domenica 5 luglio 2015

IL ROTTAMATOR DI LAPIDI DI SAN MINIATO FA MARCIA INDIETRO
Secondo le ultime voci attendibili, il rottamator di lapidi starebbe per rimettere le due lapidi dedicate alla strage del duomo alle pareti esterne, e quindi visibili al pubblico,  dei loggiati di San Domenico. Una bella  marcia indietro per il sindaco proclamato coraggioso. Forse l'intera vicenda sta per concludersi. Non con la ricollocazione sulla facciata del Palazzo comunale, ma pur sempre nel centro di San Miniato, in un luogo aperto ed accessibile al pubblico. A giorni la notizia comparirà sulla stampa locale insieme alla data dell'inaugurazione che sembrerebbe fissata proprio per il 22 luglio p.v., anniversario della strage. Insomma mancherebbe solo il comunicato ufficiale del sindaco, che pare lo stia scrivendo di suo pugno. Per non perdere la faccia il coraggioso ricollocatore contro voglia  sta pensando come giustificare il putiferio che ha scatizzato per ...spostare le lapidi di appena 500 metri. Uomo dal multiforme ingegno, sosterrà di aver sempre pensato che lo spostamento in San Domenico è il modo migliore per valorizzarle e coltivare  la memoria della Resistenza e dell'antifascismo. Gli crederanno tutti, meno la professoressa Marianelli che sorridera' di quell'allievo venuto su un pò storto. Poi citera' il titolo di una commedia di Shakespeare, che il rottamatore non avrà né letto, nè visto, e poi riprenderà a commentare con Ermanno Barsotti la triste sorte toccata al suo amato paese.

sabato 4 luglio 2015

Appello ai greci: votate no, tornate alla dracma e salvate l'europa.

Comunque vada a finire, credo che noi europei dovremo essere grati a quello che un mio compianto amico sindacalista chiamava in buona fede, al tempo dei colonnelli, il glorioso popolo "grecio". E dobbiamo ringraziare questo piccolo popolo che dette i natali a Ulisse soprattutto perché ha reso vivo e drammatico il dibattito attorno a due domande: primo, "cosa è l'Europa" (domanda a cui i nordici kantiani si rifiuterebbero categoricamente di rispondere, essendo la cosa in sé notoriamente per loro inconoscibile); secondo, "cosa deve fare l'europa per i greci e per altri popoli europei che bazzicassero nelle loro stesse condizioni".

Per i greci che voteranno no al referendum la risposta alla prima domanda è "un bancomat". Alla seconda invece la loro risposta è: "erogare soldi senza pretendere di riaverli indietro".

I sistenitori greci del si danno la stessa risposta alla prima domanda, mentre sulla seconda sono disposti a promettere che si impegneranno, per quel che potranno, a restituire i soldi presi dal bancomat se gli dei dell'Olimpo non si metteranno di traverso.

Questo referendum costerà all'Europa uno stonfo. Ai greci invece nulla, perché più che pieni di debiti e falliti i greci non possono essere. Non si possono assegnare due ergastoli alla stessa persona. Non ne potrà fare che uno, sempre che qualche associazione umanitaria non impietosisca il giudice.

Io purtroppo penso che l'europa non sia un bancomat. Ma penso che lo stato greco possa provare a trasformarsi in un bancomat per i greci. Se vincerà il no, spero che Varoufakis ingaggi come consulente qualche grande economista americano, che la Grecia torni alla dracma, stampi moneta, la infili nei bancomat e provi a farla circolare. Su questo punto alcuni grandi economisti americani hanno ragione, gli stati sovrani possono stampare tutta la moneta che vogliono e provare a farla circolare per sostenere l'economia. L'europa invece non può farlo perché non è uno stato sovrano, non ha un vero parlamento e non ha un governo. Non ha neppure vere elezioni. Certo pur essendo dominata da banchieri nordici kantiani e protestanti, si è inventata una moneta senza stato, il che ha un sapore molto medietrraneo e levantino. Come se non bastasse la Bce ha detto che potrebbe trasformarsi in un bancomat se sarà proprio necessario e a capo della Bce nella sua fase più complicata i nordici banchieri kantiani hanno collocato un italiano: una soluzione apparentemente contraddittoria, tutt'altro che rigida, comunque. Ma la verità è che Draghi non risponde a nessun governo e a nessuno stato. E questo alla lunga rischia di far saltare il bancomat e di trasformarlo in un bancomatto: Zeus non voglia.

