domenica 29 ottobre 2017

Manola Guazzini ha lasciato il PD di San Miniato senza definire una chiara scelta di campo. Perchè?

L'uscita di Manola, smentita da lei fino a pochi giorni fa, era invece data dai bookmaker per altamente probabile dopo la sua defenestrazione dalla Giunta Gabbanini e dopo che la sinistra dem, che via Baldacci e Lupi l'aveva fatta entrare in Giunta, era uscita dal PD sanminiatese, senza sbattere troppo la porta, ma con coerenza rispetto alle scelte nazionali del gruppo che fa capo all'ex segretario Bersani e a Enrico Rossi.
La cosa meno scontata era che Manola, che ha meditato a lungo sulla scelta, decidesse di non aderire a MDP e di lasciarsi invece le mani libere per vagliare diverse ipotesi (lista civica, appoggio ad una formazione amica, o altro ancora).
Per chi conosce Manola questa è forse la decisione più inaspettata e per questo ancora più significativa, soprattutto per quello che la "mossa" ci dice rispetto alla militanza "politica" in generale e alle sue declinazioni a livello locale.
Già, ma cosa ci dice?
Che Manola Guazzini non ritiene particolarmente forte e abbastanza "chiara" la costruzione politica che si va aggregando attorno a MDP (almeno nel comprensorio del Cuoio o almeno nel sanminiatese). Anche se tutta la sua storia politica avrebbe dovuto portarla verso questo approdo. E invece no.
Che, forse, la politica locale dovrà essere ricostruita (e governata) attraverso la costituzione di una nuova forza politica che magari nascerà dopo l'esito di una lunga tornata di elezioni significative (prima quelle regionali di Sicilia, poi le elezioni politiche nazionali ed infine, su scala locale e molto importante, il voto amministrativo per la città di Pisa).
Che le dinamiche amministrative locali potranno prendere forma solo dopo che il polverone e gli scossoni, gli accorpamenti e gli scontri che le summenzionate tornate elettorali, simili a terremoti, provocheranno, si saranno alla fine ricomposti e sedimentati. Come? Impossibile prevederlo. Per questo, almeno da quello che presumo di capire, un politico di razza come Manola prende tempo.
E ancora. La "mossa" di Manola ci conferma che non esistono più contesti politico-culturali che possano vincolare le strategie delle élite politiche (di cui lei indubbiamente fa parte) e che quindi ogni attore può muoversi con maggiore libertà. Fin troppa? Vedremo.
Quel che è certo è che il legame con "il partito", per quanto sbandierato e usato con molta nostalgia e spesso con tanta enfasi, ha un valore prevalentemente tattico, ma non designa più una vera appartenenza, come gli studi di Mario Caciagli su quest'area della provincia rossa hanno ben dimostrato.
Da tutto questo sembra voler nascere un legame diretto tra l'elite politica e la "gente", "il popolo", dove entità come gente e popolo non sono però più riconducibili a una militanza politica chiara, ma piuttosto a luoghi geografici, a piccole comunità, ad associazioni benemerite, sportive e ricreative, a frequentazioni prevalentemente emotive.
Ho la sensazione che tutto questo farà crescere, come sottoprodotto, una discreta entropia politica che finirà per rendere sempre più complicato capire qualcosa della lotta civile e politica sia a livello nazionale che locale. Finirà per dilatare lo spazio delle singole personalità e poi per generare, inevitabilmente, il bisogno di semplificatori mediatici, ma in un crogiolo di forze, movimenti, partiti via via sempre più confuso e complicato da decifrare, almeno per i non addetti ai lavori.
Quello che mi pare di cogliere dietro tutto questo sbriciolarsi e riaggregarsi di forze e attori della politica è l'impossibilità di delineare linee culturali e sociali del conflitto che abbiano stabilità e ancoraggi sicuri e continui. Ma in effetti capisco bene che la pretesa che la politica resti ancorata a valori e sentimenti chiari e quindi produca mosse e scelte conseguenti è via via sempre più difficile. Ad una società liquida (per dirla con Bauman) e democratica, non può che corrispondere una politica liquida. L'Europa e l'Italia non sono la granitica e monopartitica comunista Cina.
Impossibile dire dove tutto questo ci porterà. Anche se è certo che da qualche parte ci porterà. Auguri Manola.

