valori della Resistenza la nuova Repubblica Italiana. E hanno fatto bene. Senza il coraggio, senza le armi, senza il sangue dei partigiani, libertà politiche e democrazia non sarebbero state riconquistate in Italia.
Questo è vero ed è un punto fermo.
Ma è altrettanto vero che chi combatté, consapevolmente o meno, dalla parte della barbarie (sul versante dei nazifascisti), e fu sconfitto, non può facilmente riconoscersi in quella vittoria (che per lui fu una sconfitta) e, per conseguenza, nei valori espressi dalla Resistenza. Il 25 aprile resta e rimarrà dunque una giornata di vittoria sulla barbarie, ma non di riconciliazione coi barbari. Se vogliamo superare quel trauma e creare una fondazione condivisa della Repubblica Italiana, forse dovremo inventarci una festa della riconciliazione, del perdono e del superamento degli stessi elementi di barbarie che inevitabilmente si annidano anche nel coraggio dei giusti. Ma questo è un altro percorso che la cultura e il tempo forse ci aiuteranno a compiere. Forse. Oppure la vittoria dei giusti rimarrà come una cicatrice non perfettamente rimarginata della nostra storia nazionale. Ce ne faremo una ragione.
Ma c'è invece un'altra verità che gli italiani faticano a riconoscere e comprendere compiutamente.
L'Italia non ha sconfitto la barbarie nazifascista solo col coraggio degli italiani che stavano dalla parte giusta. Questo coraggio è stato ed è moralmente rilevante, ma non sarebbe bastato. Anche di questo dovremmo assumere consapevolezza. Non per svilire i giusti che combatterono, ma per non creare una retorica sopravvalutata di quella lotta.
L'Italia è stata liberata essenzialmente grazie al coraggio e al sangue di giovani "stranieri" che hanno dato la loro vita per combattere il nazifascismo, riconquistando alla civiltà, palmo a palmo, il suolo italiano.
Se gli eserciti alleati costituiti da giovani americani, inglesi, polacchi, francesi e di molte altre nazionalità (soprattutto di paesi delle ex colonie britanniche) non fossero sbarcati in Sicilia e "garibaldinamente" non avessero combattuto contro l'esercito tedesco e fascista per tutta la penisola e fino al Brennero, l'Italia non sarebbe stata liberata. Certo la stessa cosa vale per la Francia (con lo sbarco in Normandia), ma è assolutamente vera.
Senza il coraggio, il sangue e la violenza degli eserciti alleati contro la barbarie nazifascista l'Italia e l'Europa non sarebbero un continente libero.
Ma che la Repubblica italiana si fondi in maniera essenziale, centrale ed incontrovertibile sul sangue e sul coraggio di questi soldati stranieri non è percepito dagli italiani, sempre pronti a dimenticare gli aiuti ricevuti dagli altri. E non sono solo gli italiani "sconfitti" (i fascisti) a ignorare le cosa, ma anche i vincitori.
Che l'Italia si stata liberata da "altri", da stranieri, è una verità scomoda che la nostra retorica patriottarda e nazionalista (incluso quella ispirata dalle forze del CLN) non ci consente di metabolizzare.
Eppure se fossimo un paese serio (e, a mio avviso, lo siamo solo in parte) il 25 aprile, più che andare a mettere una corona d'alloro all'altare della Patria, noi dovremmo andare a mettere corone d'alloro in tutti i cimiteri che ospitano i corpi dei soldati alleati che si trovano sul suolo italiano. Di più. Forse dovremmo collocare il corpo di un soldato degli eserciti alleati, di uno "straniero" dunque, nel nostro altare della Patria, perchè se l'Italia è diventata nel 1945 un paese libero è anche grazie al soldato straniero morto per noi; e il giorno della festa della Liberazione dovremmo fare un omaggio e un ringraziamento speciale a lui e a tutti i circa 100.000 soldati "alleati" morti per la nostra libertà. Perchè se i morti partigiani furono circa 35.000, i soldati degli eserciti alleati morti tra il 1943 e il 1945 nella guerra contro il nazifascismo in Italia, sul suolo italiano, furono circa 100.000. Almeno centomila.
Certo non è molto patriottico, nè riempie di orgoglio un "popolo caciarone e ad alta densità di retorica" come il nostro, pensare che la libertà ci è stata "donata" e imposta agli italiani da altri.
Ma così è andata. E un popolo diventa adulto solo se riesce a fare veramente i conti con la propria storia.
Del resto, ci suggerisce ancora Luperini nella lettura montaliana delle "nuove stanze", non era forse statunitense la musa con gli occhi di acciaio che aveva ispirato il testo e avrebbe dovuto sconfiggere la barbarie nazifascista a cui allegoricamente allude la poesia?
