giovedì 12 luglio 2018

Porti aperti: l'orizzonte del PD

Renzi e i "renziani" contano ancora molto nel PD. Forse, come ha gridato Lui all'assemblea dell'Ergife, sono ancora maggioranza. Si vedrà. Certo lo sono tra i gruppi parlamentari. Ma se il fu segretario ha forse ancora i numeri per controllare in parte le dinamiche del partito, quando si passa alle idee, beh, quelle del finalmentedimessosi paiono piuttosto confuse e astiose. Storditi e inaciditi dai risultati dalle elezioni politiche e da quelle amministrative, è normale che i Renzianos non sappiano che pesci prendere. Per questo di solito ci si dimette e ci si prende il tempo che serve per riflettere. Ma i Renzianos non sono così. Sognano napoleoniche rivincite.
Ma al di là dello stile, quello che alla fine conta sono le mosse concrete. E per elaborare le scelte giuste, occorrerebbe fermarsi a riflettere e ascoltare la voce di chi ancora appartiene come militante al partito (se si vuole essere sostenuti dai militanti), di chi sostiene di averlo votato il Pd (se si vuole essere ancora votati) e di chi potrebbe partecipare ad un'alleanza con il PD e potrebbe dare una mano ad arginare l'ondata nazionalqualunquista che dilaga e sta consolidando una forte egemonia nel Paese.
Che nel frattempo al PD tocchi recitare, in Parlamento e in tanti comuni, il ruolo dell'opposizione, è scontato. Allora prendiamo la cosa come un'opportunità. Per riorganizzarci. Senza l'affanno di dover far bene subito. Magari formiamo un governo ombra (chiamando anche alcuni amici della futura coalizione di Centro Sinistra, perchè da soli non si andrà da nessuna parte). Diamoci un programma minimo. Andiamo a cercare nuovi alleati per costruire un futuro diverso dal presente nazionalqualunquista in cui siamo.. immersi.
Stiliamo 10 valori forti da condividere con gli Italiani e lavoriamoci sopra.
Cominciamo dal lavoro? Bene. Facciamolo.
Democrazia e regole del gioco? Ok.
Poi vogliamo parlare di Europa come ideale per le nuove e le vecchie generazioni. Meglio
Accoglienza e capacità di integrarci con i migranti. Serve una politica dei porti aperti. Fissiamo la cosa. E poi teniamo il punto.
Impresa come elemento strategico per lo sviluppo del paese? Perchè no.
Straordinari investimenti in infrastrutture culturali: musei, biblioteche, teatri, archivi, cinema, musica. Insomma un piano serio e credibile.
L'anno prossimo ci aspetta un'altra doppia tornata elettorale impegnativa. Guardiamo a questa con il respiro lungo e non col fiato corto.
Sosteniamo politiche in cui crediamo e non inseguiamo né il nazionalista, razzista, egoista ed autoritario Salvini, nè il qualunquismo ciarlatano e pressapochista di Grillo e Di Maio, di cui dobbiamo smettere di dire che sono populisti (non foss'altro perchè essere a favore del popolo non può essere un elemento negativo). Per loro l'accusa di populismo è vento in poppa. Per noi un boomerang. Il Pd deve rimanere favorevole all'integrazione europea,  all'accoglienza dei migranti (su cui dovremmo investire di più a partire dalla scuola e dai processi di alfabetizzazione) e contrari invece a dare le armi ai cittadini per farsi giustizia da soli. Più soldi nella scuola e più soldi nella cultura. Questa è la linea della civiltà e della divisione tra il noi di Centro-sinistra e la destra nazionalqualunquista.
