LA POLITICA LOCALE NON E' MORTA, HA SOLO CAMBIATO PELLE
Se uno incontra per caso sul corso l’ex sindaco ed ex onorevole Giacomo Maccheroni e si ferma a fare due chiacchiere con lui, una delle lamentazioni che ascolterà dalla sua voce a tratti ancora tonante è che la politica ha perso la bussola e la testa. Un argomento analogo è stato riproposto qualche mese fa sulla stampa locale da un altro personaggio illustre, anche lui ex sindaco della nostra ridente cittadina, il quale si è lagnato dell'assenza del dibattito politico nella vita pubblica locale e dell'assenza della politica in generale. Che dire? Per non smentire la mia fama di bastian contrario, sosterrò che la politica non ha perso nè la bussola, nè la testa, nè tanto meno è scomparsa dalla vita pubblica locale. Ha solo cambiato pelle ed è diventata più complicata da decifrarsi perché il conflitto sociale e quello tra le élite che lo cavalcano si è fatto più complicato, più tecnico e soprattutto più opaco. La politica locale si intreccia in forme diverse rispetto a quelle novecentesche con l'andamento dell'amministrazione locale. Ad essere scomparsi, e da un pezzo, sono i partiti nella forma che si era affermata negli anni del dopoguerra, sostanzialmente fino agli anni '80. Dopo di allora i partiti sono diventati leggeri, liquidi, opachi, non più vincolati ad un dottrina politica chiara, nè ad un corpus culturale sufficientemente uniforme, nè ad un blocco sociale facilmente descrivibile, nè a una tradizione politica radicata nella storia. Gli iscritti si sono ridotti di numero e quindi sono diventati sempre più importanti gli elettori e la comunicazione disintermediata (il marketing). Il controllo sui pochi iscritti e sui simboli politici si è ristretto a pochissime persone, che spesso costruiscono molteplici reti di relazioni e di potere (magari collegate con le raccolte fondi per le loro campagne elettorali) al di fuori dello stesso partito a cui sono iscritti e che cercano di controllare per fini spesso molto soggettivi. Su scala locale il fenomeno è abbastanza vistoso, ovviamente per chi segua le cose. La stessa stampa locale, cartacea ed elettronica, è coinvolta in questo ginepraio e quindi non aiuta a capire una mazza. La fine della militanza, la fine di qualunque vita di sezione, la fine di una vera discussione interna alle sezioni e anche alle direzioni e alle segreterie, ha trasferito il potere politico locale nelle stanze dei palazzi comunali dove i sindaci sono diventati almeno per gli anni del loro mandato amministrativo, in maniera ufficiosa ma sostanziale (per quanto non codificata) anche "segretari di fatto" del partito politico che esprime la maggioranza amministrativa. Questo mortifica e avvelena ulteriormente il dibattito politico locale, trasformandolo o in fiancheggiamento amministrativo o in attacco aperto all'amministrazione in carica. E soprattutto inibisce una discussione che abbia un minimo di orizzonte che vada oltre il destino del sindaco pro tempore e che abbia la possibilità di ragionare sugli interessi locali a prescindere dalle sorti del sindaco in carica. A rafforzare tutto questo gran caos c'è il fatto che spesso le opposizioni esistono solo dentro le amministrazioni locali (nei consigli comunali), ma non hanno alcuna vita politica autonoma, nemmeno sussurrata. E a peggiorare questo andazzo c'è che alcuni sindaci hanno a volte una visione padronale sia dell'amministrazione che del partito di riferimento e legano in maniera impropria (e per diversi anni) questa visione coi loro interessi personali (magari per garantirsi un futuro dopo la loro uscita dalla carica, non avendo un mestiere a cui tornare). Ma una simile ingarbugliatissima situazione non rappresenta affatto la morte della politica (bensì solo quella della politica partecipata e trasparente), nè è incompatibile con buone scelte amministrative. Costituisce una riduzione a forme elitarie o un po' oligarchiche di una tardademocrazia che in sede locale vede quasi azzerato il livello di partecipazione alle scelte. Di solito questo fenomeno si accompagna con un certo sfrangiamento della cultura politica, con la tecnica che prende il sopravvento e con un dibattito pubblico faticoso, molto fazioso e spesso poco comprensibile. Quindi riemergono con ancora più forza i localismi, i voti dei quartieri, delle frazioni, delle aree con piccole identità che possono fornire voti in cambio di piccoli vantaggi. Ma esiste una ricetta per guarire da questo andazzo? Il mio amico Antonio dice di no. Io spero che sì sbagli. Ma devo aggiungere che purtroppo non conosco il rimedio, se non il ritorno ad una improbabile partecipazione pubblica. Mi dispiace.
domenica 22 maggio 2016
Pannella e i tanti italiani che non si rendono conto
La morte rende tutti migliori e fa versare lacrime di coccodrillo a chi resta e scrivere cose stravaganti alla categoria dei dissennatori di professione.
Certo, Marco ha contribuito ad allargare l'orizzonte delle libertà individuali. E per farlo l'uomo dalle 3 elle (liberale, liberista e libertario) ha combattuto contro tre istituzioni in particolare: i partiti, lo stato e la chiesa.
Tutto legittimo, ma non originale nè molto innovativo. Almeno non da queste parti. È dall'unità d'italia che la maggior parte degli italiani odia lo stato (e se può lo frega, magari mentendo e non pagando le tasse e allo stesso tempo cercando di prendere dallo stato più di quello a cui avrebbe diritto).
È sempre dal 1860 che il grosso degli italioti odia i partiti politici. È un'usanza antica anche questa. Roma è ladrona da prima che i bersaglieri entrassero a Porta Pia.
