domenica 29 novembre 2020

Da Piazza Curtatone e Montanara a piazza Mazzinghi? Anche no

Concordo con la richiesta di Montorzi di non cambiare nome alla piazza Curtatone e Montanara e invito tutti a votare per il referendum promosso da Quinewsvaldera (https://www.quinewsvaldera.it) .
Di fronte ad atti valoriali come l'intitolazione di una piazza centrale di una città, ognuno impegna e mostra la propria coscienza e i propri sentimenti. Le proprie idee più profonde.
Intitolare una piazza centrale a qualcuno o qualcosa ha un valore simbolico. Indica alle nuove generazioni e a quelle che verranno il senso di un cammino, di una prospettiva, di un ideale che la città intende sostenere. Sostituire l'idea del cammino unitario e nazionale del nostro paese (espresso dal nome "Curtatone e Montanara") con quella di uno sportivo (Mazzinghi) di notevole valore (nessuno lo mette in dubbio), è uno scostamento profondo dai sentimenti forti dell'identità cittadina. Implica uno spostamento di attenzione e una modifica nella memoria pubblica. Cosa che si può fare, ma che almeno meritava un dibattito pubblico serio ed approfondito.
Volendo cambiare il messaggio della piazza mi sarei aspettato, in questa epoca di comunicazione continua e diffusa, di leggere in anticipo, rispetto alla nuova intitolazione, le posizioni dei partiti, quelle dei singoli consiglieri così attivi per qualunque cosa su Internet, degli assessori, il tutto con un certo anticipo, così da aprire con la cittadinanza e i propri elettori un confronto e un dibattito pubblico, ma prima dell'assunzione della decisione.
Svolta infatti a posteriori la discussione sul nome della piazza assume inevitabilmente un senso di critica e di polemica verso il loro operato e di possibile fraintendimento del mandato ricevuto, almeno per quanto mi riguarda. Preciso che non sono favorevole al vincolo di mandato, ma al vincolo morale di dialogare coi propri elettori, quello, santo cielo, quello sì; e mi pare che in questo caso sia proprio quest'ultimo vincolo, di relazione e di ascolto, ad essere stato ignorato.
Resto quindi, come l'amico Montorzi e tanti altri, in attesa di un ripensamento della decisione assunta dal consiglio comunale. Aggiungo infine che stamani sul tema della piazza si è espresso anche l'opinionista Libero Venturi (sempre su Quinewsvaldera, il quale propone di dedicare a Mazzinghi piazza Trieste. Trovo il suggerimento, per diverse ragioni molto interessante (cfr https://www.quinewsvaldera.it/blog/pensieri-della-domenica/cronaca-natale-persone-accese.htm)




lunedì 9 novembre 2020

Perchè le librerie sono aperte e le biblioteche civiche sono chiuse?

Perchè le librerie sono aperte e le biblioteche civiche sono chiuse?

In un Paese che spesso si rifiuta di affrontare la complessità della realtà rispondere ad una domanda di questo tipo è difficile. 

Innanzi tutto perchè le ragioni di questa differenza sono molteplici. 

La prima è che le librerie stanno sul mercato e i librai ma soprattutto gli editori sono una lobby in grado di fare pressing sul governo e di trovare ascolto. Sono anche un insieme in grado di stimolare i loro clienti a protestare e a farsi sentire, magari attraverso giornali che orientano l'opinione pubblica. Insomma la filiera privata del libro è in grado di spingere per essere presa in considerazione e quindi sia nella prima  fase del lockdown ha riaperto prima delle biblioteche e attualmente non è chiusa.

La seconda sta nel fatto che invece le biblioteche civiche dipendono dagli enti locali. Per lo più dai comuni. E qui comincia il difficile. Perchè i comuni che magari si battono per non far chiudere i negozi, considerano assai meno importanti le proprie biblioteche, pensano che i loro dipendenti siano comunque tutelati e che gli utenti alla fine non protesteranno per la chiusura delle biblioteche. Così i comuni trattano un po' di smartworking coi sindacati, congelano i servizi, cercano di risparmiare e si sentono a posto. Il livello di sensibilità verso i libri e i lettori che caratterizza decisori politici e amministrativi non consente loro di cercare altre strade. Si accontentano e considerano rompiscatole i bibliotecari fanatici che vorrebbero che i loro servizi fossero trattati come quelli delle librerie.

