sabato 29 novembre 2025

DONALD SECONDO MASSINI

Lette le anticipazioni del testo di Massini apparse su la Repubblica, letta la versione a stampa della ballata di Donald uscita per i tipi di Einaudi, il monologo non mi è arrivato addosso inaspettato. Avevo sperato in meglio, ma non mi sono stupito che lo spettacolo non riuscisse mai a decollare e alla fine terminasse con l’appello alle formichine che ho trovato uggiosamente scontato.

Un attore solo al comando ha infatti raccontato la storia di Trump (colto nella fase prima di entrare nel mondo delle TV e prima di scalare non una ma ben due volte la Casa Bianca) limitandosi a confermare più che la “banalità” verrebbe da dire la “stupidità” del male, tipico di una società e di una umanità fortemente orientata agli affari.

Ma ripetuto più volte il refrain del golden boy e pur cercando di introdurre battute e situazioni alla Brecht, alla Dario Fo e alla Marchese del Grillo, il monologo di Stefano Massini non cattura mai e in un’ora e mezza non strappa che pochi applausi e qualche sorrisetto ad un sala amica per fortuna gremita fino all’inverosimile.

Neppure le trovate sceniche (come la costruzione del flipper e della Trump Tower) e la musica dal vivo che accompagnano il monologo aiutano gli spettatori a stare svegli e a seguire la storia che narra di un narcisista fraudolento patologico che è riuscito a diventare presidente degli Stati Uniti a colpi di furbate e truffe. Perché il succo è questo. Ed è un po' poco.

E la sensazione è che neppure un pubblico  ideologicamente antitrumpiano, come quello pontederese, abbia apprezzato più di tanto lo spettacolo e il personaggio che forse andava scavato di più e costruito meglio, aggredendo il nocciolo vero che è l'ascesa al potere mondiale. Perché Trump questo ha fatto: ha scalato la prima grande potenza del mondo. Ha messo le mani sulla valigetta atomica.

Ovviamente Massini è un grande attore e per oltre un’ora e mezzo si è mosso come un gatto mammone sulla scena tenendo la sua preda tra i denti. E con Trump ha davvero giocato come il gatto con il topo. Regalando certo qualche battuta allusiva, ma emozionando poco e alla fine senza davvero fare capire al pubblico come ha fatto questo biondo megalomane a conquistare l’anima e il voto di circa 80 milioni di elettori americani per ben due volte. E da dove gli venga l’impulso a trasformare una democrazia imperfetta come quella statunitense in una monarchia imperialista.

Uno spettacolo che delude culturalmente e politicamente. Una rappresentazione che gigioneggia ma non graffia, né morde. Un teatro senza forza su un tema (quello della natura degli uomini di potere) troppo trattato in letteratura per potersi permettere di dire così poco come accade in questo Donald.

Eppure se il racconto è insufficiente, la prova di attore di Massini è invece superlativa. Il mattatore del palcoscenico c’è. E si è visto benissimo. Ma la bravura attoriale (e il narcisismo che l’accompagna) non colma la fragilità di uno spettacolo per lo più monocromatico che non riesce mai ad afferrare il cuore del suo personaggio e a metterlo nelle mani degli spettatori, come l’autore-e-regista, oltre che attore unico, ambirebbe a fare.

Forse quello prodotto dal Teatro della Toscana, in collaborazione col Piccolo di Milano, è uno spettacolo troppo ambizioso che non raggiunge la vetta e che alla fine diventa un po' noioso, ripetitivo e strappa, almeno allo scrivente, irrefrenabili sbadigli. 

Oddio, magari tradotto in inglese e allestito a New York o a Londra lo spettacolo potrebbe produrre una sensazione diversa. E forse Massini, autore giustamente internazionale, è proprio a quel pubblico che ha pensato nel costruire questa performance.

Tornando però a Pontedera, si, certo, alla fine (ma solo alla fine) in sala gli applausi non sono mancati. Ma erano applausi antitrumpiani e forse antimeloniani o di apprezzamento per lo spettacolo teatrale? O erano un tributo all’intensa e faticosa prova di attore del cinquantenne Massini?

Difficile rispondere con sicurezza.

Certo Massini non aggiunge davvero nulla al bombardamento di trumpate a cui noi formichine siamo quotidianamente sottoposte in questo paese vassallo dell’imperatore. Né ci fornisce alcun antidoto alla barbarie mondiale che avanza. Ma di questo non gli si può fare certo una colpa.

