I cerchioni di Dante / letti e commentati dagli studenti e dagli insegnanti dell'IPSIA Pacinotti di Pontedera insieme ad alcuni studenti della Scuola Normale di Pisa
Oggi, 6 giugno, alle 18, a Pontedera, in piazza della Stazione, un agguerrito gruppo di studenti dell'IPSIA Pacinotti, supportato da alcuni prof e da alcuni studenti della Scuola Normale Superiore di Pisa ha letto brani dell'Inferno di Dante, dimostrando che le scuole e soprattutto ragazzi e docenti non hanno "limiti" e che, almeno in Italia, anche chi studia meccanica, moda e altre nobili arti manuali può misurarsi con Dante Alighieri e farlo proprio, e ritrovare in lui radici profonde del proprio sentire contemporaneo.
Nata da una proposta "visionaria" di Giuseppe Cecconi che ha messo in contatto e fatto dialogare studenti della Normale e professori e dirigente dell'ISPIA, dopo alcuni mesi di lavoro su un testo con 700 anni sulle spalle, la messa in scena è stata spartana, ma impeccabile. Una ventina di studenti italiofoni, ma provenienti (almeno i loro genitori) da diverse aree del mondo (dove Dante, per dirla tutta, è quasi sconosciuto), sono saliti su un palcoscenico quasi naturale (i tondi su cui sono infisse le Vespe di Trafeli) e hanno letto per oltre un'ora i versi del grande poeta fiorentino che ha forgiato la lingua italiana e ha dato fiato a sentimenti, espressioni, modi di dire e di essere che ancora oggi ci caratterizzano.
Un bella prova di carattere e di plasticità da mostrare a viso aperto e con orgoglio a chi non riesce a vedere le potenzialità della nostra scuola e del lavoro che si svolge nelle aule percepisce solo i problemi (che certamente ci sono, ma sono piccola parte in un mare di forza e di capacità).
Un finale d'anno scolastico davvero insolito, in un luogo insolito, ma perfettamente in sintonia con la poesia universale di un artista che a buona ragion dovrebbe essere considerato il rappresentante morale di tutti i profughi e di tutti gli stranieri
giovedì 6 giugno 2019
sabato 1 giugno 2019
Premiazione dei bibliogiochi a Capannoli a cura di Bibliolandia
Premiazione dei bibliogiochi a Capannoli a cura di Bibliolandia
giovedì 30 maggio 2019
Biografia di Gentile di G. Turi
Giovanni Gentile. Una biografia / di Gabriele TURI, Giunti, 1995, pp.526 p + indici. Qualche riflessione a margine della lettura
Questa non è una recensione dello splendido libro di Turi dedicato alla vicenda culturale (e umana) di Giovanni Gentile, uno degli intellettuali italiani che almeno nel ventennio fascista ha avuto un peso diretto e significativo (in negativo) nelle vicende collettive del nostro Paese. In sostanza non entro e non valuto i dettagli di una biografia molto ben articolata, di discreta mole e scritta da uno storico contemporaneista che ha indagato per tutta la sua vita professionale il rapporto tra intellettuali e potere, intellettuali e case editrici, mondo della scuola, istituzioni scolastiche e università. Turi è un esperto dell'argomento che tratta ed è corretto nel definire i limiti che si autoimpone (è ad esempio evidente che evita una valutazione analitica della filosofia gentiliana, della sua articolazione e della sua evoluzione nel tempo). Io, a mia volta, parto dal libro, per avanzare qualche commento. Alla buona.
Del resto confesso di aver letto il testo come un romanzo, perché l'uso consistente dei carteggi dei personaggi che ruotano attorno al filosofo o si incrociano con la sua biografia (a cominciare da don Benedetto Croce) rendono la vicenda, almeno per chi abbia un po' di dimestichezza con la storia politica e culturale italiana, piacevole, scorrevole, godibilissima, anche senza pretendere di cogliere tutte le sottigliezze e gli sfumati che sicuramente contiene. Ma, mi ripeto, questa non è una recensione (che non avrei titolo per fare) e e mi limiterò a dire perché ne consiglio caldamente la lettura.
Sono mie riflessioni personali, che valgono il giusto, ma che ritengo giusto esternare.
Sostenuto dal giudizio di Antonio Labriola, anch'io da quello che so di Gentile e dalla lettura del libro di Turi, traggo la convinzione che il filosofo nato a Castelvetrano fosse un "infatuato di sè, un po' presuntuoso.. non un rappresentante della filosofia sana, ma un pazzo per la sua idea di tornare a Hegel con quarant'anni di ritardo, seguendo gli insegnamenti di quell'idiota di Jaja". Così scrive Antonio Labriola in una lettera a Croce parlando di un Gentile ventottenne e delle sue idee (p.149). E così penso che il filosofo si sia felicemente conservato fino alla fine, gonfio di una forte autostima ed di una profonda fiducia in se stesso, che, vista con gli occhi di uno psicologo, penso potrebbe essere definita come una situazione di delirio narcisistico accompagnata da un'assoluta sordità ad ascoltare le ragioni dell'altro.