La terza è che la categoria dei bibliotecari, parlo dei grandi numeri, diversamente dai librai non ha la vera responsabilità delle biblioteche che resta nelle mani di dirigenti e amministratori pubblici. E siccome lo stipendio dei bibliotecari corre anche se la biblioteca è chiusa, chi glielo fa fare ai bibliotecari di ingaggiare una battaglia da cui non hanno da guadagnare nulla, se non la gratitudine del pubblico e l'antipatia di amministratori e di dirigenti? Questo misto di irresponsabilità operativa dei bibliotecari,  di certezza di stipendio pubblico e dei rischi di una battaglia contro i propri vertici fa sì che solo un pugno di bibliotecari fanatici abbia protestato anche in queste settimane contro le chiusure delle biblioteche, mentre il grosso della professione si è acquietata, magari inventandosi meccanismi soft per rimanere parzialmente aperti. Un ragionamento analogo vale purtroppo anche per le biblioteche statali e universitaria, dove anche lì la filiera dell'organizzazione inceppa il buon senso e la volontà di aprire di più.

Si può modificare questo stato di cose? La vedo dura.

I bibliotecari pubblici non diventeranno mai veramente responsabili delle loro biblioteche e difficilmente i decisori pubblici riconosceranno loro un'autonomia che si riflette sui bilanci comunali (o universitari o statali), sui quali ovviamente gli amministratori vogliono avere sempre l'ultima parola.

Per cambiare solo in parte le cose servirebbe una generazione di bibliotecari di alto livello professionale e di forte visibilità sociale, in grado di conquistarsi una sostanziale (anche se non formale) autonomia operativa sul campo. Infatti laddove le biblioteche pubbliche funzionano bene, hanno pubblico e realizzano ottimi servizi, questa autonomia sostanziale è stata conquistata (con un complesso sistema di relazioni che sarebbe troppo lungo spiegare) e si sposa con una discreta condivisione progettuale da parte di dirigenti e amministratori. Ma è una conquista ed una condizione fragile e precaria, perchè si basa, a sua volta, su un mix di fattori che spesso sono più il frutto della fortuna che di un disegno intelligente. O d'altronde!

domenica 8 novembre 2020

L'uomo che sussurrava ai lettori

L'uomo che sussurrava ai lettori / Romano Montroni (Longanesi, 2020)

Leggere i testi di Montroni è per me sempre un piacere. Per l'eleganza con cui parla di libri, librai ed editori, ma anche e soprattutto per l'attenzione che rivolge ai lettori, ovvero ai clienti degli editori e delle librerie, senza la cui attiva presenza e senza la cui curiosità l'intera filiera del libro non reggerebbe.

In questo testo Montroni, già direttore e animatore della catena delle Librerie Feltrinelli e poi delle Librerie della Coop, parte dalla sua recente esperienza di presidente del "Centro per il libro e la lettura", un organismo del Ministero dei Beni Culturali finalizzato alla promozione della lettura, per tornare a concentrarsi però sul cuore della sua professione e sulla passione che lo contraddistingue da tutta una vita (Montroni oggi è un ottantenne): quella per il mestiere del librario, con un occhio e un'attenzione particolare alle piccole librerie indipendenti.

Il grosso del volume contiene sostanzialmente suggerimenti per i librai ed offre spunti e riflessioni su come si dovrebbe fare il mestiere del libraio oggi, in un mondo che cambia continuamente e che modifica costantemente anche il comparto dei libri. In particolare l'ultimo testo di Montroni delinea un modo vincente di fare la professione in un tempo molto difficile (dove se ti va bene sopravvivi dignitosamente, dice lui, ma non fai certo i quattrini e dove la maggiore soddisfazione è svolgere un mestiere che ti piace a contatto col pubblico).

