Diario di guerra. 16 luglio - 1 settembre 1944. Una storia di pontederesi in un rifugio di Montecalvoli / Faliero Fantozzi (ma a cura di Michele Quirici) e con un racconto di Anna Vanni Lupi, Tagete Edizioni, 2017, pp.84
Michele Quirici fa un lavoro straordinario e meritorio di recupero e pubblicazione di memorie locali, paragonabile, per mole, agli annali muratoriani, ovviamente tenuto conto delle debite proporzioni. Anche in questo caso, grazie ad un ritrovamento nell'archivio di casa Vanni-Lupi, la Tagete edizioni tira fuori e consegna ai lettori pontederesi (ma non solo) la quotianità del vissuto di un manipolo di Pontederesi che coll'avanzare degli eserciti alleati verso l'Arno, anzichè sfollare a sud (ovvero andando ad incontrare gli alleati e liberarsi prima) si trasferì a Nord e quindi volontariamente allungò la propria agonia.
Certo nessuna delle famiglie sfollate a nord dell'Arno aveva, tra i propri ranghi, esperti militari che avrebbero potuto suggerire che il grande fiume, una volta distrutti i punti, avrebbe potuto trasformarsi in una barriera difficile da superare anche per l'attrezzatissimo esercito alleato.
E poi c'era la propaganda fascista che, per quanto in crisi, spingeva le persone a nord; e poi c'erano le voci, il passaparola, l'incertezza della vita quotidiana, la paura, e mille altre cose.
Così il Diario di Faliero Fantozzi ci fa conoscere i dettagli di 19 famiglie formate da 71 persone costrette alla coabitazione coatta in un rifugio a Montecalvoli sotto le cannonate americane e con le vessazioni dei tedeschi tra il luglio e l'agosto 1944
E si scopre o si ritrova (per chi, come me, ha ascoltato storie analoghe dai propri genitori) la storia di tutte le difficoltà della vita quotidiana forzata, a cominciare dall'espletamento delle esigenze corporali per continuare con i rastrellamenti, le tante violenze, la rabbia, la paura, lo stordimento, il coraggio. E i morti per i cannoneggiamenti. E la fame. Tanta fame. Quasi più della paura.
Devo dire che essendo figlio di due "rifugiati" tra Montecalvoli e Santa Maria a Monte, il racconto di Fantozzi non aggiunge quasi niente a quello che già sapevo. Semmai rinnova il dolore dei racconti che le famiglie Cerri, Marrucci, Guidi Marconcini mi hanno tramandato per oltre settanta anni.
Mio nonno, Giordano, fu colpito da una scheggia poco fuori dal suo rifugio di Santa Maria a Monte e trasferito a Firenze, a piedi, su un carretto da barrocciaio, dove morì pochi giorni dopo, per un'infezione che non si potè curare.
Mentre l'altro mio nonno paterno, Attilio, fu rastrellato dai tedeschi e come il protagonista del diario di Faliero riuscì fortunosamente a fuggire e a tornare al rifugio.
Ma per un mitico giovane di oggi (sperando di riuscire a fargli leggere a scuola qualcosa del genere), per un bambino della primaria, a cui Anna Vanni Lupi aveva pensato di far conoscere questa storia (ma oggi, alla primaria, si studiano solo i romani antichi se va bene, altrimenti ci si ferma alle favole sugli egizi e i babilonesi), una vicenda come quella di Faliero risulterà quasi sconosciuta, a meno che non ci sia ancora in giro un qualche bisnonno che la storia dei rifugi a nord dell'Arno l'abbia vissuta e che sia ancora lucido e abbia ancora voglia di raccontarla (senza omettere troppi particolari).
Comunque, la cosa importante è che Michele Quirici abbia scovato e quindi pubblicato questo straordinario diario, che ci racconta, in presa diretta, i due mesi del '44 di permanenza nel rifugio delle 19 famiglie pontederesi; e ci ripropone la memoria di Anna Vanni Lupi, che sintetizza e riassume, a posteriori, la stessa storia con gli occhi di una bambina.