La partitocrazia, antesignana della "casta", era già usata come concetto spregiativo prima della grande guerra, la prima. Contro la partitocrazia si era scagliato anche il fascismo, che, molto più spicciativo, aveva abolito tutti i partiti, tranne quello fascista. Per fortuna a Marco la cosa non era riuscita.
Grillo e i suoi dell'odio antipartiti e antistato e quindi del confuso libertarismo pannelliano sono eredi indiretti e anche se le colpe dei figli non ricadono sui padri, le bischerate dei padri qualcuno può riuscire a realizzarle meglio dei padri e qualcun altro a pagarle.
Soprattutto se i padri coltivano idee profondamente radicate nella società civile di un paese.
Quanto all'antipatia verso la Chiesa, di questo sentimento col passare del tempo non era rimasto quasi più nulla. Così anche Marco era andato ad allargare le fila di quel partito informale di atei devoti e dialoganti con santa madre chiesa che rappresenta un'altra delle caratteristiche di fondo e di lunga durata di questo ameno paese.
Ma non c'è dubbio che la sua spasmodica e parecchio narcisistica esaltazione dell'io (e dell'ego) ha contribuito a frantumare quell'etica del noi che era uscita invece rafforzata invece dalla resistenza e dalla lotta politica antifascita e che avevano dato vita ad una costituzione e una democrazia che avevano ed hanno il loro perno proprio nei partiti, nello stato e in un rapporto concordato con la chiesa.
Certo la tarda democrazia moderna deve saper conciliare le libertà desideranti dell'io con le virtù collettive che si incarnano nel noi.
Ma non è pensabile che le virtù del noi si incarnino nel rapporto diretto tra tante singole individualità e il narcisismo politico dei leader; in uno stato troppo sottile e ridotto al lumicino, nè in una Chiesa infinitamente misericordiosa, tanto da non saper più predicare le altre virtù e quelle della temperanza in particolare.
Del resto che a suon di battere su antipartitismo e antistatalismo il Marco nazionale non abbia costruito molto è chiaro a tutti.. La storia del partito radicale e degli uomini e delle donne che lo hanno animato stanno li a ricordarcelo. Almeno a chi vuole ricordare e riflettere. Perché quello di riflettere sulla propria storia politica e di farlo in maniera critica e seria è un'altra usanza che non ha mai attecchito da noi, travolta e spesso sostituita dalle capacità affabulatorie dell'istrione e imbonitore di turno, di cui anche il nostro, sia pure con successi via via decrescenti, è stato un discreto campione.
La morte rende tutti migliori e fa versare lacrime di coccodrillo a chi resta e scrivere cose stravaganti alla categoria dei dissennatori di professione.
Certo, Marco ha contribuito ad allargare l'orizzonte delle libertà individuali. E per farlo l'uomo dalle 3 elle (liberale, liberista e libertario) ha combattuto contro tre istituzioni in particolare: i partiti, lo stato e la chiesa.
Tutto legittimo, ma non originale nè molto innovativo. Almeno non da queste parti. È dall'unità d'italia che la maggior parte degli italiani odia lo stato (e se può lo frega, magari mentendo e non pagando le tasse e allo stesso tempo cercando di prendere dallo stato più di quello a cui avrebbe diritto).
È sempre dal 1860 che il grosso degli italioti odia i partiti politici. È un'usanza antica anche questa. Roma è ladrona da prima che i bersaglieri entrassero a Porta Pia.
La partitocrazia, antesignana della "casta", era già usata come concetto spregiativo prima della grande guerra, la prima. Contro la partitocrazia si era scagliato anche il fascismo, che, molto più spicciativo, aveva abolito tutti i partiti, tranne quello fascista. Per fortuna a Marco la cosa non era riuscita.
Grillo e i suoi dell'odio antipartiti e antistato e quindi del confuso libertarismo pannelliano sono eredi indiretti e anche se le colpe dei figli non ricadono sui padri, le bischerate dei padri qualcuno può riuscire a realizzarle meglio dei padri e qualcun altro a pagarle.
Soprattutto se i padri coltivano idee profondamente radicate nella società civile di un paese.
Quanto all'antipatia verso la Chiesa, di questo sentimento col passare del tempo non era rimasto quasi più nulla. Così anche Marco era andato ad allargare le fila di quel partito informale di atei devoti e dialoganti con santa madre chiesa che rappresenta un'altra delle caratteristiche di fondo e di lunga durata di questo ameno paese.
Ma non c'è dubbio che la sua spasmodica e parecchio narcisistica esaltazione dell'io (e dell'ego) ha contribuito a frantumare quell'etica del noi che era uscita invece rafforzata invece dalla resistenza e dalla lotta politica antifascita e che avevano dato vita ad una costituzione e una democrazia che avevano ed hanno il loro perno proprio nei partiti, nello stato e in un rapporto concordato con la chiesa.
Certo la tarda democrazia moderna deve saper conciliare le libertà desideranti dell'io con le virtù collettive che si incarnano nel noi.
Ma non è pensabile che le virtù del noi si incarnino nel rapporto diretto tra tante singole individualità e il narcisismo politico dei leader; in uno stato troppo sottile e ridotto al lumicino, nè in una Chiesa infinitamente misericordiosa, tanto da non saper più predicare le altre virtù e quelle della temperanza in particolare.