Ora la "pazzia" e i deliri dei singoli hanno spesso un raggio di azione limitato (di solito sfasciano famiglie, piccole compagnie di amici, singole imprese e contesti operativi su cui i "deliranti", non curati, vengono ad impattare).
Ma quando pazzia e deliri singoli, nutrendosi di idee potenzialmente assassine, entrano in circuiti più ampi, impattano su organizzazioni più vaste (ad es. lo Stato) e raggiungono le moltitudini (le masse, i popoli), a quel punto pazzia e deliri possono contagiare tanti e trasformarsi in sentimenti largamente condivisi. E' allora che producono effetti deflagranti e devastanti per intere collettività nazionali e spesso anche internazionali come testimonia la tragica storia della prima metà del '900 in Europa.
Perchè dico questo? Perchè buona parte dell'idealismo italiano e nello specifico l'attualismo gentiliano rappresentò, nel primo quarantennio del '900, dati i livelli di penetrazione che aveva raggiunto nei gangli formativi, sulla stampa nazionale e nel governo, un disastro culturale immane per il sistema paese. E per spiegarmi meglio proverò a riassumere le diverse ragioni fondamentali di questa affermazione.
Primo: non avendo alcuna comprensione della scienza, in nome di una grande cultura filologica umanistica (di cui certo Gentile era validissimo quanto inutile e pericoloso epigono), in lotta col pensiero positivista e scientifico, buona parte degli idealisti condannò l'Italia, la sua "scuola" e più in generale il sistema Paese ad una profonda ignoranza in materia di cultura scientifica. Una pena dolorosa che il paese non ha ancora finito di scontare.
Secondo: data la base filologico-umanistica della cultura idealista e dato l'approccio "metafisico" ai problemi del paese, anche figure di grande spessore come Gentile (ma in compagnia di Croce e dei loro epigoni, per non parlare dalle scuole eccentriche e irrazionaliste: da Papini e Prezzolini) non capirono quasi niente dei problemi di "modernizzazione" che il Paese aveva un disperato bisogno di affrontare e di risolvere con strumenti giusti.
Terzo: dalla loro visione antiscientifica e metafisica della realtà scaturì, oltre un forte ritardo sul piano organizzativo, il consolidamento di un patriottismo e di un nazionalismo demenziali. Gentile, purtroppo insieme a tanti altri, non solo giustificò la prima guerra mondiale come "evento tragico ma necessario", ma soprattutto, con grande provincialismo e miopia, non riusci a guardare all'Europa come spazio e come bene comune da alimentare e condividere. Idealismo e nazionalismo impedirono a gran parte degli intellettuali italiani di guardare oltre i confini nazionali, di immaginarsi un diverso esito del Risorgimento da completare, di uscire dal loro penoso e provinciale isolamento. Così un'intera generazione di grandi e piccoli intellettuali e di uomini sicuramente colti finì (con la rilevante eccezione di Croce) per sostenere quel grande macello che fu la prima guerra mondiale e continuò per i venti anni successivi a sognare rivincite e imperialismi straccioni.
Quarto: da questa visione antiscientifica e metafisica, sorda agli argomenti degli altri, uscirono anche analisi e visioni politiche rozze, superficiali e partigiane, tutte sostanzialmente antidemocratiche e illiberali che non a caso nel dopoguerra sfociarono in una scomposta lotta politica e subito dopo nella dittatura fascista a cui Gentile dette un importante contribuito personale.
Da un certo punto di vista l'avventura umana di Gentile sembra quella di un iperattivo filosofo di provincia che armato di un suggestivo ma confuso bagaglio di idee, da una forte fiducia in se stesso e da una grande capacità comunicativa, decide di cambiare il mondo per conformarlo alla sua visione; e, grazie al contesto favorevole e alla sua abilità di scrittore e di comunicatore, questa cosa almeno in parte gli riesce. Ottiene così un forte ascendente su un pubblico vasto (gli italiani) a cui finalmente, in concorso con altri (nel caso della guerra i nazionalisti, la monarchia, gli irredentisti, ecc, successivamente i fascisti), può fare veramente male. Un male che arreca agli altri e alla fine anche a se stesso, in nome di nobili motivi (lo stato etico, erede dei valori della classicità e del risorgimento) e animato da buoni sentimenti (cercherà, ma senza riuscirci, ad esempio di non far finire in campo di concentramento le sorelle Bemporad, due ebree di cui aveva rilevato la casa editrice).
Il libro del prof. Turi, lo preciso, non ha questo taglio psicologico. Nè fruga più di tanto nel lato oscuro della mente del filosofo, cercando di spiegare quali pulsioni si celassero dietro i suoi scritti e le sue azioni. E quando lo fa, utilizza i giudizi che parenti, amici, collaboratori e solo in parte avversari dettero di lui, fissando sulla carta i propri pensieri. Lo sforzo maggiore del libro, davvero encomiabile e di notevole valore, è di cesellare e spiegare la figura di Gentile nei contesti che gli furono specificatamente propri: l'Università italiana (a cominciare dalla Scuola Normale Superiore di Pisa), le associazioni scolastiche che si batterono per la riforma della scuola italiana, le case editrici di cui Gentile si occupò e che diresse in prima persona o attraverso i figli, la produzione della Enciclopedia Italiana Treccani, le collaborazioni con giornali e riviste, la sua partecipazione politica (in particolare dal 1922 al 1924) e le relazioni con i principali esponenti del fascismo, a cominciare da Mussolini.