Il libro resterà a disposizione dei buoni lettori e delle brave lettrici, che magari decideranno di leggerne qualche pagina ai loro nipotini. Resterà a disposizione delle tante maestre e prof delle medie che magari non hanno mai sentito parlare della loro straordinaria collega Anna, che su questi materiali fece lavorare i suoi bambini. Il libro e la testimonianza di Fantozzi, letti o non letti, rimarranno per i posteri. E nessuno potrà dire, senza sentirsi in colpa, di fronte ad avvenimenti di questo tipo, io non sapevo. Io non c'ero. Io non credevo. I libri infatti ci sono. E raccontano. Sono custoditi nelle case e nelle biblioteche, oggi sempre più accessibili. E come chi ha preso la patente di guida non può dire di non conoscere il codice della strada, chi ha imparato a leggere non può dire che non sa le cose perchè semplicemente non vuole leggere o non vuole arrivare in biblioteca a prendere un libro.
I libri infatti hanno tra i tanti meriti quello di conservare la memoria e di trasmetterla. E i contemporanei hanno l'obbligo morale di leggerli e di conoscerli.E se non lo fanno è un demerito ed una responsabilità dei contemporanei. I quali, tra tutte le scuse che possono accampare, non possono tirare fuori quella di non sapere.
Il libro è disponibile nelle librerie, nelle cartolibrerie ed in alcune edicole, oltre che, gratuitamente, presso la Biblioteca Gronchi.
sabato 14 ottobre 2017
giovedì 12 ottobre 2017
Presentazione dei testi di Gennaro Strazzullo alla Biblioteca Gronchi.
Domani, venerdi 13 ottobre, alle ore 17, alcuni amici ed estimatori di Gennaro Strazzullo commenteranno un volume che contiene i versi e le prose, le riflessioni, che l'artista ha prodotto dal 1964 a oggi e che ora rende pubbliche.
So poco d'arte e conosco Gennaro Strazzullo solo attraverso le sue opere che sono in alcuni spazi pubblici, tra cui la Biblioteca di Villa Crastan, attraverso i cataloghi che ha pubblicato e quello che ne hanno scritto critici d'arte e amici comuni.
Di lui mi colpiscono il pessimismo, la sofferenza e il male di vivere. Ma anche la forza salvifica con cui, tutto sommato, riesce a sopportare questa visione dolorosa del mondo e a raccontarla.
Domani pomeriggio a parlare di lui, in biblioteca, interverranno Ilario Luperini, Claudio Gonnelli e Domenico Antonacci.
Domani, venerdi 13 ottobre, alle ore 17, alcuni amici ed estimatori di Gennaro Strazzullo commenteranno un volume che contiene i versi e le prose, le riflessioni, che l'artista ha prodotto dal 1964 a oggi e che ora rende pubbliche.
So poco d'arte e conosco Gennaro Strazzullo solo attraverso le sue opere che sono in alcuni spazi pubblici, tra cui la Biblioteca di Villa Crastan, attraverso i cataloghi che ha pubblicato e quello che ne hanno scritto critici d'arte e amici comuni.
Di lui mi colpiscono il pessimismo, la sofferenza e il male di vivere. Ma anche la forza salvifica con cui, tutto sommato, riesce a sopportare questa visione dolorosa del mondo e a raccontarla.
Domani pomeriggio a parlare di lui, in biblioteca, interverranno Ilario Luperini, Claudio Gonnelli e Domenico Antonacci.
Il Teatro Era di Pontedera è una grande risorsa per la città e presenta una stagione straordinaria
Ho
partecipato con molto piacere alla presentazione della prossima
stagione del Teatro Era di Pontedera, che da tre anni, a tutti gli
effetti, è una componente importante del Teatro della Toscana (una
joint-venture tra il Teatro La Pergola di Firenze e il Teatro Era di
Pontedera col sostegno economico, fondamentale, della Regione Toscana
e del Ministero per la Cultura). Una fortuna per la Toscana e
soprattutto per Pontedera.
E se
la stagione sarà all'altezza della presentazione di martedi 10
ottobre, sarà un successone, perché anche l'annuncio (a cominciare
dal curatissimo video promozionale sparato all'inizio) è stato
strepitoso e da tanti punti di vista.
Per
le cose dette. Per le molteplici interlocuzioni. Per le cose a cui mi
ha fatto pensare.
Intanto
Luca Dini, direttore, ha fatto un bilancio del triennio che si è
appena concluso e insieme ad Antonio Chelli, vice presidente del
Teatro della Toscana, ha fornito numeri e diversi spunti, senza
nascondersi le difficoltà che in questi anni la nuova organizzazione
(che pure si è avvalsa di cospicui finanziamenti) ha dovuto
affrontare e superare.
Dini
soprattutto ha anche annunciato una volontà di aprirsi ancora di più
al territorio. Un lavoro di conquista importante, che va perseguito
con maggiore metodo. In particolare quello verso le scuole. E verso
gli insegnanti.