Dobbiamo convincere una parte del popolo italiano, che non era fino ad un decennio fa a maggioranza nè razzista, nè qualunquista e nemmeno nazionalista, a tornare a pensare positivo; ad essere accogliente e a resistere alle scorciatoie autoritarie, pistolere ed egoiste. Non sarà facile, ma è il nostro dovere morale, prima che politico.
In sostanza c'è tutto un lavoro culturale da fare per ricostruire un orizzonte comportamentale del centro sinistra e per far sì che le quattro grandi anime del PD (quella socialista, quella comunista, quella liberale e quella cattolica) trovino un nuovo e più collaborativo livello di integrazione e generino nuove speranze raggiungibili, che sappiano tenere insieme diritti e doveri dei cittadini e produrre proposte politiche e amministrative efficaci.
Questa ricostruzione culturale (che non rottama e non manda via nessuno, semmai cerca di far tornare a casa qualcuno) è il cuore del lavoro da fare. Perchè sta saltando il legame tra il PD e una parte dei ceti impoveriti di questo paese, sta tramontando il legame ideologico tra il PD e aree importanti di questo paese (Emilia, Toscana, Umbria), e si assiste anche all'indebolimento del rapporto tra PD e i ceti produttivi, operosi, imprenditoriali.
Vogliamo mettere in atto strategie per rovesciare questa deriva? Se non lo faremo, il nazionalqualunquismo dilagherà e sarà egemone a lungo, producendo guasti e rischi.
Ma per cambiare registro occorre che i  Renzianos dismettano le loro arroganti incertezze e gli Antirenzianos abbandonino i sogni di rivincita. Se invece gli uni e gli altri continueranno a guardarsi in cagnesco non partirà alcun dialogo attivo con le masse che resteranno ancorate alla paura, all'egoismo, al razzismo e al nazionalismo: tutti sentimenti che montano e che trovano terreno fertile in una popolazione sempre più anziana, attratta dalle sirene sbagliate. Senza un nostro cambio di passo il lavoro di sfilacciamento continuerà. E quando saranno saltati tutti i collanti culturali nel centrosinistra (in un contesto in cui il cattolicesimo di sinistra fatica persino a giovarsi dell'esempio e delle parole di Papa Bergoglio), quando la disarticolazione del Pd diventerà definitiva, allora il Paese (inteso come stato, regioni e comuni) galleggerà in un liquido bipolarismo tra Centro Destra (a trazione Salvini) e M5S, con tutto attorno un proliferare di liste apparentemente "civiche", ma nella sostanza legate agli atavici e autistici "particularismi".
Solo un maggior spirito di squadra dell'area vasta del Centro sinistra può salvarci. E questa squadra deve imporsi come obbligo morale quello di non rottamare proprio nessuno. Perchè c'è bisogno di tutte le risorse e di tutte le intelligenze per arginare il nazionalqualunquismo. Prima ce ne renderemo conto, meglio sarà.



