venerdì 12 dicembre 2025

CONTRORDINE TOVARISCH: NIENTE NUMERI DI BANKSY (PER ORA)

Dopo aver fatto sapere tramite Quinewsvaldera che finalmente l’11 dicembre il soviet comunale avrebbe elargito ai curiosi i numeri dei visitatori paganti della mostra di Banksy & Amici (e forse perfino quelli della mostra di BABB), come che così il ristretto Politburo pontederese ci ha ripensato. Questa soddisfazione al vecchietto da tastiera non gliela vogliono proprio dare. Tanto ai cittadini non interessano queste informazioni, pensano i compagnucci della parrocchietta. Quindi? I numeri? Niet. 

E poi visto che c'è un’interpellanza ufficiale presentata dai consiglieri pontederesi di centrodestra per ottenere questi stessi dati, gli ex tovarisch forse approfitteranno di quella occasione per renderli noti. O forse diranno Niet anche all’opposizione, in virtù del loro superiore livello di democrazia.

Per ora comunque il segreto di Pulcinella (ovvero il megafiasco che ha caratterizzato la pontederese mostra banksyana) resta ufficialmente un segreto. Anche se niente è stato mai così clamorosamente noto come questa debacle colossale.

Anzi la verità è talmente clamorosa che il megafiasco non sanno proprio come annacquarlo. E allora, per il momento, meglio non ammetterlo. Si stancheranno prima o poi quelli fuori dal palazzo di chiedere i numeri.

E noi? Vabbè, si aspetterà. Che altro possiamo fare? 

I dati li hanno gli ex tovarisch del Politburo. Se non vogliono mollarli…

Certo se hanno deciso di seppellirli nel campo dei miracoli sperando che nottetempo si moltiplicheranno, temo che, come Pinocchio, coi suoi zecchini d’oro, rimarranno molto delusi.

Intanto il soviet comunale ha prodotto una nuova mostra, ma stavolta senza biglietto di ingresso. Così nessuno potrà formulare al Politburo l’imbarazzante domanda: com'è andata la mostra?

E se gliela faranno, gli ex tovarisch potranno comunque rispondere con sincerità: “bene”, essendosi privati da soli della possibilità di sapere come sia davvero andata e potendo inventarsi quindi tutte le risposte che vogliono, senza temere di essere smentiti. 

Quando si dice la trasparenza!!!

giovedì 11 dicembre 2025

TRUMP E I SOCIALISTI EUROPEI

Se è vero che la pubblicazione della “National Security Strategy” degli Usa, approvata da Trump a novembre, è un atto che riguarda l’Unione Europea, è anche vero che i socialisti europei, ovvero la seconda famiglia politica che guida, insieme al Ppe, oltre al parlamento europeo, diversi singoli stati europei, dovrebbero dire che ne pensano della NSS e come intendono replicare a questa analisi assai grossolana.

Il PSE e il gruppo parlamentare europeo “S&D” (di cui fa parte anche il PD della Schlein), che si sono da poco riuniti ad Amsterdam in un congresso che non è riuscito a balbettare niente di nuovo sulla politica estera europea, sulla Russia e sull’Ucraina, non possono fare finta di nulla e lasciare i loro gruppi e i loro leader nel parlamento europeo, nei singoli parlamenti nazionali e nei governi degli stati senza un’indicazione politica che replichi alle analisi dell’oligarca americano. 

Se il socialismo europeo non è un Brancaleone decerebrato deve battere un colpo. Deve rispondere alla provocazione e indicare una via, una prospettiva, una progettualità per l’intera Europa che va dal Portogallo alla Romania.

Deve provare dire qual è la visione socialista dell’Europa rispetto alla NSS di Trump. In una versione altrettanto sintetica e sfacciatamente efficace.

Urge insomma una risposta “politica”, che si affianchi a quelle elaborate dalle altre famiglie politiche europee, con alcune delle quali bisognerà che i socialisti trattino un accordo per gestire il cammino della maggioranza parlamentare europea. Perché la UE è pur sempre una complessa democrazia plurale e orizzontale  e non un’autocrazia verticale, d’impianto rinascimentale, come stanno diventando invece gli Stati Uniti trumpiani.

