venerdì 26 febbraio 2021

Possono essere filosofi i bambini?

E’ uscito un paio di anni fa un libro su cui sono riuscito finalmente a mettere le mani. L’ha scritto un professore del Liceo Scientifico di Pontedera, Giovanni Volpi, e si intitolata “Il bene è un’emozione felice”. Bambini e filosofi (CLD, 2019, p. 103, 15). Raccoglie l’esperienza di un laboratorio di filosofia pensato e realizzato coi bambini della primaria, tra i 9 e gli 11 anni. Il progetto ha per riferimento il comune di Capannoli ed è stato sollecitato e supportato dall’Associazione Culturale Olifante, che gestisce, tra l’altro, le biblioteche di Capannoli, Forcoli e Palaia.

I materiali proposti al lettore riportano sintesi dei dialoghi, un po’ socratici, intessuti tra il prof. Volpi e i bambini nel corso di vari incontri su un nucleo di temi o argomenti forti: cos’è il pensiero, l’io e la coscienza, l’altro, l’amicizia, gli altri e la società, il tempo, i sentimenti, la morale e molto altro ancora. Ogni argomento inizia con una breve introduzione del prof sul concetto su cui verterà il dialogo e continua coi commenti, le annotazione e gli interventi dei ragazzi. Il progetto, che ha coinvolto fino ad ora 200 bambini, va avanti da quattro anni con grande soddisfazione di tutti: dai bambini agli insegnanti, dai genitori (a cui sarei curioso di chiedere se anche a casa il dialogo coi figli assume le stesse caratteristiche del libro) all’amministrazione pubblica.

Il volume che raccoglie questa esperienza non è un manuale, ma è qualcosa di più di un quaderno di lavoro. Direi che è una buona pratica che gli insegnanti della primaria potrebbero provare ad assimilare e magari a replicare, ovviamente dopo essersi fatta anche qualche buona lettura di filosofia o almeno aver ripassato un buon manuale di filosofia. La lettura del testo messo insieme da Volpi (che merita il ringraziamento di tutti coloro che credono nell’utilità della filosofia per la formazione della persona) suggerisce poi un’infinità di varianti che potrebbero essere realizzare da altri insegnanti un po’ filosofi. Questi ultimi ad. es. potrebbero adattare lo schema proposto da Volpi per far costruire direttamente ai ragazzi di una classe, un po’ anche alla Don Milani, il loro manuale di filosofia, magari per lasciarlo in eredità alla classe che arriverà nella loro stessa aula l’anno successivo.

In Bibliolandia purtroppo c’è una sola copia del libro (e quindi ho dovuto fare la fila per leggerlo) e per giunta non è inserita in SBN, perciò il libro risulta inesistente nel principale catalogo bibliografico italiano. Suggerirei alla Rete di prenderne altre copie e all’Associazione di estendere l’esperienza anche nell’attiguo comune di Palaia. Ovviamente gli insegnanti della primaria con il pallino della filosofia potrebbero comprarne una loro copia e annotarsela. Credo che potrebbe tornargli utile nel lavoro quotidiano anche se non realizzassero un vero laboratorio di filosofia. Ma anche ai genitori farebbe bene leggere e meditare un libro come quello scritto da Giovanni Volpi. Potrebbero anche loro trovarci spunti molto interessanti per intessere un dialogo più fitto coi propri figli e magari creargli piccole alternative all’uso sfrenato dei social o dei videogiochi e farli crescere più consapevoli di sé.



mercoledì 24 febbraio 2021

Ricordando Tommaso Fanfani

Sono trascorsi 10 anni dalla morte del prof. Tommaso Fanfani, una persona importante per la città di Pontedera (che nel 2002 gli aveva conferito la cittadinanza onoraria), anche se era nato a Pieve Santo Stefano (Arezzo) e insegnava storia economica all'Università di Pisa. E proprio per i suoi studi di storia economica Fanfani era stato incaricato a metà degli anni '90 da Giovanni Alberto Agnelli di ricostruire la storia della famiglia e della società Piaggio e quindi anche del grande stabilimento di Pontedera. Ma l'obiettivo ancora più ambizioso del giovane Agnelli era quello di costruire il Museo e l'Archivio della Piaggio, che venne inaugurato nel 2000 e fu il frutto di un lungo e complesso lavoro di raccolta dei materiali e di messa a punto sia degli oggetti che della documentazione. Del Museo (dedicato a Giovanni Alberto Agnelli, morto nel 1997) e dell'Archivio (dedicato a Antonella Bechi Piaggio), che insieme costituiscono una delle istituzioni culturali di eccellenza di Pontedera e sicuramente la più nota e la più visitata da italiani e da stranieri, Tommaso Fanfani fu quindi il regista, l'organizzatore e l'animatore. Dotato di una grande competenza, di una grande passione e di una squisita gentilezza e cortesia, Fanfani si è occupato del Museo e dell'Archivio Piaggio per gran parte della prima decade del XXI secolo, organizzando anche seminari, mostre e convegni, fino a quando una dolorosa malattia non gli impedì di continuare il suo compito.

