domenica 21 giugno 2020

Ricordando Rigoletto Biasci

Ricordando Rigoletto Biasci
In Italia c'è stata una generazione di uomini speciali che miracolosamente si è fatta largo tra le macerie della seconda guerra mondiale e che, lavorando sodo, animata da una fortissima passione civile e politica, ha saputo far rinascere il nostro Paese. Città per città. Ecco per me Rigoletto Biasci è soprattutto un uomo di quella generazione che si è rimboccata le maniche e ha ritirato su tutto, compreso quelle relazioni sociali che la guerra civile e vent'anni di fascismo avevano lacerato.
L'ho conosciuto più o meno mezzo secolo fa, lui comunista, dirigente coop, amministratore comunale, animatore delle feste dell'Unità, consigliere di amministratori, formatore di giovani quadri e molto altro. Di sicuro fedele al partito. Il PCI. Che rappresentava la sua parrocchia, la sua seconda casa, la sua famiglia allargata. Me lo immagino sempre presente a tutte le riunioni del partito. E attivo anche dietro le quinte. Bravo a tenere la parola nei capannelli dei compagni e nelle assemblee pubbliche. Bravo a farsi intendere. Ma con la voglia di capire anche gli altri. Di ascoltarli. Di trarre spunti e suggerimenti da tutti. Per poi prendere le sue decisioni, perché il carattere e la determinazione non gli mancavano. Un uomo che leggeva e che in gran parte si era costruito da sè, ma sempre dentro la grande famiglia delle politica. Confrontandosi, a Pontedera, con altri uomini come Manlio Citi, Renzo Remorini, Angiolino Diomelli, Luciano Lusvardi, Luciano Boschi, Enzo Paroli, Ivo Ferrucci, Milvano Ribecai, Mario Marianelli, Mauro Pistolesi e altri ancora che in questo momento mi sfuggono.
Come tutti quelli della sua generazione, soffrì abbastanza per l'evoluzione del PCI e per la sostanziale fine del comunismo italiano, in cui quegli uomini (e quelle donne) avevano creduto con l'intensità di una fede religiosa, seppure laica e per molti di sicuro atea. Ma, da quello che mi ha raccontato, perchè a Rigoletto piaceva molto anche raccontarsi, credo che in fondo considerasse Pds, DS e alla fine il PD un po' come l'evoluzione, più o meno lineare, del vecchio partito togliattiano e amendoliano.
Quanto credesse davvero nella positività di questa evoluzione però non saprei dirlo con certezza. Di sicuro a lui faceva bene pensarla così e questo gli dava la spinta per continuare ad occuparsi di politica, alimentando una innata curiosità ed una voglia di esserci e di partecipare che non gli è mai venuta meno. Una curiosità che gli faceva comprendere i cambiamenti dei tempi e il superamento di certe posizioni e atteggiamenti. Una curiosità che lo spingeva ad incontrare giovani a cui cercava di trasmettere la propria saggezza.
In sostanza Rigoletto, per come lo ricordo io, non si era trasformato nemmeno a ottant'anni in un anziano nostalgico che rimpiangeva il bel tempo andato. Semmai, da seguace del pensiero marxista, continuava a leggere l'evoluzione della realtà sociale e politica con categorie che gli tornavano utili almeno per capire e per adattarsi al presente. Che poi il presente gli piacesse parecchio, questo non mi sentirei di dirlo. Ma che ci volesse stare ancora in mezzo per dire la sua e farla conoscere agli altri, inclusi i suoi compagni (o come diavolo ora li definiva), questo sì. Fino alla fine.
E lo dico perchè ricordo le telefonate che mi faceva per sapere cosa pensavo di questa o di quella situazione, telefonate che accompagnava immancabilmente da rimproveri sul fatto che non lo andavo mai a trovare per ragionare con calma dell'evoluzione del mondo, del nostro Paese e della nostra città.
Confesso che provo un po' di invidia per la sua generazione e per gli uomini come Rigoletto. Per la loro forza, il loro coraggio, la determinazione e la naturalezza con cui hanno vissuto la loro vita e, tra che c'erano, ricostruito la Nazione, regalandoci l'unico grande boom economico di cui ancora come italiani ci vantiamo.
Sì, se c'è una bella vita, lunga e tutto sommato costruttiva, fatta di lavoro, impegno, relazioni e passione, mi pare che a loro sia toccata. Che Rigoletto l'abbia vissuta. Cosa ci può essere di meglio?