Il volume è veramente ricco di suggestioni, spunti, suggerimenti di lettura ed offre uno spaccato così realistico e vivo delle vicende culturali italiane del primo '900 che non si può che essere grati alla pazienza e all'abilità dello storico che ha saputo ricostruirle e porgercele con tanto garbo.
Questa non è una recensione dello splendido libro di Turi dedicato alla vicenda culturale (e umana) di Giovanni Gentile, uno degli intellettuali italiani che almeno nel ventennio fascista ha avuto un peso diretto e significativo (in negativo) nelle vicende collettive del nostro Paese. In sostanza non entro e non valuto i dettagli di una biografia molto ben articolata, di discreta mole e scritta da uno storico contemporaneista che ha indagato per tutta la sua vita professionale il rapporto tra intellettuali e potere, intellettuali e case editrici, mondo della scuola, istituzioni scolastiche e università. Turi è un esperto dell'argomento che tratta ed è corretto nel definire i limiti che si autoimpone (è ad esempio evidente che evita una valutazione analitica della filosofia gentiliana, della sua articolazione e della sua evoluzione nel tempo). Io, a mia volta, parto dal libro, per avanzare qualche commento. Alla buona.
Del resto confesso di aver letto il testo come un romanzo, perché l'uso consistente dei carteggi dei personaggi che ruotano attorno al filosofo o si incrociano con la sua biografia (a cominciare da don Benedetto Croce) rendono la vicenda, almeno per chi abbia un po' di dimestichezza con la storia politica e culturale italiana, piacevole, scorrevole, godibilissima, anche senza pretendere di cogliere tutte le sottigliezze e gli sfumati che sicuramente contiene. Ma, mi ripeto, questa non è una recensione (che non avrei titolo per fare) e e mi limiterò a dire perché ne consiglio caldamente la lettura.
Sono mie riflessioni personali, che valgono il giusto, ma che ritengo giusto esternare.
Sostenuto dal giudizio di Antonio Labriola, anch'io da quello che so di Gentile e dalla lettura del libro di Turi, traggo la convinzione che il filosofo nato a Castelvetrano fosse un "infatuato di sè, un po' presuntuoso.. non un rappresentante della filosofia sana, ma un pazzo per la sua idea di tornare a Hegel con quarant'anni di ritardo, seguendo gli insegnamenti di quell'idiota di Jaja". Così scrive Antonio Labriola in una lettera a Croce parlando di un Gentile ventottenne e delle sue idee (p.149). E così penso che il filosofo si sia felicemente conservato fino alla fine, gonfio di una forte autostima ed di una profonda fiducia in se stesso, che, vista con gli occhi di uno psicologo, penso potrebbe essere definita come una situazione di delirio narcisistico accompagnata da un'assoluta sordità ad ascoltare le ragioni dell'altro.
Ora la "pazzia" e i deliri dei singoli hanno spesso un raggio di azione limitato (di solito sfasciano famiglie, piccole compagnie di amici, singole imprese e contesti operativi su cui i "deliranti", non curati, vengono ad impattare).
Ma quando pazzia e deliri singoli, nutrendosi di idee potenzialmente assassine, entrano in circuiti più ampi, impattano su organizzazioni più vaste (ad es. lo Stato) e raggiungono le moltitudini (le masse, i popoli), a quel punto pazzia e deliri possono contagiare tanti e trasformarsi in sentimenti largamente condivisi. E' allora che producono effetti deflagranti e devastanti per intere collettività nazionali e spesso anche internazionali come testimonia la tragica storia della prima metà del '900 in Europa.
Perchè dico questo? Perchè buona parte dell'idealismo italiano e nello specifico l'attualismo gentiliano rappresentò, nel primo quarantennio del '900, dati i livelli di penetrazione che aveva raggiunto nei gangli formativi, sulla stampa nazionale e nel governo, un disastro culturale immane per il sistema paese. E per spiegarmi meglio proverò a riassumere le diverse ragioni fondamentali di questa affermazione.
Primo: non avendo alcuna comprensione della scienza, in nome di una grande cultura filologica umanistica (di cui certo Gentile era validissimo quanto inutile e pericoloso epigono), in lotta col pensiero positivista e scientifico, buona parte degli idealisti condannò l'Italia, la sua "scuola" e più in generale il sistema Paese ad una profonda ignoranza in materia di cultura scientifica. Una pena dolorosa che il paese non ha ancora finito di scontare.
