mercoledì 12 agosto 2020

Santa Sofia (Istanbul): riflessioni su una variazione d'uso

Alcuni giornali italiani (ad es. "La Stampa") hanno descritto nei giorni scorsi la trasformazione dell'ex museo di Santa Sofia ad Istanbul in moschea, per volontà del governo turco, come un atto di ostilità contro l'Unione Europea, contro l'Occidente, contro il cristianesimo e velatamente contro la ragione storica (concetto evanescente, come è noto). Sono stati citati argomenti e fatti per sostenere un'analisi così minacciosa dell'evento; e la cosa non stupisce. Nell'aria circola molta irrazionalità e si leggono ed odono tanti argomenti "muscolari" che in effetti un po' intimoriscono. Ma la paura e il timore sono il sale della comunicazione. Ciò che infatti desta la curiosità dei "lettori" sono soprattutto gli elementi "negativi" e preoccupanti, dei quali tutti credono di poter parlare con cognizione di causa. Mentre pochi potrebbero affrontare gli aspetti positivi ma complicati delle vicende.  
Precisato questo, ciò che mi è dispiaciuto di più è stato il rammarico espresso per questa ritrasformazione di Santa Sofia in moschea da parte di papa Francesco, che, pur godendo della mia stima, in questo caso ha preso un granchio, per alcune ragioni che proverò a spiegare.
In primo luogo perchè la trasformazione dell'edificio in un luogo di culto e di preghiera non può mai essere vista negativamente. Non può addolorare.
In secondo luogo va aggiunto che Santa Sofia non è nuova alle trasformazioni funzionali (è nata basilica bizantina, ma poi è diventata, a seguito delle decisioni politiche dei vari governi di Istanbul, chiesa cristiana ortodossa, poi chiesa cristiana cattolica, poi di nuovo chiesa ortodossa, poi moschea e nel '900 museo).
L'attuale passaggio che la ritrasforma in moschea non può essere letto come negativo. E' l'ennesima variazione d'uso. Il governo turco ha il diritto di farne quello che ritiene più opportuno per il proprio popolo e non è detto che un futuro governo turco (non più guidato da Erdogan) non decida di comportarsi altrimenti, perchè il fattore tempo è imprevedibile e quello che gli uomini fanno è, per fortuna, sottoposto a continua revisione e cambiamento. E' questa l'unica certezza.
Si può discutere se il governo turco non abbia una qualche responsabilità morale rispetto al resto dell'umanità in relazione alla destinazione dei suoi beni culturali. A mio avviso ce l'ha, ma ove agisca con rispetto del bene stesso (cioè non lo distrugga o lo deturpi o non ne neghi l'accesso a qualcuno per ragioni ideologiche) le sue decisioni non possono essere ritenute ostili e non possono addolorare.
Inoltre una moschea è un luogo di culto e di misericordia e l'apertura di un luogo di fede, dove si coltivano i sentimenti religiosi, dove si va a pregare e a migliorare la propria anima, dovrebbe essere salutato come un fatto comunque positivo.
In un mondo dove si cerca il dialogo, incluso quello interreligioso, non si possono usare toni e affermazioni negative rispetto alle scelte degli altri. Sempre che siano scelte pacifiche.
Si potrà osservare che un atto come quello di Erdogan può sembrare in contraddizione con i processi di occidentalizzazione della Turchia; ma se anche la ritrasformazione di Santa Sofia in moschea fosse leggibile come un atto di orientalizzazione o di rafforzamento dell'identità musulmana della Turchia dove sarebbe il problema? Non è una libera scelta della Turchia se occidentalizzarsi o orientalizzarsi?
Il dialogo non prevede l'assimilazione. Semmai prevede il riconoscimento del valore delle reciproche differenze. Essere diversi ci arricchisce. O no?
Certo io penso che se tutti rafforzano le proprie identità forti e soprattutto se prevalgono i sentimenti di "superiorità" e di "muscolarità", il dialogo interreligioso, potrebbe faticare di più a procedere. Ma anche qui, che si tratti di un dialogo difficile, faticoso, complicato e con inevitabili alti e bassi, passi avanti e passi indietro, mi pare inevitabile. Gli uomini, anche i migliori, oscillano. Il negativo non sta  nel marcare le differenze, ma ne voler imporre agli altri il proprio punto di vista e farlo con la forza.
La cosa comunque importante è che il dialogo non si spezzi, perchè fino a che si dialoga c'è speranza di comprendere e forse persino accettare le rispettive e, per diversi aspetti, irriducibili diversità.
Per questo gli uomini di buona volontà controllano i toni e le parole.
Ma chi deve strillare per poter vendere il proprio punto di vista, la pacatezza non può permettersela. Non possiamo chiedergliela. Dobbiamo comprenderlo.