venerdì 6 luglio 2018

Archivio: concetti e parole / Federico Valacchi, 2018, Editrice bibliografica, p. 125, 13 €

Il breve dizionario archivistico di Valacchi mi ha stimolato alcune riflessioni che, anche se non so bene per chi, sento il bisogno di affidare a quello spropositato e molto anarchico archivio digitale che è internet. Message in a bottle.
Se gran parte degli archivi pubblici sono o privatizzati o, a parte alcune eccezioni, malamente accessibili e disfunzionali, almeno in Cacania, ci sono alcune ragioni storiche (non casuali o bizzarre) che la scarna legione degli archivisti sessantenni, con gli appropriati ruoli istituzionali, dovrebbe avere almeno il coraggio di esaminare ovviamente lasciando la soluzione dei problemi ad altri, perché che gli archivisti pubblici siano una specie in via di estinzione è certo.
En passant segnalo che fra i circa 130 termini di cui il dizionario tratteggia un contenuto mancano ANAI, archivista e professione. E su queste involontarie ma eloquenti assenze (soprattutto per un testo giocato sulla cifra ironica, meditabonda, tra il gigione e il piacione), insieme a qualche archivista lumbard della fu Associazione Archilab, se ci sarà modo di vedersi, faremo battute a non finire. A cominciare dalla frase il cui l'autore sostiene che la "nostra società ha un disperato (sic!) bisogno di archivi e della coscienza civile di cui essi sono impastati" (p.11). Proprio "disperato". Si vede bene.
E scrivo questo perché una professione come quella che ereditammo negli anni '80 e che oggi ha quasi completamente perso la sfida della modernizzazione non poteva che finire come è finita, ovvero evaporata. E di questo un dizionario di filosofia archivistica forse doveva dare conto. Ironicamente, si capisce. Incitare (come fa alla voce DOMANDE) alla rabbia e alla rivolta "archivistica" senza indicare quale "quartier generale bombardare o assalire", via, non è credibile. E' teatro.
Ma qui mi fermo perché il problema dello stato semicomatoso degli archivi storici non è colpa esclusiva  della professione. Sostengo solo che se i tempi sono contrari agli archivi, la professione, mentalmente molto ministerializzata e arcaica, almeno in Cacania, ha peggiorato le cose.
Certo ciò che fa sprofondare gli archivi nell'indifferenza generale pesca la sua materia oscura nella Storia o meglio nel bisogno che le società contemporanee e la Cacania in particolare hanno della Storia e nel correlato livello di sensibilità che le élite politiche hanno per la storia (e per l'uso della storia). Molto di quello che succede dopo, discende da qui. Ora il termine storia nel dizionario c'è ma è poco più di un poetico tweet. Mentre le riflessioni sull'altro e più complesso intreccio di relazioni non si prestano a voci tweettate. Cosi un po' di analisi generale è affidata all'introduzione e un po' è diluita nelle voci (inclusa la già citata DOMANDE). Ma il carattere quasi giocoso del testo non permette il giusto approccio alle problematiche archivistiche.
Alle élite che guidano gli 8000 comuni e la Nazione della storia non importa quasi più niente. Questo per due sostanziose ragioni. La prima è che viviamo, anche qui in Cacania, in una realtà talmente arzigogolata, cangiante e variegata e di cui capiamo così poco che cercarne nel tempo la genesi e le cause particolareggiate sarebbe costoso, incerto e alla fine poco utilizzabile per le élite. Inoltre la storia non è più tra le materie formative delle élite. L'Università, da parte sua, produce sempre meno storici e soprattutto meno storici che hanno bisogno di archivi storici. La saggistica storica sopravvive, poco letta e poco venduta. Va meglio alla narrativa storica. Quest'ultima in effetti, a livello popolare, un po' tira (con le sue appendici cinematografiche e seriali), ma ha poco bisogno degli archivi. Lavora sul suggestivo. Lavora sul negazionismo (peccato che non ci sia questa voce nel dizionario). Ricuce. Inventa colpi di scena, seguendo i gusti e le attese del grande pubblico, che, è noto, chiede lacrime, sangue e sesso (voce quest'ultima inclusa anche nel dizionario di Valacchi).
In un contesto simile, le élite che fiutano e corteggiano la sensibilità (e i voti) delle masse (masse a cui degli archivi non importa nulla e non sanno nulla). Ma soprattutto le élite, che decidono come spendere i soldi pubblici, affievoliscono costantemente la loro già scarsa sensibilità storica. Del resto le  élite tendono a rompere col passato e a legittimarsi politicamente come "rottamatori" e rinnovatori della tradizione e non come continuatori. E questo vale sia sul piano nazionale che su quello locale. Le speranzose masse chiedono cambianti col passato. Le élite glieli promettono. L'indifferenza (quando non il disprezzo) per il passato e i suoi strumenti trova qui una fusione tra masse ed élite non facilmente reversibile.