Secondo: data la base filologico-umanistica della cultura idealista e dato l'approccio "metafisico" ai problemi del paese, anche figure di grande spessore come Gentile (ma in compagnia di Croce e dei loro epigoni, per non parlare dalle scuole eccentriche e irrazionaliste: da Papini e Prezzolini) non capirono quasi niente dei problemi di "modernizzazione" che il Paese aveva un disperato bisogno di affrontare e di risolvere con strumenti giusti.
Terzo: dalla loro visione antiscientifica e metafisica della realtà scaturì, oltre un forte ritardo sul piano organizzativo, il consolidamento di un patriottismo e di un nazionalismo demenziali. Gentile, purtroppo insieme a tanti altri, non solo giustificò la prima guerra mondiale come "evento tragico ma necessario", ma soprattutto, con grande provincialismo e miopia, non riusci a guardare all'Europa come spazio e come bene comune da alimentare e condividere. Idealismo e nazionalismo impedirono a gran parte degli intellettuali italiani di guardare oltre i confini nazionali, di immaginarsi un diverso esito del Risorgimento da completare, di uscire dal loro penoso e provinciale isolamento. Così un'intera generazione di grandi e piccoli intellettuali e di uomini sicuramente colti finì (con la rilevante eccezione di Croce) per sostenere quel grande macello che fu la prima guerra mondiale e continuò per i venti anni successivi a sognare rivincite e imperialismi straccioni.
Quarto: da questa visione antiscientifica e metafisica, sorda agli argomenti degli altri, uscirono anche analisi e visioni politiche rozze, superficiali e partigiane, tutte sostanzialmente antidemocratiche e illiberali che non a caso nel dopoguerra sfociarono in una scomposta lotta politica e subito dopo nella dittatura fascista a cui Gentile dette un importante contribuito personale.
Da un certo punto di vista l'avventura umana di Gentile sembra quella di un iperattivo filosofo di provincia che armato di un suggestivo ma confuso bagaglio di idee, da una forte fiducia in se stesso e da una grande capacità comunicativa, decide di cambiare il mondo per conformarlo alla sua visione; e, grazie al contesto favorevole e alla sua abilità di scrittore e di comunicatore, questa cosa almeno in parte gli riesce. Ottiene così un forte ascendente su un pubblico vasto (gli italiani) a cui finalmente, in concorso con altri (nel caso della guerra i nazionalisti, la monarchia, gli irredentisti, ecc, successivamente i fascisti), può fare veramente male. Un male che arreca agli altri e alla fine anche a se stesso, in nome di nobili motivi (lo stato etico, erede dei valori della classicità e del risorgimento) e animato da buoni sentimenti (cercherà, ma senza riuscirci, ad esempio di non far finire in campo di concentramento le sorelle Bemporad, due ebree di cui aveva rilevato la casa editrice).
Il libro del prof. Turi, lo preciso, non ha questo taglio psicologico. Nè fruga più di tanto nel lato oscuro della mente del filosofo, cercando di spiegare quali pulsioni si celassero dietro i suoi scritti e le sue azioni. E quando lo fa, utilizza i giudizi che parenti, amici, collaboratori e solo in parte avversari dettero di lui, fissando sulla carta i propri pensieri. Lo sforzo maggiore del libro, davvero encomiabile e di notevole valore, è di cesellare e spiegare la figura di Gentile nei contesti che gli furono specificatamente propri: l'Università italiana (a cominciare dalla Scuola Normale Superiore di Pisa), le associazioni scolastiche che si batterono per la riforma della scuola italiana, le case editrici di cui Gentile si occupò e che diresse in prima persona o attraverso i figli, la produzione della Enciclopedia Italiana Treccani, le collaborazioni con giornali e riviste, la sua partecipazione politica (in particolare dal 1922 al 1924) e le relazioni con i principali esponenti del fascismo, a cominciare da Mussolini.
Il volume è veramente ricco di suggestioni, spunti, suggerimenti di lettura ed offre uno spaccato così realistico e vivo delle vicende culturali italiane del primo '900 che non si può che essere grati alla pazienza e all'abilità dello storico che ha saputo ricostruirle e porgercele con tanto garbo.
giovedì 23 maggio 2019
Età del disordine di Detti e Gozzini
L'età del disordine. (Il caso italiano 1968-2017) / Detti - Gozzini, Laterza, 2018. Parte seconda (+ breve)
Il bel manuale che racconta gli ultimi 50 anni di storia mondiale, presenta anche una breve appendice sulle vicende italiane. 10 pagine scarse, una sintesi estrema, meno di un saggio da rivista, per provare a tracciare i mutamenti essenziali e le continuità del Paese.
Ovviamente l'Italia dal '68 in poi si confrontò col disordine del mondo, coi processi di secolarizzazione religiosa e ... politica. Con la fine delle ideologie, con l'impatto della globalizzazione, coi mutamenti di mentalità e di costume.
