venerdì 16 novembre 2018

Manola e l'invenzione della Biblioteca dei Ragazzi di Pontedera / Laura Martini, Tagete edizioni, 2018, pp. 96, ill.

Nel piccolo libro che la Tagete Edizioni ha stampato è concentrata la saggezza lavorativa di una straordinaria bibliotecaria per ragazzi che per trent'anni ha costruito e attivato il mestiere di bibliotecario per ragazzi. A Pontedera. Fino al 2010 nella Villa Crastan. Dal 2014 presso Biblio gronchi. Ci sono, nel testo, passo dopo passo, le avventure quotidiane di Manola, la costruzione delle collezioni di libri, le relazioni coi suoi giovani lettori, coi genitori, coi nonni e con gli insegnanti. Di più, sfogliando le pagine c'è tutto un enorme lavoro di promozione della lettura che Manola Franceschini ha messo in piedi in 30 anni, anche per conto della Rete Bibliolandia (dal 1999) scarrozzando per Pontedera e la Valdera, autrici di libri per ragazzi come Angela Nanetti, Domenica Luciani o Giusi Quarenghi, e autori del calibro di Guido Quarzo o di Roberto Piumini. Autrici e autori di bestseller per bambini e per ragazzi da cui Manola ha appreso l'arte del far leggere e ha dato preziose informazioni sul gusto dei giovani lettori.
Ma c'è anche di più. Ci sono molti dei trucchi del mestiere, soprattutto concentrati sull'arte di far crescere nei bambini e nei ragazzi l'amore della lettura e ci sono, preziosissimi, i suoi suggerimenti di lettura, articolati per fasce di età. E oltre ai suggerimenti si possono trovare i suoi cavalli di battaglia, in cima ai quali sta quel "Mostro peloso" che Manola ha letto, riletto, animato, recitato e stravolto, almeno mille volte davanti a classi di bambini estasiati.
Il libro è insomma il condensato di una lunga esperienza professionale che se Manola non si fosse lasciata convincere a riversare su queste pagine sarebbe rimasto nella memoria dei tantissimi bambini, genitori e insegnanti che in  questi trent'anni si sono abbeverati alla sua arte della lettura, ma poi sarebbe svanita, come spesso accade con le professionalità pubbliche.
Invece, in questo caso, grazie anche a Laura Martini che ha intervistato a lungo Manola e poi ha trascritto e risistemato quelle conversazioni, un concentrato dell'esperienza di bibliotecaria per ragazzi è stato trasferito su carta. Quell'hard disk prezioso per la professione di bibliotecario per ragazzi che porta il nome di Manola Franceschini è stato salvato, digitalizzato e messo a disposizione su vari supporti delle giovani bibliotecarie che già seguono le sue orme, delle famiglie e degli insegnanti che si affacciano sulla porta di Biblio Gronchi, sezione Ragazzi. No. L'esperienza professionale di Manola non se ne andrà con il suo pensionamento. E' salva. Almeno per la parte che Manola ha ritenuto essenziale. Agli altri resta solo l'onere e l'onore di leggere le 100 pagine del volume e di farne buon uso.

