giovedì 27 luglio 2017

Dibattito alla Festa dell'Unità di San Miniato Basso sul libro di Mario Caciagli, Addio alla provincia rossa 

Introdotto da Delio Fiordispina, commentato da Sergio Coppola e da Alessandra Nardini, mercoledi 26 luglio, alla festa del PD di San Miniato Basso, è stato presentato il libro di Mario Caciagli, Addio alla provincia rossa (Carocci, 2017), un libro che racconta settanta anni di storia politica nell'area del Cuoio, concentrandosi, come si evince dal titolo, sulle voci, sulle idee, sulle speranze, sulle azioni dei comunisti.
Al dibattito hanno partecipato una 30ina di persone, tutte di una certa età, come era ovvio che fosse, anche se la presenza del consigliere regionale Nardini poteva lasciare sperare in un coinvolgimento giovanile che però non c'è stato (la quarta generazione non è interessata alla storia politica).
Ciò che mi ha colpito di più, devo confessarlo, sono state le assenze. Ma non quella giovanile. Parlo di altre assenze. Più pesanti. Mancavano infatti nel pubblico quasi tutti i protagonisti del vecchio PCI sanminiatese ancora vivi e pieni di energie. Mi riferiscono ad ex sindaci e ad una infinità di assessori, amministratori, segretari di sezioni e militanti comunisti delle cui biografie il libro di Caciagli parla e diversi dei quali sono stati anche intervistati e figurano (sia pure in maniera anonima) nelle pagine del testo.
Aggiungo che al dibattito mancavano anche gran parte degli attuali amministratori (sindaco, assessore alla pubblica istruzione, molti consiglieri). Ma benchè anche queste assenze risultassero pesanti, rispetto alla qualità di un libro e di un autore di valore nazionale che parlava anche a loro e di loro (almeno in quanto eredi del pci), sono le assenze dei veterani comunisti a colpire di più. Su questo non ho dubbi.
Come mai quasi nessuno dei "fu comunisti" è venuto ad una festa che da sempre è stata una organizzata e partecipata anche da loro? Come mai non sono intervenuti ad un dibattito che parlava di loro e di un trentennio abbondante della loro vita? Un libro sui militanti comunisti dell'area del Cuoio, snobbato dai protagonisti di quella storia. Come mai non hanno saputo vincere il disagio che il presente (e forse il luogo) gli procura e non sono venuti a cercare di spiegarsi (insieme a Caciagli e agli altri) come sono davvero "andate le cose".
Beh. Provo a dare la mia spiegazione.
Il comunismo è stato ed è una religione, come scrive bene Caciagli nel libro. Fatta di santi, speranze, fede, miti, sogni comuni. Una religione messianica e deterministica. Che prevedeva la realizzazione del "socialismo" sulla terra. Una realizzazione che non solo non si è verificata (se non parzialmente e in maniera precaria),ma che ha subito quella che Bobbio ha chiamato le "dure repliche della storia". E incassare le "dure repliche" è doloroso.
La religione socialista si è via via secolarizzata, tra gli anni '70 e gli anni '80, perdendo una serie di pezzi e di elementi mitologici per la strada e rendendo ancora più conflittuali gli elementi contraddittori che teneva insieme grazie al collante della fede.
In particolare quella socialista era una religione del NOI che non ha retto l'esplosione dell'IO e del liberalismo individualista che dagli anni '80 in poi ha travolto l'Occidente. Il narcisismo consumistico l'ha minata, profondamente.
Oggi viviamo in un mondo pluralista, dove le religioni forti e possibili sembrano di nuovo quelle dove si odiano gli altri (il populismo sovranista e antimigratorio pare avere queste radici), divisive (noi siamo i "buoni", voi siete i "cattivi", e giù botte sui cattivi) e demagogiche (chi sta in basso è "onesto", chi sta in alto "disonesto". A prescindere).Viviamo in un clima religioso in cui tende ad affermarsi un egualitarismo fatto di tanti io, ma tenuto insieme solo da idee "negative", dalle "paure", dalle "invidie", dalle "incertezze". Un egualitarismo che ha bisogno del decisionismo di un "capo indiscusso", in grado di assumere la posizione finale (senza doverla motivare ed in fondo neppure mediare). Un "capo" che non possiede alcuna idea forte, ma solo un armamentario di possibilità.
Questo clima religioso "negativo" e integralista dà il tono all'attuale società occidentale, ma si spande anche su altre società e contesti (mondo arabo e subcontinente indiano inclusi). Sono questi i pensieri egemoni. Capaci di penetrare nell'immaginario collettivo e di trascinare l'umanità di qua e di là. Capaci di bucare le anime dei semplici e di tradurre questi sentimenti in azioni conseguenti e giustificare chiusure e innalzamento di muri. E, Dio non voglia, produrre nuove sanguinose guerre di religione o persecuzioni di massa.
Gli eredi delle vecchie religioni (cattolica e comunista) sono indubbiamente in difficoltà, perchè i tempi e il clima culturale che tutto avvolge non sono loro favorevoli. Sono risentiti e stizziti per la sconfitta subita. Hanno poca voglia di dialogare.
Ma tra tutti gli errori che cattolici e comunisti non devono fare, due sarebbero davvero letali.
Rinunciare a capire lo stato delle cose e non riconoscere i potenziali alleati di una battaglia culturale, prima ancora che politica, che è già aspra e durissima e da cui si può uscire ulteriormente e drammaticamente disfatti.
Per questo le assenze sopra ricordate sono gravi. Perchè perdere occasioni per discutere e per dibattere tra affini (prendendo atto che il PD è una forza irreversibilmente plurale e non omogeneizzabile nè sul bianco nè sul rosso), è un modo per favorire ulteriori divisioni e quindi per aiutare i "populisti e i demagoghi" a crescere.
Ok, prendiamo atto che la provincia rossa non c'è più. Che non si potrà ricostruirla. Ma accordiamoci tra ex bianchi ed ex rossi per far argine al dilagare del populismo xenofobo, razzista, egoista. Perchè ulteriori irragionevoli divisioni potrebbero produrre danni ancora più gravi e duraturi.
E questa è una cosa che andrebbe evitata.