Gran parte delle cose che scrive Montroni erano già presenti in un altro suo testo che considero un manuale fondativo e una lettura obbligatoria per chi, a vario titolo, voglia occuparsi di libri. Mi riferisco al volume "Vendere l'anima. Il mestiere del libraio" (Laterza, 2006)

Purtroppo "Vendere l'anima" e temo anche "L'uomo che sussurrava ai lettori" resteranno letture ignote al grosso dei bibliotecari italiani. Ed è forse anche per questo che oggi le librerie sono aperte al pubblico, mentre le biblioteche pubbliche, pur occupandosi di libri, sono sballottate e sono in stato di rannicchiamento e lo stesso Ministero della Cultura le considera meno importanti delle librerie. Il grosso dei bibliotecari del resto assomiglia troppo poco ai librai e fa troppo poco per imitarli. Per non dire poi che i vertici amministrativi e politici, da cui le biblioteche pubbliche (comprese quelle universitarie) dipendono, hanno una vaga e confusa idea di cosa siano i servizi bibliotecari oggi e quindi li tengono in uno stato poco più che vegetativo (tranne poche fortunate eccezioni).

Tra l'altro considero magistrale l'elogio della competenza professionale del librario come elemento che fa la vera differenza sul piano commerciale, come la fa (o la farebbe se fosse sostenuta e coltivata dalle pubbliche amministrazioni) anche quella dei bibliotecari.

Ed aggiungo che (ma questa è una mia valutazione, non presente nel testo di Montroni) fino a quando i bibliotecari non agiranno con lo spirito imprenditoriale dei librai (e non faranno tesoro dei suggerimenti di Montroni), e fino a quando i vertici amministrativi e politici non incentiveranno questo approccio, la pubblica lettura almeno in Italia non crescerà oltre una certa soglia. Soprattutto non cresceranno i nuovi lettori e i lettori deboli non si trasformeranno in lettori forti. Semmai buona parte di loro si perderanno per la strada.

Il testo di Montroni, edito da Longanesi  nel 2020, si trova nelle librerie ed è comunque disponibile nella Rete Bibliolandia.

sabato 7 novembre 2020

Disobbedisco e accolgo: la biografia di don Biancalani

 Disobbedisco e accolgo / di Massimo Biancalani (Edizioni San Paolo, 2020, Cinisello Balsamo)

Si legge d'un fiato la breve ma intensa e battagliera vita di Don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro di Pistoia, dove c'è una chiesa che, come recita il sottotitolo del volume curato anche da Mimma Scigliano, per le edizioni San Paolo, funziona come un "ospedale da campo" per i migranti.

Le vicende del prete pistoiese, spiritualmente seguace di Don Milani, ma perfettamente in linea anche con la predicazione di Papa Francesco, sono note al grande pubblico, perchè la sua pratica dell'accoglienza dei migranti è stata sottoposta all'attenzione della cronaca politica. Don Biancalani è il prete che ha avuto il coraggio di portare dei migranti in "piscina", che ha cantato "Bella Ciao" alla fine della messa, è diventato un simbolo delle politiche dell'accoglienza e si è scontrato con il leader leghista Matteo Salvini, il quale ha tweettato più volte contro il prete, contro la sua politica dell'accoglienza, contro l'uso di "Bella Ciao", il tutto mentre una formazione di ultradestra come Forza Nuova è arrivata a chiedere le sue dimissioni da parroco e a suggerire al vescovo di Pistoia di rimuoverlo dalla parrocchia di Vicofaro. Cosa che per fortuna non è accaduta.