sabato 10 novembre 2018

Unità e solidarietà
La sfida che ci aspetta sia alle elezioni Europee che alle amministrative del '19 è molto complicata. 
I gelidi venti che soffiano ostili all'europeismo e le paure rispetto ai migranti nonchè gli egoismi locali solleticati soprattutto da quel camaleontico soggetto politico che è diventata la Lega di Salvini potrebbero travolgere il centro sinistra anche in realtà dove quest'ultimo appare storicamente
radicato. Il vento del cambiamento "a prescindere dai risultati" imperversa. Nè vale più molto che i salviniani o i grillini non dispongano di personalità riconoscibili e valide. Una parte dell'elettorato vota di pancia ed è di bocca buona.
I tempi sono cambiati. Nè la solidarietà cristiana, nè la fratellanza socialista paiono oggi far argine ad uno smottamento culturale e morale in senso egoistico e razzista (è una semplificazione, ma rende l'idea) che sta coinvolgendo anche i ceti popolari. Soprattutto (ma non solo) anziani. Alla base dello smottamento ci sono mutamenti  profondi e uno smarrimento esistenziale che investe larghi strati di popolazione.
Rispetto a questo il PD può rincorrere soluzioni autonome e personalistiche oppure provare a rimettere insieme uno schieramento ampio di centro sinistra ovviamente meno facile da gestire ma più capace di raccogliere consensi e forse di conservare alcune raccaforti.
Al centro-sinistra serve UNITA' e solidarietà. Servono gruppi dirigenti (su scala locale e nazionale) che sappiano non solo accettare le differenze interne, ma coltivare le pluralità e puntare alle condivisioni, consapevoli che questo limiterà i margini di manovra di ciascuno, ma allargherà il campo di azione della coalizione e aiuterà ad arginare i venti avversi, quelli leghisti in primis.
Se i molti laeder di cui il PD è ricco non sceglieranmo di condividere anche con gli altri il loro percorso politico, se andranno in cerca di improbabili rivincite e comunque di affermare le loro idee (costi quel che costi), ci faremo molto male. I nostri leader sono tutti troppo intelligenti e sensibili per non rendersene conto. Ma temo siano anche tutti troppo narcisi per fare un vero passo di lato e partecipare ad un gioco collettivo. Vedremo cosa decideranno.
Ovviamente il risultato sia in Europa che nei comuni italiani non dipende solo dalle mosse dei nostri piccoli e grandi leader. Ma se le loro mosse saranno sbagliate e divisive, anzichè accoglienti ed inclusive, l'esito sarà certamente la disfatta del centrosinistra in Europa e in molte città e paesi italiani. Toscana inclusa. Unità e collaborazione, ci servono.

