Quando Pontedera era una Podesteria
Partecipatissima presentazione del libro sul Pretorio di Pontedera. Chiesa vecchia gremita per un evento sfarzoso e denso di contenuti, con una quantità di inedite leccornie archivistiche che l'indigestione è assicurata. Michele Quirici, anima, cervello e uomo di fatica della Tagete edizioni, ha raccontato colla bravura di un Pippo Baudo i momenti salienti della ricerca storica che ha portato alla cottura del volume, intervallando i suoi interventi con quelli dei curatori delle varie sezioni dell'Opera. Opera che, a sfogliarla (perché per leggerla tutta mi ci vorrà un po' di tempo), appare davvero sontuosa. Gustoso e godibile è il saggio di Alessandro Lo Bartolo su Pontedera e il Pretorio tra Medioevo ed età moderna, con la strepitosa chicca del contratto notarile sulla compravendita del palazzo di fine '300. Di grande spessore e architrave del volume appare la ricerca di Christian Ristori sulla storia del Palazzo (e della città) tra 1600 e 1700. E il corteo dei documenti allegati e delle trascrizioni arricchisce ancora di più il saggio di Ristori e fa del volume una cosa davvero preziosa ed identitaria per la città. I testi finali di Michele Quirici, Valentina Filidei e Michela Vivaldi raccontano poi di un palazzo che attraversa i secoli XIX e XX continuamente adattandosi alle mutevoli circostanze amministrative, giudiziarie e politiche. Credo che Michele & Valentina ed il team di ricercatori e studiosi che è stato messo insieme per produrre questa pubblicazione meritino un applauso oltre che un ringraziamento da parte della comunità dei pontederesi. Ma soprattutto spero (anche per Michele e Valentina) che il volume circoli, che venga comprato, sfogliato e, ancor di più, letto. Ne vale sicuramente la pena.
sabato 25 febbraio 2017
lunedì 13 febbraio 2017
Il destino di Trump e di tutti gli impreparati
Da quello che si sa, Trump non ha alcuna esperienza in politica. È un abile uomo di affari, ma non un politico. Giornali e tv lo hanno fatto a pezzi e preso per i fondelli, ma lui ha vinto le elezioni presidenziali a dispetto anche del suo partito.
Se avrà fortuna sceglierà uomini giusti da mettere ai posti giusti e governerà bene. Altrimenti farà danni da impreparazione.
Stessa cosa per le scelte che ricadranno direttamente su di lui.
L'impreparazione in politica non è una virtù. Tranne che per un certo numero di elettori. Negli Usa questo certo numero ha regalato a Trump nomination e White House.
Temo un effetto Raggi anche per gli Usa, con Trump che recita anche la parte di Grillo. E con la valigetta con i codici per far partire i missili atomici (noi almeno i missili alla Raggi e a Grillo non glieli avremmo dati per giocarci).
Che la fortuna sia con noi.
Da quello che si sa, Trump non ha alcuna esperienza in politica. È un abile uomo di affari, ma non un politico. Giornali e tv lo hanno fatto a pezzi e preso per i fondelli, ma lui ha vinto le elezioni presidenziali a dispetto anche del suo partito.
Se avrà fortuna sceglierà uomini giusti da mettere ai posti giusti e governerà bene. Altrimenti farà danni da impreparazione.
Stessa cosa per le scelte che ricadranno direttamente su di lui.
L'impreparazione in politica non è una virtù. Tranne che per un certo numero di elettori. Negli Usa questo certo numero ha regalato a Trump nomination e White House.
Temo un effetto Raggi anche per gli Usa, con Trump che recita anche la parte di Grillo. E con la valigetta con i codici per far partire i missili atomici (noi almeno i missili alla Raggi e a Grillo non glieli avremmo dati per giocarci).
Che la fortuna sia con noi.
domenica 12 febbraio 2017
Una sinistra da rifondare? No, grazie
Un quasi novantenne ma ancora vispetto compagno militante e rigorosamente iscritto prima al pci, poi al pds, poi ai ds, ora al pd e tra un po' staremo a vedere a che cosa, mi ha chiesto cosa pensassi della situazione del pd. Ho domandato se dovevo proprio rispondere. Lui ha accennato di si. Allora ho detto che il pd è un partito con un numero di anime che sono la somma delle vecchie anime già attive nel vecchio pci, nella dc e nel psi (che, come sanno gli anziani appassionati di politica, erano già parecchie). Ma a queste innumerevoli anime, altre, diverse e non sempre concordi se ne sono aggiunte dopo il 1992 nelle varie forze che poi sono confluite nel pd. Per cui oggi il pd è un partito pluralissimo, multiculturale e parecchio discorde. Un'orchestra che non è facile far suonare, producendo suoni armoniosi.