Torno sulle emozioni e sulle riflessioni suscitate dalla lezione di Luperini alla Biblioteca Gronchi del 3 maggio. Solo ora ho realizzato che "Nuove stanze" è un testo scritto esattamente 80 anni fa. Un anniversario. Ma in particolare mi concentro sulla domanda che sta al centro, secondo Luperini, della "stanza" montaliana: può la cultura salvarci dalla barbarie nazifascista? Si, avrebbe risposto Benedetto Croce, che Luperini ha citato in un paio di occasioni. Sì, spera Montale. Più ambiguo. Ma Luperini non è convinto della soluzione crociana e in fondo, credo, nemmeno di quella montaliana. Così, quando nel corso della discussione, ha risposto alla domanda della prof. Laura Marconcini, che gli chiedeva se fare filologia basta, ha detto di no: non basta. E nemmeno fare poesia basta. Poi Luperini ha citato la battuta attribuita a Stalin su quante divisioni avesse il Papa, traslandola sulle divisioni che potrebbe mettere in campo la cultura. Nessuna. Ha fatto bene Luperini a citare Stalin, perché nel cinismo del tragico dittatore comunista, la cui barbarie, ancorché marxianamente ispirata, non fu molto inferiore a quella di un Mussolini, si annida, a mio modo di vedere, un suggerimento importante per trovare la giusta risposta alla domanda di Montale (che ovviamente continua a tormentare ciascuno di noi in ogni epoca in cui ci sembra di veder tornare "i barbari", come suggerirebbe Baricco).
A me, appassionato di storia, pare evidente che contro la barbarie la cultura non basta. Ne' come prevenzione, nè come cura. Per curare e sconfiggere la barbarie politico-militare serve il coraggio civile e militare. Un coraggio "colto" ma anche popolare e di massa, purché in grado di discernere i giusti valori morali e civili. Di riconoscere, ad esempio, i diritti fondamentali e inviolabili dell'uomo. Senza il coraggio della Resistenza e dei partigiani l'Italia non si sarebbe liberata dalla barbarie nazifascista. Perchè non c'è libertà, senza il coraggio, senza la fatica, senza il sacrificio di un popolo per conquistarla e per mantenerla. Questo lo sapevano nell'antichità gli ateniesi guidati da Pericle (almeno secondo quanto ci narra lo storico Tucidide). Questo lo sapevano i patrioti americani che si liberarono dal colonialismo inglese e costruirono gli Stati Uniti d'America. E chiunque sostenga il contrario, sappia invece di essere smentito da una discreta quantità di esempi storici distribuiti su tutto il pianeta, a tutte le latitudini, in tutte le epoche.
Aggiungo che le riflessioni luperiniano montaliane mi hanno stimolato un pensiero specifico però sulla nostra resistenza e sugli eserciti che liberarono il nostro paese dal nazifascismo.
Tra il '43 e il 1945, quasi solo nell'Italia del centro-nord, si combatté una guerra civile. Ora io credo che più propriamente si dovrebbe parlare di un conflitto politico tra forze e soggetti che in alcune aree geografiche assunse anche caratteristiche militari e di guerra civile. Con fronti mobili. Con il coinvolgimento occasionale di civili. Una cosa che sta tra una lotta politica violenta e una mezza guerra civile. Con molte sfumature, che in poche frasi però non si possono chiarire.
Comunque i vincitori di quella che solo per semplicità continuo a chiamare "guerra civile" hanno fondato sui valori della Resistenza la nuova Repubblica Italiana. E hanno fatto bene. Senza il coraggio, senza le armi, senza il sangue dei partigiani, libertà politiche e democrazia non sarebbero state riconquistate in Italia.
Questo è vero ed è un punto fermo.
Ma è altrettanto vero che chi combatté, consapevolmente o meno, dalla parte della barbarie (sul versante dei nazifascisti), e fu sconfitto, non può facilmente riconoscersi in quella vittoria (che per lui fu una sconfitta) e, per conseguenza, nei valori espressi dalla Resistenza. Il 25 aprile resta e rimarrà dunque una giornata di vittoria sulla barbarie, ma non di riconciliazione coi barbari. Se vogliamo superare quel trauma e creare una fondazione condivisa della Repubblica Italiana, forse dovremo inventarci una festa della riconciliazione, del perdono e del superamento degli stessi elementi di barbarie che inevitabilmente si annidano anche nel coraggio dei giusti. Ma questo è un altro percorso che la cultura e il tempo forse ci aiuteranno a compiere. Forse. Oppure la vittoria dei giusti rimarrà come una cicatrice non perfettamente rimarginata della nostra storia nazionale. Ce ne faremo una ragione.