martedì 6 novembre 2018

L'uomo planetario di Padre Balducci abita anche a Pontedera

Riflettendo sulle vicende di Pontedera, ho letto recentemente un testo scritto nella prima metà degli anni '80 dal sapore profetico. Mi riferisco all'Uomo planetario, di Padre Ernesto Balducci, un prete che stava dalla parte degli uomini. Un prete che difendeva gli ultimi (del resto il figlio di un minatore amiatino da quale altra parte avrebbe potuto stare?). Un prete toscano della genia dei Don Milani, dei Don Mazzi e, per certi aspetti, anche del nostro Don Pino Menichetti, di Don Armando Zappolini e di Don Andrea Bigalli.
Padre Balducci negli anni '80 capì che la globalizzazione del mondo avrebbe richiesto una grande capacità di dialogo e che si sarebbe dovuta affermare una cultura religiosa orientata verso un nuovo umanesimo.
Il pianeta terra, abitato da alcune miliardi di individui, diversi per il colore della pelle, variegati per le tante idee politiche e divisi da religioni e credenze, in realtà era ed è un'unico immenso alveare vorticosamente lanciato nello spazio, sulla cui superficie vivono uomini molto simili tra di loro per mentalità, condizioni di vita, passioni e speranze.
Per Balducci gli uomini che abitano la terra sono "esseri planetari", nati sì in regioni e continenti diversi, ma con un destino comune.
Testo profetico perché oltre trent'anni fa non erano in molti ad avere una percezione planetaria dell'uomo. Oggi invece questa condizione è esperienza quotidiana. Basta entrare in una classe della scuola primaria di Pontedera per trovarsi di fronte bambini e ragazzi che provengono da almeno una quindicina di nazioni diverse, appartenenti a tre o quattro continenti (Europa, Africa, Asia e Americhe).
Anche Pontedera insomma è una città planetaria, dove convivono e crescono persone che parlano un centinaio di lingue differenti, che hanno culture e tradizioni diverse, ma che oggi si trovano qui e qui provano a creare un futuro per sè e per i propri figli.
Ed è dalla qualità di questo cittadino planetario e dei suoi figli, dalla sua capacità di dialogo e di collaborazione, dagli sforzi e dell'impegno che metterà nel realizzare i suoi obiettivi e i suoi sogni che dipenderà anche la sorte delle nostre città multiculturali e multicolori. Pontedera inclusa.
Di fronte alla prospettiva planetaria e al meticciarsi di culture e mentalità si possono avere fondamentalmente tre approcci. Il primo di paura e di rigetto; secondo di accoglienza preoccupata e guardinga, che tenga separate le varie nazionalità; il terzo di accoglienza aperta e generosa ma che sappia anche chiedere a tutti impegno e rispetto per le diversità e per i valori fondamentali dell'uomo e della donna e soprattutto sia in grado di realizzare una cooperazione fiduciosa tra diversi.
Che le destre cavalchino la paura, il razzismo e il rigetto dell'altro è un fatto noto. Il nazionalismo e il colonialismo guerrafondai (e predatori) hanno trovato nel disprezzo di chi abita fuori dai propri confini (siano essi altri popoli europei o asiatici o africani) e nella superiorità degli autoctoni rispetto al resto del mondo la propria stolta ragion d'essere. Per la destra xenofoba solo nel calcio è consentito far giocare insieme, nella stessa squadra e nello stesso campionato, uomini di razze, culture, religioni e lingue diverse. Fuori dai campi di calcio, questo non è accettato.
Nazionalismo e razzismo stanno pericolosamente crescendo anche in Italia, alimentati da élite politiche che utilizzano queste idee folli per conquistare consenso e potere. Ma è bene sapere che anche una parte dei ceti popolari tradizionalmente non di destra, per varie ragioni, sta prestando orecchio a questa musica tragica che speriamo non si trasformi in una danza macabra.
Auguriamoci che le forze della ragione e del dialogo non si lascino incantare dalle sirene della paura e della deriva razzista. E auguriamoci che il centro sinistra continui a ragionare in termini calcistici e a pensare che sono la varietà dei calciatori e le loro differenti esperienze internazionali a fare grande una squadra di calcio. E che ciò che vale per il calcio vale anche per una società e per una nazione. Certo, a patto che tutti i calciatori dalle mille provenienze abbiano voglia di collaborare e darsi una mano. A patto che tutti si impegnino a fare il proprio dovere di cittadini. Ma questa è la sfida.
Ed è sul carattere planetario delle nostre città e sulla figura di Padre Balducci che venerdi prossimo, 9 novembre alle 17,30, Don Andrea Bigalli, presidente regionale dell'Associazione LIBERA, parlerà in piazza Stazione, a Pontedera, sotto la tettoria del Bar Marianelli, oggi di proprietà di una famiglia di cinesi.
La Stazione di Pontedera è diventata la parte più internazionale e più variegata di una Pontedera planetarizzata. Questo nuovo assetto sociale genera anche microconflitti e qualche tensione tra autoctoni e immigrati che la destra xenofoba cerca di ingigantire e utilizzare per conquistare l'egemonia politica sulla città e ribaltarne la storia di comunità aperta e accogliente. Perché ci vuole poco a spingere la gente a guardarsi in cagnesco o a dire male gli uni degli altri o a sottolineare solo ciò che non funziona, a cavalcare la paura, l'insicurezza e l'egoismo; mentre ci vuole più energia, anche morale, per costruire ponti e percorsi di vita condivisi tra persone diverse. Regredire è più facile che crescere ed umanizzarsi. Aggredire è più facile che ragionare.
Per questo la sfida vera è quella di sviluppate e far crescere tra persone di origini diverse il comune senso di umanità. Una umanità che ha tanti volti, che crede a tante idee, che legge e si riconosce in libri diversi, ma che ha un'essenza comune. Questa essenza è la socialità. La solidarietà. Lo spirito di cooperazione. La pietas. Il riconoscersi, se non esattamente uguali, di sicuro simili. Molto simili. Umani.

