Le riviste sono le grandi dimenticate della cultura contemporanea. Peccato. Eppure, ormai quasi tutte in duplice forma (cartacea ed elettronica), sopravvivono, si rinnovano e continuano a produrre buona cultura. Da assorbire con la dovuta lentezza. Ne segnalo una che ha appena festeggiato i suoi 170 anni e continua a proporre articoli di spessore, di argomenti diversificati e di interesse. Metto di seguito due tra le sue ultime copertine, che riportano l'indice dei principali articoli. Si tratta de LA CIVILTÀ CATTOLICA che leggevo in biblioteca, grazie alle scelte del prof. De Martini, già una cinquantina di anni fa e che, lo confesso, non trovo per niente invecchiata. La rivista è disponibile anche sugli scaffali della biblioteca Gronchi e i singoli fascicoli possono essere presi in prestito dai lettori nella stessa modalità dei libri. Gratuitamente. Approfittatene.
sabato 20 febbraio 2021
giovedì 18 febbraio 2021
I neoitaliani postpandemici
Severgnini è un giornalista attento agli usi e i costumi dei suoi compatrioti, ma con una vocazione alla lettura antropologica, mi sembra. Degli antropologi condivide la grande passione per i viaggi e la capacità di guardare con empatia e in profondità le persone che incontra, fotografando la loro anima. E questa mi pare la caratteristica anche della sua ultima fatica editoriale. Titolo "Neoitaliani. Un manifesto [in 50 punti/paragrafi] (Rizzoli, 210p. 17€). Obiettivo dell'opera? Cogliere le mutazioni indotte sugli italiani dalla prima fase della pandemia. Il testo è una specie di instant book, uscito a settembre (troppo presto, forse, per sostenere con sicurezza, come più volte si legge, di "avercela fatta" ed essere usciti dalla pandemia). Aggiungo che il volume non contiene sostanziali novità rispetto ai molteplici libri dedicati da Severgnini agli italiani. Il giornalista del "Corriere della Sera" (ma anche autore televisivo, scrittore, conferenziere e molto altro) si conferma, oltre che colto ed elegante, un profondo conoscitore dei vizi e delle virtù che ci caratterizzano e usa la sua mano leggera sia per graffiarci che per accarezzarci: un vera rarità in un popolo di urlatori di "vaffa".
Alla domanda se la pandemia ci ha cambiato, l'A. risponde un po' sì e un po' no, ma, nella sostanza, a me pare che le sue parole pendano più verso la continuità. Il carattere degli italiani ha una struttura profonda.
Il libro si legge bene, fluisce rapido in capitoli brevi, calibrati sulla capacità di lettura degli italiani, e per lo più dedicati ai pregi e alle abilità de noantri, con minore attenzione ai nostri difettucci, che pure non evita di menzionare (ma senza calcare troppo la mano).
Tra i vari contenuti, sottolineo che il libro tesse in più punti un vero e proprio elogio della poesia e dei poeti (un "classico" in questo paese); dedica un paragrafo alle troppo poche scuole montessoriane (che l'A. invece ha frequentato da piccolo, e si vede); parla della passione nazionale per il "mattone" e per tirar su casa (una passione forse eccessiva in un'epoca di risparmio ecologico, anche di suolo); cita la proverbiale capacità degli italiani di rimboccarsi le maniche e darsi da fare soprattutto dopo le tragedie. Ma i 50 temi/paragrafi sono irriassumibili in una recensione che non voglia scoraggiare i lettori. Perciò mi fermo qui. E mi chiedo: vale la pena di leggerlo "Neoitaliani"? Certo che sì. Per le seguenti buone ragioni. Primo perchè Severgnini guarda gli italiani in profondità, da antropologo, come dicevo all'inizio, ma allo stesso tempo parlando di noi con leggerezza, senza acrimonia e senza la presunzione di redimerci (anche se in un po' di ravvedimento l'A. e il qui presente recensore ci spererebbero). Secondo perchè il suo è lo sguardo di chi ama i propri conterranei e apprezza le loro tante (troppe?, dico io) diversità. Ma da Lumbard (lui è nativo di Crema) guarda al paese con lo spirito di chi vuole darsi da fare per migliorarlo ed è perfino contento di fare la sua parte. Terzo perchè dei nuovi e vecchi italiani non si nasconde certo i difetti, ma non se ne fa schiacciare. Infine la sua retorica benevolente (che inevitabilmente c'è) non è mai sdolcinata, semmai avanza ironica. come quando sostiene che gli italiani sono ammalati di "pigrizia civica" o che sono indulgenti con gli imbroglioni per "autoassoluzione preventiva".