Ma c'è invece un'altra verità che gli italiani faticano a riconoscere e comprendere compiutamente.
L'Italia non ha sconfitto la barbarie nazifascista solo col coraggio degli italiani che stavano dalla parte giusta. Questo coraggio è stato ed è moralmente rilevante, ma non sarebbe bastato. Anche di questo dovremmo assumere consapevolezza. Non per svilire i giusti che combatterono, ma per non creare una retorica sopravvalutata di quella lotta.
L'Italia è stata liberata essenzialmente grazie al coraggio e al sangue di giovani "stranieri" che hanno dato la loro vita per combattere il nazifascismo, riconquistando alla civiltà, palmo a palmo, il suolo italiano.
Se gli eserciti alleati costituiti da giovani americani, inglesi, polacchi, francesi e di molte altre nazionalità (soprattutto di paesi delle ex colonie britanniche) non fossero sbarcati in Sicilia e "garibaldinamente" non avessero combattuto contro l'esercito tedesco e fascista per tutta la penisola e fino al Brennero, l'Italia non sarebbe stata liberata. Certo la stessa cosa vale per la Francia (con lo sbarco in Normandia), ma è assolutamente vera.
Senza il coraggio, il sangue e la violenza degli eserciti alleati contro la barbarie nazifascista l'Italia e l'Europa non sarebbero un continente libero.
Ma che la Repubblica italiana si fondi in maniera essenziale, centrale ed incontrovertibile sul sangue e sul coraggio di questi soldati stranieri non è percepito dagli italiani, sempre pronti a dimenticare gli aiuti ricevuti dagli altri. E non sono solo gli italiani "sconfitti" (i fascisti) a ignorare le cosa, ma anche i vincitori.
Che l'Italia si stata liberata da "altri", da stranieri, è una verità scomoda che la nostra retorica patriottarda e nazionalista (incluso quella ispirata dalle forze del CLN) non ci consente di metabolizzare.
Eppure se fossimo un paese serio (e, a mio avviso, lo siamo solo in parte) il 25 aprile, più che andare a mettere una corona d'alloro all'altare della Patria, noi dovremmo andare a mettere corone d'alloro in tutti i cimiteri che ospitano i corpi dei soldati alleati che si trovano sul suolo italiano. Di più. Forse dovremmo collocare il corpo di un soldato degli eserciti alleati, di uno "straniero" dunque, nel nostro altare della Patria, perchè se l'Italia è diventata nel 1945 un paese libero è anche grazie al soldato straniero morto per noi; e il giorno della festa della Liberazione dovremmo fare un omaggio e un ringraziamento speciale a lui e a tutti i circa 100.000 soldati "alleati" morti per la nostra libertà. Perchè se i morti partigiani furono circa 35.000, i soldati degli eserciti alleati morti tra il 1943 e il 1945 nella guerra contro il nazifascismo in Italia, sul suolo italiano, furono circa 100.000. Almeno centomila.
Certo non è molto patriottico, nè riempie di orgoglio un "popolo caciarone e ad alta densità di retorica" come il nostro, pensare che la libertà ci è stata "donata" e imposta agli italiani da altri.
Ma così è andata. E un popolo diventa adulto solo se riesce a fare veramente i conti con la propria storia.
Del resto, ci suggerisce ancora Luperini nella lettura montaliana delle "nuove stanze", non era forse statunitense la musa con gli occhi di acciaio che aveva ispirato il testo e avrebbe dovuto sconfiggere la barbarie nazifascista a cui allegoricamente allude la poesia?
sabato 4 maggio 2019
Romano Luperini su "Montale e il fascismo" e l'interpretazione della poesia "Nuove stanze" (maggio 1939).
Venerdi 3 maggio alla biblioteca Gronchi chi ha assistito alla lezione/spiegazione della succitata poesia di Montale a cura del prof. Romano Luperini è rimasto estasiato. Una mezza esperienza mistica. Come quando Paolucci o la Acidini raccontano un quadro di Michelangelo o un'opera di Leonardo. Godimento puro. Sfornando un'analisi complessa e profonda di un'opera d'arte, intellettuali come Luperini o Paolucci ti prendono per mano e ti fanno capire a quali livelli di profondità si può scendere nella comprensione delle cose e a quali livelli invece ci troviamo, di solito, noi umili mortali, più o meno acculturati. Solo chi sa, riesce davvero a capire le strutture di un'opera e a collegare i dettagli. Poi, però, la discussione seguita alla conferenza, stimolata anche dalla domanda interna al testo di Montale, che si chiedeva se la cultura può bastare a salvarci dalla barbarie (nel caso di Montale dal nazifascismo) è migrata verso il ruolo della poesia oggi, della letteratura oggi, delle filologia oggi, della scuola oggi, degli insegnanti oggi. E nelle riflessioni sull'oggi, le timide speranze presenti nel testo montaliano si sono trasformate in un forte pessimismo. Ma confesso che ho trovato un Luperini meno pessimista del solito. Forse perchè l'auditorium era piano di giovani e di "classicista" un po' in là con gli anni non ce n'erano molti.