Copie del suo volume Una leggenda verso il futuro. I 110 anni di storia della Piaggio (edito a Pisa  nel 1994) si trovano presso la Biblioteca Gronchi. Il volume merita di essere letto da tutti coloro che vogliono conoscere la storia affascinante della società Piaggio e degli stabilimenti di Pontedera

Ben fatta la sua sintetica biografia su Wikipedia a cui rimando per ulteriori approfondimenti : https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Fanfani

Anche "Il Grandevetro" resiste e continua a lottare insieme a noi

Tra le riviste che mi capita di sfogliare in biblioteca e che, ripeto, si trova in quasi tutte le biblioteche della Rete Bibliolandia c'è "Il Grandevetro". Difficile sintetizzare in poche parole cosa sia stata e cos'è oggi questa pubblicazione, nata nel 1977, a Santa Croce, per merito di due intellettuali, almeno per me, leggendari come Sergio Pannocchia e Romano Masoni (quest'ultimo è ancora un artista pugnace e uno dei protagonisti della rivista). Io l'ho frequentata assiduamente negli anni '80 e poi ho continuato a leggerla più o meno regolarmente fino ad oggi. E' una rivista culturale che viaggia tra arti figurative, società e politica con un taglio spiccatamente di sinistra, ma d'una sinistra non schierata, non nostalgica, non ideologica, direi sempre combattente e soprattutto riflettente. Il nome del resto non può essere tradito. L'ultimo numero che ho letto e di cui allego la copertina contiene una serie di riflessioni sulla scuola, la pandemia, la Dad, ma anche sui limiti della scuola preCovid e sul futuro delle giovani generazioni: tutte cose che meritano di essere annotate. Naturalmente come tutte le riviste "riflettenti" richiede un certo impegno anche da parte del lettore. Normale, no?

Per chi volesse saperne di più c'è il sito web: http://www.ilgrandevetro.it, dove sono disponibili anche alcuni numeri arretrati in pdf

Una bella scheda biografica delle rivista, con i riferimenti ai collaboratori del passato e del presente, si trova anche su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Grandevetro





domenica 21 febbraio 2021

Tenga duro, Ministro Franceschini, sulle nomine dei direttori dei musei

In questo paese che apprezza i migliori solo quando i migliori siamo noi stessi o i nostri amici, sia lode al Ministro Franceschini che ha avuto il coraggio di spezzare le promozioni "concordate" e ha voluto che i direttori dei musei italiani venissero scelti con bandi internazionali e ha nominato commissioni in grado di reggere l'urto, almeno in parte, del familismo amorale del burocratico mondo accademico italiano che aspetta ancora uno come Palamara che sveli come funziona il meccanismo di aggiudicazione dei posti che contano anche negli enti e istituti culturali. Ministro tenga duro. Non molli la sua riforma sulla scelta dei direttori. Semmai la estenda alle grandi biblioteche nazionali e agli archivi di stato e alle più prestigiose istituzioni culturali italiane. Selezioni e scelga i migliori, anche se vengono da un altro paese. Basta che parlino decentemente la nostra lingua e sappiano fare bene il loro mestiere. Confesso di non  aver apprezzato la sua politica rispetto alle opportunità che aveva aperto per i bb.cc. la pandemia. Su questo avrei diversi appunti, soprattutto da bibliotecario, da muoverle. Ma, mi ripeto, lo ringrazio di aver tenuto il punto sul fatto che a dirigere importanti istituzioni culturali vadano messi i migliori e non gli amici degli amici. Resista alle pressioni. Spezzi questa prassi atavica del nostro paese, dove tutti, di destra, di sinistra e di centro, bubbolano tanto, ma poi finiscono sempre per scegliere la via "del politicamente a loro familiare o affine". Invece fare concorsi seri e scegliere i migliori  non solo è l'unico modo per premiare chi davvero se lo merita, è soprattutto l'unico modo per far funzionare bene e non solo sopravvivere le istituzioni culturali. Credo che per questa scelta lei sarà ricordato. E giustamente. 