Biblioteca Nazionale e smart working

Uno dei più noti storici italiani si chiedeva sul "Corriere della Sera" di questi giorni come fosse possibile che uno studioso (e un cittadino qualsiasi) potesse entrare in una libreria qualsiasi (ad es. la Feltrinelli di Firenze o di Pisa) e, dopo essersi sanificato le mani, potesse toccare i libri e rimetterli sugli scaffali, mentre lo stesso studioso (e cittadino) non poteva fare la stessa semplice operazione di consultazione nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Già. Come è possibile? E come è possibile che quello che si fa nelle librerie private (ovvero maneggiare libri) si possa fare anche in alcune biblioteche pubbliche, ad es. nelle biblioteche comunali, ma non in prestigiose biblioteche statali?
Risposta: comportamenti così contrastanti sono dovuti al fatto che nel nostro paese (qualunque forza politica sia al governo) operano contemporaneamente (con una distribuzione a macchia di leopardo sul territorio) almeno tre ordinamenti giuridici.
Il primo è l'ordinamento "statalista" che fa sì che lo Stato e una parte della burocrazia pubblica (in collaborazione con una parte di sindacati e dei dipendenti pubblici) creino il maggior numero possibile di problemi ai cittadini prima di concedere loro i diritti che gli spettano (in relazione a ciò i libri della Biblioteca Nazionale di Firenze si consultano col massimo della cautela e col massimo della sicurezza possibile, ovvero ben oltre i ragionevoli livelli di cautela e di sicurezza). In questo contesto l'uso dello smart working per peggiorare un servizio pubblico è una modernizzazione alla rovescia tipica del nostro ordinamento "statalista". Ma lo smart working usato all'italiana gode di coperture politiche e sindacali che lo rendono difficile da "modificare".
Il secondo è l'ordinamento liberale o di mercato. Nelle librerie private (che, guarda caso, sono state riaperte molto prima delle biblioteche pubbliche) i libri si infettano molto meno che nelle biblioteche. Perché questo accada è un mistero, ma di sicuro deve essere così. Di più. L'ordinamento liberale e di mercato per fortuna è in vigore anche in diversi enti pubblici, soprattutto in quelli locali dove amministratori e bibliotecari sono consapevoli di lavorare per il loro concittadini e fanno di tutto per semplificargli la vita. Da giugno infatti diverse biblioteche comunali (ma non tutte) sono molto più accessibili di quelle nazionali e universitarie e i cittadini hanno accesso ai libri come nelle librerie.
Il terzo è l'ordinamento criminale per lo più diffuso nelle aree del paese dove ci sono poche librerie private (che però aprono anche per riuscire a pagare il pizzo) e ancor meno biblioteche pubbliche. Queste ultime, in queste aree, per lo più adottano l'ordinamento "statalista" e lo smart working per tenere a distanza gli utenti.

lunedì 10 agosto 2020

Sorry we missed you di K. Loach - un film ottimista sul capitalismo e sulla famiglia

Uscendo dal cinema sotto le stelle con mia moglie ho sostenuto che temevo di soffrire di più dalla visione dell'ultimo film di K. Loach (83 anni), in italiano "Scusa, ci sei mancato!". Invece il grande regista inglese ci ha regalato ancora un piccolo gioiello, con una serie di messaggi che, almeno io, leggo in maniera ottimista e che ci hanno fatto soffrire il giusto. Una versione anziana e parzialmente pacificata con quel caos che è e resta il mondo (mia moglie però è meno convinta di questa mia interpretazione).

Perchè ho trovato Loach ottimista? Beh perchè la storia poteva finire anche molto peggio e perchè nella vicenda rintraccio diversi messaggi davvero positivi. Mi soffermerò solo su alcuni.

Il primo è che le persone intelligenti non possono che adattarsi ai cambiamenti e provare in qualche modo a gestirli, sentendosi responsabili fino in fondo delle proprie scelte. Alla fine, se gli uomini voglio essere anche liberi (qualunque cosa questo voglia dire) non possono che prendere il destino nelle proprie mani e giocarsi la vita. E rialzarsi continuamente. I tizi che alla fine picchiano e derubano Ricky non sono il capitalismo. E Ricky oltre a fare i conti col magazziniere stronzo deve fare i conti anche con i balordi e con la cattiveria del mondo. E non può che reagire alzandosi dal letto e andando al lavoro. Può anche avercela con la società, ma deve fare comunque qualcosa per cavarsela.