sabato 20 giugno 2020

Biblioteche: bene comune. Una consapevolezza che deve crescere



Nella tradizione italiana le biblioteche non sono percepite come un bene comune, come una risorsa importante per la collettività. O almeno un sentimento del genere è assai poco diffuso tra la popolazione e spesso anche tra gli amministratori. Ovviamente c'è una ragione. Nazione di gente pocoleggente, non riusciamo a concepire che una biblioteca abbia un alto valore, paragonabile a quello di una scuola e forse anche di più, perchè la scuola è riservata solo ai ragazzi e ai giovani, mentre la biblioteca è un luogo di formazione permanente, accessibile a tutti, potenzialmente aperto 365 giorni all'anno, adatto a qualunque età, dove si può entrare per qualsiasi ragione, cittadini italiani o immigrati senza cittadinanza, un luogo dove non si pratica alcuna discriminazione, dove si è certi di essere accolti e di trovare un'offerta culturale ampia, variegata, libera, gratuita.
Per queste e altre ragioni una biblioteca ben costruita e gestita da bibliotecari di buona volontà è anche un primo presidio universale che può mettere al riparo dalle false informazioni e può dare le dritte giuste per affrontare i propri problemi e persino intrattenere con intelligenza e gusto.
La crisi sanitaria del Covid ha prima chiuso e ora solo faticosamente e parzialmente riaperto le biblioteche, ma, temo, ci vorrà ancora un po' di tempo per tornare alla normalità e soprattutto ci saranno da superare alcuni impatti negativi che il distanziamento sociale, imposto dal Covid, ha generato. Anche nella mente e nei comportamenti delle persone.
Nella inquieta comunità dei bibliotecari (sempre pronta a interrogarsi sul futuro della propria professione) è partita in queste settimane una riflessione sui cambiamenti che la pandemia potrebbe imporre alle biblioteche. Personalmente trovo che questa discussione, tutta schiacciata sull'emergenza e sugli ipotetici impatti del virus, poco interessante. Tuttavia in ogni discussione pubblica c’è sempre qualcosa di buono. A cominciare da un approfondimento sul perché delle riduzioni drammatiche dei servizi bibliotecari, che in alcune zone del Paese sono stati trascinati indietro di anni e si sono avvitati in un trend negativo che non sarà facile arginare e riportare al segno positivo.
Consapevole di questa complessità e dei molti elementi oggettivamente negativi che caratterizzano questi mesi, vorrei concentrarmi sul problema del distanziamento, rispetto al quale credo che dovremo agire con particolare attenzione, perché le biblioteche sono sostanzialmente due cose: (1) più o meno grandi depositi di documenti e (2) relazioni sociali.
Rispetto al punto (1), intense campagne di digitalizzazione dei vecchi volumi cartacei e massicci acquisti di nuovi testi in digitale, accompagnati da software di ricerca sempre più sofisticati e potenti, potrebbero rendere, in un lasso di tempo ragionevole, del tutto obsolete le biblioteche magazzino come le conosciamo oggi. Se il governo italiano utilizzerà un po' di risorse per l'ammodernamento delle infrastrutture che l'Europa pare ci darà per destinarle anche alle biblioteche, beh, credo che anche le Italian Libraries potranno procedere a passi svelti sulla via del Digitale. Ma, se conosco abbastanza i galletti che abitano nei palazzi romani che contano (di Sinistra, di Centro e di Destra) dubito che investiranno risorse importanti nella digitalizzazione delle Italian Libraries. Se poi accadrà, ne sarò felice. Comunque vada, con o senza finanziamenti straordinari europei, nei prossimi 50 anni sicuramente la funzione (1) è destinata ad essere superata dalla digitalizzazione del sapere che, con grande probabilità, costituirà il futuro di questo settore.