Non so se l'orchestra rimarrà in vita. Essendo un'associazione volontaria.
Ma trovo buffi e sciocchi tutti coloro che nell'ordine:
- ogni settimana vogliono rifondare il pd
- minacciano scissioni per ricostruire non si sa bene quale ennesima forza politica a sx o a dx del pd
- pretendono di sapere qual è la vera anima del pd ed intendono coltivare solo quella
- credono di poter guidare il pd ignorandone le anime e il pluralismo.
Spero poi che questi appassionati militanti e dirigenti del pd col pallino di rifare e di dirigere il pd non facciano il peggiore di tutti gli errori, ovvero distruggere il pd. Distruggerebbero infatti l'ultimo grande partito di massa della tradizione politica italiana. E per me sarebbe come prendere a martellate il Colosseo.
Ma non nutro più così tanta fiducia nella ragione da non pensare che anche il peggio possa accadare. Ma la speranza che il pluralismo e le differenze riescano a cooperare nel pd è l'ultima a morire.
Un quasi novantenne ma ancora vispetto compagno militante e rigorosamente iscritto prima al pci, poi al pds, poi ai ds, ora al pd e tra un po' staremo a vedere a che cosa, mi ha chiesto cosa pensassi della situazione del pd. Ho domandato se dovevo proprio rispondere. Lui ha accennato di si. Allora ho detto che il pd è un partito con un numero di anime che sono la somma delle vecchie anime già attive nel vecchio pci, nella dc e nel psi (che, come sanno gli anziani appassionati di politica, erano già parecchie). Ma a queste innumerevoli anime, altre, diverse e non sempre concordi se ne sono aggiunte dopo il 1992 nelle varie forze che poi sono confluite nel pd. Per cui oggi il pd è un partito pluralissimo, multiculturale e parecchio discorde. Un'orchestra che non è facile far suonare, producendo suoni armoniosi.
Non so se l'orchestra rimarrà in vita. Essendo un'associazione volontaria.
Ma trovo buffi e sciocchi tutti coloro che nell'ordine:
- ogni settimana vogliono rifondare il pd
- minacciano scissioni per ricostruire non si sa bene quale ennesima forza politica a sx o a dx del pd
- pretendono di sapere qual è la vera anima del pd ed intendono coltivare solo quella
- credono di poter guidare il pd ignorandone le anime e il pluralismo.
Spero poi che questi appassionati militanti e dirigenti del pd col pallino di rifare e di dirigere il pd non facciano il peggiore di tutti gli errori, ovvero distruggere il pd. Distruggerebbero infatti l'ultimo grande partito di massa della tradizione politica italiana. E per me sarebbe come prendere a martellate il Colosseo.
Ma non nutro più così tanta fiducia nella ragione da non pensare che anche il peggio possa accadare. Ma la speranza che il pluralismo e le differenze riescano a cooperare nel pd è l'ultima a morire.
De Sanremo
L'ironico e ritmato sincretismo culturale della canzone vincitrice di sanremo 2017, ampiamente votata dal popolo, insieme ad un certo gigionismo di maniera, mi pare riflettano bene lo stato mentale e sentimentale dei tivunnauti di questo paese. Amen. Tra la canzone scansonata ed un pò grillinocarnevalesca (da vaffa.. cultura) del vincitore e quella positivo-renziana arrivata seconda, il popolo ha scelto la prima. Noi italiani siamo anche così, dolcemente scansonati.
L'ironico e ritmato sincretismo culturale della canzone vincitrice di sanremo 2017, ampiamente votata dal popolo, insieme ad un certo gigionismo di maniera, mi pare riflettano bene lo stato mentale e sentimentale dei tivunnauti di questo paese. Amen. Tra la canzone scansonata ed un pò grillinocarnevalesca (da vaffa.. cultura) del vincitore e quella positivo-renziana arrivata seconda, il popolo ha scelto la prima. Noi italiani siamo anche così, dolcemente scansonati.
giovedì 2 febbraio 2017
Conversazione sulla storia della Piaggio. Intervengono Roberto Cerri (storico) e Floriano Della Bella (ex impiegato della Piaggio e consigliere comunale PD). Galleria Incoop. Via Brigate Partigiane 5 Pontedera
Domani pomeriggio, venerdi 4 febbraio, alle 16, presso la Bancarella dei libri usati Incoop, nella Galleria della Incoop, conversazione tra Roberto Cerri e Floriano Della Bella sulla storia della Piaggio a Pontedera nel secondo dopoguerra.