Il libro racconta alcuni momenti della formazione di Don Biancalani, il suo percorso spirituale e la sua vocazione ad assistere e ad accogliere gli ultimi. In contrasto con tutti coloro che sono contrari all'accoglienza e che praticano un cattolicesimo moderato e prudente, Don Biancalani è cresciuto spiritualmente accogliendo e sostenendo gli altri, i più bisognosi, i più disperati, perchè questo è per lui la maniera migliore per incontrare Gesù e per trovare un senso al suo essere parroco e cristiano. La disubbidienza, come avrebbe detto anche Don Milani, è quindi la contestazione di leggi e di atteggiamenti che impediscono una corretta attuazione del messaggio evangelico e l'accoglienza è la decisione di andare incontro al prossimo.

Il libro è una bella lezione di vita e contiene un messaggio politico esplicito. Per i cristiani, in primo luogo, ai quali, non a caso, alla fine delle cerimonie religiose in chiesa, Don Biancalani dice: "guardate che la messa non è finita". La messa continua anche fuori dalla chiesa. La messa continua nell'impegno quotidiano per il sostegno verso chi ha bisogno e verso chi chiede di essere accolto. Un messaggio impegnativo. Per tutti. 

Il volume è disponibile nelle librerie, ma può anche essere preso in prestito nelle biblioteche di Bibliolandia che organizzano il servizio LIBRI DA ASPORTO.


mercoledì 14 ottobre 2020

"Ipotesi per un fantasma" di Marinella Marianelli (edizioni Erba d'Arno, 1997, Fucecchio)

In questo tempo pesantemente condizionato dall'emergenza sanitaria mi è capitato di rileggere, a più di venti anni dalla prima lettura, un romanzo-racconto storico con riflessioni sulla storia personale e con meditazioni su come si sta al mondo di Marinella Marianelli, straordinaria figura di insegnate, amministratore locale, animatrice culturale, inventore di eventi e di associazioni, in sintesi un intellettuale di qualità rimasta sempre ancorata alla sua San Miniato, ma con una capacità di guardare e conoscere il mondo e l'anima umana in molte delle sue sfumature.
Il romanzo si intitola "Ipotesi per un fantasma" (edito da Erba d'Arno nel 1997) e il fantasma di cui lei ci parla è quello di un suo avo, realmente esistito, nato alla metà del '700 e morto nei primi anni dell''800: un avo che rintraccia fortunosamente nelle carte dell' archivio storico comunale che lo collegano all'innalzamento dell'albero della libertà avvenuto il 4 aprile 1799 nell'attuale piazza del Seminario di San Miniato (PI).
Il testo ripercorre le vicende di questo avo negli anni compresi tra il 1799 e l'inizio dell''800 e questo fornisce alla Marianelli l'occasione per provare non solo a far leggere al suo antenato, Giuseppe Marianelli (proprietario di fornaci, affittuario di terre comunali e appaltatore di lavori pubblici) le convulse, intriganti e per certi aspetti commoventi vicende che caratterizzarono quel periodo, ma anche per illuminare, con tratti di penna incisivi ed efficaci, molti dei protagonisti (sia sulla sponda dei "giacobini" che su quella dei "conservatori/insorgenti") di quella splendida e incandescente stagione politica che ebbe un'eco profonda anche nei centri minori, come in fondo era allora San Miniato. E questo gioco di rilettura della storia e di invenzione narrativa la Marianelli lo fa utilizzando sia memorie familiari, sia le proprie esperienze di vita (il testo è stato scritto quando la Marianelli aveva già 70 anni), e miscelando il tutto, alla maniera della Yourcenar, con documenti d'archivio e citazioni colte.
Il testo è breve. Neppure 150 pagine. Ma denso e ricco. E la Marianelli domina la vicenda giacobina sanminiatese e le proprie memorie con grande maestria. Quest'anno ricorrono 99 anni dalla nascita e 10 dalla morte di questa straordinaria donna che ha insegnato sia a centinaia di ragazzi nella scuola sia a tutti quelli che, come il sottoscritto, hanno avuto la fortuna di incontrarla e di collaborare con lei, sostenendo i suoi progetti e rimanendo affascinati dalla sua cultura, dal suo eloquio elegante e dal suo modo di porsi nel mondo.
Mi permetto di suggerire a tutti gli appassionati di romanzi storici la lettura di un testo che trent'anni dopo la sua stesura e ad oltre venti dalla sua pubblicazione, appare ancora fresco, brillante e allo stesso tempo pieno di saggezza e di ingegno, una sorta di autoritratto perfetto della "giacobina" Marinella.
Nella Rete Bibliolandia ce ne sono diverse copie.