Tuttavia una biblioteca (piccola o grande che sia) non è solo un deposito di libri, è anche (2) un luogo di accoglienza e risposte, abbinato ad un complesso intreccio di relazioni sociali e culturali. E' un insieme di documentazione locale, di relazioni tra operatori culturali di un territorio, un intreccio tra editori (anche locali), autori (anche locali), librerie (in franchising, locali e autonome), scuole, insegnanti, biblioteche private, cartolibrerie, collezionisti, donatori, fondi speciali, personalità e istituzioni culturali, memorie locali, archivi privati e di enti pubblici e chi più ne ha, più ne metta. Tutto questo variegato reticolo di soggetti che si ricollegano a quella che oggi, con definizione da economia industriale, viene chiamata filiera del libro sta poi in relazione con i fruitori finali dei libri e della documentazione, ovvero i ricercatori, i lettori, le associazioni culturali, gli operatori culturali e le persone comuni, a partire dai bambini e dai loro parenti. Come se non bastasse,  tutto questo insieme entra in un cerchio ancora più allargato e si pone in relazione con musei, scuole, attività produttive di un territorio, secondo logiche complesse, che qui non è possibile approfondire
Di questo insieme di cultura pulsante la biblioteca è parte attiva. Anzi, più i bibliotecari sono sensibili e innervati in questo sistema di relazioni allargate, più la biblioteca è un luogo vivo, dinamico, appassionante, produttivo, accogliente. E' insomma un bene comune. Uno dei luoghi dove avvengono gli scambi culturali, dove le persone si confrontano rispetto alle loro idee, dove si contagiano e si passano informazioni, competenze, sogni, credenze e mille altri elementi culturali.
Ora se la prima funzione (quella del deposito librario) è destinata pian piano a scomparire, le alchimie relazionali e di accoglienza che la biblioteca è in grado di attivare rappresentano esattamente l'evoluzione biologica che a mio avviso dovrebbe consentire alle biblioteche di sopravvivere in un tempo medio, l'unico sul quale possiamo ragionevolmente fare previsioni.
Ma una biblioteca relazionale richiede personale di buona qualità e fortemente motivato, in grado di dialogare bene coi propri vertici amministrativi, coi propri partner relazionali e con il pubblico. Formula facile a dirsi, ma che presuppone equilibri e sensibilità estremamente difficili da realizzare e soprattutto mantenere nel tempo. Questo perché la corretta manutenzione di relazioni trasversali non dipende solo dai bibliotecari, ma da tutti i protagonisti della filiera (amministrazione e pubblico compresi) e dalle criticità che i tempi propongono.
Non a caso, di fronte all'avanzata del Covid19, le risposte che i bibliotecari hanno dato sono state la digitalizzazione e la comunicazione via social. Mentre sul fronte relazionale le attività degli operatori sono apparse di poco peso e il supporto che i bibliotecari hanno saputo offrire alla filiera del libro e a quel segmento ampio e importante che è la scuola, è parso, almeno per quello che sono riuscito a capire, modesto. Certo la situazione si è presentata difficile ed imprevedibile. Molti bibliotecari sono stati messi in ferie o in una condizione di smartworking poco orientata al dialogo coi lettori e con la filiera del libro. Il distanziamento fisico è stato raggiunto e su questo si è innescato anche il distanziamento relazionale. Con le dovute accezioni per fortuna.
Ora però è il momento di fare punto e ripartire. E' il momento, pur mantenendo una forte attenzione alla gestione della sicurezza, di affrontare il nodo vero di questa nuova fase che per i bibliotecari (come per il resto dei cittadini e della attività) è la gestione della riduzione del distanziamento sociale e la ripresa delle relazioni.
Perchè se le biblioteche, i musei, i teatri, i cinema devono tornare a fare il loro mestiere non possono che tornare ad essere luoghi di "relazione" e  di attività in sede.
Le energie dovranno essere investite in questa direzione se vogliamo costruire il miglior futuro possibile per le nostre istituzioni e per i nostri lettori.
Tutto ciò avrà un costo: umano e finanziario. Più il conto ci spaventerà, più, come sta accadendo in diverse parti anche della Toscana, la ripartenza relazionale delle biblioteche sarà lenta e incerta.
Il futuro, come sempre, dipende anche da noi e dalle nostre scelte.