ESTATE DI SAN MARTINO

E' cominciata quest'anno la 22a straordinaria rassegna di teatro amatoriale di San Miniato (PI). E' una settimana di full immersion nel teatro che quest'anno offre una discreta varietà di nuovi autori che non è assolutamente facile vedere rappresentati nel nostro paese. In più va aggiunto che quello di San Miniato è un teatro amatoriale per modo di dire, perchè spesso le compagnie che salgono sul palco della chiesa di San Martino sono tutt'altro che amatoriali e non hanno niente da invidiare al teatro professionale (a parte, di sicuro, i cachet). Tra i prossimi spettacoli segnalo "La signorina Papillon" di Stefano Benni (stasera) e "Fiori d'acciaio" di Robert Harling.
Per il programma completo organizzato dagli amici del Gruppo Teatrale Four Red Roses rimando al sito:

sabato 28 ottobre 2017

Alternanza scuola lavoro. I risultati della proficua collaborazione tra l'Itis Marconi di Pontedera, il Liceo classico di Pontedera e la biblioteca Gronchi di Pontedera.

Come hanno sottolineato dirigenti scolastici, insegnanti, la bibliotecaria Delia Giannini che ha seguito tutti i progetti ASL e una decina di ragazzi dei due istituti superiori che hanno concretamente dato vita all'alternanza, la collaborazione tra scuole e biblioteca comunale ha funzionato bene. Stamani è stato presentato il bilancio del progetto di alternanza. E i ragazzi hanno sostenuto di aver fatto un'esperienza operativa, contribuendo perfino a scrivere un breve manuale del giovane bibliotecario, che sarà molto utile ai ragazzi che nei prossimi anni ripeteranno questa loro esperienza. Il preside dell'ITIS prof. Robino ha parlato di buona pratica da imitare e per quello che mi riguarda posso dire che gli studenti delle superiori sono entrati nel vivo del nostro lavoro alla Gronchi realizzando anche un interessante monitoraggio sulla soddisfazione dei nostri utenti. Ovviamente non sono diventati bibliotecari. Ma forse hanno capito come funziona una biblioteca e che vale la pena di frequentarla e di farne uno dei punti di riferimento della loro vita culturale. O almeno così mi auguro. Nella foto la sede rinnovata della biblioteca dell'Itis Marconi.


venerdì 20 ottobre 2017

Un comunista al servizio della gente. Settant'anni di impegno politico / Adriano Sartini (a cura di Valentina Filidei), Tagete ed. 2017, pp. 100 e molte illustrazioni.