Il risultato di questa situazione in Cacania assume le vesti di servizi archivistici pubblici scadenti e spesso pietosi. Archivi con poche ore di apertura, pochi utenti, poche professionalità di ruolo, poca didattica della storia rivolta alle scuole. Almeno per le aree che conosco meglio. Una vera pena. In 35 anni di professione che mi ha portato ad occuparmi sia di biblioteche che di archivi posso dire di aver toccato con mano l'ammodernamento delle biblioteche pubbliche di ente locale. Mentre sugli archivi storici (e anche di Stato che conosco) i passi sono stati da lumaca. A volte perfino da gambero.
Perché scrivo questo? Ripeto che non lo so. Negli anni '90 con alcuni amici archivisti fondammo una rivistina, "Archivi e computer", scommettendo sull'informatica, sugli archivisti libero professionisti (ALP), sui MUF (i Mitici Utenti Finali), su nuovi standard descrittivi e sulle privatizzazioni per rinnovare il settore. Nei primi anni 2000 fu però chiaro che, almeno in Cacania, nuove tecnologie, libera professione, privatizzazione, MUF e standard non ce l'avrebbero fatta a contrastare la complessa involuzione in cui anche gli archivi nostrani si stavano infilando. La nostra generazione archivistica non è stata all'altezza della sfida ed in particolare non ha saputo cogliere l'enorme opportunità offerta dall'avvento dell'informatica. Leggere le voci di un dizionario che la postfatrice definisce atipico non aiuta a capire cosa diavolo sia successo, perché sia successo e cosa, forse, si potrebbe fare per migliorare. E' la maledizione dei 5 milioni di Arcadi di cui parlava già Pasquale Villari subito dopo l'Unità d'Italia. Abbiamo un problemino: ci si filoseggia sopra.
Ecco, forse ho scritto per aiutarmi ad elaborare il lutto di una sconfitta di cui mi sento in parte responsabile e perché trovo insopportabile che la generazione archivistica uscente, quella dei sessantenni, non riesca a raccontare la realtà in maniera lucida e soprattutto, ora che non ha più niente da perdere, nè da guadagnare, non sappia proporre qualche diverso rimedio.
Rimedi che non stanno nell'inventarsi una specie di poetica, stralunata, filosofia archivistica quale chiave di accesso per sensibilizzare il grande pubblico al disperato bisogno di archivi per richiamare le parole dell'autore. Semmai si tratta di capire quali micro azioni, con costanza e continuità, a quali livelli istituzionali, mettere in atto per cambiare le idee delle nostre élite. E quali azioni (stimoli, ecc.) promuovere per favorire la frequentazione degli archivi ad un numero significativo di persone. Certo se, come scrive Valacchi alla voce TROTTOLA, "la storia, in fondo, è un fenomeno casuale, una trottola bizzarra dentro alla quale le cause rincorrono gli effetti" quale bisogno di conoscenza storica ci può essere per le  élite e per le persone ordinarie? Se davvero la Storia è una trottola bizzarra e casuale, allora hanno ragione le élite a giocare con la memoria come meglio gli piace e a fregarsene anche degli archivi.
Se infine negli archivi, come scrive sempre l'A. alla voce VERO, "non si va a cercare una verità assoluta ma interpretazioni del tempo trascorso e lampi di futuro. Il vero è un miraggio documentario", ma allora le  élite e le masse fanno 2+2=4 e sostengono non c'è bisogno neppure degli archivi, né di spendere soldi per conservarli. Ma se gli archivi scompariranno non daranno più lavoro (voce assente, come libera professione, in un dizionario che pure contempla alcune righe dedicate a NUDO) agli archivisti. E allora verrebbe da chiedere: perché mai formare archivisti?
Concludo sostenendo che negli archivi una qualche verità assoluta, contrariamente a quanto sostenuto dall'A., spesso si può trovare. Lo sanno bene diverse centinaia di persone che da alcuni mesi si sono messe a cercare anche negli archivi comunali, attraverso i tribunali di competenza, i propri genitori biologici. Infatti se tra le serie archivistiche dell'ex OMNI e degli Ospedali usciranno fuori annotazioni e date significative, non sarà impossibile scoprire chi è stata la propria madre naturale e forse da lei risalire perfino al proprio padre naturale. E se i genitori sono vivi (e potrebbero esserlo) fargli una telefonata, andarli ad incontrare, creare con loro una famiglia allargata. E se questa non è una verità assoluta che cos'è?
Insomma davvero un testo "atipico" che per contrasto stimola tante riflessioni. Che sia questo il vero fine del testo o sia solo un prodotto dell'eterogenesi dei fini?