QUEER, il poliziesco onirico di Luca Cherici

Ho letto il testo di Luca Cherici, "Queer. Il Gioco dell'Oca" (Tagete Edizioni, 2020, 235p, 15€), per curiosità. Lo confesso. Conosco Luca da una vita, siamo diventati adulti nella stesso morso di strada di Pontedera, dietro Villa Crastan, ho seguito il suo impegno politico, abbiamo parlato di molte cose negli ultimi anni e mi incuriosiva conoscere il suo approdo alla narrativa. Non so se il suo investigatore Luciano Garbarino diventerà anche un eroe televisivo, ma uno come Giallini probabilmente potrebbe interpretarlo. Lo spessore e le sofferenze psicologiche al poliziotto inventato da Cherici in Queer non mancano; e neppure gli manca una certa tendenza a scavare nelle macerie oltre che del caso che ha sottomano anche della sua vita e nei molti problemi politici e sociali della società in cui è vissuto e vive. Si parte dal cadavere di una donna (un femminicidio) e si procede con un'indagine molto mentale, piena di riflessioni, di ricordi e di dolori (soprattutto del poliziotto). Si incontrano personaggi di una Genova cantautorale e sociale (tra De André, Guido Rossa, don Gallo e il G8), con tanto odore di marcio e di miseria, dove la città diventa palcoscenico, contenitore e simbolo perfetto di un dramma che viene da lontano ed è destinato a durare nel tempo. Il testo contiene molti riferimenti, ma l'essenziale ruota attorno alle indagini sulla morte della ragazza, sugli scheletri nell'armadio del poliziotto e su quelli della società che ci circonda. Il tutto genera un poliziesco onirico, notturno, dove i rimandi a Tabucchi e a Pessoa sono espliciti, ma dove c'è anche molto altro. Della fine ovviamente non si può dire nulla, ma che la scrittura scorre e ci accompagna con ritmo musicale sempre più avvolgente, questo va sottolineato. Io sono uscito dalla lettura piacevolmente sorpreso, anche se leggermente stordito. Aggiungo solo che non è un testo facile. Va letto con un certo impegno, mettendosi a fianco di Garbarino e stando molto attenti a quello che pensa e dice, perché ogni parola che Cherici usa è stata scelta con cura ed è ben incastonata nel testo come una preziosa tessera di un mosaico molto complicato, di cui non è scontato afferrare tutti i disegni e i tutti racconti che contiene. 




sabato 20 febbraio 2021

E' ancora interessante leggere le riviste

Le riviste sono le grandi dimenticate della cultura contemporanea. Peccato. Eppure, ormai quasi tutte in duplice forma (cartacea ed elettronica), sopravvivono, si rinnovano e continuano a produrre buona cultura. Da assorbire con la dovuta lentezza. Ne segnalo una che ha appena festeggiato i suoi 170 anni e continua a proporre articoli di spessore, di argomenti diversificati e di interesse. Metto di seguito due tra le sue ultime copertine, che riportano l'indice dei principali articoli. Si tratta de LA CIVILTÀ CATTOLICA che leggevo in biblioteca, grazie alle scelte del prof. De Martini, già una cinquantina di anni fa e che, lo confesso, non trovo per niente invecchiata. La rivista è disponibile anche sugli scaffali della biblioteca Gronchi e i singoli fascicoli possono essere presi in prestito dai lettori nella stessa modalità dei libri. Gratuitamente. Approfittatene.




giovedì 18 febbraio 2021

I neoitaliani postpandemici

Severgnini è un giornalista attento agli usi e i costumi dei suoi compatrioti, ma con una vocazione alla lettura antropologica,  mi sembra. Degli antropologi condivide la grande passione per i viaggi e la capacità di guardare con empatia e in profondità le persone che incontra, fotografando la loro anima. E questa mi pare la caratteristica anche della sua ultima fatica editoriale. Titolo "Neoitaliani. Un manifesto [in 50 punti/paragrafi] (Rizzoli, 210p. 17€). Obiettivo dell'opera? Cogliere le mutazioni indotte sugli italiani dalla prima fase della pandemia. Il testo è una specie di instant book, uscito a settembre (troppo presto, forse, per sostenere con sicurezza, come più volte si legge, di "avercela fatta" ed essere usciti dalla pandemia). Aggiungo che il volume non contiene sostanziali novità rispetto ai molteplici libri dedicati da Severgnini agli italiani. Il giornalista del "Corriere della Sera" (ma anche autore televisivo, scrittore, conferenziere e molto altro) si conferma, oltre che colto ed elegante, un profondo conoscitore dei vizi e delle virtù che ci caratterizzano e usa la sua mano leggera sia per graffiarci che per accarezzarci: un vera rarità in un popolo di urlatori di "vaffa".