Il piccolo volume molto ben illustrato racconta la storia di un "soldatino" del PCI di Montecastello (Pontedera/Pisa), che poi ha aderito alle formazioni politiche che dal PCI sono discese per LA COSA-PDS-DS-PD.
Non si tratta di un saggio di memorie che riflettono sulla militanza politica di un comunista, ma  di un omaggio editoriale alla lunga militanza di una persona che da sempre è stata attiva in politica sia pure in un contesto particolare e se si vuole in una specie di meraviglioso microcosmo tra le campagne a est di Pontedera e il piccolo centro medievale di Montecastello.
La storia raccontata da Adriano (con l'aiuto di Valentina Filidei) elude quasi tutti i momenti importanti della storia politica cittadina e nazionale a cui sembrano alludere i settanta anni del titolo. Non è per parlare di queste cose che gli infaticabili amici di Tagete hanno curato e pubblicato il volumetto di Adriano.
Il breve testo costituisce soprattutto una botta di nostalgia per le generazioni più anziane, legate all'antica fede comunista. E l'oggetto stampato è soprattutto e per fortuna un album, ricco di fotografie, a cui il bianco e nero aggiunge un tocco di leggerezza e simpatia. Fotografie in gran parte collegate alle Feste dell'Unità, al lavoro di allestimento della manifestazione estiva e alle attività connesse alla ristorazione che di quella festa furono uno punto cardine ed un elemento di affratellamento tra i partecipanti.
Ma consumata la nostalgia, non si può dimenticare che se i compagni di Adriano (e anche miei) avessero conquistato il potere centrale (lo Stato) nel secondo dopoguerra e se l'Italia fosse finita nell'orbita dell'URSS (insomma se i carri armati di Baffone fossero arrivati anche a Pontedera e a Montecastello, come molti compagni di Sartini e lui stesso almeno fino al 1956, avevano desiderato che accadesse), magari sarebbe stata abolita la democrazia, si sarebbe instaurato un regime totalitario, con un solo partito al potere, quello comunista, e l'Italia si sarebbe  trasformata in qualcosa di simile all'Ungheria, alla Bulgaria, alla Polonia o alla Corea del Nord.
Per questo adesso penso che se i comunisti italiani ci fanno nostalgia è perché hanno (abbiamo) perso  politicamente la loro (la nostra) partita. Perché sono stati politicamente sconfitti. E quindi possiamo vederli (ci) come brave persone. Ma così ci appaiono solo perchè sono stati neutralizzati e alla fine disinnescati fino a scomparire, senza neppure riuscire a trasformarsi in socialdemocratici.
Ma per capire come li (ci) avrebbero visto gli italiani se questo paese fosse diventato simile alla Polonia o all'Ungheria, per comprendere come sarebbero diventati i comunisti italiani se avessero conquistato il governo centrale, basta pensare a come polacchi e ungheresi oggi vedono Gomulka o Kadar. Vale a dire più o meno come i protagonisti di un grande "Arcipelag Gulag" o di "Buio a mezzogiorno".
Lo so, lo so: i comunisti italiani erano un'altra cosa, sostiene una schiera di estimatori di Togliatti, Longo, Berlinguer, Ingrao e Napolitano.
Può darsi che sia così. E forse il mio argomento è semplicistico e impietoso. Ma, col senno del sessantenne, non credo che Togliatti e Secchia, se nel '48 avessero vinto le elezioni, ci avrebbero regalato un Paese migliore di quello che ha ritirato su la DC. Perciò, pur riconoscendo i difetti di una democrazia liberale e cattolica, sono contento che le cose siano andate così a noi italiani. E penso che abbiamo avuto davvero molta fortuna.