giovedì 28 giugno 2018

Il paese è cambiato. L'alleanza tra nazionalisti e "miracolati" è il risultato del mutamento.

Le elezioni politiche del 4 marzo ci hanno detto che il paese è cambiato e continua a cambiare, e perfino in modi diversi a seconda della aree del paese.
Al Nord cresce una società che fronteggia la globalizzazione, produce per i mercati del mondo, compete e vuole stare in Europa, ma recuperando una maggiore sovranità ovvero una maggiore autonomia nazionale. L'Europa, almeno per i nordisti, è ancora utile, ma non è più un mito, né un sogno. Al Nord si punta ad assumere un maggiore protagonismo "nazionale" per dare meno risorse all'Europa e ottenere più benefici da Bruxelles (in soldi, in flessibilità, in aiuti alla politica migratoria, ecc.). Naturalmente questo sacro egoismo nazionale è perseguito da tutti i 26 paesi dell'UE e quindi, come è lapalissiano, è molto difficile da realizzare (se tutti vogliono versare meno soldi nelle casse dell'Europa e allo stesso tempo prelevarne di più, sarà difficile che ce la si cavi senza far crescere il livello del debito europeo che andrà a sommarsi ai debiti nazionali).
Al Sud ha contestualmente preso forza il movimento dei "miracolati" ovvero di chi pensa e soprattutto spera che lo Stato "tardonazionalista" riapra i cordoni della borsa, distribuisca pensioni e lavoro o, ancora meglio, assegni "paghette" a tutti senza pretendere in cambio neppure del lavoro. Ovviamente in un paese che cresce poco (perché edilizia e meccanica sono ferme da oltre un decennio e lì resteranno) distribuire più pensioni e paghette implica spingere in alto il livello del debito nazionale scaricando sulle giovani generazioni un ulteriore fardello. Così a fermarci su questa strada "debitosa" non è solo l'Europa, ma anche i mercati che dovrebbero prestarci i soldi e che per farlo ci chiedono più interessi (ovvero più spread e più soldi). Insomma anche i mercati ci sconsigliano di fare altre debiti.
Per queste ragioni nazionalisti e miracolati odiano l'Europa e i mercati, odiano le vecchie caste politiche (che tenevano e tengono conto dei vincoli europei e dei mercati), trovano antipatici i migranti (che per loro sono solo portatori di crimini e di insicurezza sociale) e non possono soffrire il PD. Quest'ultima forza politica agli occhi di nazionalisti e miracolati incarnava un dialogo aperto con l'Europa, l'accettazione dei limiti alla sovranità nazionale e soprattutto una politica di accoglienza, che non solo non criminalizzava i migranti, ma punta(va) ad una Italia sempre più integrata e multiculturale.
Ora la frana elettorale del PD anche nell'Italia di mezzo (Toscana, Umbria, Marche, Emilia e Lazio) ci dice non tanto (come sostenevano Bersani e D'Alema) che il PD è troppo poco di sinistra quanto che le idee nazionaliste, xenofobe e miracolistiche hanno fatto breccia anche tra le ex genti "rosse", duramente scosse dai cambiamenti, dalla redistribuzione delle attività e delle risorse economiche.  Egoismo nazionalista, sentimenti xenofobi e attese messianiche sono dunque penetrati come virus anche tra gli ex elettori del PD e i frequentatori delle feste dell'Unità e soprattutto tra i ceti più popolari, invogliandoli a premiare la Lega e i 5 Stelle e a consegnare a Salvini & Di Maio il governo centrale e moltissime amministrazioni locali.
Così da un mesetto a questa parte nazionalisti e miracolati, ridimensionata la vecchia casta politica, sono entrati nelle stanze dei bottoni (Parlamento e Governo) e in quelle dei bottoncini (gli enti locali, per intenderci).
Ora vedremo cosa faranno.
Per quanto mi riguarda spero che rispettino almeno il primo precetto di ogni buon medico: primo non nuocere al paziente, che saremmo tutti noi.
Non credendo né alle ricette nazionaliste né al miracolismo, mi auguro infatti che i nuovi potenti non ci facciano danni. E se non ce ne facessero, sarebbe quasi un piccolo miracolo.