E di fronte a tutto questo l'Italia, sostengono Detti e Gozzini, non stette ferma. E io concordo. Governi e società cercarono di dare risposte. Pensioni, divorzio, diritto dei lavoratori, diritto di famiglia, regioni, servizio sanitario nazionale. Insomma l'Italia si modernizzò. Certo, lo fece all'italiana, ovvero indebitandosi fino agli occhi e superando, alla fine degli anni '90 il 100% del proprio PIL. Il tutto per sostenere un welfare figlio di un modello di sviluppo che stava nel frattempo esaurendo la propria spinta e andava sostenuto a sua volta.
Comunque dopo il '68 il Paese cambiò pelle politica. Tra gli anni '80 e '90 uscì dalla dialettica destra democristiana sinistra socialcomunista per tentare un bipolarismo che però vista la tipica frammentazione politica nostrana non funzionò. Tornò di moda il personalismo politico. Berlusconi, grazie alle sue TV, si inventò un partito dal nulla e sdoganò voti e uomini politici dell'ex Movimento Sociale, in qualche modo chiudendo l'era dell'arco costituzionale e provando a "pacificare" gli astiosi italiani.
La grande industria cresciuta col boom si sgonfiò e riemerse l'Italia delle piccole e medie imprese, l'Italia dei distretti industriali, l'Italia delle manifattura leggera in grado però di reggere meglio la globalizzazione e di adattarsi con più facilità alle pieghe del nuovo disordine globale. Naturalmente il Paese continuò ad arrancare attorno a bassi livelli di occupazione, con troppi giovani e troppe donne disoccupati e bassi livelli di alfabetizzazione e di titoli di studio universitari.
Il sogno europeo, il sogno di un'Italia agganciata all'Europa però continuò a funzionare; così, nonostante la nostra debolezza finanziaria (fatta da un mix di spaventoso debito pubblico e di alta inflazione), il Paese rimase agganciato alla locomotiva Franco-tedesca ed entrò con qualche affanno e molto fardello nella moneta unica, nell'euro. Fu il secondo miracolo italiano, dopo quello degli anni '50, anche se di questo secondo miracolo che interrompeva il ciclo perverso di inflazione/svalutazione della moneta e ripartenza economica quasi tutti fecero finta di non accorgersi.
Dalla fine degli anni '90 altri fenomeni hanno poi caratterizzato il Paese. Tra questi: gli intensi fenomeni migratori soprattutto dall'Africa, la crescente denatalità, lo sviluppo del protagonismo femminile.
Ma il Paese è anche rimasto una società ad alta intensità criminale e se è riuscito a recuperare e ad a far quasi scomparire la criminalità politica (di estrema destra e di estrema sinistra) che aveva ferocemente insanguinato strade e piazze dal 1969 al 1987 (provocando quasi 500 morti), meno è riuscito a fare per mettere sotto controllo la criminalità mafiosa e camorrista. E' infatti questa criminalità che continua ancora oggi a dettare legge in almeno quattro importanti regioni meridionali e ad impregnare della propria violenza e dei propri commerci illegali anche il resto del Paese, tanto che, se dovessi citare un libro simbolo di questi anni, non esiterei a parlare di "Gomorra", scritto da Roberto Saviano, il quale da 13 anni (ovvero dal 2006) vive sotto scorta.
Detti e Gozzini non lo scrivono, ma in fondo l'Italia di questa età del disordine e di caos sembra un po' l'emblema. In piccolo e con tutta una serie di difetti e peculiarità tipicamente italiane, ovviamente.
Nell'insieme, tuttavia, il paese ha tenuto botta alla globalizzazione. Certo ha perso occupazione e pezzi importantissimi del proprio tessuto industriale, ma ha anche reagito potenziando la piccola e media impresa e perfino inventandosi e facendo dilagate la microimprenditorialità. Il popolo delle partite IVA, con milioni di imprese unicellulari, è un fenomeno che ci caratterizza abbondantemente.
E se continuiamo ad investire poco nella formazione e nella ricerca, puntiamo sul genio e sulla nostra arte di arrangiarsi per sopravvivere e resistere sui mercati, costruendo un impasto di "vecchio" e "nuovo" che da sempre è la cifra di questo paese. Il tutto all'insegna della modernizzazione e del cambiamento e tentando di migliorarsi costantemente. In maniera difforme, a macchia di leopardo, secondo la logica delle tre e più Italie, secondo quando scritto nel DNA antropoligico di un paese fatto davvero di tanti paesi e di tante anime.
Insomma sono 10 pagine intense, con diverse riflessioni anche sulla politica, che per brevità (e perchè considero meno interessanti) ometto. 10 pagine che aiutano a riflettere sulle dinamiche italiane inserite nelle dinamiche internazionali. Pagine che risulteranno utili a che vorrà leggere la storia degli anni recenti rifuggendo dalle 140 battute di un tweet o dalle banalità di tanti articoli di giornale.
Il bel manuale che racconta gli ultimi 50 anni di storia mondiale, presenta anche una breve appendice sulle vicende italiane. 10 pagine scarse, una sintesi estrema, meno di un saggio da rivista, per provare a tracciare i mutamenti essenziali e le continuità del Paese.