giovedì 1 novembre 2018

Mauro Tosi (1947-2018), comunista pontederese
È  morto il dott. Mauro Tosi, chirurgo, appassionato di politica e di storia locale. Leader del movimento studentesco cittadino tra il '67 e i primi anni '70, militante di formazioni politiche di estrema sinistra (Centro K. Marx poi Olc), aderì successivamente (fine anni '70) al PCI, ricoprendo un ruolo nella sezione comunista dell'ospedale di San Miniato e credo successivamente di quella di Fucecchio.
Da quando era diventato pensionato si era dedicato alla storia locale con particolare interese per il mondo delle fabbriche e per la storia dei comunisti pontederesi, a cui lo legavano anche le origini familiari. Il padre, Vaillant, infatti, era stato un membro influente del PCI nel dopoguerra, trasmettendo a Mauro una forte impronta marxista leninista.
Insieme al figlio Antonio, Mauro aveva scritto e pubblicato il volume
 Storia della memoria : Pontedera: la guerra, il dopoguerra e l'assalto al cielo dei lavoratori della Piaggio nel 1962, Tagete edizioni, Pontedera, 2005.
Io, che ho conosciuto Mauro tra il 1968 e il 1969, nel corso delle lotte e delle assemblee studentesche, lo ricollego ad una tradizione operaista e un pò stalinista della cultura politica italiana, che in lui non era mai venuta meno.
Uomo estremamente generoso, da diversi anni aveva preso le distanze dalle forze politiche di centrosinistra e dopo la trasformazione del PCI e di molti militanti comunisti con cui aveva collaborato e dialogato, non si era più impegnato direttamente in politica. Ma non se ne era neppure allontanato del tutto. Almeno per quanto ne so io. Anzi, pur senza avere ruoli e compiti, per la politica aveva mantenuto un interesse fortissimo. Ad inizio settembre, quando ci siamo visti per quella che sarebbe stata la mostra ultima chiacchierata, nella galleria della "cooppina", proprio di politica e della complessa vicenda del quartiere della stazione abbiamo parlato. A lungo. Animatamente. Scaldandoci. Collocandoci su posizioni radicalmente diverse. Come negli ultimi tempi ci accadeva spesso, soprattutto sul tema dell'accoglienza e del quartiere stazione. Ma entrambi condividendo una forte passione per l'impegno civile e politico, oltre che un grande amore per la storia locale e per certe memorie operaiste.
Ok. Un pò da reduci del '68 e un pò cercando di vedere più lontano.