Del resto che a suon di battere su antipartitismo e antistatalismo il Marco nazionale non abbia costruito molto è chiaro a tutti.. La storia del partito radicale e degli uomini e delle donne che lo hanno animato stanno li a ricordarcelo. Almeno a chi vuole ricordare e riflettere. Perché quello di riflettere sulla propria storia politica e di farlo in maniera critica e seria è un'altra usanza che non ha mai attecchito da noi, travolta e spesso sostituita dalle capacità affabulatorie dell'istrione e imbonitore di turno, di cui anche il nostro, sia pure con successi via via decrescenti, è stato un discreto campione.
domenica 8 maggio 2016
Bella presentazione a Palaia del libro di Roberto Boldrini sul rapporto tra Marti e il capoluogo ad inizio '900
I libri servono eccome per parlare di politica e di cultura, anche quando trattano di argomenti di cento anni fa. Così in una sala consiliare gremita e attenta, il sindaco di Palaia e la prof. Simonetta Soldani (Università di Firenze) hanno presentato e commentato stamani il testo che Boldrini ha faticosamente dedicato alle vicende politiche amministrative che hanno legato Marti (la frazione) e Palaia (il capoluogo) ad inizio novecento. Così ecco uscire fuori dalle pagine del libro il governo e la logica amministrativa della borghesia agraria toscana, che trovava nei rapporti mezzadrili il suo perno. Ecco le figure intermedie, la borghesia delle professioni, con personalità come quella del medico Gregorio Soldani; ecco i cattolici, i socialisti e molti altri. Ecco le vicende di due borghi rurali della Toscana sospesi tra Pisa e Firenze con i loro affanni, le loro piccinerie, ma anche le grandezze e le speranze. È una storia di provincia quella che ci racconta Boldrini, ma ricca e vivace, per chi è curioso di sapere e di capire e dunque per chi avrà la voglia e la forza di leggere le 150 pagine fitte che Boldrini ha scritto con pazienza certosina. Che il pubblico gliene renda merito.
Ma tra le diverse osservazioni che sono venute dal pubblico, ne riprendo una che ha proposto l'ex sindaco di Pontedera ed ex deputato alla Camera, il socialista Giacomo Maccheroni. Quella della trasmissione della memoria. Senza un lavoro svolto insieme dalle scuole e dalle amministrazioni locali, la memoria civile inevitabilmente si perde. Libri come quelli di Boldrini possono invece servire non solo a consevarla, ma anche ad arricchirla. A patto però che si costruisca una vera strategia di comunicazione e che si mettano in piedi buone relazioni tra scuola, amministrazione, famiglie, ragazzi. Solo in questo modo infatti questa storia densa, complessa, formicolante, arriverà ragazzi e forse loro ci rifletteranno sopra e si sentiranno parte di una lunga vicenda.
Ma comunque vada a finire, onore a Roberto Boldrini che ha tolto dall'oblio molti martigiani e tanti palaiesi destinati altrimenti a rimanere sconosciuti e che invece da oggi vivono nelle belle pagine di Boldrini, che si leggono bene anche sui tablet e sugli ereader e che possono viaggiare veloci nel mondo del web e perfino atterrare, veri colpi di fortuna, sui telefonini dei ragazzi.
I libri servono eccome per parlare di politica e di cultura, anche quando trattano di argomenti di cento anni fa. Così in una sala consiliare gremita e attenta, il sindaco di Palaia e la prof. Simonetta Soldani (Università di Firenze) hanno presentato e commentato stamani il testo che Boldrini ha faticosamente dedicato alle vicende politiche amministrative che hanno legato Marti (la frazione) e Palaia (il capoluogo) ad inizio novecento. Così ecco uscire fuori dalle pagine del libro il governo e la logica amministrativa della borghesia agraria toscana, che trovava nei rapporti mezzadrili il suo perno. Ecco le figure intermedie, la borghesia delle professioni, con personalità come quella del medico Gregorio Soldani; ecco i cattolici, i socialisti e molti altri. Ecco le vicende di due borghi rurali della Toscana sospesi tra Pisa e Firenze con i loro affanni, le loro piccinerie, ma anche le grandezze e le speranze. È una storia di provincia quella che ci racconta Boldrini, ma ricca e vivace, per chi è curioso di sapere e di capire e dunque per chi avrà la voglia e la forza di leggere le 150 pagine fitte che Boldrini ha scritto con pazienza certosina. Che il pubblico gliene renda merito.
Ma tra le diverse osservazioni che sono venute dal pubblico, ne riprendo una che ha proposto l'ex sindaco di Pontedera ed ex deputato alla Camera, il socialista Giacomo Maccheroni. Quella della trasmissione della memoria. Senza un lavoro svolto insieme dalle scuole e dalle amministrazioni locali, la memoria civile inevitabilmente si perde. Libri come quelli di Boldrini possono invece servire non solo a consevarla, ma anche ad arricchirla. A patto però che si costruisca una vera strategia di comunicazione e che si mettano in piedi buone relazioni tra scuola, amministrazione, famiglie, ragazzi. Solo in questo modo infatti questa storia densa, complessa, formicolante, arriverà ragazzi e forse loro ci rifletteranno sopra e si sentiranno parte di una lunga vicenda.
Ma comunque vada a finire, onore a Roberto Boldrini che ha tolto dall'oblio molti martigiani e tanti palaiesi destinati altrimenti a rimanere sconosciuti e che invece da oggi vivono nelle belle pagine di Boldrini, che si leggono bene anche sui tablet e sugli ereader e che possono viaggiare veloci nel mondo del web e perfino atterrare, veri colpi di fortuna, sui telefonini dei ragazzi.
giovedì 5 maggio 2016
20 MAGGIO RACCOLTA STRAORDINARIA DI FIRME A PISA PER TENERE APERTA LA BIBLIOTECA PROVINCIALE
Carissimi
voi tutti sapete delle difficoltà della Biblioteca Provinciale di Pisa e della petizione che la nostra Rete Bibliolandia ha lanciato con l'obiettivo di non farla chiudere!".