mercoledì 17 giugno 2020

Elogio delle biblioteche livornesi riaperte ai lettori


Zitte zitte, da quasi un mese, le biblioteche civiche labroniche, hanno riaperto le loro sale e i loro spazi non solo al prestito librario, ma anche alla consultazione in sede. Già dal 18 maggio sono state infatti riaperte la Biblioteca comunale dei Bottini dell'Olio (con circa 40 utenti riammessi a studiare nelle sale) e quella di Villa Fabbricotti (con una trentina di utenti), e poco dopo, a inizio giugno, la Biblioteca Stenone e quella di Villa Maria (con un numero di utenti inferiori ma solo perchè le strutture sono più piccole). A breve, stando a quanto ci hanno detto, riapriranno alla consultazione anche la sezione ragazzi di Villa Fabbricotti e l'Emeroteca. Un exploit che in Toscana non ha uguali e di cui i livornesi, stranamente, non si sono vantati.
La notizia del primato livornese è sfuggita persino al "Vernacoliere" che se l'avesse saputo avrebbe di sicuro lanciato la candidatura di Livorno a città della lettura su scala planetaria e chissà che titoli ironici avrebbe fatto sulle biblioteche pisane e fiorentine, immobili come valige smarrite alla stazione.
Già perchè se si paragonano le riaperture livornesi con le porte sprangate delle biblioteche civiche di Pisa (la SMS è aperta con orari ridottissimi e solo per le restituzioni, mentre la Blog è ancora chiusa e non si sa se e quando riaprirà anche solo al prestito) o anche con la situazione delle biblioteche fiorentine, dove decine di bibliotecari chiedono di poter tornare al lavoro, mentre Nardella nicchia, beh Livorno sembra davvero la capitale toscana della lettura. Anzi, bibliotecariamente parlando, lo è diventata dal 18 maggio e senza rivali di sorta. Per ora.
Certo tutto ciò non è a caso, perchè in questa città multietnica e multiculturale la passione per i libri ha radici profonde. Eppure io credo che in questa specifica circostanza non sia stato tanto l'amore e la passione per i libri a fare la differenza. A mio avviso ha pesato di più l'attenzione e la volontà politica di "restituire una casa comune a chi studia". Parole sante, pronunciate dall'assessore alla cultura Simone Lenzi.
Già, credo proprio che a determinare questa ripartenza scattante e pur tuttavia attenta alla sicurezza sanitaria, sia stato il ruolo svolto dall'Amministrazione comunale e da un assessore alla cultura come Simone Lenzi, cantautore e frontman del gruppo Virginiana Miller, e poi scrittore di testi come "Sul Lungomai di Livorno" e "La generazione", da cui è stato tratto un film per la regia di Paolo Virzì. Un assessore che con la cultura ci vive e di cui avverte l'estrema importanza per tutta la città.
Perciò anche se io sono un pisano del contado, da appassionato di libri e biblioteche, da sostenitore dei diritti dei  lettori e dei giovani bibliotecari, ringrazio l'assessore Lenzi e il comune di Livorno per avermi indicato un percorso, approvando, per tempo, un protocollo della sicurezza per ogni sede, condividendolo con le cooperative che gestiscono gli spazi, rispettando la normativa vigente, ma soprattutto riaprendo le sale alla consultazione e al pubblico.
Perché ha ragione Simone Lenzi: le biblioteche sono beni comuni, come le scuole, gli ospedali, i musei e i teatri. E questi beni comuni vanno riaperti agli operatori e al pubblico. E il coraggioso e antesignano esempio delle biblioteche labroniche ci dice che se si vuole, si può fare.

lunedì 15 giugno 2020

La forza di amare / di Martin Luther King

In questa primavera di letture disparate e probabilmente senza un vero filo conduttore (cosa che non mi era mai successa negli ultimi anni), mi è capitato tra le mani un libro di omelie e sermoni di M.L. King, intitolato "La forza di amare", uscito in Italia nel 1967 ed è disponibile in quasi tutte le biblioteche della Rete Bibliolandia.
Confesso che di King non avevo mai letto niente, a parte un breve ma efficace volumetto stampato da Giuseppe Cecconi, per Giovane Africa Edizioni, intitolato "Chi è il mio prossimo?", che ho poi scoperto essere uno dei sermoni contenuti nel volume del 1967 citato sopra.
Ovviamente so più o meno chi è stato ML King, so qualcosa delle sue lotte contro il razzismo e la segregazione. Ho visto film su di lui, ma non mi ero mai avvicinato alla sua oratoria, nè ai suoi testi.

