giovedì 16 settembre 2021

L'ultima sfida di Sergio Vivaldi

La morte del tipografo, editore, amante d'arte, erudito e collezionista Sergio Vivaldi priva Pontedera di un grande lavoratore, di un'intelligenza curiosa e di un profondo conoscitore di Pontedera e del contesto artistico dell'intero Paese. Chiunque l'abbia conosciuto ha di sicuro imparato qualcosa da lui e la città gli deve davvero molto. Non a caso nel 2016 l'Amministrazione comunale lo omaggiò con un importante riconoscimento, come la stampa locale ha ricordato. Ma c'è di più.
La morte di Sergio Vivaldi lancia alla famiglia, alle forze politiche locali, alle istituzioni cittadine una sfida culturale e organizzativa di ampia portata che vale almeno la pena di essere esaminata.
Vivaldi ha accumulato nel corso della sua lunghissima vita un enorme patrimonio documentario su Pontedera e sulla storia dell'arte di questo Paese. Si tratta di migliaia di cartoline, manifesti, disegni, opere d'arte, cimeli, documentazione di vario genere che costituiscono una grande collezione privata, nota agli esperti e disseminata in Pontedera in vari spazi.
In pochi anni questo enorme patrimonio culturale potrebbe essere venduto e finire in mani private. Sono sicuro che le offerte in tal senso, almeno per una parte del patrimonio, non mancheranno. Non ci sarebbe niente di male, ma la città ne sarebbe impoverita.
Per ovviare a questa perdita il Comune (attraverso la Biblioteca Gronchi e il PALP) e altre istituzioni culturali, a cominciare dalla stessa Fondazione Piaggio, potrebbero fare gruppo, definire un progetto di uso collettivo, negoziare con gli eredi il futuro della collezione, inventariarla e usarla per attività culturali, senza neppure escludere il prestito temporaneo a gallerie e mostre di mezza Italia. Insomma le istituzioni potrebbero interagire con gli eredi di Vivaldi per far restare il patrimonio in città, per valorizzarlo e per valorizzare contestualmente Pontedera, creando anche un ponte tra istituti culturali, scuole incluse, interessati a usare questo patrimonio per proprie finalità. Ovviamente questa è solo un'ipotesi. Altre se ne possono pensare, vista la mole e la ricchezza del materiale.
Certo non si tratta di una sfida semplice. Ma sarebbe un peccato ignorarla e di sicuro sarebbe una perdita per la città assistere allo smembramento della collezione.
Per questo mi auguro che le élite politiche che ci governano e quelle che a loro si oppongono ci ragionino sopra e facciano presto sentire la loro voce.
È l'unico modo per rendere un vero omaggio a Sergio Vivaldi, per raccogliere concretamente l'eredità culturale che ci lascia e per fare il bene di Pontedera.

lunedì 15 marzo 2021

"Vivere ancora. Storia di un giovinezza" di Ruth Klüger.

Ho letto sia pure in ritardo di oltre 20 anni rispetto alla sua uscita in Italia (Mondadori, 1997) il libro della Klüger sulla sua esperienza di deportata in diversi lager, compreso Birkenau. E’ un testo (scritto da una donna matura e quindi molti anni dopo gli eventi) in cui si racconta come entrò nella spirale dei campi di concentramento quando era una bambina, a 12 anni, insieme alla madre e ad una “sorella adottata”, e ne uscì, fortunatamente, sempre insieme alla madre e alla sorella, per trasferirsi poi negli Stati Uniti dove divenne docente universitaria. 
La sua storia, scritta con ironia, sincerità e sforzandosi di riprodurre il suo "io bambino", costituisce un caso più unico che raro. Infatti la maggior parte dei bambini e delle bambine ebree rastrellate dai  nazisti venivano inviate subito alle camere a gas o morivano di stenti e le testimonianze dirette dei bambini sono quasi inesistenti. Ma Ruth, grazie ad una serie di elementi fortunati, riuscì a scampare alla morte; e la narrazione ci restituisce, sia pure maturata da una lunga esperienza di vita, una voce vera e autentica di una “bambina” che attraversa l’inferno dei campi di sterminio. Il libro, che racconta anche gli anni prima della guerra e, in piccola parte, il dopoguerra della giovane ebrea viennese, mi pare costituisca un’altra di quelle dolorose letture sulla Shoah che dovrebbero entrare a far parte delle letture moralmente “obbligatorie” sull’Olocausto di tutti noi. Sì, il libro della Klüger dovrebbe inserirsi in un percorso formativo che ad es. per noi italiani dovrebbe comprendere anche i testi di Primo Levi (“Se questo è un uomo”, “La tregua” e “I sommersi e i salvati”), “La notte” di Elie Wiesel  e ovviamente il "Diario" di Anna Frank. A questi libri, le vicende e le riflessioni della Klüger aggiungono ulteriori punti di vista e profondità di riflessione.
Aggiungo che queste letture non necessariamente dovrebbero essere fatte tutte nel periodo scolastico. Anzi forse varrebbe la pena proprio di diluirle, come se si trattasse di richiami vaccinali contro il virus sterminatore del razzismo e del totalitarismo criminale, a scadenza annuale o biennale, abbinandole a tanti altri libri testimonianza che sono usciti in passato (e che  qui non è possibile richiamare) o che usciranno nei prossimi anni. Così da formare una catena di immunizzazione, priva di effetti collaterali, in grado di accompagnarci tutta la vita. Perché temo che i virus del razzismo e del totalitarismo non saranno mai debellati per sempre. E in questo percorso vaccinale i lettori potranno farsi accompagnare, con buoni suggerimenti, dai bibliotecari di fiducia, che sicuramente rimarranno aggiornati sull’evoluzione di questa speciale letteratura destinata a curare le nostre anime.