Ma un'ultima cosa vorrei infine che fosse chiara: ce ne fossero di autori, attori e registi come Massini. E la Pergola e Pontedera sono fortunati ad averlo anche come direttore artistico e uomo immagine del Teatro della Toscana. 


venerdì 28 novembre 2025

ATELIER DELLA ROBOTICA. IL COMUNE SI PREPARA AL CONTENZIOSO

Come previsto, non solo il progetto dell’Atelier della Robotica non va avanti, ma siamo arrivati alle soglie di un contenzioso che probabilmente lo investirà. Con danni, spese legali e altro tempo perso.

Lo annuncia la determina n. 1169 del 19.11.2025 del comune di Pontedera che formalizza ad un noto studio di avvocati fiorentini l’“incarico di assistenza stragiudiziale” per sostenere una probabile causa a fronte del procedimento “di recesso/risoluzione del contratto relativo all’Atelier della Robotica” attuato dal comune di Pontedera nei confronti della ditta che aveva iniziato i lavori sui capannoni dove sarebbe dovuto sorgere l’ATELIER e dove, invece, tra qualche anno, forse, apparirà un bel parcheggio. Forse.

Per farsi assistere negli atti amministrativi il comune impegna intanto circa 4.500 €  per dare l’incarico agli avvocati di studiare le carte del “recesso” per fare uscire il comune fuori da questo gran garbuglio.

Piccola somma, si dirà. Vero. Ma se la causa diventerà più complicata, la determinata prevede che la parcella degli avvocati potrà crescere.

E comunque questo è il minimo, perché la medesima determina informa che la controversia sul contratto che il comune va a rescindere potrebbe comportare, visto l’importo dell’appalto, una cifra tra i 260.000 e i 520.000 euri. Una bella batosta, se la causa verrà intentata e se verrà persa dal Comune.

Ma c’è la possibilità di perderla la causa?

Beh, nella determina si dice che la rescissione è stata voluta dal Comune perché il progetto originario messo in appalto e parzialmente avviato non andava più bene (al comune) e il Comune, in accordo con la Regione e coi futuri soggetti gestori dell'Atelier, costruirà l’Atelier in un altro posto, nello spazio già pensato per il parcheggio multipiano (su cui, per altro, insiste già un contenzioso e su cui si sono già spesi soldi per avvocati). 

Riassumendo. C’è qualche concreta possibilità che il contenzioso e la causa sull’appalto collegato con l’Atelier vengano attivati e persi. E che questo si sommi al contenzioso del parcheggio multipiano.

Ovviamente speriamo che il Comune se la cavi e che le spese siano minime, ma fa tanta tenerezza rileggere oggi l’articolo del luglio 2020 di QUINEWSVALDERA (che allego) in cui l’assessore Mattia Belli, portavoce della Giunta guidata dal sindaco Matteo Franconi, annunciava, 5 anni fa, le magnifiche sorti e progressive del Viale Rinaldo Piaggio, magnifiche sorti che nel giro di pochi anni non solo sono quasi TUTTE svanite, ma si sono aggravate con la chiusura dei parcheggi attorno alla biblioteca Gronchi e con la chiusura da 3 anni e mezzo di via Maestri del lavoro: una chiusura quest’ultima che crea discrete difficoltà di collegamento tra stazione ferroviaria e parcheggio ospedaliero e che il comune risolverà, tramite la SIAT, con un intervento costosissimo e sul cui avvio (più volte annunciato e più volte rinviato) non ci sono, per ora, certezze. 

Certo in consiglio comunale l’assessore Belli continua a dire, come fa Giorgia Meloni coi centri in Albania, che i lavori sul viale Piaggio ci saranno. Ce lo auguriamo, ovviamente.

Intanto però i suoi dirigenti si preparano ai contenziosi sugli appalti andati male, mentre il consiglio comunale stanzia 25.000 € per "ridefinire" il progetto Atelier.

Eh sì, come ha detto l’assessore Belli ieri almeno una decina di volte in consiglio, la situazione è davvero molto complessa.


mercoledì 26 novembre 2025

BANKSY E LA STAMPA PONTADERESE

Mi ripeto? Si, mi ripeto. Il fatto è che sono passate ormai quasi 3 settimane dalla chiusura della mostra Banksy a Pontedera senza che vengano rilasciati i dati sui visitatori paganti e questo silenzio tombale imposto dal Palazzo inquieta.