La mobilitazione è stata forte in provincia ed oltre e ad oggi sono state raccolte circa 3.000 (TREMILA) firme di cittadine e cittadini che riconoscono alla Biblioteca Provinciale di Pisa una significativa rilevanza culturale che la
rende unica e irrinunciabile: un patrimonio importante, specializzato nelle scienze sociali e giuridico-economiche e un'emeroteca facilmente fruibile, la più vasta della costa toscana.
Alla petizione hanno aderito importanti personalità della cultura tra cui l'ex Ministro Maria Chiara Carrozza, scrittori come Andrea Camilleri e Maurizio Maggiani, docenti universitari e studiosi come Luciano Canfora e Michela Marzano.
Alla petizione hanno aderito anche Amministrazioni locali come Calcinaia, Vicopisano e Montopoli v.a.
Ad oggi però non esiste un accordo definito e ratificato tra Università di Pisa e Provincia di Pisa che garantisca la continuità di questo importante servizio pubblico e presidio culturale. La biblioteca è ancora in bilico.
Per questo è necessario fare di più. L'apertura della biblioteca è stata prorogata fino al 30 giugno, ma non si sa che cosa accadrà dopo.
Così abbiamo deciso di tenere aperta la campagna di raccolta firme con lo scopo di superare quota 5.000 e se possibile andare anche oltre, segnalando in questa maniera una forte sensibilità da parte dei cittadini.
Per questo invitiamo tutti a continuare le sottoscrizioni presso le sedi delle nostre biblioteche e a PARTECIPARE COME BIBLIOTECARI RACCOGLITORI al pomeriggio di raccolta firme che organizzeremo a Pisa, sul Corso Italia, VENERDI 20 MAGGIO DALLE 15 ALLE 20.
PER QUEL GIORNO E QUELL'ORA INVITIAMO TUTTI GLI AMICI DELLA RETE BIBLIOLANDIA, I BIBLIOTECARI DELLA RETE E DI ALTRE RETI, I LETTORI SIMPATIZZANTI CHE MAGARI HANNO GIA' FIRMATO, A DARCI UNA MANO NEL CENTRO DI PISA PER RACCOGLIERE ALTRE FIRME.
Il futuro della biblioteca dipende anche da noi e per questo chiediamo a tutti coloro che potranno di essere con noi a Pisa e di darci una mano a sensibilizzare l'opinione pubblica e gli enti preposti a prendere le decisioni giuste.
Cordiali saluti
Roberto Cerri
Coordinatore Rete Bibliolandia
Per aggiornamenti e informazioni
https://www.facebook.com/Retebibliolandia/?fref=ts
Carissimi
voi tutti sapete delle difficoltà della Biblioteca Provinciale di Pisa e della petizione che la nostra Rete Bibliolandia ha lanciato con l'obiettivo di non farla chiudere!".
La mobilitazione è stata forte in provincia ed oltre e ad oggi sono state raccolte circa 3.000 (TREMILA) firme di cittadine e cittadini che riconoscono alla Biblioteca Provinciale di Pisa una significativa rilevanza culturale che la
rende unica e irrinunciabile: un patrimonio importante, specializzato nelle scienze sociali e giuridico-economiche e un'emeroteca facilmente fruibile, la più vasta della costa toscana.
Alla petizione hanno aderito importanti personalità della cultura tra cui l'ex Ministro Maria Chiara Carrozza, scrittori come Andrea Camilleri e Maurizio Maggiani, docenti universitari e studiosi come Luciano Canfora e Michela Marzano.
Alla petizione hanno aderito anche Amministrazioni locali come Calcinaia, Vicopisano e Montopoli v.a.
Ad oggi però non esiste un accordo definito e ratificato tra Università di Pisa e Provincia di Pisa che garantisca la continuità di questo importante servizio pubblico e presidio culturale. La biblioteca è ancora in bilico.
Per questo è necessario fare di più. L'apertura della biblioteca è stata prorogata fino al 30 giugno, ma non si sa che cosa accadrà dopo.
Così abbiamo deciso di tenere aperta la campagna di raccolta firme con lo scopo di superare quota 5.000 e se possibile andare anche oltre, segnalando in questa maniera una forte sensibilità da parte dei cittadini.
Per questo invitiamo tutti a continuare le sottoscrizioni presso le sedi delle nostre biblioteche e a PARTECIPARE COME BIBLIOTECARI RACCOGLITORI al pomeriggio di raccolta firme che organizzeremo a Pisa, sul Corso Italia, VENERDI 20 MAGGIO DALLE 15 ALLE 20.
PER QUEL GIORNO E QUELL'ORA INVITIAMO TUTTI GLI AMICI DELLA RETE BIBLIOLANDIA, I BIBLIOTECARI DELLA RETE E DI ALTRE RETI, I LETTORI SIMPATIZZANTI CHE MAGARI HANNO GIA' FIRMATO, A DARCI UNA MANO NEL CENTRO DI PISA PER RACCOGLIERE ALTRE FIRME.
Il futuro della biblioteca dipende anche da noi e per questo chiediamo a tutti coloro che potranno di essere con noi a Pisa e di darci una mano a sensibilizzare l'opinione pubblica e gli enti preposti a prendere le decisioni giuste.