Perciò i socialisti europei e il gruppo parlamentare di S&D dovrebbero convocare un convegno speciale o un congresso straordinario e dibattere a lungo sulla NSS emanata da king Trump e uscire con una risposta soprattutto chiara.

Altrimenti si certificherà che non solo gli europei sono dei nani militari (cosa che non è detto che sia poi un male) quanto soprattutto che sono dei faragginosi nani politici. Incapaci di affrontare un dialogo pubblico di portata europea sul futuro del vecchio continente. Destinati all’insignificanza.

L’Europa è sola?, come ha sostenuto recentemente Jurgen Habermas. Forse. Ma può darsi che non sia affatto un male. A patto però che oltre che a essere sola l’Europa non spenga anche la luce, ma provi invece ad affrontare con lungimiranza e coraggio il problema politico che ha di fronte e a costruire relazioni col resto del mondo basate, oltre che sul commercio, sul diritto, sulla cultura e sulla non ingerenza.

I socialisti (come pure le altre famiglie politiche di ispirazione religiosa e liberale) lo devono ai cittadini che rappresentano.

In particolare però ai socialisti non basterà continuare solo a discutere e a battersi per i diritti per avere un ruolo in Europa e per dare al continente un futuro dignitoso.

Il contesto è difficile, le soluzioni complicate, ma le famiglie politiche europee debbono impegnarsi a fare la loro parte. Del resto cos’hanno da perdere?

lunedì 8 dicembre 2025

IL ROVESCIAMENTO DI CLEMENCEAU

Al famoso statista francese G. Clemenceau è attribuita la frase che la guerra è una cosa troppo seria per farla fare ai generali, sottolineando il primato della politica rispetto ai militari.

Invece in questi ultimi tempi, almeno in Europa, alla grande prudenza e ambiguità dei politici di fronte alla guerra (perché agli elettori i politici devono poi andare a chiedere i voti), corrisponde una certa imprudente loquacità dei generali.

Ecco allora le uscite dei generali tedeschi che “svelano” quando i russi attaccheranno l’Europa; ecco il capo di stato maggiore francese che dice alla nazione di abituarsi a piangere i propri figli morti in guerra. Ecco un generale della NATO (italiano) che sussurra al Financial Times di guerra ibrida “preventiva” già in atto. E non si capisce se quel “preventiva” voglia dire anche incostituzionale, visto che una guerra (e quindi anche una guerra ibrida), secondo l’articolo 78 della nostra Costituzione, dovrebbe essere votata e autorizzata dalla maggioranza dei parlamentari italiani prima di essere combattuta. Invece non mi risulta che il parlamento italiano abbia discusso e autorizzato l’avvio di alcuna guerra ibrida contro… già contro chi? Contro la Russia? Ma per accusarla in Parlamento di aver aperto un fronte di guerra ibrida e informatica contro di noi occorreranno prove certe. Andranno mostrate. Non basteranno le dichiarazioni alla stampa di Crosetto. Almeno i parlamentari queste prove dovranno pur verificarle prima di dichiarare guerra, per quanto solo informatica, contro qualcuno. O no?

Brutti tempi quando si leggono così tante dichiarazioni di militari (Vannacci incluso). Loro dovrebbero svolgere il loro delicato lavoro con grande discrezione, fedeli al motto “Taci, il nemico ti ascolta”. E soprattutto non dovrebbero interferire con la comunicazione politica.

Brutti tempi se invece i generali tolgono la parola ai politici.

Ma la cosa ancora più importante è evitare di pensare che la guerra Russia e Resto dell’Europa sia ormai ineluttabile, come invece ci vorrebbe far credere un quotidiano assillante bombardamento politico-mediatico. 

Ricordo infine che le coscienze delle persone hanno sempre l’ultima parola. E confido che i giovani disobbediscano, seguendo il suggerimento di Don Milani, a qualunque chiamata alle armi e che, ove mai fosse dichiarata, ci mandino i generali a fare …..la guerra.

MELONI E L’ABILITA' DEI CENTRODESTRI

La Meloni ha ragione ad essere soddisfatta di se stessa e tessere le sue lodi da Mentana sulla 7. In fondo lei è davvero una underdog che si è fatta molto da sola ed è stata brava a sfruttare con “prontezza” tutte le opportunità che la vita politica le ha messo di fronte.