martedì 25 luglio 2017

l vangelo secondo Lorenzo.
Ho assistito ieri sera alla rappresentazione del testo teatrale IL VANGELO SECONDO LORENZO di Leo Muscato e Laura Perini dedicato alla vita e agli insegnamenti di Don Lorenzo Milani. In una chiesa di San Francesco, a San Miniato (PI), piena come un uovo, ho salutato molti amici di San Miniato, Castelfranco, Pontedera. Tante maestre e professoresse. Brave. La rappresentazione, che si tiene nell'ambito delle iniziative del Dramma Popolare, è ben costruita e a tratti emozionante. Lo spettacolo viene replicato ancora stasera e domani. Non ho idea se ci siano biglietti a disposizione. Ma suggerisco di provare a sentire. Vale sicuramente la pena di vederlo e di meditare sulle parole davvero potenti e incisive del parroco di Barbiana.

venerdì 21 luglio 2017

Perchè le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria / Michele Cometa, Raffaello Cortina, 2017

Incuriosito dal titolo e dal fatto che il lungo saggio è risultato vincitore al Premio Pozzale di Empoli, ho preso in prestito il libro da una biblioteca (il costo di 33€ mi ha scoraggiato dal tentarne l'acquisto) e ho provato a leggerlo (anche se, devo dire, la presentazione al Pozzale, a cui ho assistito, non mi aveva particolarmente convinto).
Sono andato avanti per una quarantina, cinquantina di pagine, poi ho saltato in qua e là. Ho sbadigliato più volte. Ho provato a stimolare i miei sensi di colpa e a darmi del lettore mediocre se avessi mollato la lettura. Mi sono detto che un libro così dovevo portarlo avanti anche solo per motivi professionali, ma... Alla fine, mi sono arreso.
Questa quindi non è una recensione segnalazione. Ma una dichiarazione di "resa". Il continuo sfoggio di citazioni di autori pressochè sconosciuti anche ad un pubblico non particolarmente incolto (almeno tale mi considero), l'intricatezza con cui vengono distillate le idee e squadernate sulle pagine, almeno nelle prima 50 pagine (e, mi pare, ma non posso esserne del tutto certo, anche nelle successive), beh, mi hanno schiantato. Non mi accade spesso. Ma a volte succede. Le storie di Cometa non mi aiuteranno a vivere.
Peccato!