giovedì 19 ottobre 2017


Alcuni bibliotecari sono persone davvero superfurbe.

La Rete Bibliolandia è un soggetto collettivo molto ampio. Associa 26 biblioteche comunali articolare su una trentina di sedi, sparse per la provincia di Pisa. Una quindicina di biblioteche scolastiche. Una decina di altre biblioteche private o sanitarie. Oltre 500.000 volumi disponibili. Circa 150 operatori bibliotecari (tra quelli di ruolo, di cooperative, volontari, servizio civile, ecc.). E tutti i giorni se ne scopre una. Ad es. si scopre che ci sono bibliotecari che non rispettano le regole del gioco e forzano l'uso dell'opzione "novità locali" applicandola anche per libri che trattano di globalizzazione. Classificando un libro su questo argomento come "novità locale" il libro possono cuccarlo e leggerlo solo i propri concittadini, quelli che gironzolano attorno alla loro biblioteca, che sono utenti più cari e con più diritti di quelli del comune vicino o anche lontano ma che sta sempre in Rete. E magari si scopre pure che quegli stessi concittadini di quel comune si cuccano e leggono anche la stessa copia del libro che un'altra biblioteca di un altro comune che rispetta le regole del gioco ha messo disponibile al prestito. In sintesi ci sono tre cittadini di un comune che leggono le 3 copie di un libro e le leggono proprio loro, una perchè il bibliotecario del loro comune gliel'ha riservata sottraendola arbitrariamente ai residenti degli altri comuni e le altre due copie perchè i bibliotecari hanno fatto il loro dovere e i primi a prenotarla sono stati concittadini del bibliotecario furbastro. Ma c'è di più e di peggio, perchè frugando nei big data della Rete Bibliolandia si scopre che ci sono bibliotecari che non indicano che il libro (sempre quello sulla globalizzazione di cui sopra) deve essere visibile a catalogo. Così questi bibliotecari superurbacchioni comprano la novità, la catalogano, ma per evitare di prestarla fuori della mura del loro comune e per evitare di essere biasimati per uso improprio della classificazione come "Novità locale", la trasformano in un libro fantasma, la cui esistenza, se non se ne dimenticano, è nota solo a loro. In questo modo ottengo lo stesso risultato di prestare la novità ad uso e consumo dei loro utenti locali, nascondendo la copia a tutte le altre biblioteche e a tutti gli utenti della Rete. E che si tratti proprio di superfurbacchioni è dimostrato dal fatto che ogni catalogazione di libro prevede una pubblicazione automatica nel catalogo e per togliere visibilità al volume catalogato (e quindi nasconderlo e non renderlo prenotabile) è necessario rientrare due volte nella catalogazione e togliere consapevolmente la visibilità. Insomma, come ha commentato un nostro giovane collaboratore, alcuni dei nostri bibliotecari sono molto furbi ed ingegnosi. E coltivano i loro comunardi. Mentre sono meno propensi a socializzare e a pensarsi come parte di una Rete più ampia. O meglio dalla Rete vorrebbero prendere solo i vantaggi e scaricare sugli altri gli svantaggi. E poi dice che il municipalismo medievale è finito e che se il Paese va male è tutta colpa dei politici!