Cordiali saluti
Roberto Cerri
Coordinatore Rete Bibliolandia
Per aggiornamenti e informazioni
https://www.facebook.com/Retebibliolandia/?fref=ts
lunedì 2 maggio 2016
Già raccolte 2.500 firme per tenere aperta la Biblioteca Provinciale di Pisa... e tante altre ne stanno arrivando
BIBLIOTECA PROVINCIALE. Oltre 2.500 lettori ed utenti delle biblioteche della Rete Bibliolandia, in provincia di PIsa, hanno sottoscritto fino ad ora l'appello a tenere aperta la Biblioteca Provinciale e a salvaguardare i suoi servizi, in special modo l'emeroteca. E' stato ed è un bell'esempio di sensibilizzazione quello che tutti i giorni da un mese a questa parte fanno i cento e passa bibliotecari della Rete. E la risposta che stanno ricevendo è buona. Ma non basta. Come bibliotecari stiamo pensando di effettuare una giornata di sensibilizzazione direttamente in centro a Pisa, in Corso Italia, tra il 20 o il 21 maggio oppure il 27 maggio, per raccogliere altre firme. L'obiettivo è arrivare a 5.000 firme: pari al 25 percento di tutti i lettori che utilizzano i nostri servizi di prestito. Gli utenti hanno bisogno che le biblioteche siano aperte e funzionino bene. Per questo cerchiamo persone che possano darci una mano a raccogliere firme sulla petizione che alleghiamo di nuovo. Chi può essere con noi e sostenere la giornata di sensibilizzazione su Pisa ci mandi un messaggio a questa pagina. Lasci una mail, così da poterlo/la tenere informato/a. Le biblioteche pubbliche sono presidi strategici per una comunità. Aiutateci a farle funzionare al meglio. Alcune amministrazioni comunali, come Calcinaia, Montopoli v.a., Vicopisano si sono schierate coi loro sindaci e assessori a favore del mantenimento in vita della Biblioteca. Ma è davvero importante l'impegno di ciascuno. Per questo vi invito a recarvi presso la vostra biblioteca di riferimento e a chiedere di firmare la petizione a sostegno della Biblioteca Provinciale. Se il vostro bibliotecario non la trova, ditegli che è in Rete e che la scarichi e ve la faccia firmare. E' un gesto importante di partecipazione e di cultura.
BIBLIOTECA PROVINCIALE. Oltre 2.500 lettori ed utenti delle biblioteche della Rete Bibliolandia, in provincia di PIsa, hanno sottoscritto fino ad ora l'appello a tenere aperta la Biblioteca Provinciale e a salvaguardare i suoi servizi, in special modo l'emeroteca. E' stato ed è un bell'esempio di sensibilizzazione quello che tutti i giorni da un mese a questa parte fanno i cento e passa bibliotecari della Rete. E la risposta che stanno ricevendo è buona. Ma non basta. Come bibliotecari stiamo pensando di effettuare una giornata di sensibilizzazione direttamente in centro a Pisa, in Corso Italia, tra il 20 o il 21 maggio oppure il 27 maggio, per raccogliere altre firme. L'obiettivo è arrivare a 5.000 firme: pari al 25 percento di tutti i lettori che utilizzano i nostri servizi di prestito. Gli utenti hanno bisogno che le biblioteche siano aperte e funzionino bene. Per questo cerchiamo persone che possano darci una mano a raccogliere firme sulla petizione che alleghiamo di nuovo. Chi può essere con noi e sostenere la giornata di sensibilizzazione su Pisa ci mandi un messaggio a questa pagina. Lasci una mail, così da poterlo/la tenere informato/a. Le biblioteche pubbliche sono presidi strategici per una comunità. Aiutateci a farle funzionare al meglio. Alcune amministrazioni comunali, come Calcinaia, Montopoli v.a., Vicopisano si sono schierate coi loro sindaci e assessori a favore del mantenimento in vita della Biblioteca. Ma è davvero importante l'impegno di ciascuno. Per questo vi invito a recarvi presso la vostra biblioteca di riferimento e a chiedere di firmare la petizione a sostegno della Biblioteca Provinciale. Se il vostro bibliotecario non la trova, ditegli che è in Rete e che la scarichi e ve la faccia firmare. E' un gesto importante di partecipazione e di cultura.
domenica 1 maggio 2016
Tra Marti e Palaia dal 1898 al 1915. Un piccolo volume di Roberto Boldrini pieno di sorprese.
Roberto Boldrini è una garanzia e anche questo nuovo volume che ha dedicato al suo borgo natio, Marti, incrociandone le vicende con Palaia, è un'autentica chicca per buongustai della storia e della lettura. Le vicende che ci racconta sono quelle che si intrecciano tra il piccolo borgo di Marti e quell'importante comune rurale che era Palaia alla fine dell'Ottocento e prima dalla Grande Guerra. Con passione certosina e amore per i fantasmi che sicuramente aleggiano ancora attorno a questi due piccoli paesi, Roberto ci narra, documenti alla mano, di come andassero le vicende politiche e amministrative, gli affari locali e alcuni scontri personali tra i moti del 1898 e il maggio del 1915. Ecco allora la borghesia agraria e quella delle professioni, liberale e monarchica, che controlla lo stato, la politica e l'amministrazione locale alle prese con la gestione della cosa pubblica. Ecco i preti di Marti, dalla tempra forte, sostenuti dalla Curia vescovile di San Miniato, che si contrappongono ai massoni e stringono alleanze coi liberali disponibili. Ecco il movimento radicale, quello repubblicano e alla fine i socialisti prendere forma e volti, per cimentarsi coi liberali nelle elezioni politiche del 1909 e del 1913. E ancora ecco i cattolici, ancora ingessati dal Non expedit, con il loro desiderio di autonomia politica e il giovane Gronchi che sbuca fuori nelle amministrative del 1910.
E tutt'intorno un corteggio denso di personaggi pieni di vitalità, che entrano ed escono di scena e ci danno l'idea della vita dura che si conduceva 100 anni fa (basta leggere le parti che riguardano i servizi scolastici, le "aule" dove si faceva scuola all'inizio del '900).