E' una piccola cosa? Piccolissima. Ma è un segnale, una spia, del pessimo stato di salute della democrazia locale.

E colpisce che anche sulla stampa locale domini un silenzio assordante. Se non mi sono perso qualche articolo o servizio né la cronaca locale de IL TIRRENO, né quella de LA NAZIONE, né QUINEWSVALDERA, né  la TV web RETE VALDERA hanno scritto un breve articolo o prodotto un servizio di chiusura su un evento culturale presentato come rilevante per la città e inaugurato con la presenza anche dell’assessora regionale Alessandra Nardini. 

Mi chiedo: che senso ha anche il loro silenzio?

Nessuno dei summenzionati organi di stampa ha sottolineato la mancanza di informazioni sulla mostra di Banksy. Immagino che qualche giornalista locale possa essersi spinto a chiederne conto all’assessore alla cultura. Ma, se ha ricevuto un diniego, oltre non è andato.

Ed in effetti in relazione alle questioni di cui trattano quotidianamente le testate giornalistiche sopra indicate, far sapere ai lettori se una mostra (durata 4 mesi) al PALP ha attirato 2,3 o 4000 persone è un’informazione di poco conto. O qualcosa i numeri dicono? 

Certo viene il sospetto che l’assordante silenzio giornalistico sia dovuto anche al fatto che nel momento in cui i numeri certificassero il flop dell’evento questo potrebbe suonare (sia pure senza alcuna volontà da parte degli organi di stampa) come una velata critica alle politiche culturali e alle capacità organizzative dell’amministrazione.

Fatto sta che, assecondando involontariamente l’amministrazione comunale nel suo proposito di fare cadere in un oblio tombale la mostra (lo stesso oblio in cui Palazzo Stefanelli aveva sepolto anche il flop della mostra precedente dedicata a Dal Canto), la stampa locale all’unisono tace e asseconda l’atteggiamento di chi governa.

lunedì 24 novembre 2025

IL REALISMO POLITICO DI JOHN MEARSHEIMER SULL’UCRAINA

Una settimana prima che Trump annunciasse la propria e forse putiniana proposta di pace da imporre a Zelensky e alla UE, si è verificato nel Parlamento europeo un evento “curioso”. 

Il gruppo dei PATRIOTI (che include la Lega, Vox e RN di Le Pen) ha invitato per una conferenza il prof. John J. MEARSHEIMER, docente all’Università di Chicago, un politologo americano tra i massimi esperti di relazioni internazionali. Uno dei più accreditati rappresentanti della scuola del “realismo politico”, ma non proprio di simpatizzante di destra.

Il tema da trattare: che fare con la guerra in Ucraina.

La tesi di Mearsheimer sull’argomento sono note da tempo e altrettanto note sono le sue ricette. Secondo il professore dell’Illinois la guerra in Ucraina è stata una reazione all'avvicinarsi della NATO (e della UE) alle porte di Mosca e Putin aveva mandato molti segnali a Usa ed EU che non avrebbe accettato l'occidentalizzazione di Kiev. Una tesi a cui aveva alluso anche Papa Francesco, quando aveva parlato dei cani (della NATO) che abbaiavano alle porte della Russia.

Quanto al come uscire da questa situazione drammatica, soprattutto rispondendo alle domande, J. Mearsheimer ha sostenuto che Zelensky dovrebbe sostanzialmente accettare di negoziare sulle attuali richieste di Putin. Una soluzione che lo stesso papa Francesco, parlando del coraggio di negoziare (e di accettare la sconfitta), aveva evocato già nel marzo del 2024. 

Certo, negoziare da posizioni di estrema debolezza sarebbe una grande sconfitta per Zelensky, ma questo, secondo Mearscheimer, potrebbe permettergli di salvare uno stato, quello Ucraino, che (sempre secondo M. e papa Francesco) non aveva e non sembra avere la possibilità di vincere la guerra contro i russi. I russi poi secondo Mearscheimer non vorrebbero occupare tutta l’Ucraina, ma sarebbero disposti a danneggiarla gravemente pur di neutralizzarla. E, ha aggiunto Mearsheimer, la prosecuzione della guerra peggiorerà la situazione dell’Ucraina e renderà il paese sempre più "disfunzionale". Ovviamente anche una soluzione pacifica del conflitto avrà costi enormi per l’Europa e ripercussioni gravi sulle sue relazioni con gli Usa. Ma, sostiene M., trattare anche da posizione svantaggiata è sempre meglio che continuare il conflitto.