mercoledì 31 ottobre 2018

Il '68 e dintorni: mostra di giornali e pubblicazioni d'epoca su

Si è inaugurata il pomeriggio di Halloween, alla biblioteca Gronchi  di Pontedera, una mostra di giornali d'epoca sul '68 e ... dintorni. Oltre 30 pannelli fitti di documenti originali, messi a disposizione e organizzati da Moreno Bertini, leader maximo e anima dei collezionisti della Valdera.
Il Sessantotto e il decennio successivo sono raccontati soprattutto attraverso la voce (o meglio i numeri primi) delle riviste di estrema sinistra "Potere Operaio", "Rosso", il "Bolscevico", "Lotta Continua", "Il Manifesto" (mensile) e tante altre testate simili, a cui sono affiancati anche giornali e settimanali ritenuti allora "riformisti" (tipo "L'Unità" e "Rinascita") o "borghesi", come "La Nazione", "La Stampa", "Il Corriere della Sera", "La Repubblica" e "L'Espresso".
Tutto materiale originale, come vuole la buona prassi del collezionista.
La mostra è densa, fitta, molto concentrata, quasi senza didascalie e tanti oggetti documentari posizionati nelle bacheche.
Ne esce fuori un'immagine complicata di quel tumultuoso decennio (1968/1978) che non credo sia facile per le giovani generazioni (ammesso che trovino la voglia, il mondo e il tempo di visitarla) decriptare.
Tuttavia si tratta di materiale prezioso che vale comunque la pena di mettere in mostra e offrire al lettore ed al visitatore (e la speranza è che qualcuno ci passi di fronte a queste bacheche e si fermi  incuriosito a guardarle).
Nel corso della inaugurazione Moreno Bertini ha illustrato le caratteristiche documentarie ed organizzative della mostra, mentre Giovanni Volpi, professore al Liceo XXV Aprile di Pontedera, ha sinteticamente descritto le linee principali di quel fenomeno complesso che va sotto il nome di '68. Infine Eugenio Leone, che ha sostenuto la circuitazione della mostra (già allestita a Capannoli e a Ponsacco), mettendo in relazione i collezionisti e l'Amministrazione comunale di Pontedera, ha provato a suggerire collegamenti tra il '68 e i nostri giorni, tra i giovani di ieri e quelli di oggi.
Dal mio punto di vista la mostra rappresenta una botta di nostalgia.
Vedere documenti, riviste e giornali, che, almeno in parte, ho tenuto tra le mani 50 anni fa, mi ha ha procurato una certa emozione, che la vecchiaia ha reso malinconica. Ahimè.
Ciò premesso, come ho detto durante la discussione, oggi leggo il '68 essenzialmente come un grande moto planetario contro l'autoritarismo e come una fortissima spinta di sapore hegeliano verso una condizione individuale e collettiva di maggiore libertà ed indipendenza. I giovani (e anche i meno giovani) di allora volevano autodeterminarsi di più e volevano agire con maggiore libertà: in famiglia, a scuola, sul lavoro, nelle istituzioni, in chiesa, nelle proprie piccole patrie. Ovunque. Di qui una contestazione di tutte le forme di autorità e di oppressione. Ad Occidente come ad Oriente. Eravamo contro l'imperialismo americano e contro quello sovietico (e, a parte pochi sbeffeggiati maoisti, anche contro quello cinese). Eravamo contro gli stati autoritari e fascisti, ma anche contro quelli comunisti che opprimevano altri paesi comunisti. Eravamo contro tutti i paternalismi autoritari. Le donne in più volevano parità di diritti, di dignità, di uguaglianza con gli uomini. Gli uomini volevano soprattutto più libertà sessuale. Poi volevamo anche salari e pensioni più alti; e rivendicavamo più diritti e meno doveri. E, almeno molti di noi, anche più beni materiali. Per quanto mi riguarda sognavo un comunismo dal volto umano.