Poi è
seguita una breve ma intensa performance di Gabriele Lavia, direttore
artistico della Pergola, sull'immortalità del teatro e sulla sua
importanza nella vita umana. Una performance che si è conclusa con
l'appello a non misurare tutto sulla base dei soldi e dei costi e con
un incoraggiamento, imperioso, al consiglio di amministrazione del
Teatro a tirare fuori più quattrini. Un invito che ha fatto
arrossire il povero Chelli.
A
seguire, il neopensionato, ma sempre attivo al centro del
palcoscenico, Roberto Bacci che ha rivendicato la storia del CSRT,
gli incontri con Grotowski e con altri straordinari artisti italiani
ed internazionali che hanno reso celebre il decentrato "teatro
pontederese". Presentate le produzioni della prossima stagione,
Bacci ha quindi suggerito come l'anima del "suo" teatro
andasse ricondotta all'idea di una Pontedera città dell'accoglienza,
degli esuli (in questo caso teatrali, come Grotowski), e delle sfide
impossibili, che però si radicano e alla fine sopravvivono e danno
frutti molto interessanti. Tutti concetti che condivido. Uno per uno.
A cui aggiungerei solo la mercantile abilità pontederese di sapersi
adattare al mutamento.
Poi il microfono è passato a Giorgetti, direttore amministrativo del TdT. La
sincerità sulla faticosa costruzione delle stagioni teatrali. La
sottolineatura delle dinamiche conflittuali interne al nuovo
complesso teatrale, chiamato ad amalgamarsi in una rapida esperienza
triennale. E la capacità di prendere il toro per le corna e
sottolineare anche differenze di vedute, scontri e negoziati sulle
soluzioni. L'ammissione, in alcuni casi, di essersi sbagliati. Tutto
ciò che Giorgetti ha raccontato ha dato la sensazione di un teatro vivo, complicato nel farsi, ma consapevole di sè e attento alla contemporaneità.
Insomma
è stata una bella presentazione. Forte. Poco retorica. Originale, credo.
Mi ha confermato che il Teatro Era costituisce davvero una risorsa strategica
per Pontedera. Strategica come la Piaggio, come il Sant'Anna,
l'Ospedale Lotti e il sistema scolastico superiore.
Rispetto al Teatro mi permetterei di sottolineare solo un obiettivo da perfezionare: quello di far crescere il pubblico locale. Lo so,
Roberto Bacci potrebbe replicarmi che vale più uno spettatore che
viene da Tokyo a vedere uno spettacolo per 50 spettatori prodotto e
realizzato a Pontedera dal CSRT, che i 49 spettatori che abitano tra
Palaia e Calcinaia o nel resto delle campagne pisane e che
frequentano il Teatro senza capire molto di quello che vedono
(soprattutto per la parte di sperimentazione). Replicherei che,
certo, fino a tre o quattro anni fa, aveva ragione lui. Ma, oggi, il
gigantismo della nuova struttura (e i costi connessi), i mutamenti di
sensibilità politica (e i nuovi assetti che potrebbero prendere
corpo), la mutazione dell'offerta teatrale in atto, ho l'impressione
che abbiano cambiato la situazione.
Senza
importanti numeri sarà più difficile sostenere i costi
complessivi (e i posti di lavoro collegati), soprattutto in una fase
politica complicata come è quella i cui ci siamo infilati. Perciò,
a maggior ragione, serve un equilibrio tra ricerca teatrale e offerta
di spettacoli che vada incontro ai desiderata del pubblico, il quale
è bene non solo che riempia sempre le belle e comode poltrone del Teatro, ma che funzioni come supporto
consensuale alla grande struttura teatrale.
E poi
oltre i numeri, c'è anche la qualità degli spettatori da far
crescere.
Su
questo versante l'idea di sostenere e incoraggiare la presenza a
teatro degli insegnanti è strategica, come quella di costruire una
rete di alleanze, di promoter e di supporter del proprio lavoro. Tutte cose però che chi lavora al Teatro Era sa bene.
Ovviamente,
e qui concordo fino in fondo con Bacci, tutto questo va fatto senza
smarrire anima e originalità del CSRT.
Infine
il problema del nuovo pubblico si ricollega anche alla capacità di
rinnovare il rapporto con le elite politiche del territorio. Un
rapporto che non può più essere di collateralità
ideologico-culturale. Perchè i tempi stanno cambiando, canterebbe il vecchio Dylan.