Alla domanda se la pandemia ci ha cambiato, l'A. risponde un po' sì e un po' no, ma, nella sostanza, a me pare che le sue parole pendano più verso la continuità. Il carattere degli italiani ha una struttura profonda.

Il libro si legge bene, fluisce rapido in capitoli brevi, calibrati sulla capacità di lettura degli italiani, e per lo più dedicati ai pregi e alle abilità de noantri, con minore attenzione ai nostri difettucci, che pure non evita di menzionare (ma senza calcare troppo la mano).

Tra i vari contenuti, sottolineo che il libro tesse in più punti un vero e proprio elogio della poesia e dei poeti (un "classico" in questo paese); dedica un paragrafo alle troppo poche scuole montessoriane (che l'A. invece ha frequentato da piccolo, e si vede); parla della passione nazionale per il "mattone" e per tirar su casa (una passione forse eccessiva in un'epoca di risparmio ecologico, anche di suolo); cita la proverbiale capacità degli italiani di rimboccarsi le maniche e darsi da fare soprattutto dopo le tragedie. Ma i 50 temi/paragrafi sono irriassumibili in una recensione che non voglia scoraggiare i lettori. Perciò mi fermo qui. E mi chiedo: vale la pena di leggerlo "Neoitaliani"? Certo che sì. Per le seguenti buone ragioni. Primo perchè Severgnini guarda gli italiani in profondità, da antropologo, come dicevo all'inizio, ma allo stesso tempo parlando di noi con leggerezza, senza acrimonia e senza la presunzione di redimerci (anche se in un po' di ravvedimento l'A. e il qui presente recensore ci spererebbero). Secondo perchè il suo è lo sguardo di chi ama i propri conterranei e apprezza le loro tante (troppe?, dico io) diversità. Ma da Lumbard (lui è nativo di Crema) guarda al paese con lo spirito di chi vuole darsi da fare per migliorarlo ed è perfino contento di fare la sua parte. Terzo perchè dei nuovi e vecchi italiani non si nasconde certo i difetti, ma non se ne fa schiacciare. Infine la sua retorica benevolente (che inevitabilmente c'è) non è mai sdolcinata, semmai avanza ironica. come quando sostiene che gli italiani sono ammalati di "pigrizia civica" o che sono indulgenti con gli imbroglioni per "autoassoluzione preventiva".

Sì, sono numerose anche le battute che il libro ci regala . Ma forse, più che battute, sono aforismi. Da meditare. Ovviamente non mancano neppure gli elogi a tutti coloro che nella prima fase della pandemia si sono impegnati al massimo e fa capolino perfino il riconoscimento del comportamento assennato tenuto da questa "collezione di 60 milioni di casi unici che si chiama Italia", il cui destino l'A. vede sempre più come "multietnico".

Insomma, Severgnini presenta un florilegio di riflessioni capaci di far ruminare i nostri cervelli. Una lettura da non perdere. Da consigliare ai neoitaliani per età. Intendo dire i giovani. Che però temo ignoreranno questo suggerimento. Mentre è facile prevedere che a leggerlo saranno soprattutto le donne e, tra loro quelle più mature (così ci suggeriscono le proiezioni statistiche sulla lettura in Italia). Ma va bene anche così. I giovani, del resto, sono per necessità più impegnati a cavarsela  o a divertirsi che a leggere. E poi è perfino bene che non sappiano esattamente chi sono o cosa sono destinati a diventare. Senza condizionamenti potrebbero migliorarsi ancora di più. Soprattutto i montessoriani.

Ma la frase che più mi ha colpito è il verso di una poesia di Ugo Reale, Homo Ludens, del 1971 che Severgnini colloca all'inizio del volume: "ognuno vedrà a modo suo / la verità che non c'è". Mi pare un motto perfetto per descrivere in poche parole il cervello e i comportamenti di questi 60 milioni di casi unici che sono, appunto, gli italiani postpandemici.

Del testo si trovano copie nella Rete Bibliolandia, ma per chi volesse usarlo come piccolo breviario personale, da succhiellare, annotare, sottolineare e rileggere per mandarne a memoria delle parti (e il testo si presta anche ad un uso del genere) l'acquisto in libreria è d'obbligo oltre che molto apprezzato dai librai di cui l'A. sottolinea la crescente professionalità.