E' un microcosmo dipinto a pennellate forti quello che Boldrini ricostruisce attorno a vicende politiche e amministrative, purtroppo, temo, quasi incomprensibili per molti nostri contemporanei. Ma per i buongustai, le 150 pagine di Boldrini risulteranno una lettura semplicemente deliziosa, degna di un epigono (anche se Boldrini ha studiato a Pisa) di Ernesto Ragionieri, che una storia simile e per un periodo in parte simile aveva dedicato al comune di Sesto Fiorentino.
Aggiungo che mi sono letteralmente emozionato quando dalle pagine del libro è sbucato fuori quel gattaccio rosso, quella specie di diavolo massonico dall'eloquio forbito ed intrigante, che fu l'avvocato Eraldo Andrea Bellincioni, candidato socialista al collegio di Pontedera, competitore, purtroppo sconfitto, del liberale Nello Toscanelli e più volte autore di comizi nel piccolo borgo di Marti, dove sia alle elezioni del 1909 che a quelle del 1913 raccolse comunque un mare di voti, segno di una forza socialista e comunque democratica non indifferente in quella piccola terra. Ma soprattutto mi sono commosso quando a balzare fuori è stato il sindacalista Rodoero e con lui si sono manifestati i legami tra la Camera del Lavoro di Livorno, la camera del Lavoro di Pontedera e la Lega degli Operai di Marti. Qui ho capito il senso profondo di un'altra storia dolorosa che Boldrini qui non racconta ma che si svolse a Marti nell'aprile del 1922: l'assassinio per mano fascista del segretario della camera del lavoro di Pontedera, Alvaro Fantozzi. Avendo un po' studiato la figura di Fantozzi ed avendolo commemorato alcuni anni fa in piazza a Marti, mi sono spesso chiesto quali furono le motivazioni profonde e dove quel ragazzo di ventinove anni trovò il coraggio per muoversi da Pontedera verso Marti, solo e disarmato, sapendo che avrebbe potuto incappare in qualche squadraccia fascista. Beh. Dopo la lettura del libro di Boldrini tutto mi è più chiaro. C'era nella primavera del '22 una vertenza che opponeva braccianti e proprietari terrieri, C'era la Lega di Marti che aveva chiesto il suo aiuto. C'erano compagni socialisti da sostenere nella loro causa. C'era una fratellanza sociale da difendere. Comuni sentimenti di emancipazione da portare avanti. Il coraggio a Fantozzi venne da queste cose semplici, di cui Boldrini ricostruisce la fase di faticosa e lenta incubazione.
Sì, davvero una lettura piacevole e a tratti emozionante. Mi auguro che il libro circoli e che soprattutto venga letto.
Roberto Boldrini è una garanzia e anche questo nuovo volume che ha dedicato al suo borgo natio, Marti, incrociandone le vicende con Palaia, è un'autentica chicca per buongustai della storia e della lettura. Le vicende che ci racconta sono quelle che si intrecciano tra il piccolo borgo di Marti e quell'importante comune rurale che era Palaia alla fine dell'Ottocento e prima dalla Grande Guerra. Con passione certosina e amore per i fantasmi che sicuramente aleggiano ancora attorno a questi due piccoli paesi, Roberto ci narra, documenti alla mano, di come andassero le vicende politiche e amministrative, gli affari locali e alcuni scontri personali tra i moti del 1898 e il maggio del 1915. Ecco allora la borghesia agraria e quella delle professioni, liberale e monarchica, che controlla lo stato, la politica e l'amministrazione locale alle prese con la gestione della cosa pubblica. Ecco i preti di Marti, dalla tempra forte, sostenuti dalla Curia vescovile di San Miniato, che si contrappongono ai massoni e stringono alleanze coi liberali disponibili. Ecco il movimento radicale, quello repubblicano e alla fine i socialisti prendere forma e volti, per cimentarsi coi liberali nelle elezioni politiche del 1909 e del 1913. E ancora ecco i cattolici, ancora ingessati dal Non expedit, con il loro desiderio di autonomia politica e il giovane Gronchi che sbuca fuori nelle amministrative del 1910.
E tutt'intorno un corteggio denso di personaggi pieni di vitalità, che entrano ed escono di scena e ci danno l'idea della vita dura che si conduceva 100 anni fa (basta leggere le parti che riguardano i servizi scolastici, le "aule" dove si faceva scuola all'inizio del '900).
E' un microcosmo dipinto a pennellate forti quello che Boldrini ricostruisce attorno a vicende politiche e amministrative, purtroppo, temo, quasi incomprensibili per molti nostri contemporanei. Ma per i buongustai, le 150 pagine di Boldrini risulteranno una lettura semplicemente deliziosa, degna di un epigono (anche se Boldrini ha studiato a Pisa) di Ernesto Ragionieri, che una storia simile e per un periodo in parte simile aveva dedicato al comune di Sesto Fiorentino.
Aggiungo che mi sono letteralmente emozionato quando dalle pagine del libro è sbucato fuori quel gattaccio rosso, quella specie di diavolo massonico dall'eloquio forbito ed intrigante, che fu l'avvocato Eraldo Andrea Bellincioni, candidato socialista al collegio di Pontedera, competitore, purtroppo sconfitto, del liberale Nello Toscanelli e più volte autore di comizi nel piccolo borgo di Marti, dove sia alle elezioni del 1909 che a quelle del 1913 raccolse comunque un mare di voti, segno di una forza socialista e comunque democratica non indifferente in quella piccola terra. Ma soprattutto mi sono commosso quando a balzare fuori è stato il sindacalista Rodoero e con lui si sono manifestati i legami tra la Camera del Lavoro di Livorno, la camera del Lavoro di Pontedera e la Lega degli Operai di Marti. Qui ho capito il senso profondo di un'altra storia dolorosa che Boldrini qui non racconta ma che si svolse a Marti nell'aprile del 1922: l'assassinio per mano fascista del segretario della camera del lavoro di Pontedera, Alvaro Fantozzi. Avendo un po' studiato la figura di Fantozzi ed avendolo commemorato alcuni anni fa in piazza a Marti, mi sono spesso chiesto quali furono le motivazioni profonde e dove quel ragazzo di ventinove anni trovò il coraggio per muoversi da Pontedera verso Marti, solo e disarmato, sapendo che avrebbe potuto incappare in qualche squadraccia fascista. Beh. Dopo la lettura del libro di Boldrini tutto mi è più chiaro. C'era nella primavera del '22 una vertenza che opponeva braccianti e proprietari terrieri, C'era la Lega di Marti che aveva chiesto il suo aiuto. C'erano compagni socialisti da sostenere nella loro causa. C'era una fratellanza sociale da difendere. Comuni sentimenti di emancipazione da portare avanti. Il coraggio a Fantozzi venne da queste cose semplici, di cui Boldrini ricostruisce la fase di faticosa e lenta incubazione.