Ovviamente l'Italia dal '68 in poi si confrontò col disordine del mondo, coi processi di secolarizzazione religiosa e ... politica. Con la fine delle ideologie, con l'impatto della globalizzazione, coi mutamenti di mentalità e di costume.
E di fronte a tutto questo l'Italia, sostengono Detti e Gozzini, non stette ferma. E io concordo. Governi e società cercarono di dare risposte. Pensioni, divorzio, diritto dei lavoratori, diritto di famiglia, regioni, servizio sanitario nazionale. Insomma l'Italia si modernizzò. Certo, lo fece all'italiana, ovvero indebitandosi fino agli occhi e superando, alla fine degli anni '90 il 100% del proprio PIL. Il tutto per sostenere un welfare figlio di un modello di sviluppo che stava nel frattempo esaurendo la propria spinta e andava sostenuto a sua volta.
Comunque dopo il '68 il Paese cambiò pelle politica. Tra gli anni '80 e '90 uscì dalla dialettica destra democristiana sinistra socialcomunista per tentare un bipolarismo che però vista la tipica frammentazione politica nostrana non funzionò. Tornò di moda il personalismo politico. Berlusconi, grazie alle sue TV, si inventò un partito dal nulla e sdoganò voti e uomini politici dell'ex Movimento Sociale, in qualche modo chiudendo l'era dell'arco costituzionale e provando a "pacificare" gli astiosi italiani.
La grande industria cresciuta col boom si sgonfiò e riemerse l'Italia delle piccole e medie imprese, l'Italia dei distretti industriali, l'Italia delle manifattura leggera in grado però di reggere meglio la globalizzazione e di adattarsi con più facilità alle pieghe del nuovo disordine globale. Naturalmente il Paese continuò ad arrancare attorno a bassi livelli di occupazione, con troppi giovani e troppe donne disoccupati e bassi livelli di alfabetizzazione e di titoli di studio universitari.
Il sogno europeo, il sogno di un'Italia agganciata all'Europa però continuò a funzionare; così, nonostante la nostra debolezza finanziaria (fatta da un mix di spaventoso debito pubblico e di alta inflazione), il Paese rimase agganciato alla locomotiva Franco-tedesca ed entrò con qualche affanno e molto fardello nella moneta unica, nell'euro. Fu il secondo miracolo italiano, dopo quello degli anni '50, anche se di questo secondo miracolo che interrompeva il ciclo perverso di inflazione/svalutazione della moneta e ripartenza economica quasi tutti fecero finta di non accorgersi.
Dalla fine degli anni '90 altri fenomeni hanno poi caratterizzato il Paese. Tra questi: gli intensi fenomeni migratori soprattutto dall'Africa, la crescente denatalità, lo sviluppo del protagonismo femminile.
Ma il Paese è anche rimasto una società ad alta intensità criminale e se è riuscito a recuperare e ad a far quasi scomparire la criminalità politica (di estrema destra e di estrema sinistra) che aveva ferocemente insanguinato strade e piazze dal 1969 al 1987 (provocando quasi 500 morti), meno è riuscito a fare per mettere sotto controllo la criminalità mafiosa e camorrista. E' infatti questa criminalità che continua ancora oggi a dettare legge in almeno quattro importanti regioni meridionali e ad impregnare della propria violenza e dei propri commerci illegali anche il resto del Paese, tanto che, se dovessi citare un libro simbolo di questi anni, non esiterei a parlare di "Gomorra", scritto da Roberto Saviano, il quale da 13 anni (ovvero dal 2006) vive sotto scorta.
Detti e Gozzini non lo scrivono, ma in fondo l'Italia di questa età del disordine e di caos sembra un po' l'emblema. In piccolo e con tutta una serie di difetti e peculiarità tipicamente italiane, ovviamente.
Nell'insieme, tuttavia, il paese ha tenuto botta alla globalizzazione. Certo ha perso occupazione e pezzi importantissimi del proprio tessuto industriale, ma ha anche reagito potenziando la piccola e media impresa e perfino inventandosi e facendo dilagate la microimprenditorialità. Il popolo delle partite IVA, con milioni di imprese unicellulari, è un fenomeno che ci caratterizza abbondantemente.
E se continuiamo ad investire poco nella formazione e nella ricerca, puntiamo sul genio e sulla nostra arte di arrangiarsi per sopravvivere e resistere sui mercati, costruendo un impasto di "vecchio" e "nuovo" che da sempre è la cifra di questo paese. Il tutto all'insegna della modernizzazione e del cambiamento e tentando di migliorarsi costantemente. In maniera difforme, a macchia di leopardo, secondo la logica delle tre e più Italie, secondo quando scritto nel DNA antropoligico di un paese fatto davvero di tanti paesi e di tante anime.