Qui
la soluzione teatrale che Gabriele Lavia ha straordinariamente
suggerito, attraverso l'invocazione ad un mecenatismo generoso, dovrà
trovare soluzioni in classi dirigenti locali (e nazionali) che da una
parte conoscano e amino di più la cultura e dall'altra sappiano allargare il
mecenatismo ad una borghesia "generosa" che in terre come
questa dovrebbe essere abbastanza presente. Ma che va coltivato.
Sottolineo
infine, pur non essendo un esperto di Teatro, ma solo uno spettatore
curioso (e amante soprattutto del teatro classico) che la babelica e
per certi aspetti bulimica offerta della prossima stagione mi
stordisce, ma allo stesso aspetto mi fa molto piacere, perché indubbiamente, pur essendo il frutto di una negoziazione assai complicata, mi sembra andare nelle giusta direzione.
Certo saranno solo i biglietti staccati a fine stagione e i giudizi valutativi del pubblico
che avrà visto gli spettacoli a raccontarci, con chiarezza, se il
progetto del Teatro Era che sta per prendere il via avrà funzionato
e avuto successo.
In
bocca al lupo.
mercoledì 11 ottobre 2017
San Faustino, a Pontedera, ai tempi dell'innovazione
martedì 10 ottobre 2017
Carlo Nesti, operaio Piaggio (Pontedera), 1950-2017
E' morto Carlo Nesti. Era un operaio della Piaggio di Pontedera (anche se da ragazzo credo avesse lavorato alla Pistoni Asso). Un uomo alto, ben piantato, capigliatura folta. Con baffi e pizzetto (almeno per un certo tempo della sua vita). Era un uomo che poteva essere uscito dal film "La classe operaia va in Paradiso", anche se era pontederese e ironicamente toscano.
Già, credo di averlo conosciuto... tra il 1969 e il '70. Lavorava già, mentre io studiavo. Era uno dei pochi operai che bazzicavano le riunioni di quella specie di circolo esoterico che dichiarava di credere in una vulgata rivoluzionaria del marxismo-leninismo. Una cosa che a ripensarci oggi mi viene da ridere, ma allora era una fede.
Carlo, a Pontedera, era una mosca bianca, perché alla Piaggio gli operai di solito erano iscritti al PCI o alla DC o al PSI e qualcuno, già allora (parlo della fine degli anni '60) al MSI, quelli che oggi potrebbero essere amici della Meloni.
Lui no. Lui era un operaista che credeva nella rivoluzione comunista e frequentava gli studenti che animavano i gruppuscoli di estrema sinistra.
Per me, nel 1970, Carlo era un mitico operaio della Piaggio. Una specie di titano. Un superuomo che apparteneva alla mitica classe operaia, la classe che prima o poi avrebbe fatto la rivoluzione e rivoltato come un calzino questo paese. E a queste favole, allora, ci credeva anche Carlo. Ma con meno enfasi. Almeno così mi pare di ricordare.
Con questa credenza esoterica siamo andati avanti diversi anni. Almeno fino alla metà degli anni '70. Poi, più io che lui, siamo cominciati a cambiare.
Carlo restava sempre un portatore di istanze rivoluzionarie sia pure in un mondo in cui si riconosceva sempre meno, mentre io mi facevo sempre più un dubbioso e maturavo la convinzione che erano state le nostre primitive idee esoteriche ad averci fregato, facendoci prendere lucciole per lanterne.
Alla fine andai militare e quando tornai, ricordo che discutemmo a lungo della legnata che la "classe operaia" aveva preso tra l'80 e l'81 alla FIAT. Una legnata da cui la "Classe" non si sarebbe mai più ripresa. E nemmeno noi ex operaisti.
Ricordo che con Carlino, lo chiamavamo così, in barba alla sua stazza (di allora), commentammo a lungo la tentazione berlingueriana di occupare la fabbrica torinese. E a quel tempo ci sarebbe piaciuto, forse, che il povero Enrico desse davvero il via all'occupazione e alla rivoluzione. Ma Berlinguer, il PCI e la CGIL, per fortuna, avevano la testa sulle spalle e non fecero niente del genere. Dopo quel biennio, il comunismo cominciò a tramontare a passi da gigante anche nel nostro paese. Berliguer mori, si perse il referendum sulla scala mobile e alla fine il Pci cambiò nome e orizzonti.