Due riflessioni su Letta segretario del PD

Non so cosa significhi esattamente la designazione a segretario politico del PD per Letta, per lo stesso PD e per il Paese. Riporto qui solo le riflessioni che l’evento (e il discorso di Letta che ho ascoltato ieri per intero) mi suggerisce, dopo aver sottolineato tre volte, il carattere soggettivo delle mie annotazioni.
Per me l’elezione di Letta dimostra fondamentalmente due cose. La prima che la cultura cattolica, quella liberaldemocratica, ma anche di sinistra e attenta al sociale, quella che a Pisa è nata con Toniolo, passata per Giovanni Gronchi e poi è arrivata alla nidiata dei cattolici di sinistra degli anni 80/90, è ancora viva e vitale. Oggi questo cattolicesimo moderno, attento al sociale, trova ispirazione nel messaggio di Papa Francesco, che per altro rilegge, in chiave moderna, il Discorso della Montagna (un testo che piaceva anche ad un ateo come Gaetano Salvemini). E quel cattolicesimo sociale, importante soprattutto nella seconda metà del ‘900, pur incapace di esprimersi oggi in un proprio autonomo partito, e che pure trova un qualificato punto di riferimento nell’attuale presidente della Repubblica, ha però mantenuto una forte vitalità in un tessuto socio-culturale assai diffuso nel Paese e, sul piano politico, in particolare nel PD . Mi auguro che questo cattolicesimo continui a dare frutti. Perchè contiene valori umani e posizioni politiche largamente condivisibili anche da non cattolici e non credenti.
La seconda è invece il disastro (e quindi la marginalizzazione politica) di due culture politiche forti del ‘900 che mi sono state e in parte mi sono ancora care: quella socialista e quella comunista. Il crollo di Zingaretti, l'evoluzione del PD e la pulviscolarizzazione delle formazioni esterne al PD che si richiamano a esperienze ideali socialiste e comuniste dimostrano dolorosamente che in Italia questa cultura politica di sinistra si è non solo inaridita ma letteralmente sbriciolata. Alle spalle di questo disastro ci sono varie ragioni e cause che semplificando, sul piano politico, hanno portato all’incapacità di comunisti e socialisti di reimpastarsi negli anni ‘90 in una formazione con caratteri “socialdemocratici” o laburisti e all’impossibilità di aggiornare una cultura politica di sinistra coerente, in grado di ancorarsi ad un blocco sociale di riferimento sufficientemente omogeneo. Così l’accusa lanciata da noi giovani estremisti degli anni ‘70 verso il PSI e il PCI di essersi socialdemocratizzati si è dimostrata una balla o comunque una tendenza precaria destinata a saltare completamente per aria nei primi anni ‘90. Dopo il crollo del muro di Berlino cosa sia stata infatti la cultura politica di sinistra in Italia lo diranno ai nostri figli e nipoti forse solo gli storici che indagheranno questo fenomeno tra venti o trent'anni. E sono quasi certo che questi storici dovranno scavare tra le macerie e non solo negli archivi per capirci qualcosa.

lunedì 1 marzo 2021

Il sistema giudiziario italiano spiegato da Palamara a Sallusti e ai lettori

Ho letto il libro/intervista, uscito a gennaio e già alla sua sesta ristampa a fine febbraio, realizzato dal giornalista Sallusti con l’ex magistrato Luca Palamara, intitolato “Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana” (Mondadori, 2021, 286 p, incluso l’indice dei nomi, interessantissimo e di facile consultazione). Il testo è già un best-seller e la cosa è straordinaria trattandosi di saggistica non facile e piena di riferimenti non immediatamente comprensibili, perché ogni vicenda citata da Palamara ha alle spalle almeno altre centinaia di pagine di cronaca giudiziaria, per altro controversa, che un lettore normale (un non magistrato, intendo dire) non può facilmente padroneggiare.