La seconda è che la propria libertà sta in linea con la moralità dei propri comportamenti. E al centro dei propri comportamenti sta il dialogo e lo sforzo di capire se stessi, gli altri e il mondo. La famiglia e le persone sono in crisi perché dialogano poco e male. Investire nel dialogo e nelle relazioni resta, per gli uomini, la migliore assicurazione possibile sul proprio futuro. Finché c'è dialogo, suggerisce Loach, c'è speranza.

La terza è che la famiglia, per quanto in crisi e scossa dal disordine del mondo e dal desiderio di libertà dei singoli, se mantiene unità, capacità di dialogo, rispetto reciproco e ascolto, è ancora un potente strumento per la crescita e (se fossimo credenti) per la salvezza per tutti. E che Loach affidi l'elogio esplicito della famiglia a un poliziotto (ovviamente bravo e comprensivo) è un tocco di quello splendido umorismo inglese che noi mediterranei possiamo solo invidiare.

La quarta è la tensione positiva verso l'educazione. Studiare e andare a scuola serve per costruirsi un futuro. Nulla salus extra scholam. Anche su questo nonno Loach è schieratissimo e chiarissimo. E sulla English public school avrebbe potuto dire ben altro. Ma il messaggio che vuol lanciare ai suoi giovani nipoti ribelli è ancora quello di istruirsi: non c'è rivoluzione che possa battere l'ignoranza se non quella scolastica.

Il quinto. Il passato (individuale e collettivo) è stato bello, ma non tornerà. Il presente certo è un gran casino. Ma è l'unico tempo che abbiamo. E questa la nostra unifica finestra di vita. Tornare al punto primo per sapere cosa fare.

Perfino il capitalismo del titolare del magazzino delle spedizioni non è poi così brutto come lo stesso magazziniere tende a dipingere; e in fondo gli uomini trovano sempre (pur confliggendo per interessi, soldi, tempi di lavoro, ritmi, cottimo e concorrenza individuale) un modo di esprimersi solidarietà e collaborare. Faticosamente.

La scena di Abbie al telefono nel finale del film (in un ospedale affollato, multiculturale, ma civile) è un pezzo chapliniano, col malconcio Ricky che cerca di giustificare la sfuriata (per altro blanda) di sua moglie e loro che escono di scena come due piccoli eroi  proletari.

Se non va letto esattamente alla rovescia, sembra proprio un film consolatorio. Pare quasi una commedia all'italiana. O mi sbaglio?


Storia di un figlio : andata e ritorno / Akbari - Geda

E' il continuo del libro "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda, basato sulla storia vera di Enaiatollah Akbari, un afghano di etnia Hazara, passato per diverse traversie fino all'arrivo nella penisola italiana e al suo inserimento sociale perfettamente riusciuto.

Non è bello, straziante ed emozionante come i "coccodrilli", ma è una interessante storia sull'integrazione in Italia e sul modo "all'Italiana" di investire nell'accoglienza. Veramente piacevole ed utile.

A tratti anche commovente. Fabio Geda e Enaiat Akbari hanno fatto di nuovo un gran bella cosa.

Lettura importante dalla 4/5 elementare in su.

Storia di un figlio. Andata e ritorno / Fabio Geda e Emaiatollah Akbari, Baldini + Castoldi, 2020, 186p., € 16

venerdì 31 luglio 2020

Se Bresci non avesse ucciso Re Umberto, magari l'Italia non entrava in guerra... o non diventava fascista