giovedì 2 luglio 2015

I GIAPPONESI  DI PONTEDERA ERANO AMERICANI
La Tagete edizioni ha pubblicato un gran libro. La storia della pallavolo pontederese tra gli anni '60 e gli anni '70 è stata un piccolo gioiellino sociale. E se nel libro c'è qualche buco, le vicende  che si raccontano sono veramente emblematiche e suggestive. All'inizio c'è un gran prete, don Vasco Bertelli, che capisce il valore dello sport come elemento socializzante ed aggregante. Anche per fare parrocchia. Per avvicinare i giovani alla chiesa, per dare loro una formazione sana. Ma don Bertelli è uomo che guarda lontano, ha buone amicizie, sa come far crescere i ragazzi e semina bene. Poi c'è Claudio Piazza. Un appassionato di pallavolo che ha voglia di misurarsi col mondo e con le novità. Oggi diremmo l'uomo che applica le innovazioni, che applica il coaching, che forgia il team e plasma gli uomini guardando al mondo nipponico. Il libro è sostanzialente parco su Claudio Piazza. E ci sono rimasto male. Ma è vero che questa non è solo la sua storia. Ci sono i ragazzi di Oltrera e, anche se nel libro viene fuori meno, quelli del Villaggio comunale e del villaggio Piaggio che scoprono la pallavolo sempre bazzicando preti e loro collaboratori come Franco Ferrini, quest'ultimo un organizzatore coi fiocchi. Coi fiocchi. Ne esce una storia che più che giapponese sembra americana, dove un gruppetto di giovani sfigati, abbandonati all'estrema periferia del paese, senza il becco di un quattrino, guidati da un sergente burbero e organizzti da un visionario, diventano una squadra di successo e si impongono all'attenzione nazionale per dieci anni. Dietro ci sono i mille paesi italiani, le loro risorse nascoste, il cattolicesimo sociale, anche in un'epoca di contestazione e di marxismo dilagante. Dietro ci sono alcune straordinarie personalità di cui era, e per fortuna è, ricca la città della vespa. Leggetelo. Ne vale la pena. Ai sessantenni consiglio anche di guardare le foto. Sono illuminanti. E fanno venire i lucciconi agli occhi.
ANCORA SULLA CARA VECCHIA EUROPA
Approfitto del post per fare pubblicità ad un convegno che come comune di Pontedera organizzeremo a novembre su "Giovanni Gronchi e la politica estera italiana degli anni '50". Quello che mi fa più male è non tanto ammettere che l'europeismo che si è realizzato, di cui non mi sfuggonono certo i limiti, è un prodotto della borghesia illuminata europea, ma che l'internazionalismo socialista, che pure è stata una grande e bella utopia, non riesca a incarnarsi in un progetto europeo più inclusivo. Si, oggi io sono molto pessimista rispetto al sogno di un' europa anche solo moderatamente socialista. Quando penso a Renzi e Hollande che si fanno fotografare all'Expo davanti alle baguette e non riescono a dire niente, niente, degli immigrati accampati in quei giorni e ancora oggi sugli scogli di Ventimiglia, ho la sensazione fisica di un internazionalismo socialista che è un fantasma. Si, quella in campo è un'europa conservatrice, ma non credo che ce ne toccherà una migliore. Non a breve. Naturalmente spero di sbagliarmi.

mercoledì 1 luglio 2015

IL FURBASTRISMO DEL CAMPEGGIO DI VENTIMIGLIA
Cristo si fermò a Eboli, come è noto. Invece tanti nuovi poveri cristi fanno tappa a Ventimiglia. Poi, per fortuna?, un passaggio trasfrontaliero lo trovano. Chiaramente illegale, pagando, ma lo trovano. Quello che mi pare incredibile, ma è una visione ingenua, lo so, è che la stampa nazionale ed internazionale non inchiodi a Ventimiglia i due leader maximi della socialdemoacrazia francese e di quella italiana, il governo italiano di centro sinistra, il governo regionale di centrodestra, e tutti quelli che avendo responsabilità precise accettano l'esistenza di un campeggio di transito, fuori da tutte le regole, come quello di Ventimiglia. Mi meraviglio perfino che papa Francesco non ci mandi il cardinal Bertone a risolvere la situazione e che il governo lasci inattiva la nostra efficientissima agenzia di protezione civile di fronte a questa emergenza. Beh, mi meraviglio, ma fino ad un certo punto. Il furbastrismo non è mica solo una cifra italiana. Piratata o originale, è un prodotto largamente spacciato sul continente.
CI PUÒ ESSERE SOLO MENO EUROPA