domenica 20 maggio 2018

Berlusconi riabilitato
Leggo diversi commenti in questi giorni sulla riabilitazione di Berlusconi. Sembra che l'ex condannato ed espulso dal parlamento sia ex lege oltre che riabilitato diventato un agnellino. Di più. Un innocente perseguitato.
E allora per un attimo penso a cosa potrebbe pensare di questo Berlusconi riabilitato e innocente il padre di una giovane soubrette che fosse in questi giorni invitata a cena, ovviamente da sola, ad Arcore, testa a testa col riabilitato B. per un colloquio di lavoro. Ovviamente.  O cosa rimuginerebbe nella testa e nel cuore il marito o il compagno di vita di una giovane cantante sempre invitata ad Arcore per un colloquio di lavoro sempre dal riabilitato B. Certo B. è stato riabilitato, può essere rieletto in parlamento, forse ci tornerà, ma mi piacerebbe guardarlo negli occhi quell'italiano che manderebbe ad Arcore tutto giulivo una sua figlia o una sua giovane moglie o anche una sua compagna di vita, con invito a cena, ovviamente per un colloquio di lavoro. Per lavoro, si capisce bene. Col riabilitato.

venerdì 18 maggio 2018

Perché essere felice quando puoi essere normale / Jeanette Winterson, Mondadori, 2012, pp.206

Di solito sono i bibliotecari a consigliare libri ai ragazzi e ai loro prof. Ma questo libro e la sua straordinaria autrice mi sono stati suggeriti invece da una studentessa del Liceo Montale che l'aveva scoperto per caso (?), in un progetto di promozione della lettura che l'ha portata con la sua classe in libreria a scegliere un libro da leggere, e poi l'ha letto, lo ha fatto suo e lo ha esposto in un incontro pubblico con tanto entusiasmo e trasporto, che mi sono sentito obbligato a prendere un appunto, a cercare il libro e a leggerlo a mia volta.
E devo dire che l'impressione di forza e coinvolgimento che mi aveva lasciato il passa parola delle studentessa, si è trasformato nello stupore della lettura e nella scoperta di una matura scrittrice inglese (nel 2012 la Winterson aveva 53 anni) che ci racconta una biografia dolorosa, folle, intensa e vibrante. Abbandonata a poche settimanale dalla nascita, l'Autrice viene adottata da una coppia che professa una religione molto rigorosa e dietro cui si nascondono un uomo ed una donna con una molteplicità di problemi relazionali  piuttosto elevati, oltre un discreto livello di follia e di delirio, stando almeno alla testimonianza dell'A.. La povertà materiale si mescola così ad una incredibile ma realistica stramberia mentale dei genitori adottivi che produce qualcosa che va oltre l'anaffettività e che sembra sconfinare in una forma di stupidità comportamentale grave.
La bambina, a cui la madre adottiva dice di essere una scelta sbagliata ("il diavolo ci ha guidato verso la culla sbagliata"), cresce, accudita da una nevrotica, paranoica, con la fissa dei diavoli, delle voci, delle preghiere, delle citazioni della bibbia, il tutto condito da un insano rapporto (o meglio "non rapporto") di coppia.
Ma la piccola Jaenette si aggrappa ad una disperata voglia di vivere e alla storie e i proverbi, spesso pescati dalla Bibbia, che, masticati e vissuti tra assurdità e comportamenti borderline, riempiono il suo immaginario. La bambina scopre presto il piacere della lettura e, essendo alla periferia di Manchester, si imbatte in una biblioteca pubblica (e lì decide di leggere tutti gli autori della narrativa inglese dalla A alla Z). E per quanto il suo carattere, forgiato dal sentirsi, e ben a ragione, una figlia indesiderata e per niente amata, sia difficile, aspro e duro, riesce a salvarsi o almeno a sopravvive all'inverno antropologico in cui è stata scaraventata attraverso la lettura e la scrittura.
Tra che c'è, Jeanette scopre anche la sua omosessualità (forse come la madre adottiva?) e a praticarla e questo ovviamente contribuisce a complicare il suo doloroso vissuto familiare, ma allo stesso tempo ad ancorarlo ad alcune certezze, così da ricavarne forza e capacità di resistenza. La diversità è un altro fattore che la salva. O almeno l'aiuta e le fornisce un senso e una strategia per sopravvivere.
Inteso il rapporto con la biblioteca civica del sobborgo di Manchester che la ragazzina scopre e frequenta fino da piccola. Efficaci le pennellate che dedica alla scuola pubblica che frequenta negli anni '60 e '70 fino alla conquista della borsa di studio per Oxford. Colorato e vivido è tutto il periodo di costruzione di sè fino a quando riesce a scrivere il suo primo romanzo autobiografico, a pubblicarlo, ecc. ecc.
Ma questo duro e inquietante romanzo autobiografico va oltre il piacere della lettura e della scrittura che salva la (e dà un senso alla) vita. Il racconto si spinge a descrivere la via che porta l'A. a rintracciare la madre naturale, a scoprire di avere sorelle e fratelli, a ricostruire la storia della madre naturale e a tentare di costruire una relazione con lei.
Lo definirei un libro dolcemente e ferocemente amaro, quello che l'A. ci consegna senza nascondersi. Senza nasconderci i suoi difetti, oltre a quelli delle persone e del mondo in cui la sua storia si è forgiata e scorre. Con una forza e una intensità emotiva davvero straordinaria. Pensandosi come individuo, certo, ma dentro un ambiente agito da forze collettive, dentro una classe sociale, in uno stato "civile" ed evoluto come è l'Inghilterra del secondo dopoguerra. Se non suonasse troppo retorico, mi augurerei che il libro avesse davvero molti lettori, perché le cose che dice e il modo come le dice stimolano ad una riflessione inconsueta e aiutano a riflettere sulla costruzione di sé e sul senso del mondo.
Ancora su "Frazioni e Sezioni. Ricordi di scuola e di politica" / di Angelo Frosini, La conchiglia di Santiago (editore), 2018, pp.167, 15€