domenica 15 ottobre 2017

Pontedera ed Enrico Piaggio: a 52 anni dalla sua morte

La Piaggio non sbarcò a Pontedera nel 1924 per merito di Enrico Piaggio. Gli investimenti della famiglia genovese su Pontedera furono probabilmente decisi dal padre Rinaldo, a cui il comune di Pontedera dedicò, dopo la morte, il viale lungo il quale era cresciuta la grande fabbrica, dai primi capannoni a ridosso di via Roma, fino a perdersi nelle lontane Curigliane, bel oltre la nuova stazione ferroviaria, ben oltre l'hangar che originariamente aveva ospitato i dirigibili.
Ma dal 1938 in poi Enrico Piaggio recitò un ruolo importante nelle sorti dello stabilimento di Pontedera che produceva motori per aerei da guerra e che durante il conflitto bellico, fu prima pesantemente bombardato e poi in parte trasferito a Biella e in parte sparpagliato in piccole strutture ed officine nei dintorni di Pontedera.
Il ruolo strategico di Enrico Piaggio, la sua importanza assoluta per il nostro territorio, le ragioni per le quali tutti i nostri concittadini dovrebbero conoscere la sua biografia (con le sue luci e le sue ombre), sono da ricondurre, indissolubilmente, alla creazione e alla commercializzazione della Vespa (e poi dell'Ape) e alla rinascita degli stabilimenti di Pontedera e al loro decollo internazionale negli anni '50 del '900.
Se Pontedera è quella che è oggi, in larga misura ciò si deve ad una serie di scelte compiute tra il 1944 e il 1945 da Enrico Piaggio, il quale nel mezzo di una guerra che aveva assunto anche i caratteri di una lotta fratricida, capì che di aerei non gliene avrebbero più fatti fare, che bisognava inventarsi qualcosa di assolutamente originale e che doveva essere un prodotto per le masse.
E se a noi oggi pare quasi scontato pensare che da queste premesse non potesse che uscire fuori la "Vespa", chiunque abbia qualche nozione storica sa che questo non è affatto vero.
Genio e fortuna, insieme ad una solida capacità tecnica e ad abilità  progettuali e organizzative di primordine, si mescolarono allora per tirar fuori il "papero" e poi la Vespa. Così come capacità organizzativa e abilità tecniche consentirono il lancio e poi il successo della innovativa due ruote.
Il resto fu una corsa durata quasi vent'anni che vide Enrico Piaggio cavalcare con le sue aziende il boom italiano, anzi esserne un protagonista e contribuire a costruire la prima motorizzazione dei massa dell'Italia, sia pure su due ruote.
Per Pontedera la rinascita e il successo della Piaggio nel secondo dopoguerra furono un'autentica manna, che dette lavoro e garanti' stipendi dignitosi ad alcune migliaia di famiglie, consentendo loro (soprattutto se anche la moglie lavorava) di traghettare da una vita di "miseria e comunque di povertà" ad una vita dignitosa, che poteva includere anche quattro settimane di ferie all'anno, da trascorrere coi figli in qualche località balneare della costa e poi di comprarsi una utilitaria e pagare il mutuo per un piccolo appartamento, magari in cooperativa. Un balzo enorme rispetto a tutte le generazioni precedenti. Enorme.
Per Pontedera e la Valdera fu una manna, perchè gli stipendi dei dipendenti dello stabilimento Piaggio sostennero anche gran parte delle attività economiche e commerciali del territorio, raggiungendo le tasche di molti che vivevano qui.
Per contro va detto che ciò avvenne mentre tanti pontederesi di sinistra negli anni '40 e '50 sognavano la pianificazione sovietica e negli stabilimenti di Enrico Piaggio vedevano un luogo per lo più infernale e semmai una palestra politica dove irrobustire il loro antagonismo e provare a costruire una società anticapitalistica, che allora sembrava il sole dell'avvenire.
E siccome i pontederesi di sinistra costituivano la maggioranza degli elettori del comune, Enrico Piaggio rimase per loro solo "il padrone", "il capitalista", "il fascista" e la città, che orgogliosamente e politicamente non voleva considerarsi "Piaggiopoli", non trovò mai il modo di relazionarsi in maniera adeguata con uno degli uomini a cui pure doveva buona parte della sua fortuna e della sua sorte. Un uomo certamente non facile, l'opposto ad esempio di un imprenditore dal volto umano come Adriano Olivetti.
Poi, il 16 ottobre 1965 di 52 anni fa, Enrico Piaggio morì. Improvvisamente. Il suo posto fu preso da Umberto Agnelli e dopo di lui, fino agli anni '90, da altri rappresentanti o da altri membri della famiglia Agnelli (come Giovannino). Ma nè gli Agnelli, nè chi acquistò la società dopo di loro, se si esclude le breve eccezionale parentesi di Giovannino Agnelli, trovò il modo di definire rapporti di reciproco riconoscimento e di fiducia con la città e con i suoi amministratori. Nè la città e le sue elite politiche ed amministrative riuscirono a riflettere sulla storia recente di Pontedera, con capacità alte e con profonda comprensione degli accadimenti, nel rispetto dei reciproci compiti e vincoli. Ma non parlo di memorie retoricamente condivise. La lotta sociale esiste e i conflitti di classe e lo scontro tra interessi diversi pure. Mi riferisco al riconoscimento dei rispettivi ruoli e dei meriti. Meriti veri. Di chi sta in piedi nelle tempeste del mercato mondiale. Con azioni ed effetti misurabili. Nel caso di Enrico Piaggio, eccezionali.
Invece per ragioni squisatamente ideologiche, per sentimenti che affondano le radici in visioni distorte della realtà e del mondo, la città di Pontedera, pur dovendogli moltissimo, ad Enrico Piaggio non ha riconosciuto quasi nulla. E perfino parlare del ruolo di Enrico Piaggio nella rinascita di Pontedera resta in città un mezzo tabù.
Eppure chiunque cerchi di pensare a qualche personaggio le cui scelte e le cui risorse personali abbiano avuto un ruolo decisivo e positivo non solo sulla storia e sullo sviluppo della città, ma su migliaia e migliaia di suoi cittadini e su decine di imprese locali (con un impatto che si è propagato su un lungo arco di anni), chiunque pensi alle dinamiche di questa città e alla sua fama nel mondo, sì, proprio nel mondo, non può che pensare ad Enrico Piaggio ed alle decisioni drammatiche e lungimiranti assunte da questo coriaceo imprenditore genovese, morto ciquantadue anni fa.