Ragionando con un amico anarchico dell'assassinio del Re Umberto I (29 luglio 1900), ho pensato che in fondo l'anarchico Bresci con le sue rivolverate non aveva solo spostato la corona regale da una testa all'altra, ma aveva messo al centro della storia nazionale un personaggio molto diverso dall'altro (Vittorio Emanuele III non era certo suo padre per carattere, personalità e, diciamocelo, capacità politica).
Mi sono quindi domandato se questo spostamento di corona sia stato giovevole per il popolo italiano, e me lo sono chiesto perchè magari se Umberto I fosse sopravvissuto, con la corona sulla testa, fino alla prima guerra mondiale forse non avrebbe rovesciato gli accordi della Triplice (che aveva personalmente sostenuto) e non avrebbe mai avallato gli accordi di Londra. Forse non se la sarebbe sentita di venir meno agli accordi presi con la Germania e l'Austria e l'Italia sarebbe probabilmente rimasta neutrale, forse approfittando delle circostanze per ottenere pacificamente quello che fu conquistato a carissimo prezzo: centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti, milioni di traumatizzati per la guerra.
Forse un'Italia umbertina che fosse durata fino agli anni venti del '900, pari ad un regno di quaranta anni, non solo non ci avrebbe portato in guerra, ma nemmeno ci avrebbe avviato verso il fascismo; perchè magari se qualcosa come il fascismo si fosse comunque presentato sulla scena politica italiana il Re avrebbe potuto risolverlo dichiarando lo stato d'assedio e bloccando la marcia su Roma con l'esercito. E' ovvio che una ipotesi del genere non si può dimostrare. Ma non si può neppure escludere. Le personalità contano nella storia. A meno di voler ricadere in un determinismo, dove tutto è frutto di ingranaggi su cui i singoli non hanno alcun potere. 

domenica 26 luglio 2020

Noterella su un articolo dedicato alla Valdera

Paolo M., con cui dialogo di politica, con passione, da oltre 50 anni, oggi butta in mezza burla la storia della seconda Valdera senza rammentare la storia della prima fase, quella dell'Intercomunale degli anni 70-80, anch'essa finita a gambe all'aria. Senza ricordare la vicenda tragicomica delle province (le ridimensioniamo, poi le chiudiamo, poi ce le teniamo ma senza chiarirne bene diversi aspetti). Senza sottolineare il passaggio da una politica anche locale in cui c'erano i partiti e i loro uomini ad una in cui ci sono solo gli uomini (pochi) e i partiti sono oggetti opachi e senza idee altruiste. La storia apparentemente sconclusionata delle vicende organizzative della nostra amata Valdera è figlia anche di destrutturazioni e disarticolazioni che stanno modificando il volto di questo paese. Processi che non sono facili né da capire né, avendone la forza e la voglia, da modificare. Per questo restano le tare che a volerle vedere si vedono bene. E la tara più grossa che caratterizza uomini e territori, Valdera inclusa, è che ogni territorio (con tanto di leader e popolazione) sul suo vuol fare un po' come gli pare. Sembra roba da antichi romani o da alto medioevo e invece è piena contemporaneità. Perchè questo atteggiamento egoistico, quando non c'è più nessuna religione (o credo politico) a temperarlo, è il più facile e immediato. Mentre affermare idee e scelte condivise con gli altri (per comuni, per individui e per popolazioni) è più faticoso, meno immediato e richiede il ridimensionamento dei propri egoismi e una certa disposizione alla generosità e alla collaborazione. Richiede altruismo. Richiede la volontà di contenere il proprio io individuale e collettivo. E insieme la capacità di gestire i conflitti interni ed esterni. Ma nell'epoca dell'io first superare gli egoismi territoriali (e personali) è dura.
Segnalo l'indirizzo dove si può leggere il bell'articolo di Paolo M. che ha ispirato questa noterella:
https://www.quinewsvaldera.it/blog/pensieri-della-domenica/valdera.htm