Ora per quanto io sia un non credente (o uno che ha perso la fede in Dio poco più che ragazzo), devo dire che nel testo di King, pieno zeppo di saggezza e buon senso, ho avvertito con forza il fascino della parola del Reverendo assassinato ad Atlanta nel 1968 e percepito il carisma che King ha sicuramente esercitato sulle masse popolari nere (e non solo nere) dell'America e del mondo.
Aggiungo però che per apprezzare le parole, le idee e gli obiettivi sociali e politici di King non c'è bisogno di essere credenti e l'idea che si possa amare il nostro prossimo come noi stessi non ha bisogno di un suggello o di una punizione divina.
Comportarci con gli altri, con tutti gli altri, da qualunque regione del mondo essi arrivino, esattamente come vorremmo che gli altri facessero con noi, è sì un precetto biblico, ma è un sentimento che ha una profonda radice nell'animo umano, in quell'insieme biochimico ed elettrico che definiamo suggestivamente con la parola anima e che anche se non esiste fisicamente di sicuro è conficcata nella nostra fantasia e tanto basta per renderla vera, possederla e ascoltarne la voce potente dentro di noi.
Molti libri invecchiano. E' il loro destino. Altri fanno come il buon vino: tengono il tempo o addirittura migliorano col passare degli anni. Questo di King appartiene ai testi che non hanno certo paura del tempo. Scritto da un uomo non ancora quarantenne, ma con importanti esperienze di vita e profonde riflessioni sulle spalle, ci regala suggerimenti sulla morale, sulla storia, sul comunismo, sulla paura, sulla non-violenza, sul conformismo, sul sogno americano, sulla guerra e su molto altro.
Ora non so come mi sarebbe apparso "La forza di amare di King" nel 1968 o nel 1969, dico se lo avessi letto allora. Se un professore del ginnasio me lo avesse consigliato magari alla fine del primo anno delle superiori. Non lo so. In quel periodo ero ancora un credente. Magari le parole di King mi avrebbero colpito e mantenuto ancorato alla spiritualità religiosa. La lettera di San Paolo ai cittadini americani (una bella trovata "letteraria" sul modello delle interviste impossibili di Umberto Eco) forse mi avrebbe affascinato, insieme all'idea che le persone forti debbono avere nel proprio carattere anche elementi contrastanti. Non posso dire se una lettura così avrebbe cambiato l'evoluzione delle mie credenze sociali e politiche. Tuttavia se fossi un insegnante di scuola superiore un testo così lo consiglierei ancora oggi. Magari ai più turbolenti e passionali dei miei studenti. Magari a quelli più aggressivi o a quelli portati ad un certo snobismo intellettuale. E lo farei perché le omelie e i sermoni di King non solo sono ancora tragicamente attuali, come dimostra la morte di George Floyd o di Idy Diene, ma perché sono un testo chiaro, semplice e ben costruito contro i sentimenti razzisti e segregazionisti che abitano come virus perversi nei nostri cervelli.
Ma il libro, che è ricco di contenuti, di esempi e di "parabole", vale la lettura perché le parole pronunciate e poi scritte da questo profeta disarmato, vissuto e assassinato in una società allora come oggi troppo violenta e troppo armata, non nascondono le fragilità, le incertezze, le contraddizioni e le paure del loro autore. E suggeriscono tanti pensieri e molte riflessioni, anche difficili da digerire come quando King sostiene che perfino la "generosità può alimentare il nostro ego e la pietà il nostro orgoglio. Senza amore - conclude King- la benevolenza diviene egoismo e il martirio orgoglio spirituale (p.259)".
Messaggio potente e difficile da digerire.
Per questo mi auguro che l'evoluzione dell'umanità faccia invecchiare rapidamente questo libro di King, anche se temo che questa speranza non si realizzerà tanto presto