lunedì 17 luglio 2017

Le memorie di Franco Luperini, Nuovastampa, 2017

Franco Luperini, all'età di 90 anni, ci ha regalato un altro libro, questa volta attingendo alle proprie memorie personali e ricostruendo, con tanto di alberi genealogici, anche le vicende della famiglie Palloni e Luperini, a partire dai suoi nonni materni e paterni.
Il volume, corredato da foto e da ritagli di giornale, è prezioso, soprattutto per i "pontaderesi", che vi troveranno di sicuro spunti inediti, approfondimenti e curiosità.
A cominciare dalle famiglie che inventarono e gestirono i bagni Oscar e Rosina lungo le sponde dell'Arno all'inizio del '900.
Ma tra le tante curiosità, in gran parte inedite (o almeno credo, perché confesso di non aver letto tutti gli oltre ventisei volumi che Luperini ha pubblicato dagli anni '80 ad oggi), anche una bella biografia del padre Osvaldo, tipografo dal Ristori, ma anche arbitro e cronista locale per la "Gazzetta dello Sport".
Al centro delle memorie si stagliano poi una serie di vicende che si intrecciano con la storia degli stabilimenti Piaggio, presso i quali lavorarono sia il padre Osvaldo (una volta lasciata la tipografia del Ristori) che lo stesso Franco Luperini, quest'ultimo dagli anni delle guerra fino alla pensione.
Particolarmente interessante è il periodo in cui la Piaggio si trasferì a Biella e la famiglia Luperini, Franco compreso, seguì le macchine e parte delle maestranze.
Poi il dopoguerra e il successo della Vespa, a cui Franco partecipò come responsabile del servizio di spedizioni presso lo stabilimento.
Come sempre Franco intreccia vicende pubbliche e fatti strettamente personali che gli consentono di disegnare squarci estremamente vivi e suggestivi della sua vicenda umana, ma anche di gettare una luce chiara e forte sui destini degli uomini e delle donne che incrociarono la sua vita.
Tra l'altro ci descrive un drammatico bombardamento del '44 e lo sfollamento della sua famiglia nelle campagne, con tutta la rete di solidarietà e di aiuto che questo terribile evento mise in moto.
Ovviamente non è possibile riassumere tutte le vicende che narra. E poi non sarebbe nemmeno giusto nei confronti dei lettori che spero siano numerosi. Il volume penso si trovi nelle nostre librerie e nelle edicole della città, ma di sicuro un paio di copie, per gentile omaggio dell'autore, sono state catalogate e sono a disposizione dei lettori presso la Biblioteca Gronchi di Pontedera.
Luperini scrive in maniera semplice e senza tanti fronzoli, ma con mestiere, ovvero badando all'essenziale. Costruisce la narrazione con abilità e senza lasciare niente al caso, riuscendo anche ad infilare elementi di riflessione e di morale negli episodi che narra.
Ma è soprattutto il suo punto di vista ad essere interessante per leggere e comprendere le vicende della nostra città, delle sue attività e dei suoi abitanti. Un punto di vista che almeno a me fornisce la sensazione di toccare con mano certe persone e di afferrare il ritmo delle cose e degli uomini che popolarono Pontedera tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento.
L'unico rammarico che ho provato nel chiudere il volume è che l'ho trovato troppo breve. Avrei desiderato che Luperini raccontasse molte di più cose che sicuramente conosce e di cui ha sentito parlare. Per questo spero che i tanti puntini di sospensione che separano a volte un capitolo delle sue memorie dall'altro corrispondano a pagine che Luperini ha già scritto e che prossimamente vedranno la luce.




giovedì 13 luglio 2017

Il tramonto di una Nazione. Retroscena della fine / Ernesto Galli della Loggia, Marsilio, 2017, pp. 320

Il libro contiene una raccolta di articoli di giornale (per lo più editoriali del Corriere della Sera) scritti da EGDL sulla politica italiana negli ultimi 20 anni. Ovviamente il libro, che segue un'altra recente pubblicazione dell'autore sempre su questi temi, è un tantinello ripetitivo. Ma, che dire?, lo storico giornalista scrive bene e non ragiona male, anche se tende ad un certo pessimismo (leopardiano?). Quindi è una lettura senz'altro da consigliare.
Come concludere?
Speriamo solo che il titolo non sia profetico. Del resto il nome che gli antichi greci avevano appioppato al nostro paese era proprio terra dove tramonta il sole. Ma visto che siamo una delle grandi potenze occidentali e che abbiamo un discreto livello culturale, auguriamoci che il nostro tramonto avvenga il più lentamente possibile. I tramonti del resto sono spesso mozzafiato.