mercoledì 15 luglio 2020

Riflettendo sul "Manifesto per la cultura" di Piombino


Le nostre realtà urbane e territoriali (e ciò che vale per Piombino vale anche per Pontedera o Empoli o Castelfiorentino, con le opportune specificità e differenze) sono entità collettive. Sottoposte all'azione del tempo. Sono protagoniste della loro storia, ma solo in parte; perché per un'altra parte sono obbligate a subire e gestire i cambiamenti che l'evoluzione del mondo (la tecnologia, la politica e i mercati) impone loro. Per questi cambiamenti, negli ultimi venti anni, si è coniato il concetto di resilienza. Che poi non è altro che la capacità di elaborare risposte a mutamenti sostanzialmente traumatici e dolorosi che non si possono proprio evitare.
La cultura non sta fuori del tempo. Sta dentro il cambiamento. Quindi è a sua volta obbligata ad essere resiliente. O almeno questo è ciò che penso.
La cultura riflette gli assetti produttivi e sociali. Ma non solo passivamente o meccanicamente. A volte li interpreta (bene o male, questo dipende dai livelli culturali, dai singoli artisti e dalla qualità degli intellettuali). Altre volte li contesta. Altre ancora li fissa in maniera retorica. Li esalta. Li mistifica. Li accompagna. Li racconta travisandoli ed ingannando il pubblico. Costruisce identità e tradizioni. Ne abbandona altre. Insomma in un luogo, in una città, in un territorio, la cultura fa tante cose rispetto all'evoluzione della realtà. Se invece fa una cosa sola, siamo in un regime. Ma se in quella città/territorio ci sono spazi di vera libertà, la cultura mostra la sua polisemia e la sua grande varietà.
Da 50/60 anni le nostre città e i loro territori sono meno caratterizzate (tranne produzioni qualitative ma spesso marginali) da contesti rurali e agricoli. Da una trentina di anni stanno fuoriuscendo anche dai contesti spiccatamente industriali, avviandosi ad essere produttivamente e socialmente altro dalle campagne ottocentesche e dalle industrie novecentesche. Ciò che è accaduto e accade è forse paragonabile alle grandi estinzioni avvenute in intere ere geologiche, estinzioni che però si manifestano adesso in pochi anni durante la vita di singole generazioni. Così ci sono persone nate alla fine della civiltà contadina, che hanno attraversato la civiltà industriale e che, probabilmente, moriranno, visto l'allungamento dell'età media, in una fase cosiddetta post-industriale o forse anche più in là.
Stravolti da queste e altre trasformazioni, i nostri comuni (più o meno grandi, più o meno associati) si orientano ad essere soprattutto centri di servizi. Senza ospedale, scuole, stazione ferroviaria, attracchi portuali, comune e annessi, attività commerciali di piccole e grandi dimensioni, trasporti pubblici e privati, centri benessere e farmacie, stazioni balneari... che cosa sarebbe Piombino? O Pontedera o Empoli (queste ultime senza il mare e senza i porti)?
Si, certo, le campagne non sono fisicamente scomparse. Neppure le attività industriali. Ma il grosso dell'occupazione, il grosso degli stipendi (pensioni a parte), il grosso della ricchezza che circola nei nostri territori (poca o tanta che sia) da dove viene? Ho l'impressione che se avessi sotto mano statistiche aggiornate, risponderei che viene dai servizi.
E tra questi servizi alcuni hanno anche attratto, per varie ragioni, un mondo di migranti provenienti da tutti i sud del mondo che, a loro volta, in una percentuale che comincia ad essere importante hanno cambiato ulteriormente il volto e l'anima delle nostre città. E' il terzo grande fattore di mutamento insieme alla scomparsa delle lucciole nelle campagne e al silenzio imposto alle sirene delle fabbriche.
Così, mentre le voci delle nostre strade richiamano l'eco della torre di Babele, l'identità rurale si è rattrappita. E quella industriale le sta andando dietro. E con loro si sono ridimensionate la storia e la cultura sociale, politica, sentimentale fermentate nel mondo agricolo e in quello industriale. Erano stati quei mondi a generare certe idee collettive, a dare fiato a determinati valori che oggi non fanno più presa o quasi.
A fianco di questa evoluzione, città come le nostre da oltre settanta anni vivono processi di secolarizzazione (rispetto ad es. ai contesti religiosi) e di accresciute libertà individuali. Senza precedenti, soprattutto se pensiamo alla libertà sessuale.
E salto a piè pari l'evoluzione tecnologica (computer, internet, wifi, social network, intelligenza e stupidità artificiale), che sull'evoluzione di certi mondi ha avuto un effetto importantissimo.
Avrà un sapore tardo marxista, ma quello che ci sentiamo di (e finiamo per) essere un po' nasce da quello che facciamo nella vita produttiva e dalle relazioni sociali che su di essa si innervano. E quello che facevamo ieri insieme a centinaia o migliaia di altre persone ovviamente ci condizionava molto di più di quello che facciamo oggi in relazione con pochi (in contesti più ristretti, più secolarizzati, più acculturati, ecc.). O almeno a me viene da pensare così.