Insomma sono 10 pagine intense, con diverse riflessioni anche sulla politica, che per brevità (e perchè considero meno interessanti) ometto. 10 pagine che aiutano a riflettere sulle dinamiche italiane inserite nelle dinamiche internazionali. Pagine che risulteranno utili a che vorrà leggere la storia degli anni recenti rifuggendo dalle 140 battute di un tweet o dalle banalità di tanti articoli di giornale.
mercoledì 22 maggio 2019
L'età del disordine. Storia del mondo attuale 1968-2017 / di Tommaso Detti e Giovanni Gozzini, Laterza, 2018, 200p. Parte prima (e lunga)
Ho letto e in buona parte meditato questo agile volume che racconta, in sole 200 pagine, la storia sociale, economica e politica degli ultimi 50 anni della Terra, dedicando le ultime 10 pagine al caso italiano (sempre in riferimento allo stesso periodo). Che dire? Che il testo merita di essere letto da parte di chi abbia voglia di farsi un'idea un po' più chiara di come siano andate le cose nel mondo dal 1968 a oggi. Perchè diversamente dai giornali, dalle riviste e soprattutto dai volatili social, i libri continuano ad organizzare l'analisi dei fenomeni complessi con quell'accuratezza e quella profondità che rende più affidabile e sostanzialmente più valida qualunque affermazione contengano. E la storia dell'umanità negli ultimi 50 anni ricade sotto la categoria dei fenomeni complicati.
Così, due storici toscani di formazione marxista, ma con un orizzonte ampio e secolarizzato rispetto agli studi storici comparativi ed internazionali, non ci regalano l'ennesimo volumetto da mettere nello scaffale, ma una sintesi che cerca di ricostruire gli elementi portanti dei mutamenti in corso e del disordine e della confusione che li accompagna, trattandosi di vicende che coinvolgono oltre 200 stati, migliaia di imprese grandi come stati e oltre sette miliardi di persone.
Merci, capitali, persone e informazioni, tutto infatti ha preso a muoversi sempre più velocemente e caoticamente in questa seconda grande ondata di "globalizzazione" e di costruzione di un mondo "sempre più connesso" partita nel dopoguerra e rilanciata, con particolare forza, dopo il 1968. Un'ondata globalizzante sempre più complessa e dove si giocano contemporaneamente una grande quantità di partite e dove gli interessi in gioco si rimescolano costantemente. E si rimescolano talmente tanto che a partire dalla grande crisi esplosa tra il 2007 e il 2008 si è messa in atto una contro spinta (una specie di ritorno del pendolo) che i due autori non esitano a definire di de-globalizzazione: fenomeno quest'ultimo che ad esempio ha trovato nelle strategie del presidente americano Trump, nelle guerre commerciali tra USA e Cina e nel risultato della Brexit i suoi punti di maggiore evidenza.
Ma al di là delle grandi oscillazioni del pianeta tra integrazione interstatale e recupero di singole sovranità, ecco lo spostamento dell'asse manifatturiero del mondo verso l'Asia con l'effetto disoccupazione che si sparge tra USA ed Europa; ecco l'emergere della potenza cinese come protagonista assoluto della politica e dell'economia del pianeta (dopo secoli di silenzio e di ruoli assolutamente marginali). Ecco le grandi trasformazioni tecnologiche (con l'avvento dell'era dell'informazione e del computer); ecco i grandi mutamenti sociali (il rallentamento demografico, per fortuna, il crescere del protagonismo femminile nella società e nella stessa politica, il minor numero di famiglie tradizionali, i processi di secolarizzazione che investono le religiosi insieme al ritorno di fanatismi religiosi e di fenomeni terroristici).
E ancora i processi di finanziarizzazione dell'economia, la diminuzione della povertà su scala planetaria, l'andamento del complesso fenomeno delle diseguaglianze e molti altri fattori che il testo di storia contemporanea prova ad affrontare utilizzando le migliori fonti disponibili e la migliore saggistica prodotta su scala internazionale.
Ovviamente non è possibile riassumere in un paio di cartelle un libro che ce ne mette duecento di pagine per raccontarci gli ultimi 50 anni.
Quello che mi preme dire è che chi è davvero interessato a costruirsi un sguardo ampio, variegato e frastagliato del mondo e magari è disposto a mettere in crisi anche alcune delle proprie certezze, provi a leggere e a meditare questo libro.
E' scritto bene. Presenta i grafici giusti. Cita fonti e studi attendibili. Tratta quasi tutti gli argomenti rilevanti. Costituisce una riflessione davvero ponderata e con uno sguardo a 360 gradi sulla storia dell'ultimo mezzo secolo del mondo.
Contiene anche delle lucide riflessioni sull'Europa e sul suo progetto sociale e politico che sta per essere sottoposto alla valutazione dei suoi 400 milioni di elettori. Ma non è un testo immediatamente utilizzabile per farsi un'idea di come votare. Non è un volume di propaganda.
E non è un testo agiografico. Non si nasconde le criticità. Non ignora le incertezze Il titolo stesso le evidenzia. La realtà nazionale ed internazionale è segnata dal disordine. Ma in questo disordine ci sono anche sviluppo e mutamento costante. C'è il protagonismo degli stati, delle organizzazioni finanziarie, delle grandi imprese e accanto c'è anche una forte spinta all'individualismo di massa, portato a far prevalere le ragioni della libertà su quelle della giustizia.