martedì 11 luglio 2017

La rabbia e l'algoritmo. Il grillismo preso sul serio / Giuliano da Empoli, Marsilio, 2017, pp. 85

Libro troppo breve (85 pp.) per un fenomeno complesso. Analisi veloce, che del grillismo finisce per trascurare diversi fattori importanti.
Intanto la teoria che il grillismo sia un virus è suggestiva, ma non convincente. Presuppone l'idea di un'aggressione esterna. Mentre è di sicuro un fenomeno largamente endogeno. Con fortissime peculiarità italiane.
E un fenomeno che potenzialmente coinvolge fino al 30% degli elettori non può essere semplificato troppo. Pena una mancata comprensione degli elementi portanti.
Dentro il grillismo c'è un pezzo della storia e dell'antropologia italiana. Ci sono elementi tipici della cultura politica italiana. Risente dell'andamento del mondo, ma indossa abiti tagliati e cuciti in questo Paese.
Ad  es. l'antistatalismo: una parte del popolo italiano non si sente parte del Paese. Vive in Italia come un inquilino. Suo malgrado. Fa poco per il Paese, ma ha sviluppato la sindrome del figlio trascurato e questo gli consente di giustificare il suo disimpegno sociale e morale. Dalla sindrome del figlio trascurato all'odio per i genitori (in questo caso lo Stato e le élite dominanti di qualunque colore esse siano) il passo è breve. E da qui all'idea di rappresentare l'intera società, di cacciare tutte le élite politiche che ce l'hanno con lui, il bisogno di un continuo capro espiatorio, la strada è spianata.
Collegata all'antistatalismo ecco l'antipolitica: fondata sull'idea (fasulla) che contrappone una società sana (quella a cui appartengono, senza doverlo dimostrare, i grillini/inquilini) ad una politica marcia (frequentata solo dagli altri, dai cattivi, dai politici ladri e corrotti). Un classico del manicheismo mentale. Un'idea ben radicata che anche la sinistra (comunista ed estremismo) e il "radicalismo" (pre e postpannelliano) avevano nei loro "bei tempi" molto coltivato, raccogliendo in quei bei tempi consensi significativi. Che i politici siano tutti ladri e che la politica sia tutto un magna magna, è idea radicatissima in questo Paese e cavalcata da tutti i partiti antisistemici per vocazione e per necessità. E' un'idea "propellente" di tanti movimenti allo stato nascente (lo stesso fascismo la fece propria, all'inizio), i quali, solo dopo aver conquistato le istituzioni, cambiano subito atteggiamento (perchè si può essere antisistemici solo fino a quando si sta all'opposizione. Poi le cose cambiano e bisogna dimostrare di avere idee e la capacità di realizzarle).
E poi c'è l'assemblearismo (e connesso mito del "buon selvaggio"): l'idea che chi sta in basso sia di per sè migliore (moralmente e culturalmente) di chi sta nelle istituzioni (ergo in alto).
E quindi l'autoritarismo che non si discute. A fronte della favola dell'assemblearismo (che in una realtà complessa fa ridere e non funziona), spunta inevitabile il momento delle sintesi e della mediazione che in un movimento di assemblearisti non può che essere affidata a un capo carismatico, non sottoposto cioè a discussione, nè a critiche (se non sottobanco).
Ma perchè un simile coacervo politico cresce, conquista comuni anche molto importanti e potrebbe conquistare regioni e il prossimo anno forse perfino il governo del Paese?
Per due ragioni secondo Giuliano da Empoli: la prima, perchè riesce a mettere insieme la rabbia che provano tante persone; la seconda, è collegata con la potenza di comunicazione e di diffusione delle idee che ha la Rete (e Internet), che i grillini saprebbero sfruttare meglio di altri.
Non condivido.
A mio avviso il grillismo può conquistare Palazzo Chigi per altre due ragioni evidenti, entrambe già emerse nelle elezioni amministrative:
- la prima è una crisi molto forte del conservatorismo italiano (il centro destra sembra un'armata brancaleone con un leader ottantenne impresentabile, ma a cui è difficile rinunciare, e altri giovani leoni e leonesse impresentabili); e un'altrettanto chiara incapacità del centro-sinistra a governare al meglio i complessi fenomeni sociali ed economici di questo primo quindicennio del secolo. Insomma si diventa grillini perchè si è stufi degli altri e si cerca una terza via. A noi piacciono molto le terze vie.
- la seconda, affonda le radici in una trasformazione sociale che sta impoverendo una parte del Paese e colpisce con forza soprattutto il mondo giovanile e le aree centromeridionali del Paese. Giovani e meridionali insomma non trovano riferimenti negli orizzonti politici classici (destra/sinistra), patiscono il depotenziamento della spesa pubblica che aveva consentito al Sud di galleggiare, vengono così conquistati dalle sirene grilline perchè hanno poco da perdere. E il grillismo promette ricette semplici. Paghette per tutti. Senza chiedere niente in cambio.
La seconda ragione che ho descritto corrisponde (almeno in parte) a quella che Giuliano da Empoli individua come la "rabbia" del Paese, ma ha una portata meno episodica e più strutturale.
Difficile dire come andrà a finire questa storia, ma che si stia vivendo in un'epoca di grandi cambiamenti dove soprattutto il senso di precarietà e di incertezza, accompagnate da un certo risentimento, tendano a crescere, è probabile. E' la risposta più immediata. Ma è sbagliata.
Più difficile capire che in un mondo dove l'umanità ha raggiunto quota 7 miliardi di individui e dove le nazioni costituiscono un sistema "interconnesso" e concorrenziale i fattori in gioco non siano facilmente aggiustabili e che sono necessarie complesse strategie per uscire fuori.
In particolare poi pesa sulla crisi e gioca a vantaggio dei grillini la dinamica della forza lavoro.
Quest'ultima, qualunque siano le sue caratteristiche, si configura anche in Italia come una merce sempre più abbondante e quindi, almeno rispetto al mercato, con un valore sempre minore e tendenzialmente decrescente. Gli unici lavori ad alto valore sono quelli strategici o inseriti in nicchie particolari (sport, informazione che conta, top manager, ricerca, lavori ad alto rischio). Questo trend vale per le aree povere e per quelle ricche verso cui, per altro, si stanno spostando milioni di poveri e di poverissimi. E noi sostanzialmente siamo un'area ricca, ma con un discreto numero di poveri relativi.
Occorre poi aggiungere che il ridimensionamento del valore del lavoro viene  ulteriormente aggredito dalla tecnologia e dalla robotica, le quali "libereranno" ancora più forza lavoro e premieranno monetariamente solo i primi della classe.
Non a caso con sempre maggiore insistenza si parla (ma non lo fa Giuliano da Empoli, se non per minimizzare la proposta) di "salario minimo" o "salario di cittadinanza". E' uno dei cavalli di battaglia dei grillini. Non so se una formula del genere rappresenti davvero una risposta al drammatico fenomeno della disoccupazione giovanile e se sia sostenibile. Ma certo è un'idea che buca l'immaginario di molti (giovani e meridionali in particolare)
Quanto alla Rete, come ha scritto anche recentemente Thomas Friedman, telefonini e internet possono abbattere più facilmente i governi e mandare a casa intere élite. La rabbia può funzionare e mobilitare le persone. Su questo punto il grillismo è stato abile a manovrare e a raccogliere consensi. Ma azzoppare la casta e conquistare le istituzioni locali, come nel caso del comune di Roma, non basta per mettere le cose a posto. Risolvere concretamente i problemi del Paese e dei comuni resta un'attività che non si può fare a colpi di "like" o improvvisandosi amministratori. come sta scoprendo buona parte degli elettori grillini.
E allora?
Staremo a vedere.