Ma allora perché leggerlo? Per diversi buoni motivi. Intanto per farsi un’idea in proprio di come funziona al suo interno il mondo della magistratura e sapere in quale Paese si vive. Come si fa carriera tra i giudici, come ci si organizza per correnti per poter avanzare di ruolo e di stipendio, come si arriva al vertice di importanti procure, come funzionano i rapporti all’interno delle procure, come si arriva al vertice dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), il sindacato dei giudici, e come si arriva a far parte del Consiglio Nazionale della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno dei giudici, presieduto dal Presidente della Repubblica. E ancora come funzionano le varie correnti di destra, di centro e di sinistra e poi indipendenti e di altro segno le quali organizzano e inquadrano, con una certa capacità di coesione, i 10.000 magistrati italiani. E poi quali rapporti intercorrono tra le varie correnti dei magistrati e le forze politiche attive sulla scena parlamentare in un dato periodo. E ancora quali sono i delicati rapporti tra le correnti e la presidenza della Repubblica. Come avviene la scelta dei ministri della giustizia e la scelta dei consulenti giudiziari nelle stanze del potere. Oltre a ciò, si esaminano i rapporti all’interno delle procure tra i capi, i vari giudici, le forze dell’ordine che collaborano coi magistrati, i rapporti coi giornalisti amici, coi partiti che a volte sostengono certe indagini, ecc. ecc.
Tutto questo insieme secondo Palamara costituisce e funziona come un vero “sistema” che vive di un equilibrio concordato tra le correnti e i vari organi che sovrintendono alla Magistratura, un equilibrio però che è continuamente turbato delle carriere (e dalle ambizioni) dei singoli magistrati (organizzati in cordate sindacali) e dal mutare degli equilibri politici e quindi dagli inquilini di Palazzo Chigi, del Parlamento e del Quirinale, oltre che di altre istituzioni.
Anche senza prendere tutto ciò che Palamara dice per oro colato (e senza avere alcuna possibilità di verificare nessuna delle affermazioni che l’ex magistrato consegna a Sallusti), ne esce un quadro molto prosaico delle dinamiche interne della Magistratura (e dei rapporti magistratura/politica). Un quadro che non è sostanzialmente distante da quello che un osservatore attento, ma senza conoscenze dirette, si può fare rispetto allo stato del sistema giudiziario italiano. Mattarella a proposito del caso parlerà di “modestia etica” e di “dilagante malcostume” (p. 11).
Il libro poi fa nomi e cognomi, dei magistrati e dei politici, cita affaristi e faccendieri, collega i casi tra di loro, riassume alcuni processi giudiziari importanti, racconta insomma il “Sistema” nelle dinamiche degli ultimi venti anni (dal 2000 a oggi) e tratta moltissimi casi singoli che qui non c’è modo né di riassumere, né di esaminare brevemente, ma che sono, emblematici e molto interessanti (inclusi quelli dei magistrati che si ribellano alle logiche ferree del Sistema). Passa in rassegna le vicende dei vertici delle principali procure italiane (Milano, Roma, Napoli, Palermo, Firenze). Descrive come sono state designate le persone che guidano queste procure. Poi esamina i difficili rapporti tra la magistratura e i vari governi (a cominciare ovviamente da quelli presieduti da Berlusconi per arrivare alle più recenti vicende giudiziarie di Renzi (e Lotti), alle polemiche tra Bonafede e Di Matteo e a quelle in cui finisce coinvolto lo stesso Palamara). Non mancano giudizi duri su magistrati e politici e, ripeto, un ottimo indice dei nomi consente di individuare facilmente fatti e personalità che più interessano ai singoli lettori. E il libro di personalità ne coinvolge davvero molte.
Credo che un testo così ci aiuti davvero a capire meglio il nostro “sistema” giudiziario, perché la voce che lo descrive e un po’ lo mette a nudo è quella di un protagonista di primo piano e ben informato, interno e organico al sistema, uno che ha salito tutti i gradini della carriera (presidente dell’ANM a 39 anni e membro del CSM), uno che rivendica di essere stato protagonista del sistema, uno che non rinnega ciò che ha fatto (p.7) e che nel 2020 è stato radiato dall’ordine giudiziario.
Come esco dalla lettura del libro? Semplicemente pensando che il “Sistema” non sia riformabile. Ma ho 67 anni e spero che i giovani lettori, demograficamente più ottimisti di me, affrontino il testo (e dovrebbero farlo, anche se a loro risulterà ancora più faticoso) con più speranze.
Purtroppo non sempre saperne di più su una certa questione basta a cambiare lo stato delle cose. A volte il groviglio è talmente coriaceo e inestricabile che non appare modificabile. E, se Palamara dice il vero, i rapporti corporativi che vigono all’interno del mondo giudiziario italiano e le relazioni tra questo mondo e la politica sono così complicati che costituiscono una vera tara nazionale. Una tara che, forse, potrà essere curata e guarita solo nel lunghissimo periodo e con molto sforzo. Merito di questa intervista è certificare l’esistenza di questo groviglio (e, per me, di questa tara) e costringere l'opinione pubblica a prenderne atto. Perchè un libro come questo rende tutti più consapevoli. Se poi provocherà anche un sussulto morale che metterà in moto cambiamenti in meglio, questo lo vedremo col tempo.
Copie del libro si trovano nella Rete Bibliolandia, ma sono troppo poche per il numero di lettori che già si sono prenotati e per quelli che si spera vorranno leggerlo. Mi auguro che le biblioteche di Pisa SMS, San Giuliano, Volterra e altre ne mettano ulteriori copie in acquisto e poi in prestito. Ne vale la pena.