Alla base dell’analisi di M. c'è una critica radicale alla strategia degli Usa (e degli alleati europei) di esportare la liberaldemocrazia nel mondo. Una tesi che, secondo lui, si è dimostrata catastrofica.

Le linee generali della teoria di Mearsheimer sono esposti analiticamente in due sue opere di notevole spessore: 1 La tragedia delle grandi potenze (Luiss, 2019); 2. La grande illusione (Luiss, 2019). 

La lunga conferenza di M. al Parlamento europeo contiene una miriade di spunti di riflessione (anche sul ruolo dell’Europa) e si può vedere e ascoltare (con il dibattito) su YouTube al seguente indirizzo:

https://youtu.be/wnnOQefj0Uc?si=Zx_4uBIT-3fnDOfZ


sabato 22 novembre 2025

CHI HA PAURA DEI NUMERI DI BANKSY?

A 2 settimane dalla chiusura della mostra di Banksy & Friends al PALP, nessun comunicato è stato emesso né dalla Fondazione Cultura, né dal Comune di Pontedera per presentare un bilancio quantitativo e qualitativo dell’evento. 

Niente numeri. Niente riflessioni. Niente valutazioni. Niente di niente. Come se una mostra durata 4 mesi e molto pompata, almeno sui social, con tanto di conto alla rovescia negli ultimi giorni di apertura, non fosse mai accaduta. Dimenticata. Divorata nel presentismo che domina.

Lo so bene: i numeri non sono tutto. Ma se in politica tutto si può dire tranne i numeri, non ci sarà mai modo di aggrapparsi a qualche certezza per esprimere valutazioni un po' più serie.

I numeri e, come sostenevano già nel Medioevo, le ragioni vanno insieme. Una politica moderna, anche locale, dovrebbe partire da lì.

Ma allora perché la Fondazione Cultura (braccio operativo dell’amministrazione) e il Comune si comportano così? 

Di cosa hanno paura nel rivelare i numeri sicuramente rilevati?

Cosa spinge Fondazione e Comune a oscurare quanti paganti abbia registrato Banksy a Pontedera?

Sfuggire a queste domande, sembra un atteggiamento un po' alla Meloni. Anche la premier dichiara infatti di apprezzare le critiche, ma poi si rifiuta di rispondere a chi le fa le domande scomode.

Che al fondo ci sia la paura di farsi valutare? 

E se è così, quale è la ragione di questa paura?

Il presidente della Fondazione cultura è appena stato promosso anche presidente di ECOFOR service, mentre il sindaco e il suo assessore alla cultura sono stati rieletti un anno fa nel ruolo. Nessun dato, anche il più catastrofico, sulla mostra Banksy può far traballare le loro poltrone, nè quelle delle new entry nel CDA della fondazione. Nessuno "scossone" li minaccia. 

Eppure tacciono, anche di fronte ai giornalisti locali che immagino abbiano chiesto loro questi dati.

Ma chi gestisce istituzioni pubbliche come fa a non sentire quanto sarebbe opportuno invece rispondere alle domande dei cittadini? 

Anche dei più rompiscatole, come lo scrivente vecchietto da tastiera. 

Ci si è forse già dimenticati di quando lo si incoraggiava a insistere?

giovedì 20 novembre 2025

VIALE PIAGGIO. IL PROGETTO MEZZO FRANATO

Ma se hanno paura di dare i numeri catastrofici della mostra di Bansky & Amici, se non riescono a far partire i lavori sui parcheggi della biblioteca (che dopo 50 anni, nel 2025, farà meno prestiti librari di Pisa SMS), se non riescono a risolvere lo scandalo dei troppi edifici pubblici inutilizzati (vedi scuola Curtatone), se si fanno "bocciare" dalla stessa amica Regione il nuovo piano regolatore, potevano mai riuscire a gestire bene un progetto complicato come quello del viale Piaggio, propagandato per due mandati elettorali dagli “oligarchetti” del centro-sinistra pontederese, col consenso politico di un partito che esiste solo per rastrellare consensi, gestire il micropotere locale e favorire folgoranti carriere?

Direi proprio di NO.