La mia riflessione (che non ho osato però esporre in quella sede) è che oggi sia soprattutto la critica letteraria a non contare più un tubo nel dibattito pubblico, perchè di letteratura e di poesia se ne fa e se ne stampa forse anche troppa. Ma da una parte i critici non ce la fanno a leggere nemmeno un decimo di quello che si pubblica; e dall'altra le loro riflessioni hanno perso quel mordente che avevano fino agli anni '80 del '900. Questo non significa affatto che la critica letteraria abbia perso valore o qualità. Ha solo perso visibilità e attrattiva rispetto al dibattito pubblico (così come li ha persi la storia. Chi diavolo se li fila oggi gli storici e i loro bei libri complicati pieni di dati e riflessioni? O i filosofi? Roba buona solo per le élite che affollano i festival tematici, niente di più). Ma i giornali e i settimanali italiani non pubblicano più le loro recensioni e i loro dibattiti. O lo fanno molto casualmente. Del resto i social media non sarebbero leggibili se proponessero testi di critica militante, saggi di storici e filosofi seri. Anche se, ha detto Luperini, ci sono dei blog oggi che stanno andando in controtendenza e propongono testi di critica letteraria con la forza di certe riviste degli anni '60 e '70. Ovviamente Luperini vede nella morte della critica, della letteratura, della poesia, nella crisi della scuola e nella mancanza di maestri, un segno della barbarie che avanza. E ha lasciato intendere (o almeno così m'è parso di intendere) che non sarà facile combattere tutta questa barbarie e la sola filologia non basterà a salvarci. Confesso (e spero di non sbagliarmi) che, pur non ignorando il caos che si agita in questi tempi, non mi pare che il presente abbia lo stesso carico di barbarie degli anni '20 e '30, che certi leader attuali non siano paragonabili ai protagonisti del nazifascismo o anche del comunismo cino-sovietico dei gulag e delle rivoluzioni culturali del secolo folle. Né credo che il terrorismo contemporaneo fatto di predatori singoli o associati abbia lo stesso peso della barbarie del primo Novecento. Ma è un'interpretazione soggettiva la mia e non insisto. Aggiungo invece un'ultima cosa che mi ha colpito tra le molte che ha detto Luperini. Durante il commento alle "Nuove stanze" ha buttato là alcune velocissime riflessioni sulla lotta tra fascismo e antifascismo; ha riconosciuto che anche il fascismo ha espresso una sua cultura (sia pure meno raffinata di quella antifascista); e ha sostenuto che il fascismo è dentro di noi, perché (me lo sono appuntato) "è qualcosa di umano". A quel punto m'è venuto a mente il recente libro di Francesco Piccolo sulla bestia che è dentro di noi e anche Desmond Morris con il suo scimmione nudo. No, non direi proprio che la letteratura sia morta e nemmeno che i critici letterari siano defunti, se riescono a tenerci sveglia la mente e a farci riflettere su un sacco di cose.
sabato 23 marzo 2019
Generale Stefanelli
Il generale Luigi Stefanelli. Chi era costui?