venerdì 26 febbraio 2021

Possono essere filosofi i bambini?

E’ uscito un paio di anni fa un libro su cui sono riuscito finalmente a mettere le mani. L’ha scritto un professore del Liceo Scientifico di Pontedera, Giovanni Volpi, e si intitolata “Il bene è un’emozione felice”. Bambini e filosofi (CLD, 2019, p. 103, 15). Raccoglie l’esperienza di un laboratorio di filosofia pensato e realizzato coi bambini della primaria, tra i 9 e gli 11 anni. Il progetto ha per riferimento il comune di Capannoli ed è stato sollecitato e supportato dall’Associazione Culturale Olifante, che gestisce, tra l’altro, le biblioteche di Capannoli, Forcoli e Palaia.

I materiali proposti al lettore riportano sintesi dei dialoghi, un po’ socratici, intessuti tra il prof. Volpi e i bambini nel corso di vari incontri su un nucleo di temi o argomenti forti: cos’è il pensiero, l’io e la coscienza, l’altro, l’amicizia, gli altri e la società, il tempo, i sentimenti, la morale e molto altro ancora. Ogni argomento inizia con una breve introduzione del prof sul concetto su cui verterà il dialogo e continua coi commenti, le annotazione e gli interventi dei ragazzi. Il progetto, che ha coinvolto fino ad ora 200 bambini, va avanti da quattro anni con grande soddisfazione di tutti: dai bambini agli insegnanti, dai genitori (a cui sarei curioso di chiedere se anche a casa il dialogo coi figli assume le stesse caratteristiche del libro) all’amministrazione pubblica.

Il volume che raccoglie questa esperienza non è un manuale, ma è qualcosa di più di un quaderno di lavoro. Direi che è una buona pratica che gli insegnanti della primaria potrebbero provare ad assimilare e magari a replicare, ovviamente dopo essersi fatta anche qualche buona lettura di filosofia o almeno aver ripassato un buon manuale di filosofia. La lettura del testo messo insieme da Volpi (che merita il ringraziamento di tutti coloro che credono nell’utilità della filosofia per la formazione della persona) suggerisce poi un’infinità di varianti che potrebbero essere realizzare da altri insegnanti un po’ filosofi. Questi ultimi ad. es. potrebbero adattare lo schema proposto da Volpi per far costruire direttamente ai ragazzi di una classe, un po’ anche alla Don Milani, il loro manuale di filosofia, magari per lasciarlo in eredità alla classe che arriverà nella loro stessa aula l’anno successivo.