Oggi dico che gran parte di quello che allora chiedevamo (comunismo escluso, e oggi aggiungo per fortuna) lo abbiamo nei limiti del possibile ottenuto; e questo nell'ambito di Stati che, almeno in Occidente, mi sento di definire democratici.
I livelli di libertà e di autodeterminazione individuale e collettivi sono cresciuti, ma gli Stati sono sopravvissuti allo sviluppo della libertà individuali e collettive, l'economia ha continuato ad essere strategica ma anche cogente nelle nostre vite, il mercato è diventato sempre più importante e l'interconnessione e la comunicazione si sono sviluppate in maniera incredibile. Consumiamo più servizi telefonici, tv, cultura ed internet di quanto avremmo mai potuto immaginare allora.  
Oggi, quindi, le giovani generazioni partono da livelli di libertà e di autodeterminazione molto più alti di quelli 50 anni fa e fanno fatica a immaginarsi altri grandi traguardi. E' normale che sia cosi. Il mondo del lavoro e delle professioni è cambiato. Si è complessificato. E per quanto i giovani ne sappiano molto più di noi, penano a posizionarsi. Soprattutto se seguono percorsi di studio lontani dagli sbocchi occupazionali o se sognano il posto sotto casa. Sotto casa si faceva il contadino, l'operaio e l'impiegato. Ma i cambiamenti hanno ridotto al lumicino, in occidente, questi tre tipi di occupazione.
Le stabili democrazie non consentono oggi grandi sogni immaginifici e il socialismo e il comunismo (una volta provati e, almeno in Europa e in diverse altre parti del mondo, rigettati) non scaldano più il cuore a nessuno. O a pochi. Dobbiamo farcene una ragione.
Ognuno oggi è più solo, ha osservato il professor Volpi, rispondendo ad una mia osservazione. Beh, sono almeno 300 anni che la grande letteratura europea e nordamericana ci dice che l'uomo contemporaneo è abissalmente solo. Il Novecento è stato attraversato da una fondamentale corrente di pensiero, l'esistenzialismo, che ha fatto della solitudine uno dei suoi punti centrali. E molte altre filosofie hanno sottolineato questo aspetto. Siamo soli. E' cosi. Probabilmente non facciamo nemmeno parte di un disegno intelligente e tra gli ottanta e i novanta anni concludiamo il nostro ciclo vitale. Molti, oltre ad essere soli, odiano gli altri. Soprattutto se gli altri hanno un colore della pelle e parlano una lingua diversa dalla loro. Magari per essere meno soli potremmo essere più altruisti. Invece avverto gelidi venti razzisti tornare a scuotere anche l'Europa.
Comunque, essere più liberi, più autodeterminati e consapevoli vuol dire provare anche più solitudine. Vuol dire sentirsi più fragili, più responsabili, più preoccupati, più ansiosi rispetto al proprio futuro. Sapere di più, essere più coscienti e essere più consapevoli di sè e degli altri, vuol dire soffrire emotivamente di più. L'età della responsabilità e della consapevolezza è sempre molto più difficile dell'età delle illusioni e delle ideologie. Per questo nonostante i processi di secolarizzazione e nonostante "il dio è morto" di Nietzsche, le religioni continuano a proliferare e ad aiutare gli uomini a dare un ritmo e un senso alla loro vita.
In questo contesto di maggiore libertà e consapevolezza molti auspicano anche il ritorno a ideologie assassine.  Alcuni sognano di nuovo stati nazionali forti (dove uno solo comanda e pensa e decide per conto di tutti, ovviamente per il bene del popolo). Altri odiano gli stranieri. Altri ancora cercano la felicità nelle comunità autosufficienti aggredite dai processi di globalizzazione.
Sembra proprio che la storia non ci riesca ad essere maestra di vita.