Una riflessione a tutto tondo sul ruolo che la presenza di questa grande fabbrica e questa multinazionale hanno avuto e continuano ad avere sulla storia di questa, tutto sommato, piccola città.
La Piaggio ha ovviamente influenzato il corso degli eventi di Pontedera, ha favorito flussi migratori, portato lavoro e ricchezza e poi, in una storia ad organino, si è gonfiata e sgonfiata nel corso dei decenni ed è evoluta, come è normale che sia per una impresa che gestisce una particolare tipologia di prodotti e che si confronta coi mercati e con la globalizzazione.
La conversazione adotterà uno stile pragmatico e rifletterà su eventi e passaggi: belli e dolorosi, come sono quelli delle vicende umane, incluse quelle economiche.
Domani pomeriggio, venerdi 4 febbraio, alle 16, presso la Bancarella dei libri usati Incoop, nella Galleria della Incoop, conversazione tra Roberto Cerri e Floriano Della Bella sulla storia della Piaggio a Pontedera nel secondo dopoguerra.
Una riflessione a tutto tondo sul ruolo che la presenza di questa grande fabbrica e questa multinazionale hanno avuto e continuano ad avere sulla storia di questa, tutto sommato, piccola città.
La Piaggio ha ovviamente influenzato il corso degli eventi di Pontedera, ha favorito flussi migratori, portato lavoro e ricchezza e poi, in una storia ad organino, si è gonfiata e sgonfiata nel corso dei decenni ed è evoluta, come è normale che sia per una impresa che gestisce una particolare tipologia di prodotti e che si confronta coi mercati e con la globalizzazione.
La conversazione adotterà uno stile pragmatico e rifletterà su eventi e passaggi: belli e dolorosi, come sono quelli delle vicende umane, incluse quelle economiche.
lunedì 30 gennaio 2017
Italo Geloni, Ho fatto solo il mio dovere, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2002.
Ho letto solo nei giorni scorsi la testimonianza di Geloni sulla sua odissea nei campi di concentramento tedeschi tra il 1944 e il 1945. Ma una parte delle vicende narrate mi erano note da tanto tempo, perché ho conosciuto Italo negli anni '70 quando aveva appena cominciato ad organizzare i pellegrinaggi e le visite a quello che rimaneva in Europa dei campi di sterminio a Dachau ed in tanti altri siti. Credo che se la Regione Toscana è ancora saldamente impegnata a portare ogni anno 500 studenti delle scuole superiori ad Auschwitz sia anche merito di Italo, che del dovere della memoria e di ricordare l'inferno a cui era fortunosamente sopravvissuto aveva fatto una ragione di vita. Il testo è in questo senso un ulteriore lascito ed un ulteriore impegno di questo formidabile combattente nazifascista che ci ricorda e ci obbliga dolorosamente ma con fermezza a non dimenticare e a non voltare lo sguardo da un'altra parte. Non possiamo ignorare le atrocità dei campi di sterminio. Non dobbiamo. Per rispetto ai morti che in quei campi sono scomparsi. E per la responsabilità che abbiamo verso i giovani a cui dobbiamo trasmettere nelle forme giuste la testimonianza dell'orrore che ha sconvolto la civilissima Europa settanta anni fa. Perchè quell'inferno, quell'odio raziale, quel sentimento di estraneità e di indifferenza non si ripetano. Il testo di Geloni ci dice tutto questo. Con parole semplici ma efficaci. E se le sue 40 pagine non raggiungono le vette letterarie dei libri di Primo Levi o di Elie Wiesel, esse possono comunque stare al loro fianco e le traversie di Geloni possono essere lette con dolore e con partecipazione, perché il suo diario contiene una delle testimonianze più oggettive e meglio raccontate di quella immane tragedia che si consumo' nei lager nazisti. Se non fosse superfluo dirlo, si tratta di un testo che gli insegnanti delle scuole superiori della Provincia di Pisa (dove Geloni ha vissuto dal suo rientro in Italia) dovrebbero far leggere sistematicamente a tutti i loro allievi. La Rete Bibliolandia ne offre una copia gratuita in pdf, scaricabile attraverso il proprio opac.