Sì, davvero una lettura piacevole e a tratti emozionante. Mi auguro che il libro circoli e che soprattutto venga letto.
Manola Guazzini dovrebbe tornare al suo posto e il pd di San Miniato dovrebbe chiedere al sindaco di ridarle le deleghe.
Io credo che gli uomini e le donne del pd di San Miniato che nel 2014 fecero l'accordo con le forze che allora si raccoglievano attorno al sindaco dovrebbero chiedere il rispetto dei patti e la riassegnazione delle deleghe a Manola Guazzini. Se non lo fanno, accetteranno che non solo l'amministrazione fagociti la politica, ma che l'amministrazione buchi per motivi "personali" ed in parte incomprensibili gli obiettivi che la politica e gli elettori gli hanno assegnato. Perchè nessun nuovo assessore, privo di esperienza amministrativa, potrà entrare in corsa sulle deleghe tolte alla Guazzini (e soprattutto sui Lavori Pubblici) e portare a forma il lavoro avviato. Non nei tempi giusti.
Oltre tutto non tocca all'amministrazione dettare i tempi e gli indirizzi della politica, sul piano locale come su quello nazionale. La politica ha una sua necessaria autonomia, a cui non può abdicare. Anche quando a fare politica e in un solo vero partito, che da queste parti è il pd, il resto essendo un'autentica penosa paccotiglia, anche quando in questo unico partito rimasto sulla scena sono poche centinaia gli iscritti e ancor meno i "militanti". Condivido molti dei ragionamenti di Massimo Baldacci su questa ennesima "crisi sanminiatese", ma non mi convince il suo atteggiamento fatalista. E mi dispiace anche che Manola Guazzini, che pure ha deciso di aprire un profilo facebook e si è rifugiata nelle sue roccaforti elettorali per riorganizzare le truppe, intenzionata a condurre una civilissima battaglia per sè e per la tutela della "cosa pubblica" sanminiatese, abbia alla fine rilasciato un comunicato blando, rinviando la battaglia politica alla primavera del 2018 o 19 quando si tornerà a votare per le amministrative.
Peccato. In primis per San Miniato, che dovrà restare in stand by ancora tre anni. Non poco, coi tempi che corrono. E poi per la politica locale, che se vuole rinascere dove rivendicare il proprio ruolo e la propria autonomia anche rispetto al livello amministrativo. Ma non solo a parole. Coi fatti. Ovviamente il sindaco non può essere il burattino del segretario del partito di maggioranza che pure lo porta alla guida della città. Ma neppure il segretario del partito di maggioranza può essere la marionetta del sindaco, come purtroppo accade da diverso tempo in tanti comunelli anche della nostra amena regione. La due figure debbono dialogare con intelligenza e buon senso. Perchè il sindaco rappresenta i cittadini che lo hanno eletto, ma il segretario politico l'orientamento e il senso profondo delle scelte di quella parte politica vincente che ha portato all'individuazione di un programma per il comune e l'uomo giusto per attuarlo. Senza questa corretta dialettica, non c'è democrazia su scale locale, ma solo una opaca e appiccicosa politica, incomprensibile alla maggioranza dei cittadini che ovviamente finiranno per vivere la cosa come estranea. Una roba per furbi o interessati. Che non fa per loro.
E che l'opacità e la viscosità della politica anche locale aumentino, anziché diminuire, lo dimostra la stessa posizione espressa, su questa vicenda, dai Giovani Democratici, il cui comunicato sulla vicenda che include anche le dimissioni di Lupi , letto da un esterno all'organizzazione, mi pare molto vecchio, barocco, arzigogolato. Insomma, sul caso San Miniato i Giovani Democratici si riconoscono nelle posizioni del sindaco-padrone che può licenziare un assessore senza giusta causa o pretendono che si chiariscano le ragioni del ritiro delle deleghe o che altrimenti le deleghe vengano riconsegnate? Dal loro comunicato sembra che abbiano tutti ragione. Può essere? E come si chiama una politica che dà ragione a tutti?
Lo stesso sentimento mi suscita anche il comunicato della Sinistra Dem. Certo la politica è il regno delle ambiguità. Dove si dicono delle cose pensandone altre, alcune delle quali contrarie a quelle che si affermano. Ma se si pensa che si possano mantenere buoni livelli di democrazia anche su base locale con atteggiamenti estremanente prudenti e abbottonati, dicendo e non dicendo, e soprattutto non facendo nulla, beh si va poco lontano.
E se Sinistra Dem non è d'accordo con le decisioni del sindaco deve non solo dirlo chiaro e forte, ma trarne le conseguenze e fare una battaglia politica, ritirare il suo consenso ad un amministratore che non rispetta i patti e via proseguendo. Altrimenti che cosa vuol dire fare politica? Se invece tutto si piega alle logiche della compatibilità, allora...