Sì, sono numerose anche le battute che il libro ci regala . Ma forse, più che battute, sono aforismi. Da meditare. Ovviamente non mancano neppure gli elogi a tutti coloro che nella prima fase della pandemia si sono impegnati al massimo e fa capolino perfino il riconoscimento del comportamento assennato tenuto da questa "collezione di 60 milioni di casi unici che si chiama Italia", il cui destino l'A. vede sempre più come "multietnico".
Insomma, Severgnini presenta un florilegio di riflessioni capaci di far ruminare i nostri cervelli. Una lettura da non perdere. Da consigliare ai neoitaliani per età. Intendo dire i giovani. Che però temo ignoreranno questo suggerimento. Mentre è facile prevedere che a leggerlo saranno soprattutto le donne e, tra loro quelle più mature (così ci suggeriscono le proiezioni statistiche sulla lettura in Italia). Ma va bene anche così. I giovani, del resto, sono per necessità più impegnati a cavarsela o a divertirsi che a leggere. E poi è perfino bene che non sappiano esattamente chi sono o cosa sono destinati a diventare. Senza condizionamenti potrebbero migliorarsi ancora di più. Soprattutto i montessoriani.
Ma la frase che più mi ha colpito è il verso di una poesia di Ugo Reale, Homo Ludens, del 1971 che Severgnini colloca all'inizio del volume: "ognuno vedrà a modo suo / la verità che non c'è". Mi pare un motto perfetto per descrivere in poche parole il cervello e i comportamenti di questi 60 milioni di casi unici che sono, appunto, gli italiani postpandemici.
Del testo si trovano copie nella Rete Bibliolandia, ma per chi volesse usarlo come piccolo breviario personale, da succhiellare, annotare, sottolineare e rileggere per mandarne a memoria delle parti (e il testo si presta anche ad un uso del genere) l'acquisto in libreria è d'obbligo oltre che molto apprezzato dai librai di cui l'A. sottolinea la crescente professionalità.
mercoledì 17 febbraio 2021
"Cattiva memoria" o uso sbagliato della memoria?
lunedì 15 febbraio 2021
Lavorare tutti? Una buona opportunità per il ministro Orlando
È da poco uscito un testo sul tema dell'occupazione e del lavoro ed in particolare sulla possibilità che lo Stato si faccia carico di garantire un "lavoro a tutti quelli che vogliono davvero lavorare", ma che non riescono a trovare una collocazione sul mercato diciamo così ordinario. L'ha scritto Martino Mazzonis e il libro si giova anche di una lunga introduzione di Laura Pennacchi che di "Piani del lavoro" se ne intende, sia come storica che come economista, essendo lei un'esperta proprio di piena occupazione e di piani pubblici del lavoro. Il volume, che ha azzeccato l'uscita e spero venga letto anche dal neoministro del lavoro Orlando, cerca di proporre e far attecchire anche in Italia un approccio alla questione del "lavoro" che va al di là del reddito di cittadinanza e degli incentivi all'occupazione per le imprese, misure che pure l'autore non contesta ma che ritiene insufficienti, soprattutto per un paese come l'Italia.
Il volume parte da una discussione rilanciata negli Usa dall'ala sinistra del Partito democratico, in particolare dal "socialdemocratico" Bernie Sanders e dalla giovane deputata Alexandra Ocasio-Cortez, che, forti degli studi di alcuni centri di ricerca socio-economici, riesaminando l'impatto delle politiche del lavoro attuate dal presidente Roosevelt negli anni del New Deal (1933-38), ripropongono con forza l'idea del "lavoro garantito" e della buona occupazione da parte dello Stato. Quest'ultimo visto come datore di lavoro di ultima istanza. Il tutto inserito in una linea di azione denominata Green New Deal (qualcosa di simile alla nostra transizione ecologica?).
Elementi di questo dibattito e proposte simili sono state fatte proprie, in maniera opportuna, dalla CGIL che già dal 2013 ha messo sul tavolo una proposta, che sa molto di New Deal, denominata "Piano del lavoro", alla cui elaborazione ha collaborato Laura Pennacchi.
Il volume intitolato "Lavorare tutti? Crisi, diseguaglianze e lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza", Edizioni Ediesse, 2019, p. 164) contiene diversi elementi: un'analisi storica dell'esperienza americana tra le due guerre, la ripresa di alcune proposte elaborate allora negli Usa, un'analisi del mercato del lavoro italiano e delle sue criticità, nonchè le modalità per discutere anche da noi della proposta del lavoro garantito. Il problema, naturalmente, oltre la qualità della proposta e la sua sostenibilità, è come portarla in discussione in un dibattito pubblico in tutt'altre faccende affaccendato.