Ho partecipato a due presentazioni del libro di racconti di Angelo Frosini che il prof di matematica ed ex sindaco di San Miniato ha dedicato alla sua lunga militanza scolastica e politica. La prima iniziata in Sardegna alla fine degli anni '70 si concluderà al Liceo Marconi il 1/9/2018. La seconda, quella politica, che lo ha visto segretario del PCI, PDS, DS di San Miniato e poi sindaco DS e poi PD dal 1999 al 2009, è culminata, temporaneamente, nell'abbandono del PD nel 2017 per approdare a soggetti politici e a schieramenti organizzativi più consoni alla formazione e ai sentimenti egualitari e di sinistra da sempre sostenuti da Angelo Frosini.
Il libro racconta, attraverso 53 racconti, alcuni brevissimi e fulminanti, altri più distesi e allungati, questa doppia vita di professore e di persona impegnata in politica che per dieci anni interrompe l'insegnamento scolastico per amministrare il proprio comune e gestire le relazioni politiche sul territorio.
La scuola che ci restituisce Frosini è quella della relazioni umane. Quella che tratteggia le figure dei presidi e degli allievi, i colleghi e le interazioni che si creano nei passaggi macchina e nelle convivenze lontano da casa. La puntualità nell'arrivare in classe la mattina e nello spostarsi fulmineamente da una classe all'altra al cambio ora. La quasi maniacale puntualità nel correggere i compiti e riportarli in classe pochi giorni dopo la loro compilazione.
Ma nello snocciolare questa storia apparentemente minore della scuola, l'A. tira fuori personaggi e chiama in ballo individui di diverse carature e consistenza: dall'allenatore (e tanti anni fa insegnante di ginnastica) Renzo Ulivieri al cugino di Giancarlo Antonioni, dal suo inesistente "gemello" (che gli serve per prendere in giro alcuni suoi allievi) al dirigente scolastico con cui litiga, urla e poi si riappacifica, su su fino a disegnare, in maniera realistica (nulla del testo dichiara l'A. è inventato) una squadra di colleghi con cui, per periodi brevi o lunghi, ha condiviso la vita scolastica scolastica spicciola.
In parallelo corrono la politica e gli incontri e le battute con D'Alema (sulle tazzine di caffè da non consumare dopo le 15), con Bersani (sui cantuccini di Federigo), con Veltroni (di cui l'A. finse di essere, per un giorno, l'uomo della scorta), con Matteo Renzi (multato dai vigili di San Miniato sulla FIPILI) e con tanti altri. E ancora: tra i racconti spicca quello della partecipazione dell'A. ai funerali di Berlinguer nel 1984, insieme a quello dove ricorda il lavoro di volontario svolto alla festa nazionale del PCI a Tirrenia e le tante feste dell'Unità organizzate e vissute come militante a San Miniato.
Mirabile il raccontino dedicato ad un Andrea Camilleri che lo stesso Frosini iscrive tra gli scrutatori del Partito a San Miniato per consentirgli di votare al referendum contro l'abuso delle pubblicità in TV.
Impossibile citare tutte le chicche che contiene il volume. Tra queste però la storia de "La fila più corta" che porterà l'A. ad iscriversi a matematica dopo aver pensato di fare giurisprudenza e magari entrare nel pool di Mani Pulite emerge per forza emblematica.
La penna di Frosini è lieve, delicata, ironica ed autoironica. La scrittura è scarna, essenziale, coerente, sincera. Onesta. Descrive un mondo ed una storia lunga quarant'anni, quasi sempre col sorriso sulle labbra. Dovendola collocare, dire che sta nel novero del "bozzettismo" toscano, ma con molti livelli di profondità e di letture. E a tratti sa andare oltre.
Bene ha fatto l'editore Andrea Mancini, una volta ricevuti i primi racconti, ad incoraggiare e sostenere le stampa di un opera che, nata forse come omaggio e regalo ai colleghi insegnanti e ai compagni di viaggio, si è rivelata ed è molto, molto, di più di una testimonianza.