mercoledì 12 agosto 2020

Santa Sofia (Istanbul): riflessioni su una variazione d'uso

Alcuni giornali italiani (ad es. "La Stampa") hanno descritto nei giorni scorsi la trasformazione dell'ex museo di Santa Sofia ad Istanbul in moschea, per volontà del governo turco, come un atto di ostilità contro l'Unione Europea, contro l'Occidente, contro il cristianesimo e velatamente contro la ragione storica (concetto evanescente, come è noto). Sono stati citati argomenti e fatti per sostenere un'analisi così minacciosa dell'evento; e la cosa non stupisce. Nell'aria circola molta irrazionalità e si leggono ed odono tanti argomenti "muscolari" che in effetti un po' intimoriscono. Ma la paura e il timore sono il sale della comunicazione. Ciò che infatti desta la curiosità dei "lettori" sono soprattutto gli elementi "negativi" e preoccupanti, dei quali tutti credono di poter parlare con cognizione di causa. Mentre pochi potrebbero affrontare gli aspetti positivi ma complicati delle vicende.  
Precisato questo, ciò che mi è dispiaciuto di più è stato il rammarico espresso per questa ritrasformazione di Santa Sofia in moschea da parte di papa Francesco, che, pur godendo della mia stima, in questo caso ha preso un granchio, per alcune ragioni che proverò a spiegare.
In primo luogo perchè la trasformazione dell'edificio in un luogo di culto e di preghiera non può mai essere vista negativamente. Non può addolorare.
In secondo luogo va aggiunto che Santa Sofia non è nuova alle trasformazioni funzionali (è nata basilica bizantina, ma poi è diventata, a seguito delle decisioni politiche dei vari governi di Istanbul, chiesa cristiana ortodossa, poi chiesa cristiana cattolica, poi di nuovo chiesa ortodossa, poi moschea e nel '900 museo).
L'attuale passaggio che la ritrasforma in moschea non può essere letto come negativo. E' l'ennesima variazione d'uso. Il governo turco ha il diritto di farne quello che ritiene più opportuno per il proprio popolo e non è detto che un futuro governo turco (non più guidato da Erdogan) non decida di comportarsi altrimenti, perchè il fattore tempo è imprevedibile e quello che gli uomini fanno è, per fortuna, sottoposto a continua revisione e cambiamento. E' questa l'unica certezza.
Si può discutere se il governo turco non abbia una qualche responsabilità morale rispetto al resto dell'umanità in relazione alla destinazione dei suoi beni culturali. A mio avviso ce l'ha, ma ove agisca con rispetto del bene stesso (cioè non lo distrugga o lo deturpi o non ne neghi l'accesso a qualcuno per ragioni ideologiche) le sue decisioni non possono essere ritenute ostili e non possono addolorare.
Inoltre una moschea è un luogo di culto e di misericordia e l'apertura di un luogo di fede, dove si coltivano i sentimenti religiosi, dove si va a pregare e a migliorare la propria anima, dovrebbe essere salutato come un fatto comunque positivo.
In un mondo dove si cerca il dialogo, incluso quello interreligioso, non si possono usare toni e affermazioni negative rispetto alle scelte degli altri. Sempre che siano scelte pacifiche.
Si potrà osservare che un atto come quello di Erdogan può sembrare in contraddizione con i processi di occidentalizzazione della Turchia; ma se anche la ritrasformazione di Santa Sofia in moschea fosse leggibile come un atto di orientalizzazione o di rafforzamento dell'identità musulmana della Turchia dove sarebbe il problema? Non è una libera scelta della Turchia se occidentalizzarsi o orientalizzarsi?
Il dialogo non prevede l'assimilazione. Semmai prevede il riconoscimento del valore delle reciproche differenze. Essere diversi ci arricchisce. O no?
Certo io penso che se tutti rafforzano le proprie identità forti e soprattutto se prevalgono i sentimenti di "superiorità" e di "muscolarità", il dialogo interreligioso, potrebbe faticare di più a procedere. Ma anche qui, che si tratti di un dialogo difficile, faticoso, complicato e con inevitabili alti e bassi, passi avanti e passi indietro, mi pare inevitabile. Gli uomini, anche i migliori, oscillano. Il negativo non sta  nel marcare le differenze, ma ne voler imporre agli altri il proprio punto di vista e farlo con la forza.
La cosa comunque importante è che il dialogo non si spezzi, perchè fino a che si dialoga c'è speranza di comprendere e forse persino accettare le rispettive e, per diversi aspetti, irriducibili diversità.
Per questo gli uomini di buona volontà controllano i toni e le parole.
Ma chi deve strillare per poter vendere il proprio punto di vista, la pacatezza non può permettersela. Non possiamo chiedergliela. Dobbiamo comprenderlo.