E non è finita qui. Perché la caduta del castello progettuale avrà probabilmente un costo salato (via Tari e altro) per il grosso della comunità e delle frazioni, la cui sfortuna è di guardare a tutto questo con occhi imbambolati, o distratti e scettici, continuando, almeno in parte, a pensare che gli artefici dello sfarinamento urbanistico siano pur sempre i “migliori”. Già, i migliori.

Certo sarebbe interessante sapere che fine abbiano fatto tutte le chiacchiere profuse nei famosi dialoghi urbani e che bilancio ne traggano gli attavolati di allora. 

E chissà se questi dialoghi prevedevano anche il ridondante ed emblematico cantiere frontecimiteriale oppure no.

Ma non credo che anche da questo versante arriveranno risposte. Perché gli agglutinati attorno al famiglio politico dominante sanno che possono solo battere le mani o mugugnare in privato. 

Criticare, chiedere spiegazioni e “numeri” è severamente vietato per chi voglia continuare a fare parte non solo del cerchio magico degli amici (ed ambire quindi a incarichi e prebende), ma anche per chi desideri almeno mantenersi nel secondo cerchio (quello di chi può chiedere favori) e non essere scaraventato tra gli ignorati o, peggio ancora, tra  i reietti.

Quello che continua invece a meravigliarmi (ma, data l’età, non più di tanto) è il silenzio degli architetti giovani e un po' fuori dai cerchi. Da queste figure di dannati, nel secolo scorso, un po' di idee critiche e alternative erano venute fuori. Magari perché incoraggiati da un’associazione come Legambiente Valdera, oggi confinata in una fase che oscilla tra mindfulness e fitness, che farà di sicuro bene agli attempati soci e socie, ma che sembra avere poco impatto sull’ambiente circostante.

Poi ci sono le opposizioni, che dovrebbero scavare con metodo, con civismo e continuità in queste macerie urbane per dimostrare che hanno uomini, donne e idee progettuali valide per rimediare; opposizioni che dovrebbero dialogare coi cittadini, se vogliono seriamente accreditarsi per rilanciare la città e non limitarsi a sporadiche lagnanze. 

Operazione assai difficile quella di accreditatsi, perché quelli che hanno in mano oggi il potere locale (gli oligarchetti) sono un pugno di uomini e donne sveglio, di discreta abilità e astuzia politica e saldamente ancorati agli interessi che contano.

mercoledì 19 novembre 2025

I NUMERI DELLA MOSTRA BANKSY SONO UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA

Si, lo so, conoscere i numeri della mostra Bansky e della mostra di Babb non risolverà i problemi sociali e urbanistici di Pontedera e neppure quelli culturali. Me lo hanno ripetuto gli amici che mi invitano a non insistere.

Io però penso che la mancata comunicazione dei visitatori sia un segnale dello stato di salute della democrazia locale. Modesto. Come dimostra anche la comica vicenda familistica delle autosospensioni poi rientrate in casa del partito pigliatutto.

Non dare i numeri è un segnale di arroccamento che una maggioranza di centro sinistra non dovrebbe permettersi.

I cittadini hanno il diritto di valutare se la mostra ha raggiunto il pubblico, ha reso la città più attrattiva, ha centrato o meno gli obiettivi che l'amministrazione comunale si è data. È stata costruita una apposita Fondazione per gestire il PALP. Come si valuta il suo operato senza dati?

L’ostinazione nel non presentare pubblicamente un bilancio dell’iniziativa lascia supporre che la mostra Bansky sia andata malino (se fosse andata bene i numeri sarebbero già stati gridati su tutti i social possibili). 

E comunque sottrarsi ai numeri vuol dire che i nostri amministratori di centro sinistra si comportano come la Meloni. Antifascismo a parte, come lei non gradiscono le domande e le verifiche sul loro operato.

E su quali basi allora il cittadino potrebbe farsi un’idea della bravura degli amministratori e degli amici che mettono a gestire le società partecipate o interamente controllate? Solo quelle ideologico familiari?

Un mio amico sostiene che i nostri amministratori sono i migliori sulla piazza e che ad attaccarli si fa il gioco degli altri che, sempre secondo lui, sono peggio. Molto peggio. 

Io non lo so se gli altri sono peggio, ma mi piacerebbe che i migliori dimostrassero di essere davvero i migliori e intanto tirassero fuori i numeri sulle mostre e rispondessero alle domande.