giovedì 11 giugno 2020

Facciamo tornare al lavoro i bibliotecari e riapriamo le porte ai giovani


La CGIL e il Centro Destra hanno ragione. Non si capisce come abbia fatto un comune di centro sinistra come Pontedera a dare un calcio ad una decina di giovani bibliotecari, negando loro lo smartworking che invece ha consentito ai propri dipendenti di ruolo. Non si capisce neppure perché non riapra con un orario un po' più ampio delle striminzite 30 ore settimanali che sono la metà dello standard della biblioteca Gronchi, provocando così il crollo dei prestiti (-60/70%) e delle presenze (-90%). Non si capisce perché un comune di centro sinistra cerchi di fare cassa sulla pelle di giovani bibliotecari precari. Che senso ha togliere soldi sullo stipendio ai poveri per darlo (forse) ad altri poveri? Non si capisce perché Pontedera non possa approvare un protocollo di sicurezza che riapra i servizi della biblioteca Gronchi (uno spazio da 4300 mq), in maniera più ampia, ammettendo nelle sale, in sicurezza, almeno un certo numero di utenti (50/60), studenti e adulti. Il tutto mentre si riaprono ristoranti, palestre, piscine, teatri, cinema e sale da ballo. Esprimo tutta la mia solidarietà ai miei colleghi bibliotecari delle cooperative e chiedo che vengano fatti tornare al lavoro. Chiedo che i cittadini di centro sinistra, i partiti di sinistra di Pontedera, i sindacati pontederesi si esprimano su questo punto. Sono mortificato per i miei colleghi precari. Per la maniera assurda con cui vengono inutilmente umiliati giovani che lavorano con serietà e passione e la cui flessibilità ha fatto grande la biblioteca Gronchi. Umiliati insieme ad altri, certo, perché molti contratti di servizi in appalto sono stati tagliati, mettendo in cassa integrazione diverse persone. E non lo ha fatto il padrone, la Piaggio, come da tradizione, ma il comune di Pontedera, guidato da una maggioranza di centro sinistra. E' vero i servizi sociali, educativi e culturali costano. E' vero la biblioteca Gronchi, inaugurata nel 2014 dal Presidente della Camera dei Deputati (Laura Boldrini) e visitata nel 2018 dal Presidente della Repubblica (Sergio Mattarella) è una struttura culturale costosa. E' un'istituzione con oltre 100.000 volumi, frequentata lo scorso anno più di 300.000 persone e che ha prestato oltre 60.000 libri. Qui lavorano 12 addetti più diversi operatori della Rete Bibliolandia (trasporti, software, progettazione, acquisto libri, amministrazione). Tutto questo costa. Certo. E' così. Come costano gli ospedali. La scuola. E altri servizi pubblici. Ma la biblioteca di Pontedera è un faro che aiuta la città e i suoi cittadini a crescere, a formarsi e a guardare lontano. Non ci sono più i soldi per tenerla aperta in maniera importante? E i soldi che chiediamo all'Europa e che il governo darà anche ai comuni non ci serviranno per tenerla aperta? I soldi che otterremo dall'Europa non ci serviranno a pagare anche i giovani bibliotecari? Se così non fosse, battiamoci. Ma non teniamo i bibliotecari e gli archivisti in cassa integrazione. Questo sì che sarebbe uno spreco e un'umiliazione. E deprimerebbe l'economia. Chi andrà al mare o in montagna quest'anno se i precari saranno ancora più precari? No, hanno ragione CGIL e centro destra: pensiamo agli studenti, pensiamo ai giovani, restituiamo ai lavoratori della cultura e ai cittadini uno spazio importante. Apriamo di più le biblioteche. A cominciare dalla Gronchi. Abbiamo bisogno di credere nel futuro e non di trasformarci in conservatori e mortificare le giovani generazioni. I lavoratori giovani. Facciamolo in sicurezza. Spendendo con attenzione ed ecologicamente ogni singolo euro. Ma guardiamo avanti. C'è tanto da fare in una biblioteca moderna come la nostra. Per il pubblico e per chi ci lavora.