sabato 5 maggio 2018

Caro Presidente della Repubblica,
dopo le elezioni lei ha solo il compito di trovare l'uomo giusto che costruisca un buon governo e che ottenga la fiducia delle due Camere.
Per questo dopo il primo giro di consultazioni avrebbe dovuto dare mandato all'uomo che le sembrava piu capace di provare a formare un governo e inviarlo a cercare la fiducia del Parlamento, promuovendo un chiaro dibattito politico a Montecitorio e poi al Senato. In quelle sedi tutti i gruppi parlamentari si sarebbero espressi e poi avrebbero votato. Col 51% dei parlamentari favorevoli sarebbe nato il governo. Con un voto meno no.  Se il primo candidato e il primo governo non ce l'avesse fatta, poteva provare con un secondo e con un terzo, chiedendo eventualmente di variare le combinazioni.
Anche in ambito scientifico si procede per prove e tentativi.
Questo percorso è più rispettoso sia del dettato della Costituzione che del fatto che siamo una repubblica parlamentare bicamerale. Per conseguenza il dibattito politico dovrebbe svolgersi prevalentemente in Parlamento, alla luce del sole, e non negli studi televisivi, nelle sedi di partito o sui cellulari. Ma perché questo accada occorre che tutti facciano con precisione la loro parte, definita per altro con chiarezza dalla Costituzione.
Gli italiani, votando, hanno scelto i loro rappresentanti. Ora lei dovrebbe individuare quello che le sembra il candidato migliore, dargli un incarico pieno, valutare le sue proposte di ministri e consentirgli di andare davanti alle Camere.
Il resto è un problema del Parlamento.
Se dopo diversi tentativi il Parlamento non trovasse la soluzione, il problema tornerebbe nelle sue mani. Ma prima faccia misurare qualche candidato con le Aule parlamentari.
Con stima e simpatia
Roberto Cerri