Può interessare questo tema oltre che a forze politiche come LeU e al Pd (italiano), al ministro Orlando e più in generale al nascente governo Draghi?
Aggiungo: non si potrebbero destinare alcune proposte del Recovery Plan in questa direzione? E quindi non sarebbe opportuno utilizzare un po' di risorse per creare specificamente del buon lavoro soprattutto nelle aree più difficili nel nostro paese, magari specializzando il Sud nel nostro Green New Deal?
Batterà il neoministro del lavoro Orlando, uomo certamente di sinistra, un colpo rispetto a queste proposte di CGIL? E la CGIL riformulerà il proprio pacchetto per inserirlo nel Recovery Plan e per sostenerlo di fronte all'opinione pubblica? Mobiliterà i suoi pensionati per far assegnare lavoro ai loro giovani nipoti?
Per chi volesse approfondire queste annotazioni e farsi un'idea con la propria testa della complessa problematica connessa, può cercare e leggere una copia del volume nella Rete Bibliolandia oppure cercarla in libreria o farsela spedire a casa dai rivenditori online.
Avvertenza: il testo ha una sua complessità e la lettura non è facile. Ma chi cerca risposte facili a problemi difficili non andrà lontano.
domenica 14 febbraio 2021
Buona domenica 14 febbraio
martedì 9 febbraio 2021
Si può sconfiggere il cancro?
Tra le letture di questo periodo, segnato dalla presenza del Covid19 e delle sue varianti, sono riuscito a infilare quella di un libro straordinario. L'ha pubblicato una decina di anni fa un medico e ricercatore oncologo americano, Siddartha Mukherjee con il titolo "L'imperatore del male. Una biografia del cancro" (Neri Pozza, 2011, ma ci sono anche ristampe recenti). Si tratta di un testo di 726 pagine (incluse note, bibliografia e indici tematici), che mi ha impegnato e appassionato per una decina di giorni. Un testo non semplice (meritava di essere studiato, ma io l'ho solo letto e ho cercato di trarne gli elementi più interessanti), che, come indica il sottotitolo, riassume la storia di una delle malattie più terribili, quella del cancro. E lo fa a partire da un papiro di oltre 2500 anni avanti Cristo, descrivendo la storia di una serie di interventi e rimedi adottati dagli uomini contro il cancro, con un approfondimento analitico soprattutto di quello che è stato fatto negli ultimi 150 anni negli USA. Il testo, impostato sullo stile del racconto, ricostruisce la storia delle principali scoperte mediche, dell'evoluzione delle chirurgia oncologica, della costruzione di una farmacopea mirata, degli interventi pubblici nell'ambito della ricerca sul cancro e molte altre cose ancora. Il libro ha un notevole spessore e non a caso ha vinto il Premio Pulitzer nel 2011. Io l'ho trovato avvincente e a tratti commovente. Spesso mi ha inchiodato alle sue pagine con la forza ipnotica di un romanzo di Wilbur Smith. Aggiungo che sono entrato nella storia credendo di avere almeno una vaga infarinatura dell'argomento, ma ne sono uscito con la consapevolezza di non aver saputo quasi nulla prima di oggi e sperando di aver assorbito, grazie a Mukherjee, almeno gli elementi essenziali. Di due cose sono però assolutamente certo: la prima è che il cancro ovviamente è sempre meglio evitarlo (e che per farlo si devono seguire comportamenti di prevenzione come per il Covid). La secondo è che chiunque lo sviluppi oggi è comunque più fortunato di chi se lo è beccato anche solo 40 anni fa ed enormemente più fortunato di chi se lo è preso nell'Ottocento. Ovviamente è un libro denso, ma allo stesso tempo discorsivo e risulta leggibile e digeribile (preso un po' per volta ovviamente). L'autore, che con il cancro ha una dimestichezza senza pari, scrive davvero molto bene, cita tra gli scienziati anche quale italiano (Bonadonna, Veronesi e Dulbecco; e questo ci riempie di orgoglio ) e dimostra di aver letto e meditato perfino Italo Calvino e Primo Levi. Orgoglio nazionale a parte, chiunque riesca a navigare in questo mare di pagine e nelle sue terribili ed entusiasmanti storie, ne uscirà con una forte consapevolezza di cosa sia il cancro e di come lo si sia cercato di combattere (almeno negli Usa). Una lettura che se non fosse particolarmente impegnativa e fuori dalla nostra tradizione verrebbe la pena di suggerire. Se non altro per dare l'idea ai contemporanei di quale e quanta tenacia serva per combattere contro le avversità naturali (e contro noi stessi, che quelle avversità ci portiamo dentro) senza farsene annichilire.