Gli assessori non sono birilli. Rappresentano ed incarnano scelte e strategie politiche. Illuminano anche rapporti di forza in campo. Equilibri sociali e politici di una città, di una maggioranza politica. Se vengono presi a calci nel culo, ci devono essere delle ragioni forti e chiare. Perchè vuol dire che si sono rotti equilibri, assetti politici, accordi fra forze sociali. Se poi tutto finisce a tarallucci e vino, anche in casa pd, ovvero nell'ultimo vero partito politico di questa Italia tardodemocratica, allora davvero tutto diventa possibile oltre che incomprensibile.
Io credo che gli uomini e le donne del pd di San Miniato che nel 2014 fecero l'accordo con le forze che allora si raccoglievano attorno al sindaco dovrebbero chiedere il rispetto dei patti e la riassegnazione delle deleghe a Manola Guazzini. Se non lo fanno, accetteranno che non solo l'amministrazione fagociti la politica, ma che l'amministrazione buchi per motivi "personali" ed in parte incomprensibili gli obiettivi che la politica e gli elettori gli hanno assegnato. Perchè nessun nuovo assessore, privo di esperienza amministrativa, potrà entrare in corsa sulle deleghe tolte alla Guazzini (e soprattutto sui Lavori Pubblici) e portare a forma il lavoro avviato. Non nei tempi giusti.
Oltre tutto non tocca all'amministrazione dettare i tempi e gli indirizzi della politica, sul piano locale come su quello nazionale. La politica ha una sua necessaria autonomia, a cui non può abdicare. Anche quando a fare politica e in un solo vero partito, che da queste parti è il pd, il resto essendo un'autentica penosa paccotiglia, anche quando in questo unico partito rimasto sulla scena sono poche centinaia gli iscritti e ancor meno i "militanti". Condivido molti dei ragionamenti di Massimo Baldacci su questa ennesima "crisi sanminiatese", ma non mi convince il suo atteggiamento fatalista. E mi dispiace anche che Manola Guazzini, che pure ha deciso di aprire un profilo facebook e si è rifugiata nelle sue roccaforti elettorali per riorganizzare le truppe, intenzionata a condurre una civilissima battaglia per sè e per la tutela della "cosa pubblica" sanminiatese, abbia alla fine rilasciato un comunicato blando, rinviando la battaglia politica alla primavera del 2018 o 19 quando si tornerà a votare per le amministrative.
Peccato. In primis per San Miniato, che dovrà restare in stand by ancora tre anni. Non poco, coi tempi che corrono. E poi per la politica locale, che se vuole rinascere dove rivendicare il proprio ruolo e la propria autonomia anche rispetto al livello amministrativo. Ma non solo a parole. Coi fatti. Ovviamente il sindaco non può essere il burattino del segretario del partito di maggioranza che pure lo porta alla guida della città. Ma neppure il segretario del partito di maggioranza può essere la marionetta del sindaco, come purtroppo accade da diverso tempo in tanti comunelli anche della nostra amena regione. La due figure debbono dialogare con intelligenza e buon senso. Perchè il sindaco rappresenta i cittadini che lo hanno eletto, ma il segretario politico l'orientamento e il senso profondo delle scelte di quella parte politica vincente che ha portato all'individuazione di un programma per il comune e l'uomo giusto per attuarlo. Senza questa corretta dialettica, non c'è democrazia su scale locale, ma solo una opaca e appiccicosa politica, incomprensibile alla maggioranza dei cittadini che ovviamente finiranno per vivere la cosa come estranea. Una roba per furbi o interessati. Che non fa per loro.
E che l'opacità e la viscosità della politica anche locale aumentino, anziché diminuire, lo dimostra la stessa posizione espressa, su questa vicenda, dai Giovani Democratici, il cui comunicato sulla vicenda che include anche le dimissioni di Lupi , letto da un esterno all'organizzazione, mi pare molto vecchio, barocco, arzigogolato. Insomma, sul caso San Miniato i Giovani Democratici si riconoscono nelle posizioni del sindaco-padrone che può licenziare un assessore senza giusta causa o pretendono che si chiariscano le ragioni del ritiro delle deleghe o che altrimenti le deleghe vengano riconsegnate? Dal loro comunicato sembra che abbiano tutti ragione. Può essere? E come si chiama una politica che dà ragione a tutti?
Lo stesso sentimento mi suscita anche il comunicato della Sinistra Dem. Certo la politica è il regno delle ambiguità. Dove si dicono delle cose pensandone altre, alcune delle quali contrarie a quelle che si affermano. Ma se si pensa che si possano mantenere buoni livelli di democrazia anche su base locale con atteggiamenti estremanente prudenti e abbottonati, dicendo e non dicendo, e soprattutto non facendo nulla, beh si va poco lontano.
E se Sinistra Dem non è d'accordo con le decisioni del sindaco deve non solo dirlo chiaro e forte, ma trarne le conseguenze e fare una battaglia politica, ritirare il suo consenso ad un amministratore che non rispetta i patti e via proseguendo. Altrimenti che cosa vuol dire fare politica? Se invece tutto si piega alle logiche della compatibilità, allora...
Gli assessori non sono birilli. Rappresentano ed incarnano scelte e strategie politiche. Illuminano anche rapporti di forza in campo. Equilibri sociali e politici di una città, di una maggioranza politica. Se vengono presi a calci nel culo, ci devono essere delle ragioni forti e chiare. Perchè vuol dire che si sono rotti equilibri, assetti politici, accordi fra forze sociali. Se poi tutto finisce a tarallucci e vino, anche in casa pd, ovvero nell'ultimo vero partito politico di questa Italia tardodemocratica, allora davvero tutto diventa possibile oltre che incomprensibile.
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