E' infatti la leader che ha scalato meglio il potere, ha applicato alla perfezione le indicazioni di Machiavelli e ora prova perfino a costruire un’egemonia culturale di destra, scimmiottando (sono convinto senza averne letto neppure una riga) i “suggerimenti” di Antonio Gramsci, a cui il suo ministro della cultura, Giuli, ha dedicato recentemente un librettino, a dire il vero di poco spessore culturale (e molto autocelebrativo).

Sull’egemonia della destra ovviamente, la Meloni non può che rivolgersi al mercato culturale contemporaneo, soprattutto a quello mediatico e social, e pescare un po' di tutto, incluso suggestioni internazionali (come dimostra il cartellone assai ricco di argomenti e di partecipanti di Atreju). 

Credo perfino che se fosse ancora vivo Pasolini (a cui per altro Atreju dedica un incontro sia pure a mezzadria con Mishima) qualcosa di buono e di naif nella Meloni e nel suo sovranismo de’ noantri ce avrebbe trovato. E chissà se una poesia alla premier donna italiana, miracolosamente emersa dalle sue tanto amate periferie romane, non gliel'avrebbe dedicata, magari proprio per provocare i suoi compagni di sinistra.

Ma il vero capolavoro della Meloni sta nella forza (della leonessa) e nell’astuzia (della volpe) con cui tiene in pugno la sua variegata maggioranza, facilitata però dalla differenza che corre tra centrodestri e centrosinistri.

Il centrodestra è infatti una coalizione con un accordo chiaro che assegna automaticamente il ruolo di premier al segretario del partito che prende più voti.

Il centrosinistra invece non è ancora una coalizione perché non possiede alcun accordo su come si debba individuare il leader che dovrà guidarla. Anzi nel CS c’è una guerra proprio sul leader e, PD a parte, nessuno per ora accetta che sia il partito che prende più voti ad esprimere il leader.

Ovviamente ci sono anche i contenuti programmatici e ideologici a compattare meglio il CD rispetto al CS.

Infatti il CD ha avuto fino ad ora l’abilità e la flessibilità di negoziare meglio le proprie differenze interne e di contenere le diversità, mentre il CS, ricco di componenti più rigide e convintamente assertive, fatica ad aprire trattative sul programma di compromesso e questo fatto, insieme alla faccenda del leader, lo penalizza.

Questa maggiore rigidità (ideologica? narcisistica? moralistica?) è un ragalone alla Meloni che si diverte perfino (come dimostrano gli inviti ad Atreju) ad aumentare la discordia nel CS. Obiettivo non difficile per altro da raggiungere, vista la naturale propensione dei centrosinistri a litigare tra loro su quasi tutto. 

I migliori si sa non hanno bisogno di imparare dagli altri, né di studiare seriamente né Machiavelli, né Gramsci.

giovedì 4 dicembre 2025

FORZA ELLY

Certo la Schlein ricorderà le terribili parole scagliate contro le correnti del PD, alle idi di marzo del ‘21, da Nicola Zingaretti (eletto appena due anni prima segretario). Secondo Zingaretti, che nonostante il fisico massiccio uscì provato dalla terribile esperienza di segretario (di fatto, si arrese), le correnti e i capicorrente facevano più i loro interessi che quelli del partito e dell’Italia. 

E oggi, a sentire la Schlein a Montepulciano, il PD sembra ancora, più o meno, in quelle condizioni. Perché, ha detto più volte lei, il PD è una comunità “larga, aperta e plurale". Un eufemismo per dire che ognuna delle sue componenti (correnti, capibastone, cordate, ecc.) ha non solo una propria visione del partito, ma ha anche una propria strategia di alleanze, una propria politica estera, una propria politica economica oltre a un modo diverso di selezionare la classe dirigente del partito (scegliendo i suoi amici). E fare sintesi, è proprio dura.

Del resto anche le ultime elezioni regionali hanno dimostrato che stilare le liste elettorali del partito è stato un bagno di sangue (Pontedera docet). Con duelli all’ultimo posto. Sindaci e segretari di sezione che si autosospendevano per difendere candidate escluse e federazioni commissariate. Poi la stessa formazione delle giunte regionali riconquistate dal PD ha originato scontri tra diverse correnti e personalità che hanno lasciato strascichi pesanti e di fatto hanno avviato un confronto pre-congressuale senza che nessuno abbia dato ufficialmente il via al congresso. E ogni giorno si annuncia uno scontro con relativa riappacificazione.