lunedì 8 giugno 2020

Quando la "Spagnola" ammazzò almeno 100 pontederesi nell'autunno del 1918


E' veramente un peccato che il prof. Morelli non abbia pubblicato la versione integrale del diario del Mons. Pasquinucci perchè forse ci avremmo trovato delle annotazioni molto simili a quelle che abbiamo vissuto in questi mesi di coronavirus, anche se per fortuna molto meno drammatiche.
Morelli infatti calcola che la Spagnola fece un'ottantina di morti a Pontedera nel periodo più drammatico tra ottobre e novembre 1918.
Mancano però i morti di La Rotta e di altre parrocchie del circondario e io penso quindi che la stima reale nel solo autunno del '18 dovette attestarsi attorno ai 100 morti e forse anche qualcosa di più.
Se è vero che in questa primavera il covid19 di Pontederesi ne ha portati via 7, beh, saremmo al 7% rispetto alla virulenza della "Spagnola" che quindi fu ben altra cosa e assai più tragica anche per la nostra piccola comunità (oltre tutto la popolazione di allora era ca. il 50% in meno di quella di oggi).
Però la Fiera di ottobre, tanto per dare un'idea, nel '18 fu sospesa e questo per la Pontedera di allora fu di sicuro un evento memorabile, che dimostra la perfetta comprensione della pericolosità degli assembramenti e le modalità di diffusione del contagio.
E i morti non furono portati in chiesa, almeno dal 23 ottobre in poi.
E la Curia vescovile sospese anche la commemorazione dei defunti in Camposanto tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre
E sempre Pasquinucci racconta che in diverse parti d'Italia i morti furono portati ai cimiteri dai camion militari.
E infine il proposto di Pontedera scrive (per se stesso, certo, ma lo scrive) che non condivideva l'opinione prudenziale della Curia sulla sospensione per la commemorazione dei defunti. Sosteneva infatti che "certe contingenze non dovrebbero influire sull'espansione del culto". E aggiungeva: "Non mi piace quest'arrendevolezza a tante particolarità". Poi mette un punto e annota: "Oggi 3 morti in parrocchia". A fronte della media di un morto al giorno dei mesi precedenti.
Sì, è veramente un peccato (almeno per noi appassionati di storia locale) non avere un'edizione integrale del testo di Pasquinucci.
Grazie comunque alla Tagete edizioni che il libro di Morelli ha stampato. Si intitola (come un film della Wertmuller) "Così si è compiuto il nostro dovere, così si è acquistato onore e gloria alla patria. Il proposto di Pontedera mons. Dante Pasquinucci e la grande guerra: patriottismo cattolico e primi passi di "Conciliazione" / Paolo Morelli, Tagete Edizioni, stampatore Bandecchi & Vivaldi, 2019, p.92, € 10. Le informazioni riportate sopra a pp. 80-81.

domenica 10 maggio 2020

Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma / Guido Formigoni, Il Mulino, 2016 Recensione lunghetta e qualche riflessione