E nelle città sempre più caratterizzate da servizi parcellizzati e polverizzati, nelle società mediamente più acculturate e secolarizzate, siamo tutti molto più liberi e meno condizionati, ma questa maggiore libertà e minore condizionamento ci distanzia sempre di più, ci carica di maggiori responsabilità e ci rende più difficile proporre visioni e narrazioni collettive forti e condivise. Si scopre che libertà, uguaglianza e senso della comunità non marciano spontaneamente insieme. Affatto.
Lo sviluppo turbolento e caotico del mondo dei servizi e delle professioni (insieme ai processi di secolarizzazione rispetto a tutte le credenze e alla crescita delle libertà individuali) modifica l'anima dei nostri concittadini (e anche la nostra) e quindi delle nostre città. Ci rende diversi dalle generazioni precedenti. Diversi da noi stessi, quando eravamo immersi in vite ed in contesti precedenti. L'aria della città ci rende sempre liberi, ma anche più soli, più isolati, più incerti. Le associazioni dell'era agricola e industriale (sindacati, partiti e parrocchie) ci sono sempre, ma sono sempre più deboli e con minor presa sugli individui (un bene? un male? ai posteri l'ardua sentenza).
Rispetto a questa fase evolutiva, rispetto alle estinzioni dell'era agricola, industriale, religiosa, all'arrivo di uomini e donne dalle tante lingue, storie e nazioni, qual è la risposta della cultura?
Non credo ci sia una sola risposta. Nè che vi siano solo risposte positive.
Ad es. la rinascita di sentimenti nazionalisti e razzisti è una risposta culturale sbagliata alle criticità prodotte dalla deindustrializzazione e dalla globalizzazione. La rinascita dei fondamentalismi religiosi (basta pensare agli attentati terroristici in Francia, in Belgio, in GB o anche agli ultimi scritti di Oriana Fallaci o alle polemiche contro la costruzione delle moschee, ad es. a Pisa) è un'altra risposta errata ai grandi movimenti di popolazioni e al mescolarsi di genti che caratterizza la contemporaneità. Il guaio è che stiamo parlando di risposte che stanno prendendo piede e che caratterizzano masse sempre più importanti anche della nostra Toscana. Anche delle nostre città ex operaie o ancora parzialmente operaie, ma sempre più terziarizzate.
Sul piano positivo, e su un versante di "sinistra", non si vedono segnali di una nuova narrazione collettiva che sappia analizzare le dure conseguenze della deindustrializzazione e della globalizzazione e soprattutto che sappiano fornire soluzioni che guardino con speranza al futuro. Restano attivi gli argomenti di una cultura che fa riferimento a mondi scomparsi (mi riferisco in particolare al tardo marxismo), ma la cui presa sulle menti delle persone è in evidente, inevitabile, declino.
Ci sono certo alcuni punti importanti, tra cui una ripresa della sensibilità ambientalista e una rinascita di spinte egualitarie e meno individualiste. A questo si affianca la sopravvivenza di una cultura dell'accoglienza che, sorretta soprattutto dallo spirito (e dall'associazionismo) religioso, lavora sui temi del dialogo, della solidarietà, dell'integrazione e della multiculturalità. Ma è troppo presto per dire se questi elementi (sentimenti/atteggiamenti) funzioneranno e avranno un effetto profondo sul grosso della popolazione.
La speranza globale, delineata da Padre Balducci nel suo profetico ma poco letto e poco discusso “Uomo planetario”, è un'utopia ancora assai lontana da mettersi in marcia.
Quanto alla memoria del passato, difficile dire che peso eserciterà rispetto ad una visione necessariamente resiliente che dovrà caratterizzare gli abitanti delle nostre città, i quali dovranno soprattutto fare conti col presente e col futuro e non potranno rimanere troppo ancorati ad un passato che può certo insegnarci qualcosa, ma difficilmente tornerà a vivere e a produrre benessere sociale.
Lo sforzo delle cultura contemporanea di interpretare questi traumatici cambiamenti epocali e provare a costruire delle risposte non è facile. Forse è anche per questo che la politica locale (analogamente a quanto accade sul piano nazionale) spesso ignora  i contenuti culturali e procede a tentoni verso soluzioni improvvisate, prive di analisi e soluzioni narrative dotate di una qualche coerenza.
Del resto se può essere vero che tocca alla cultura orientare la politica e quindi disegnare la città futura (ma troverei più corretto dire che tocca ai valori orientare la politica e quindi la città del futuro), occorre però che la cultura sappia proporre soluzioni resilienti rispetto ai rapidi cambiamenti che incombono su tutti noi e che modificano quotidianamente il corso degli eventi.
Se non lo farà o se si limiterà solo a rivendicare un primato che però non riuscirà a gestire, non potrà lamentarsi se la politica la lascerà sostanzialmente da parte e farà ciò che potrà per rispondere, con urgenza, alle domande dei suoi sempre più spaesati cittadini.

Per riferimenti al dibattito sulla cultura a Piombino https://www.quinewsvaldicornia.it/la-cultura-a-piombino-merita-di-piu.htm