In Italia la politica estera non è mai stata oggetto di decisione popolare. E per fortuna dico io. Non sarebbero mai nati la cee o il mec o il trattato di maastricht se queste scelte fossero state soggette a referendum popolari. La sinistra comunista ed in parte quella socialista hanno osteggiato l'europa e ne hanno scoperto i vantaggi con trenta anni di ritardo e con molte perplessità. L'europa è un sogno borghese e delle elite cattoliche e protestanti, mai veramente testato dai popoli. Ad un certo punto si sono accodate anche le socialdemoacrazie europee, ma.. con cautela. Quando si è provato a far testare l'europa dai popoli, ci si è accorti che poteva saltare tutto. E ci si è fermati. Per me un'europa dei popoli non è matura. Per tante ragioni che sarebbe troppo lungo elencare e che riassumo semplificando molto nell'assenza di una lingua comune e nella difficoltà di creare un'opinione comune ed in un parlamento che ridimensioni i tanti parlamenti nazionali. No, l'europa x un altro bel pezzo di storia sarà solo un progetto borghese ed elitario, solo parzialmente realizzabile. Perché divenga un progetto popolare e piu solido occorrerà che i popoli europei si impastino tra di loro. Ma ci vorrà tempo. Molto tempo. Nel frattempo potrebbe sfasciarsi tutto e i nazionalismi risorgere. Non mi meraviglierei. L'unico errore che imputo alla borghesia cattolico protestante e alle socialdemoacrazie degli anni '80 è di aver accelerato troppo il percorso dell'europa, cercando di riempire il vuoto generato dal collasso del socialismo sovietico. È stata una necessità che ha figliato un allargamento fragile. La grecia non andava imbarcata nell'impianto della moneta unica. Forse nemmeno altri stati dovevano farne parte. È stata una forzatura che speriamo di non pagare cara. Ma chi immagina un'europa che possa trovare soluzioni miracolose, è fuori dal mondo. È possibile solo avere meno europa, non più europa.
STIGLITZ, L'UNIONE EUROPEA E LA DRACMA GRECA

Il noto economista americano Stiglitz ha recentemente proposto una sua soluzione per la crisi greca. In specifico avrebbe chiesto “una riforma dell’Eurozona che punti a una vera unione bancaria, a garanzie uniche sui depositi, alla possibilità di emettere eurobond, a una politica industriale integrata e soprattutto al cambiamento di statuto della Banca centrale europea che metta tra i suoi obbiettivi anche occupazione e crescita, non solo stabilità dei prezzi”. Occorre evitare che “un blackout singolo finisca per coinvolgere tutto il sistema”. Per fare queste poche cose servirebbe un'istituzione europea forte, a cui i diversi stati nazionali dovrebbero aver ceduto una fetta importante della propria sovranità e del proprio potere, tra cui: il potere di indebitarsi, tassare la popolazione, definire una politica economica europea, in termini di sviluppo e controllo sui prezzi, e altre cosucce di questo tipo. Esiste un parlamento in un paese europeo che sia disposto a cedere questo livello di sovranità? NO. Quale leader europeo potrebbe andare davanti al proprio parlamento e chiedere un mandato per negoziare con gli altri leader europei qualcosa del genere senza rischiare di essere spedito... a casa? Di cosa sta parlando l'economista americano? Quanto ai greci, ieri Stiglitz gli ha suggerito di votare no e di riprendersi nelle mani il loro destino. Fuori dall'euro e senza i diktat della troika. Non so se ne rende conto, ma su questo punto la pensa esattamente come i conservatori tedeschi che tanto gli stanno sulle scatole.