Dopo l'uscita del libro di Marco Manfredi e Alessio Petrizzo, pubblicato dalla Tagete, possiamo dire di saperne molto di più. Intanto era il rampollo di una importante famiglia della borghesia commerciale e imprenditoriale di Pontedera che ebbe un ruolo significativo nella comunità tra gli anni '60 del '700 e gli anni '40 dell'800. La famiglia possedeva molte botteghe, dove si lavoravano e commerciavano la lana, la seta ed altri tessuti. Gli Stefanelli fino all'inizio dell'800 davano lavoro a molti operai e possedevano edifici e terre oltre che a Pontedera, a Ponsacco, Lari e Firenze. Luigi nacque a Pontedera, in via Gotti, nel 1803 ma invece che la strada dell'impresa manifatturiera abbracciò il mestiere delle armi. Divenne cadetto, frequentò la scuola militare, poi entrò nell'esercito granducale e salì, piano piano, tutti i gradini della gerarchia. Così, con le armi dei Lorena e i gradi di capitano, combatté nel '48 vicino a Curtatone e Montanara, distinguendosi per il suo coraggio. E nell'esercito face carriera, rimanendo fedele alla dinastia dei granduchi, fino a diventare tenente colonnello. Poi nel '59, fuggiti i Lorena dalla Toscana, giurò fedeltà al governo provvisorio e aderì al nuovo stato nazionale salendo al grado di luogotenente generale. I Savoja, che apprezzarono le sue qualità, lo mandarono al comando di una divisione in Terra di Bari a combattere il brigantaggio tra il 1862 ed il 1863. Nell'anno successivo Stefanelli fu congedato e andò in pensione. Nel luglio del 1867 fece un'ultima comparsa pubblica a Pontedera, dove accompagnò il generale Garibaldi che cercava uomini e soldi per il tentativo di entrare nello Stato Pontificio e annettere anche Roma allo stato nazionale. Di questo episodio resta ancora oggi una lapide importante in piazza Martiri della Libertà. Nell'Ottocento i liberali pontederesi fecero del generale Stefanelli, attraverso la commemorazione di Leonardo Bettini, data anche alle stampe, un simbolo del patriottismo risorgimentale. Oggi Manfredi e Petrizzo, dopo 9 anni di certosine ricerche d'archivio, hanno smontato e rimontato il personaggio, restituendoci, nel libro intitolato "Luigi Stefanelli. Un generale toscano nel Risorgimento", la figura di un militare, con un proprio carattere, con una strategia di carriera, animato da fedeltà verso le istituzioni (inclusa quella granducale), pronto a cogliere le novità e a costruire la propria biografia in quel mare turbolento e complicatissimo che è la vita collettiva.
Dopo l'uscita del libro di Marco Manfredi e Alessio Petrizzo, pubblicato dalla Tagete, possiamo dire di saperne molto di più. Intanto era il rampollo di una importante famiglia della borghesia commerciale e imprenditoriale di Pontedera che ebbe un ruolo significativo nella comunità tra gli anni '60 del '700 e gli anni '40 dell'800. La famiglia possedeva molte botteghe, dove si lavoravano e commerciavano la lana, la seta ed altri tessuti. Gli Stefanelli fino all'inizio dell'800 davano lavoro a molti operai e possedevano edifici e terre oltre che a Pontedera, a Ponsacco, Lari e Firenze. Luigi nacque a Pontedera, in via Gotti, nel 1803 ma invece che la strada dell'impresa manifatturiera abbracciò il mestiere delle armi. Divenne cadetto, frequentò la scuola militare, poi entrò nell'esercito granducale e salì, piano piano, tutti i gradini della gerarchia. Così, con le armi dei Lorena e i gradi di capitano, combatté nel '48 vicino a Curtatone e Montanara, distinguendosi per il suo coraggio. E nell'esercito face carriera, rimanendo fedele alla dinastia dei granduchi, fino a diventare tenente colonnello. Poi nel '59, fuggiti i Lorena dalla Toscana, giurò fedeltà al governo provvisorio e aderì al nuovo stato nazionale salendo al grado di luogotenente generale. I Savoja, che apprezzarono le sue qualità, lo mandarono al comando di una divisione in Terra di Bari a combattere il brigantaggio tra il 1862 ed il 1863. Nell'anno successivo Stefanelli fu congedato e andò in pensione. Nel luglio del 1867 fece un'ultima comparsa pubblica a Pontedera, dove accompagnò il generale Garibaldi che cercava uomini e soldi per il tentativo di entrare nello Stato Pontificio e annettere anche Roma allo stato nazionale. Di questo episodio resta ancora oggi una lapide importante in piazza Martiri della Libertà. Nell'Ottocento i liberali pontederesi fecero del generale Stefanelli, attraverso la commemorazione di Leonardo Bettini, data anche alle stampe, un simbolo del patriottismo risorgimentale. Oggi Manfredi e Petrizzo, dopo 9 anni di certosine ricerche d'archivio, hanno smontato e rimontato il personaggio, restituendoci, nel libro intitolato "Luigi Stefanelli. Un generale toscano nel Risorgimento", la figura di un militare, con un proprio carattere, con una strategia di carriera, animato da fedeltà verso le istituzioni (inclusa quella granducale), pronto a cogliere le novità e a costruire la propria biografia in quel mare turbolento e complicatissimo che è la vita collettiva.
sabato 8 dicembre 2018
Mostra su Galileo CHINI al Palp di Pontedera
Dimenticavo: un elogio sperticato alle splendide volontarie multitasking che collaborano alla buona riuscita della mostra
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