La Toscana è uno dei luoghi più caldi (ma non l’unico) che costringe la SCHLEIN a rincorrere gli eventi e i vari cacicchi.

Se a questa turbolenza interna si aggiunge che il principale alleato del PD, i 5 Stelle, appena ne ha l’occasione sgambetta la povera Elly; che Renzi si riavvicina e si riallontana dal PD secondo i suoi interessi, mentre sul piano europeo il PSE costringe la Schlein a scelte (come quelle sul RIARMO) molto impopolari tra i suoi (e nel paese), beh, ce ne sarebbe a sufficienza per una conclusione del suo mandato con una mossa alla Zingaretti (copiando pari pari perfino le sue dichiarazioni finali).

Perché alla segretaria che “nessuno ha visto arrivare” non può sfuggire il fatto che in effetti, non avendola vista arrivare, gli uomini e le donne delle correnti del suo partito continuino a comportarsi come se lei non fosse mai arrivata o fosse solo di passaggio. Si, vabbè, Elly c’è. Ma ai feudatari che controllano pezzi del partito che gliene importa?

Insomma nessuno si meraviglia che le correnti continuino a gestire le proprie fette di potere in una comunità politica straordinariamente plurale, tendenzialmente un po' anarchica e molto radicata in alcune aree del paese, secondo proprie logiche fiduciarie, perfino in contrapposizione alla segreteria (gli esempi della Campania, della Puglia ma anche del gruppo parlamentare europeo sono eloquentissimi).

Del resto il PD contiene il corredo genetico (oltre ad alcuni longevi dinosauri) dei principali partiti della prima repubblica, partiti in cui, per fortuna, chiunque ne fosse segretario, le correnti e le oligarchie nazionali e locali, che controllavano voti, amministratori e interessi sociali ed economici, la facevano da padrone e i segretari nazionali erano, quasi sempre, re travicelli. Un grande esempio di democrazia dal basso, fondata sulle preferenze, a quel tempo tempo resa coesa da ideologie forti. Ma oggi? 

Comunque la vediate, resta il fatto che la competizione politica è assai più teatrale e mossa. Una vivace, caotica, commedia dell’arte, di cui non a caso noi italiani (senza distinzioni tra destri e sinistri) vantiamo giustamente il copyright. Forza Elly, puoi farcela!

mercoledì 3 dicembre 2025

LE BUCHE DEL MIGLIO DELL’INNOVAZIONE

In Italia vestigia del passato e architetture moderne stanno insieme. Non solo a Roma. Anche a Pontedera le cose vanno così. 

Viale Rinaldo Piaggio ad esempio, sede di industrie fin dall’inizio del ‘900, dopo il ridimensionamento della grande impresa è stato ribattezzato il miglio dell’innovazione. Nei vecchi capannoni in parte ristrutturati o rifatti ex novo, tutti allineati nel viale, si sono infatti insediati l’Istituto di biorobotica dell’Università Sant’Anna di Pisa, Artes 4, Modartech, il museo Piaggio, Pontech, qualche decina di startup, la moderna Biblioteca Gronchi, il Centro Sete Sois Sete Luas, ma i marciapiedi dove il miglio inizia e poi si sviluppa, fino al sottopasso ferroviario, sono a tratti bucherellati e sconnessi.

Giorni fa l’assessore Belli ha ripromesso in una seduta consiliare che su questo miglio dell’innovazione ne vedremo presto delle belle.

Se una cosa analoga non l’avesse già promessa e profetizzata proprio lui nel luglio del 2020 (oltre 5 anni fa) ci sarebbe quasi da credergli senza passare per creduloni.

E comunque per ora chi per qualche ragione (turismo, cultura, ricerca, lavoro o affari) svolti da via Roma verso il viale Piaggio e si avvii in questo miglio dell’innovazione deve stare attento a dove e a come mette i piedi perché si trova di fronte, a destra come a sinistra, marciapiedi piuttosto bucherellati e sconnessi come dimostrano le foto allegate. Non proprio un elegante biglietto da visita per il miglio dell’innovazione pontederese, visti i rischi di incespicare e cadere per i pedoni distratti o anziani come lo scrivente.

martedì 2 dicembre 2025

HABERMAS E LA CONFUSA COSCIENZA EUROPEA (E ITALIANA)

Il 23 novembre è uscito su “La Repubblica” un lungo stralcio di una recente conferenza dell’anziano filosofo tedesco Jurgen HABERMAS (96 anni) centrata sull’evoluzione degli Usa e sul ruolo dell’UE.