Il mio operaismo si affievolì e si trasformò in qualcosa di nostalgico. Io smisi di cantare le canzoni di lotta e di protesta, Carlo invece continuò almeno per un po' in un coro di voci rosse.
Carlo inoltre patì in fabbrica i colpi della ristrutturazione della Piaggio e vide buttare fuori dagli stabilimenti di Pontedera 4.000 operai. Un salasso drammatico. Ma lui era un operaio qualificato e, da ragionatore quale era, aveva messo da parte le ultime velleità operaiste. Per cui, alla fine, gli Agnelli se lo tennero e così potè raggiungere, con qualche scivolamento, l'agognata pensione e dare sfogo ad una delle sue grandi passioni: pedalare in bicicletta.
Ma nei quasi quaranta anni che seguirono l'irreversibile sconfitta di Torino, tutte le volte che ci trovavamo ed inevitabilmente parlavamo di politica e di sindacato, lui con me recitava la parte del pessimista (la sua tesi era che la classe e il paese sarebbero andati sempre peggio), mentre io cercavo di sottolineare i lati positivi della situazione. Insomma a lui il ruolo del Titano sconfitto. A me, laureato in filosofia, quella di Candide che sosteneva che in fondo non ci era andata poi così male, anche se i nostri sogni non si erano avverati.
Poi c'eravamo visti sempre meno e i suoi malanni avevano preso il sopravvento. Ma anche un paio di anni fa, dopo che era riemerso da lunghe peripezie ospedaliere, più o meno alla fine del suo racconto, riprendemmo a recitare un pezzo della nostra umana commedia. Stessi ruoli. Stesse battute. Più o meno.
Ricordo che di sè Carlo diceva di essere una specie di Panda. Una tipologia di operaio in estinzione. Di quelli che conoscono il mestiere e sanno farsi valere. Ed in fondo era quello che di lui ho sempre pensato anch'io. Peccato che dagli anni '80 in poi queste abilità valessero sempre meno. E che il mondo si fosse fatto sempre più complicato.
lunedì 9 ottobre 2017
Carlo CASSOLA (1917-1987)
una mostra a Montecarlo di Lucca in occasione del centenario della nascita e a 30 anni dalla morte
Ho visitato ieri una interessante mostra dedicata allo scrittore e saggista, Carlo Cassola, a Montecarlo di Lucca, allestita nella ex chiesa della Misericordia (nel centro storico delle splendido paesino medievale).
La biografia umana, letteraria e politica di Cassola è ricostruita nella mostra in forma un po' densa e prevalentemente attraverso il filtro delle traduzioni e dei contatti internazionali dello scrittore. Così per apprezzare la mostra e l'evento documentario (ricco, ma di non facile lettura) è necessario conoscere l'autore almeno attraverso l'opera più fortunata e più tradotta nel mondo, vale a dire "La ragazza di Bube", premio Strega nel 1960 e subito trasposta in chiave cinematografica, dove la "ragazza" prende il volto bello ma accigliato di Claudia Cardinale.
Più che una riscoperta/rilancio dell'autore (che avrebbe richiesto il montaggio di una mostra in chiave più didattica e forse didascalica), l'esposizione propone il tema delle traduzioni dei libri di Cassola in tante lingue europee ed internazionali (giapponese, cinese e vietnamica inclusi), di sicuro pensando ad un pubblico di italiani all'estero; e soprattutto individuando gli istituti italiani di cultura all'estero quali luoghi privilegiati per la circolazione della mostra.
Immagino però che il pubblico giovanile e scolastico italiano, ma anche i lettori quarantenni, che spesso non conoscono Cassola faranno fatica ad orientarsi in questa mostra e a comprendere, sia pure all'ingrosso, la sua biografia intellettuale, piuttosto intricata nel panorama letterario italiano.
Per aiutarsi a leggere la mostra, consiglio chi voglia visitarla (la mostra starà aperta fino al 5 novembre a Montecarlo di Lucca e, ripeto, vale la pena di andarci) di stamparsi e leggersi la lunga scheda di wikipedia, versione italiana, dedicata a Carlo Cassola. Ciò consentirà ai visitatori di avere almeno una traccia biografica ed una cronologia per seguire l'evoluzione narrativa e saggistica dell'autore e apprezzare le chicche documentarie che la mostra contiene.
lunedì 2 ottobre 2017
Finale a sorpresa / Gloria Bardi e Stefano Stacchini (Bandecchi & Vivaldi, 2016)
Il bel libro che assembla le immaginifiche creazioni grafiche di Stefano Stacchini e i racconti di Gloria Bardi spiazza fino dalla sovraccoperta, con un titolo un po' alla Beckett e un'immagine che suggerisce viaggi in mondi possibili, ma non necessariamente reali.