sabato 14 ottobre 2017

Diario di guerra. 16 luglio - 1 settembre 1944. Una storia di pontederesi in un rifugio di Montecalvoli / Faliero Fantozzi (ma a cura di Michele Quirici) e con un racconto di Anna Vanni Lupi, Tagete Edizioni, 2017, pp.84

Michele Quirici fa un lavoro straordinario e meritorio di recupero e pubblicazione di memorie locali, paragonabile, per mole, agli annali muratoriani, ovviamente tenuto conto delle debite proporzioni. Anche in questo caso, grazie ad un ritrovamento nell'archivio di casa Vanni-Lupi, la Tagete edizioni tira fuori e consegna ai lettori pontederesi (ma non solo) la quotianità del vissuto di un manipolo di Pontederesi che coll'avanzare degli eserciti alleati verso l'Arno, anzichè sfollare a sud (ovvero andando ad incontrare gli alleati e liberarsi prima) si trasferì a Nord e quindi volontariamente allungò la propria agonia.
Certo nessuna delle famiglie sfollate a nord dell'Arno aveva, tra i propri ranghi, esperti militari che avrebbero potuto suggerire che il grande fiume, una volta distrutti i punti, avrebbe potuto trasformarsi in una barriera difficile da superare anche per l'attrezzatissimo esercito alleato.
E poi c'era la propaganda fascista che, per quanto in crisi, spingeva le persone a nord; e poi c'erano le voci, il passaparola, l'incertezza della vita quotidiana, la paura, e mille altre cose.
Così il Diario di Faliero Fantozzi ci fa conoscere i dettagli di 19 famiglie formate da 71 persone costrette alla coabitazione coatta in un rifugio a Montecalvoli sotto le cannonate americane e con le vessazioni dei tedeschi tra il luglio e l'agosto 1944
E si scopre o si ritrova (per chi, come me, ha ascoltato storie analoghe dai propri genitori) la storia di tutte le difficoltà della vita quotidiana forzata, a cominciare dall'espletamento delle esigenze corporali per continuare con i rastrellamenti, le tante violenze, la rabbia, la paura, lo stordimento, il coraggio. E i morti per i cannoneggiamenti. E la fame. Tanta fame. Quasi più della paura.
Devo dire che essendo figlio di due "rifugiati" tra Montecalvoli e Santa Maria a Monte, il racconto di Fantozzi non aggiunge quasi niente a quello che già sapevo. Semmai rinnova il dolore dei racconti che le famiglie Cerri, Marrucci, Guidi  Marconcini mi hanno tramandato per oltre settanta anni.
Mio nonno, Giordano, fu colpito da una scheggia poco fuori dal suo rifugio di Santa Maria a Monte e trasferito a Firenze, a piedi, su un carretto da barrocciaio, dove morì pochi giorni dopo, per un'infezione che non si potè curare.
Mentre l'altro mio nonno paterno, Attilio, fu rastrellato dai tedeschi e come il protagonista del diario di Faliero riuscì fortunosamente a fuggire e a tornare al rifugio.
Ma per un mitico giovane di oggi (sperando di riuscire a fargli leggere a scuola qualcosa del genere), per un bambino della primaria, a cui Anna Vanni Lupi aveva pensato di far conoscere questa storia (ma oggi, alla primaria, si studiano solo i romani antichi se va bene, altrimenti ci si ferma alle favole sugli egizi e i babilonesi), una vicenda come quella di Faliero risulterà quasi sconosciuta, a meno che non ci sia ancora in giro un qualche bisnonno che la storia dei rifugi a nord dell'Arno l'abbia vissuta e che sia ancora lucido e abbia ancora voglia di raccontarla (senza omettere troppi particolari).
Comunque, la cosa importante è che Michele Quirici abbia scovato e quindi pubblicato questo straordinario diario, che ci racconta, in presa diretta, i due mesi del '44 di permanenza nel rifugio delle 19 famiglie pontederesi; e ci ripropone la memoria di Anna Vanni Lupi, che sintetizza e riassume, a posteriori, la stessa storia con gli occhi di una bambina.
Il libro resterà a disposizione dei buoni lettori e delle brave lettrici, che magari decideranno di leggerne qualche pagina ai loro nipotini. Resterà a disposizione delle tante maestre e prof delle medie che magari non hanno mai sentito parlare della loro straordinaria collega Anna, che su questi materiali fece lavorare i suoi bambini. Il libro e la testimonianza di Fantozzi, letti o non letti, rimarranno per i posteri. E nessuno potrà dire, senza sentirsi in colpa, di fronte ad avvenimenti di questo tipo, io non sapevo. Io non c'ero. Io non credevo. I libri infatti ci sono. E raccontano. Sono custoditi nelle case e nelle biblioteche, oggi sempre più accessibili. E come chi ha preso la patente di guida non può dire di non conoscere il codice della strada, chi ha imparato a leggere non può dire che non sa le cose perchè semplicemente non vuole leggere o non vuole arrivare in biblioteca a prendere un libro.
I libri infatti hanno tra i tanti meriti quello di conservare la memoria e di trasmetterla. E i contemporanei hanno l'obbligo morale di leggerli e di conoscerli.E se non lo fanno è un demerito ed una responsabilità dei contemporanei. I quali, tra tutte le scuse che possono accampare, non possono tirare fuori quella di non sapere.
Il libro è disponibile nelle librerie, nelle cartolibrerie ed in alcune edicole, oltre che, gratuitamente, presso la Biblioteca Gronchi.