Il testo conferma 2 pensieri noti di Habermas. Ovvero che gli Usa stanno declinando e trasformandosi in uno stato autoritario. Il secondo, che l’Europa non ce la fa ad uscire dalle sue debolezze e ad essere un esempio positivo per il resto del mondo, come società del diritto e dei diritti, rendendosi autonoma dal protettorato americano, in cui è vissuta (e prosperata) per 80 anni.

Ora, queste annotazioni di Habermas sono condivisibili (almeno per persone orientate a sinistra). Ma sull’Europa mi sarei aspettato qualcosa di più.

Molti analisti stanno infatti chiedendo all’Europa di trasformarsi in una potenza armata per autogarantirsi meglio come società del diritto e dei diritti e per diventare a sua volta (al posto degli Usa, della Cina e della Russia) garante del diritto e dei diritti anche per altri stati “deboli” nel mondo.

E l’Unione Europea, sia pure tra mille incertezze e divisioni, sembra intenzionata ad andare proprio in quest'ultima direzione col piano di RIARMO o di PRONTEZZA.

Gli stessi socialisti europei, a cui Habermas è sempre stato vicino e a cui aderisce anche il PD, sostengono questa strategia.

Perciò chi parla d’Europa dovrebbe dire quale futuro vuole per il vecchio continente.

Io per esempio sono contrarissimo ad una Europa armata fino ai denti e quindi aborro il piano di RIARMO.

Sono contrario ad una Europa vassalla della e nella Nato.

E desidererei tanto un'Europa NEUTRALE. 

Tutta neutrale. Come la Svizzera e l’Irlanda. Ma mi accontenterei anche di un'Europa disarmata e non allineata. Non allineata agli Usa. Non allineata alla Russia. Non allineata alla Cina.

Aggiungo che trovo l'obiettivo del NEUTRALISMO una strategia politica molto più forte e chiara di quella del PACIFISMO. Perché il pacifismo è un atteggiamento morale, che alla fine deve tradursi in atti concreti. Così ci si può dichiarare, come avviene quasi sempre, pacifisti anche riarmandosi. E non va bene.

Naturalmente mi piacerebbe un’Europa che cerca e trova un accordo civile con le tre grandi potenze del mondo (Usa, Russia e Cina).

Ma si può essere neutrali senza riarmarsi fino ai denti e raggiungere accordi ragionevoli con le grandi potenze?

Il realismo politico direbbe di no.

Ma il realismo si basa sul fatto che l’antropologia umana sia sostanzialmente immutabile e che la cultura non possa migliorare la naturale bellicosità degli uomini e delle loro costruzioni sociali (gli stati).

La storia del diritto dimostra che l’animalità dell’uomo può essere addomesticata e che si possono trovare rimedi ragionevoli agli istinti predatori fortemente radicati nell’animo umano.

L’Europa, continente di vecchi saggi, continente “debole” e denatalizzando, dovrebbe accettare il suo status e scommettere sull’evoluzione NEUTRALISTA, costituendosi sempre di più come un faro giuridico e come esempio (ma non come garante militare) per tutti coloro che non vogliono diventare vassalli delle grandi potenze e non vogliono neppure partecipare alla corsa al RIARMO.

Il tutto senza pensare di costruire alcuna alleanza mondiale che non sia esclusivamente morale e culturale tra i neutralisti e i non allineati.

Discorso utopico? Forse.

Discorso con implicazioni anche economiche? Certo.

Ma mi sembra l’unico ragionamento concretamente alternativo al RIARMO, che purtroppo prende sempre più vigore in Europa e non solo nelle forze di centro destra.

Il pacifismo è un atteggiamento morale, ma non è una strategia politica per gli Stati.

Se l’Italia non voleva infilarsi nella carneficina della prima guerra mondiale doveva rimanere NEUTRALE, posizione che invece non tenne con tutti i disastri che ne conseguirono.