Ho letto solo nei giorni scorsi la testimonianza di Geloni sulla sua odissea nei campi di concentramento tedeschi tra il 1944 e il 1945. Ma una parte delle vicende narrate mi erano note da tanto tempo, perché ho conosciuto Italo negli anni '70 quando aveva appena cominciato ad organizzare i pellegrinaggi e le visite a quello che rimaneva in Europa dei campi di sterminio a Dachau ed in tanti altri siti. Credo che se la Regione Toscana è ancora saldamente impegnata a portare ogni anno 500 studenti delle scuole superiori ad Auschwitz sia anche merito di Italo, che del dovere della memoria e di ricordare l'inferno a cui era fortunosamente sopravvissuto aveva fatto una ragione di vita. Il testo è in questo senso un ulteriore lascito ed un ulteriore impegno di questo formidabile combattente nazifascista che ci ricorda e ci obbliga dolorosamente ma con fermezza a non dimenticare e a non voltare lo sguardo da un'altra parte. Non possiamo ignorare le atrocità dei campi di sterminio. Non dobbiamo. Per rispetto ai morti che in quei campi sono scomparsi. E per la responsabilità che abbiamo verso i giovani a cui dobbiamo trasmettere nelle forme giuste la testimonianza dell'orrore che ha sconvolto la civilissima Europa settanta anni fa. Perchè quell'inferno, quell'odio raziale, quel sentimento di estraneità e di indifferenza non si ripetano. Il testo di Geloni ci dice tutto questo. Con parole semplici ma efficaci. E se le sue 40 pagine non raggiungono le vette letterarie dei libri di Primo Levi o di Elie Wiesel, esse possono comunque stare al loro fianco e le traversie di Geloni possono essere lette con dolore e con partecipazione, perché il suo diario contiene una delle testimonianze più oggettive e meglio raccontate di quella immane tragedia che si consumo' nei lager nazisti. Se non fosse superfluo dirlo, si tratta di un testo che gli insegnanti delle scuole superiori della Provincia di Pisa (dove Geloni ha vissuto dal suo rientro in Italia) dovrebbero far leggere sistematicamente a tutti i loro allievi. La Rete Bibliolandia ne offre una copia gratuita in pdf, scaricabile attraverso il proprio opac.
sabato 21 gennaio 2017
LUIGI GARLANDO, L'estate che conobbi il Che, Rizzoli, 2015
Testo non semplice, ma che si legge d'un fiato. Racconta un mito, quello del Che. E riesce a farlo con leggerezza e allo stesso tempo con il giusto distacco. Funziona? Si, il racconto a mio avviso funziona. Non come quello dedicato da Garlando a Giovanni Falcone, ma funziona. Naturalmente ci sono anche dei limiti. Raccontare di miti senza cadere nella retorica è impossibile. Evitare di essere zuccherosi a volte non è facile. Voler chiudere sempre i racconti con l'happy end non è detto che sia il modo migliore di terminare una storia. Ma pur con alcuni limiti e qualche rischio, e quindi leggendo con tre occhi le pagine anzichè con due (il terzo occhio è il cervello vigile e che non ha inserito il pilota automatico), va ringraziato Garlando di essersi voluto misurare con due temi complicati. Uno è raccontare il mito del Che ai ragazzi, l'altro è spiegare loro il duro mondo della modernità economica. E non è male nemmeno quest'altra parte del testo.
Testo non semplice, ma che si legge d'un fiato. Racconta un mito, quello del Che. E riesce a farlo con leggerezza e allo stesso tempo con il giusto distacco. Funziona? Si, il racconto a mio avviso funziona. Non come quello dedicato da Garlando a Giovanni Falcone, ma funziona. Naturalmente ci sono anche dei limiti. Raccontare di miti senza cadere nella retorica è impossibile. Evitare di essere zuccherosi a volte non è facile. Voler chiudere sempre i racconti con l'happy end non è detto che sia il modo migliore di terminare una storia. Ma pur con alcuni limiti e qualche rischio, e quindi leggendo con tre occhi le pagine anzichè con due (il terzo occhio è il cervello vigile e che non ha inserito il pilota automatico), va ringraziato Garlando di essersi voluto misurare con due temi complicati. Uno è raccontare il mito del Che ai ragazzi, l'altro è spiegare loro il duro mondo della modernità economica. E non è male nemmeno quest'altra parte del testo.
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