domenica 9 luglio 2017

Da animali a dei. Breve storia dell'umanità / Yuval Noah Harari (Bompiani, 2014)

Uscito nella prima edizione nel 2011, in ebraico, a Gerusalemme, il testo di Harari ha avuto un'ampia diffusione nel panorama internazionale. Per capire perchè bisogna leggerlo, con una certa passione e con la disposizione ad accettare la sfida (è lungo 500 pagine, anche se è molto discorsivo e contiene poche tabelle  diagrammi).
Nell'insieme Harari si muove (sulla scia di Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie) per narrare una storia essenziale di quelli che lui individua come "passaggi salienti" dell'umanità sul pianeta terra dalla comparsa casuale di questa strana scimmia fino ad oggi (2013). E' insomma una storia dell'Homo Sapiens e delle sue complesse peripezie.
Quali sono gli elementi salienti?
I salti tecnologici: dalla scoperta e l'uso del fuoco fino alla rivoluzione agricola e poi su su fino a rivoluzioni sempre più impegnative.
Uno di questi "salti/passaggi" è costituto dalla rivoluzione cognitiva, quella che consente all'uomo di parlare e di chiacchierare (facendo del gossip, tanto gossip fin dall'inizio). E poi questa rivoluzione gli consente pensare cose più complesse, quindi di inventare storie e di raccontarle. E poi di dare vita, prima singolarmente e poi collettivamente, a "ordini immaginati intersoggettivi" che non esistono, ma che corrispondono a miti e sui miti appoggiare religioni, stati, imperi, guerre, commerci, ecc.
Sul tema dei miti, delle religioni, delle filosofie, delle credenze politiche e cose simili, Harari si dilunga parecchio, adottando l'occhio dell'antropologo che classifica le "idee" prodotte dagli uomini sotto la voce di "oggetti immaginati" a cui però gli uomini danno particolare valore. I Sapiens infatti credono nelle loro idee (religiose,politiche, economiche); credono che le divinità esistano veramente, che gli Stati abbiano verità piena e sostengono con forza tantissime altre idee che hanno effetti mobilitanti e anche conflittuali.
Dopo di che il volume passa a vedere in che modo le realtà immaginate abbiano tenuto insieme (e le tengano ancora) le grandi comunità (stati, nazioni, imperi) e abbiano portato dal 1500 in poi ad una storia del pianeta terra sempre più intrecciata, unificata e, almeno in una certa maniera, condivisa.
Il testo affronta quindi la portata della rivoluzione scientifica che dal 1500 e con maggiore forza dal 1800 ha contribuito ad accelerare lo sviluppo culturale e le conoscenze dell'umanità.
Affronta il tema dell'evoluzione dei sistemi imperiali sul pianeta e la connessione tra le varie civiltà e culture che fino al Tardo Medioevo erano cresciute senza avere contatti le une con le altre
Tenta un'analisi del capitalismo e dell'intreccio che caratterizza i rapporti tra imperialismo, sviluppo capitalistico e rivoluzione scientifica. Su capitalismo, denaro, consumismo, fiducia, liberalismo e tutto quanto fa mercato e sviluppo, Harari scrive pagine che invitano a riflettere, cogliendo sia gli elementi positivi che quelli negativi.
Infine l'A. si chiede se lo sviluppo che ha descritto (con l'aumento del benessere, l'allungamento delle vita media, i maggiori consumi disponibili, un livello crescente di conoscenze) abbia reso l'Homo Sapiens più felice oppure no.
E ancora: se lo sviluppo raggiunto sia sostenibile per il pianeta e a quale prezzo, affrontando sia i risvolti "ecologici" delle scelte umane sia le sofferenze imposte agli animali domestici.
Va detto che Harari racconta tutto questo senza individuare alcun disegno intelligente nella storia dei Sapiens. Semmai la sua narrazione sottolinea gli elementi di necessità e di casualità e l'intrecciarsi di molti fattori che ai vari snodi della storia prendono sì una direzione, ma avendo pur sempre la possibilità anche di assumerne altre.
Se c'è un punto di vista prevalente nel testo è quello che emerge dal confronto con la lettura "scientifica" dell'evoluzione umana. Una lettura che tiene conto dei risultati raggiunti delle neuroscienze, dalla biochimica, dalla biologia, dalla fisica, dalla statistica, il tutto applicato all'evoluzione storica.
Per certi aspetti il testo di Harari è una polifonica storia dell'umanità, vista, a volo d'uccello, ma con un occhio fortemente disincantato e dissacrante. Quasi scettico. Un occhio che non potrebbe essere facilmente accettato da "lettori religiosamente sensibili" che, a vario titolo, credono in qualche tipo di disegno intelligente o all'intervento di volontà divine (questo va precisato, perchè per Harari tutte le religioni, inclusa quella che sostiene i diritti naturali, sono solo invenzioni della fertile immaginazione dell'Homo Sapiens). Lo scetticismo e il disincanto di Harari coinvolgono anche il liberalismo e le altre religioni laiche (incluse comunismo, nazismo, nazionalismo..).
Nell'insieme è una gran bella storia, che contiene tantissime altre annotazioni che richiederebbero troppo spazio per essere riassunte. Una storia scritta con taglio antropologo ma da uno storico che nutre con una profonda fiducia nel pensiero scientifico e una fiducia "moderata" nella sorte dei Sapiens.