Il depistaggio praticato sia dalla grafica che dalla scrittura contiene però un invito alla lettura pieno di serenità e mi trasmette un'idea di accoglienza. Un'accoglienza calda. Della serie: ti spiazzo ma non per turbarti, bensì per aiutarti a stare meglio. O almeno questa è la sensazione (il messaggio) globale che il volume mi fa arrivare mentro lo sfoglio, lo leggo, lo poso sul tavolo, infine me lo infilo nella borsa e lo porto a casa.
Poi ci sono le singole parti e i dettagli. Qui la cosa si fa più complicata.
I racconti di Gloria Bardi, brevi, spesso fulminanti, ironici e ammiccanti, sono ricchi di temi e situazioni che giocano a svelarsi solo nel finale. A volte perfino con l'ultima parola. L'ultimo nome. Si fanno leggere. Velocemente. Però obbligano a stare attenti, a riflettere. E alla fine, di solito, strappano un sorriso. In questo senso sono racconti accoglienti. Rassicuranti. Solo in alcuni casi (pochi a dire il vero) inquietano. Hanno bisogno di un lettore sveglio (come vispo deve essere l'osservatore delle immagini). Ma non sospettoso. Un lettore che abbia fiducia nel mondo. Che si lasci prendere per mano. Certo, Gloria Bardi pretende una lettura vigile, non distratta, perchè ogni parola è un tassello, una piastrella, un pezzetto di mosaico indispensabile per reggere e comprendere l'intera costruzione (anche quando il racconto è minuscolo). Colpiscono la fantasia e la versatilità che attraversano i testi; e da lettore un po' bambino quale sono, mi piace la trovata che precede il punto finale e svela, spesso rovesciandolo e ancora più spesso chiarendolo, non tanto il senso della storia quanto il vero volto del protagonista.
La narratrice gioca col suo lettore e solo in apparenza gli offre storie semplici. Ma, ripeto, non lo fa per ingannarlo. Semmai per stupirlo e per farlo amorosamente divertire.
Le produzioni visive di Stefano Stacchini si muovono sulla stessa lunghezza d'onda. Ma quelli di Stefano sono oggetti culturali diversi e più difficili da decifrare. Almeno per me. Gioco, ironia, manipolazioni, spiazzamenti, enigmi da risolvere, ok, anche questi ci sono tutti nelle sue creazioni grafiche e mi riportano alla mente i rebus o per meglio dire certi oggetti d'arte che contengono messaggi in codice che se correttamente decifrati potrebbero svelare mondi. Ecco... l'impressione è che ci sia in queste elaborazioni grafiche qualcosa di più che mi sfugge. Forse è un'idea sbagliata. Magari è solo una suggestione che collego all'attività di un artista che conosco da lungo tempo, al quale mi lega un rapporto di amicizia, ma che conserva intatto un suo fascino misterioso. Indecifrabile. Per uno che di arte e di cultura visiva, parlo di me, ne sa poco. Certo, che Stacchini giochi con la città di Finale Ligure e con i luoghi e gli elementi architettonici e paesaggistici di questo comune che lui ritiene più significativi, non ci sono dubbi. Che ci sia una esplicita volontà di manipolare, raccontare e perfino reinventare Finale come nessun altro aveva mai fatto prima, è altrettanto chiaro. Che ci sia perfino il desiderio di creare un legame tra Finale Ligure e Pontedera, questo si percepisce bene, almeno per un osservatore che sia nativo di Pontedera come il sottoscritto e che conosca l'importante lavoro grafico che Stacchini ha dedicato alla sua città natale. Del resto sia Pontedera che Finale da circa un secolo hanno in comune il fatto di aver ospitato (e di avere ancora sul proprio territorio) grandi capannoni industriali edificati dalla Società Piaggio.
Ma a parte questa condivisione di paesaggi industriali, ritrovo nelle immagini elaborate da Stacchini il suo gusto per gli assemblaggi visionari. E ancora uno stile e contenuti che, per quanto ammantati di mistero e densi di simboli un po' esoterici, esercitano su di me un effetto rassicurante, gioioso, gradevole, amichevole.
Ed è esattamente per questo che il volume mi sorprende …....piacevolmente.
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