lunedì 29 ottobre 2018

Alla biblioteche scolastiche non bisogna regalare libri, ma bibliotecari

Non ho niente contro la campagna #ioleggoperchè che anche quest'anno ha regalato libri alle biblioteche scolastiche. Faccio il bibliotecario da 36 anni (circa), collaboro con biblioteche scolastiche da altrettanti anni, conosco presidi e dirigenti scolastici, di alcuni suppongo pure di potermi considerare amico, eppure .... eppure sostengo, dopo 35 anni di esperienza professionale, che alle biblioteche scolastiche non servono libri, ma c'è invece bisogno di donare bibliotecari. Bibliotecari veri, in carne ed ossa e bravi.
Dai, Roberto, non ci prendere in giro. Come si fa a donare bibliotecari alle scuole? E poi perchè?
Una bella risposta al perchè è contenuta in un recente libro di Gino Roncaglia (intitolato "L'età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale", Bari, Laterza, 2018, in particolare nelle pagine da 152 a 197). Ma mi rendo conto che suggerire una risposta contenuta in 45 pagine di un libro non è elegante. Chi non mi conosce, non andrà a leggersi le pagine di Roncaglia. E anche chi mi conosce, non lo farà.
Allora mi trovo costretto a sintetizzare.
Le biblioteche scolastiche sono rimaste (nella stragrande maggioranza dei casi) dei magazzini di libri invecchiati, per lo più ad uso di pochi docenti. Negli ultimi 30 anni in questi magazzini è accaduto quasi niente. Sì, qualcosa è stato catalogato. Qualcosa perfino messo in internet. Qualcosa digitalizzato. Insomma le BS hanno sbattuto sull'automazione, ma senza modificare il loro andazzo soporifero. E questo perchè quasi mai un bibliotecario come si deve è entrato in una biblioteca scolastica.
In taluni casi sono arrivati un po' di libri nuovi (ma soprattutto sono arrivate pessime donazioni), ma bibliotecari come professione comanda quasi mai (e questo per essere ottimisti).
Ma che c'entrano i bibliotecari coi libri delle biblioteche scolastiche? Bella domanda.
Quello che i dirigenti scolastici fingono di ignorare è che i libri non vivono di vita propria. I libri, per funzionare bene, debbono essere somministrati. Servono persone che conoscano bene i lettori e i libri e che sappiano dare, nella maniera giusta, il libro giusto ed in dosi giuste ai lettori. E, credetemi, quella di far leggere gli altri è un'arte. Una grande arte, che non ha niente da invidiare a quella dei pittori o dei calciatori. Anche se è molto meno pagata, perchè non interessa per niente al grande pubblico e nemmeno ai ricchi.
Ovviamente per i libri aspirina va bene anche il fai da te, ma per i buoni libri, per i libri che aiutano a crescere, lì serve il bibliotecario che suggerisce, propone, mette davanti le letture giuste, ascolta i gusti delle persone, sa come incoraggiarle a leggere. Almeno a provarci. Ma tutto questo la scuola italiana non è in grado di capirlo. Può assumere 140.000 insegnanti di sostegno (per aiutare i ragazzi con disabilità), ma assumere 10.000 bibliotecari veri che aiuterebbero 7 milioni di ragazzi a leggere, questo non sa farlo. Questo è un paese che capisce la parola "salute" (non a caso siamo longevi e anziani), capisce i bisogni sociali (140.000 insegnanti di sostegno, con una media di 20/30 per istituto superiore stanno lì a dimostrarlo), ma la lettura, dai, di incoraggiare alla lettura si può fare a meno (ed infatti in quasi nessun istituto superiore c'è un, leggasi 1, bibliotecario professionale).
Ma è chiaro perchè le cose vanno così, diranno i miei 27 lettori. Nella scuola il mediatore specializzato tra i libri e i ragazzi c'è già. Anzi ce ne sono tanti. Sono gli insegnanti.
Sbagliato, rispondo io. Credere che gli insegnanti siano buoni suggeritori di libri è un inganno. E non solo perchè spesso gli stessi insegnanti non sono buoni lettori, conoscono solo i libri che piacciono a loro (e su cui si sono formati, magari quando erano giovani), oppure non sanno presentare i libri ai ragazzi, nè si sforzano di capire i gusti e i desideri di lettura dei ragazzi. Ovviamente ci sono insegnanti che sono buoni lettori, che leggono moltissimo e di tutto, che conoscono i gusti dei ragazzi e sanno presentare i libri ai giovani. A questi insegnanti tanto di cappello. Ma... di insegnanti così... io ne conosco pochi pochi. Mentre di insegnanti ne conosco tanti.
La verità è che soprattutto nella scuola media e negli istituti superiori mancano bibliotecari che per 18 ore alla settimana stiano in biblioteca o girino per le classi ma solo per offrire libri come doni ai ragazzi e ai colleghi. Mancano bibliotecari che incoraggino la lettura e che conoscano davvero bene l'offerta libraria su carta e su digitale. Che ci sappiano fare con i ragazzi e con gli insegnanti.
E allora come meravigliarsi che i ragazzi leggano poco quando in famiglia hanno genitori che spippolano sugli smartphone appena meno dei loro figli; quando hanno nonni rintontoliti da tv perennemente accese e a scuola non c'è nessuno che cerchi di avvicinarli quotidianamente e con sensibilità giusta ai libri?
Concludo. Se vogliamo che i ragazzi leggano di più, dobbiamo regalargli bibliotecari, soprattutto regalarli alle scuole. Come? Magari con un bonus bibliotecario. Un'ora di bibliotecario costa come un libro, sui 22/23 €. Ecco, propongo che invece di regalare 100 libri ad una biblioteca scolastica, gli si comprino 100 ore di un bibliotecario sveglio. Naturalmente assicurandoci che sia davvero sveglio. Perchè se lo è sveglio, quel bibliotecario riuscirà almeno a far leggere un libro a qualche centinaio di ragazzi. Mentre 100 libri scaraventati in una biblioteca scolastica priva di un bibliotecario rimarranno non letti. Non se ne gioverà nessuno. Certo i donatori si sentiranno gratificati (hanno donato). E i dirigenti potranno dire di avere una biblioteca ricca di libri (hanno ricevuto). Ma la verità è che quei libri sono come una sacca di sangue donata senza che nessuno sappia trasferire quel sangue ad un paziente che ne ha davvero bisogno. Esagero? Temo di no.