Biblioteca Nazionale e smart working

Uno dei più noti storici italiani si chiedeva sul "Corriere della Sera" di questi giorni come fosse possibile che uno studioso (e un cittadino qualsiasi) potesse entrare in una libreria qualsiasi (ad es. la Feltrinelli di Firenze o di Pisa) e, dopo essersi sanificato le mani, potesse toccare i libri e rimetterli sugli scaffali, mentre lo stesso studioso (e cittadino) non poteva fare la stessa semplice operazione di consultazione nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Già. Come è possibile? E come è possibile che quello che si fa nelle librerie private (ovvero maneggiare libri) si possa fare anche in alcune biblioteche pubbliche, ad es. nelle biblioteche comunali, ma non in prestigiose biblioteche statali?
Risposta: comportamenti così contrastanti sono dovuti al fatto che nel nostro paese (qualunque forza politica sia al governo) operano contemporaneamente (con una distribuzione a macchia di leopardo sul territorio) almeno tre ordinamenti giuridici.
Il primo è l'ordinamento "statalista" che fa sì che lo Stato e una parte della burocrazia pubblica (in collaborazione con una parte di sindacati e dei dipendenti pubblici) creino il maggior numero possibile di problemi ai cittadini prima di concedere loro i diritti che gli spettano (in relazione a ciò i libri della Biblioteca Nazionale di Firenze si consultano col massimo della cautela e col massimo della sicurezza possibile, ovvero ben oltre i ragionevoli livelli di cautela e di sicurezza). In questo contesto l'uso dello smart working per peggiorare un servizio pubblico è una modernizzazione alla rovescia tipica del nostro ordinamento "statalista". Ma lo smart working usato all'italiana gode di coperture politiche e sindacali che lo rendono difficile da "modificare".
Il secondo è l'ordinamento liberale o di mercato. Nelle librerie private (che, guarda caso, sono state riaperte molto prima delle biblioteche pubbliche) i libri si infettano molto meno che nelle biblioteche. Perché questo accada è un mistero, ma di sicuro deve essere così. Di più. L'ordinamento liberale e di mercato per fortuna è in vigore anche in diversi enti pubblici, soprattutto in quelli locali dove amministratori e bibliotecari sono consapevoli di lavorare per il loro concittadini e fanno di tutto per semplificargli la vita. Da giugno infatti diverse biblioteche comunali (ma non tutte) sono molto più accessibili di quelle nazionali e universitarie e i cittadini hanno accesso ai libri come nelle librerie.
Il terzo è l'ordinamento criminale per lo più diffuso nelle aree del paese dove ci sono poche librerie private (che però aprono anche per riuscire a pagare il pizzo) e ancor meno biblioteche pubbliche. Queste ultime, in queste aree, per lo più adottano l'ordinamento "statalista" e lo smart working per tenere a distanza gli utenti.