Mi è capitato di leggere nelle scorse settimane, un po' per curiosità ed un po' inseguendo certe idee, una biografia molto accurata, su Aldo Moro, sicuramente uno dei personaggi politici più emblematici della storia dell'Italia del dopoguerra. L'ha scritta pochi anni fa Guido Formigoni, docente di storia contemporanea alla IULM di Milano, esperto di storia delle relazioni internazionali e di storia del movimento cattolico in Italia.
Il libro esamina la biografia intellettuale e politica di Moro fino dai suoi esordi, ma ovviamente risulta particolarmente interessante (e oserei dire, avvincente e perfino intrigante) dal momento in cui Moro entra a far parte dell'Assemblea Costituente nel 1946, fino a ricoprire cariche ministeriali negli anni '50, a diventare segretario della DC nel 1959 e a gestire la complessa fase di transizione dal Centrismo al Centro Sinistra.
Pagine di grande interesse ovviamente sono quelle collegare alle vicende dei governi di Centro-Sinistra presieduti dallo stesso Moro (tra il 1963 e il 1968), con il tentato colpo di stato di cui fu accusato il gen. De Lorenzo e i complicati rapporti con il presidente della Repubblica Antonio Segni.
Molte cose interessanti si leggono poi sui primi anni settanta, fino alla intricata e per certi aspetti ancora da chiarire vicenda che porterà Moro a sostenere la possibilità di una qualche forma di "collaborazione" coi comunisti di Berlinguer e che si concluderà con la tragica vicenda del suo rapimento e della morte avvenuta per mano delle BR.
Il volume che consta di circa 470 pagine (note incluse) si legge bene e il corposo apparato documentario (intelligentemente spostato in coda al testo) non appesantisce affatto la narrazione.
E' indubbiamente un'opera meritoria che illumina, nella misura in cui le fonti documentarie note consentono di farlo, una biografia estremamente sofisticata e ingarbugliata, calata nell'ambito di un insieme di altri protagonisti e relazioni che meriterebbero altrettanta attenzione e studio.
Va detto che alcune parti del libro (a cominciare dalla gestazione dei governi del Centro-Sinistra) descrivono sinteticamente eventi su cui esiste, ormai, una letteratura sterminata e per certi aspetti non sempre concorde.
Questo vale in particolare per la vicenda del rapimento e della morte di Moro, avvenuta nel 1978. Su questa ultima fase drammatica del politico democristiano la letteratura non è più solo sterminata, ma sostanzialmente ingovernabile, visto che il solo padroneggiarla da parte di uno storico professionista immagino richieda anni e anni di studio intenso e approfondito.
Al netto di ciò il volume si pone come un vero testo di riferimento per chi voglia davvero comprendere il personaggio e le principali questioni con cui ebbe a che fare almeno dagli anni anni '60 in poi.
Per quanto mi riguarda ne ricavo tre brevi osservazioni, che non ci sono nel libro e che costituiscono una mia riflessione.
La sconfitta militare della seconda guerra mondiale mise l'Italia in una sorta di "semiprotettorato" americano. Questa condizione, di cui porta la responsabilità l'Italia fascista, non potè essere riscattata dalle forze antifasciste (nemmeno con la firma del Trattato di Pace), ma rimase un elemento che condizionò l'evoluzione politica del paese. L'Italia avrebbe potuto uscirne o col neutralismo o infilandosi sotto il protettorato dell'URSS. Dagli anni '50 in poi avrebbe potuto condividere anche la prospettiva di un "Europeismo politico". Ma sostanzialmente, fino agli anni '80, l'Italia rimase un semiprotettorato americano, che solo la fine del comunismo sovietico e la caduta del Muro di Berlino ridimensionò.
La seconda: l'Italia rimase pesantemente condizionata nel dopoguerra anche dalla presenza del Vaticano e del mondo ecclesiastico. Le organizzazioni cattoliche (quelle note al grande pubblico e quelle più esoteriche, ma non per questo meno influenti) furono un insieme di forze "opache" ma vitali che influenzarono la dinamica socio-politica del Paese e di cui non si poteva non tenere conto. I processi di secolarizzazione e di sviluppo delle libertà individuali hanno reso via via queste forze meno potenti (ma non le hanno mai annullate del tutto) e solo dagli anni '90 in poi sono diventate meno condizionanti.
La terza: al netto di un conservatorismo e di un forte qualunquismo della parte maggioritaria del nostro corpo elettorale  (che si è certo modificato nel tempo, ma senza abbandonare alcune caratteristiche di fondo), le forze politiche della sinistra (repubblicane, socialiste e comuniste) non sono mai riuscite a fare i conti con i primi due elementi (semiprotettorato e questione Vaticana, per semplificare) e a gestire una propria transizione verso quella che potremmo chiamare genericamente "la modernità". E paradossalmente l'indebolimento dei due vincoli sopra richiamati anzichè dare finalmente spazio alla sinistre ne decretò la fine.
L'Italia non più semiprotettata dagli Usa e non più troppo vincolata dalla morale cattolica (e dal ruolo forte del Vaticano e e delle sue organizzazioni) scopriva nei primi anni '90 di non essere più nemmeno repubblicana, socialista e comunista, ma si avviò verso il quasi ventennio berlusconiano, a cui sta facendo seguito una opacità e un pressappochismo politico ancora tutto da decifrare.