In Bibliolandia purtroppo c’è una sola copia del libro (e quindi ho dovuto fare la fila per leggerlo) e per giunta non è inserita in SBN, perciò il libro risulta inesistente nel principale catalogo bibliografico italiano. Suggerirei alla Rete di prenderne altre copie e all’Associazione di estendere l’esperienza anche nell’attiguo comune di Palaia. Ovviamente gli insegnanti della primaria con il pallino della filosofia potrebbero comprarne una loro copia e annotarsela. Credo che potrebbe tornargli utile nel lavoro quotidiano anche se non realizzassero un vero laboratorio di filosofia. Ma anche ai genitori farebbe bene leggere e meditare un libro come quello scritto da Giovanni Volpi. Potrebbero anche loro trovarci spunti molto interessanti per intessere un dialogo più fitto coi propri figli e magari creargli piccole alternative all’uso sfrenato dei social o dei videogiochi e farli crescere più consapevoli di sé.



mercoledì 24 febbraio 2021

Ricordando Tommaso Fanfani

Sono trascorsi 10 anni dalla morte del prof. Tommaso Fanfani, una persona importante per la città di Pontedera (che nel 2002 gli aveva conferito la cittadinanza onoraria), anche se era nato a Pieve Santo Stefano (Arezzo) e insegnava storia economica all'Università di Pisa. E proprio per i suoi studi di storia economica Fanfani era stato incaricato a metà degli anni '90 da Giovanni Alberto Agnelli di ricostruire la storia della famiglia e della società Piaggio e quindi anche del grande stabilimento di Pontedera. Ma l'obiettivo ancora più ambizioso del giovane Agnelli era quello di costruire il Museo e l'Archivio della Piaggio, che venne inaugurato nel 2000 e fu il frutto di un lungo e complesso lavoro di raccolta dei materiali e di messa a punto sia degli oggetti che della documentazione. Del Museo (dedicato a Giovanni Alberto Agnelli, morto nel 1997) e dell'Archivio (dedicato a Antonella Bechi Piaggio), che insieme costituiscono una delle istituzioni culturali di eccellenza di Pontedera e sicuramente la più nota e la più visitata da italiani e da stranieri, Tommaso Fanfani fu quindi il regista, l'organizzatore e l'animatore. Dotato di una grande competenza, di una grande passione e di una squisita gentilezza e cortesia, Fanfani si è occupato del Museo e dell'Archivio Piaggio per gran parte della prima decade del XXI secolo, organizzando anche seminari, mostre e convegni, fino a quando una dolorosa malattia non gli impedì di continuare il suo compito.

Copie del suo volume Una leggenda verso il futuro. I 110 anni di storia della Piaggio (edito a Pisa  nel 1994) si trovano presso la Biblioteca Gronchi. Il volume merita di essere letto da tutti coloro che vogliono conoscere la storia affascinante della società Piaggio e degli stabilimenti di Pontedera

Ben fatta la sua sintetica biografia su Wikipedia a cui rimando per ulteriori approfondimenti : https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Fanfani

Anche "Il Grandevetro" resiste e continua a lottare insieme a noi

Tra le riviste che mi capita di sfogliare in biblioteca e che, ripeto, si trova in quasi tutte le biblioteche della Rete Bibliolandia c'è "Il Grandevetro". Difficile sintetizzare in poche parole cosa sia stata e cos'è oggi questa pubblicazione, nata nel 1977, a Santa Croce, per merito di due intellettuali, almeno per me, leggendari come Sergio Pannocchia e Romano Masoni (quest'ultimo è ancora un artista pugnace e uno dei protagonisti della rivista). Io l'ho frequentata assiduamente negli anni '80 e poi ho continuato a leggerla più o meno regolarmente fino ad oggi. E' una rivista culturale che viaggia tra arti figurative, società e politica con un taglio spiccatamente di sinistra, ma d'una sinistra non schierata, non nostalgica, non ideologica, direi sempre combattente e soprattutto riflettente. Il nome del resto non può essere tradito. L'ultimo numero che ho letto e di cui allego la copertina contiene una serie di riflessioni sulla scuola, la pandemia, la Dad, ma anche sui limiti della scuola preCovid e sul futuro delle giovani generazioni: tutte cose che meritano di essere annotate. Naturalmente come tutte le riviste "riflettenti" richiede un certo impegno anche da parte del lettore. Normale, no?

Per chi volesse saperne di più c'è il sito web: http://www.ilgrandevetro.it, dove sono disponibili anche alcuni numeri arretrati in pdf

Una bella scheda biografica delle rivista, con i riferimenti ai collaboratori del passato e del presente, si trova anche su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Grandevetro