Il volume è insomma una gran bella analisi che consente di provare a darsi una spiegazione razionale del caos e della confusione che stiamo vivendo e ad individuarne gli assi portanti. Per ragionarci sopra. Per farsi un'idea. Per poi decidere come muoversi.
Di più agli storici non si può chiedere.
Ho letto e in buona parte meditato questo agile volume che racconta, in sole 200 pagine, la storia sociale, economica e politica degli ultimi 50 anni della Terra, dedicando le ultime 10 pagine al caso italiano (sempre in riferimento allo stesso periodo). Che dire? Che il testo merita di essere letto da parte di chi abbia voglia di farsi un'idea un po' più chiara di come siano andate le cose nel mondo dal 1968 a oggi. Perchè diversamente dai giornali, dalle riviste e soprattutto dai volatili social, i libri continuano ad organizzare l'analisi dei fenomeni complessi con quell'accuratezza e quella profondità che rende più affidabile e sostanzialmente più valida qualunque affermazione contengano. E la storia dell'umanità negli ultimi 50 anni ricade sotto la categoria dei fenomeni complicati.
Così, due storici toscani di formazione marxista, ma con un orizzonte ampio e secolarizzato rispetto agli studi storici comparativi ed internazionali, non ci regalano l'ennesimo volumetto da mettere nello scaffale, ma una sintesi che cerca di ricostruire gli elementi portanti dei mutamenti in corso e del disordine e della confusione che li accompagna, trattandosi di vicende che coinvolgono oltre 200 stati, migliaia di imprese grandi come stati e oltre sette miliardi di persone.
Merci, capitali, persone e informazioni, tutto infatti ha preso a muoversi sempre più velocemente e caoticamente in questa seconda grande ondata di "globalizzazione" e di costruzione di un mondo "sempre più connesso" partita nel dopoguerra e rilanciata, con particolare forza, dopo il 1968. Un'ondata globalizzante sempre più complessa e dove si giocano contemporaneamente una grande quantità di partite e dove gli interessi in gioco si rimescolano costantemente. E si rimescolano talmente tanto che a partire dalla grande crisi esplosa tra il 2007 e il 2008 si è messa in atto una contro spinta (una specie di ritorno del pendolo) che i due autori non esitano a definire di de-globalizzazione: fenomeno quest'ultimo che ad esempio ha trovato nelle strategie del presidente americano Trump, nelle guerre commerciali tra USA e Cina e nel risultato della Brexit i suoi punti di maggiore evidenza.
Ma al di là delle grandi oscillazioni del pianeta tra integrazione interstatale e recupero di singole sovranità, ecco lo spostamento dell'asse manifatturiero del mondo verso l'Asia con l'effetto disoccupazione che si sparge tra USA ed Europa; ecco l'emergere della potenza cinese come protagonista assoluto della politica e dell'economia del pianeta (dopo secoli di silenzio e di ruoli assolutamente marginali). Ecco le grandi trasformazioni tecnologiche (con l'avvento dell'era dell'informazione e del computer); ecco i grandi mutamenti sociali (il rallentamento demografico, per fortuna, il crescere del protagonismo femminile nella società e nella stessa politica, il minor numero di famiglie tradizionali, i processi di secolarizzazione che investono le religiosi insieme al ritorno di fanatismi religiosi e di fenomeni terroristici).
E ancora i processi di finanziarizzazione dell'economia, la diminuzione della povertà su scala planetaria, l'andamento del complesso fenomeno delle diseguaglianze e molti altri fattori che il testo di storia contemporanea prova ad affrontare utilizzando le migliori fonti disponibili e la migliore saggistica prodotta su scala internazionale.
Ovviamente non è possibile riassumere in un paio di cartelle un libro che ce ne mette duecento di pagine per raccontarci gli ultimi 50 anni.
Quello che mi preme dire è che chi è davvero interessato a costruirsi un sguardo ampio, variegato e frastagliato del mondo e magari è disposto a mettere in crisi anche alcune delle proprie certezze, provi a leggere e a meditare questo libro.
E' scritto bene. Presenta i grafici giusti. Cita fonti e studi attendibili. Tratta quasi tutti gli argomenti rilevanti. Costituisce una riflessione davvero ponderata e con uno sguardo a 360 gradi sulla storia dell'ultimo mezzo secolo del mondo.
Contiene anche delle lucide riflessioni sull'Europa e sul suo progetto sociale e politico che sta per essere sottoposto alla valutazione dei suoi 400 milioni di elettori. Ma non è un testo immediatamente utilizzabile per farsi un'idea di come votare. Non è un volume di propaganda.
E non è un testo agiografico. Non si nasconde le criticità. Non ignora le incertezze Il titolo stesso le evidenzia. La realtà nazionale ed internazionale è segnata dal disordine. Ma in questo disordine ci sono anche sviluppo e mutamento costante. C'è il protagonismo degli stati, delle organizzazioni finanziarie, delle grandi imprese e accanto c'è anche una forte spinta all'individualismo di massa, portato a far prevalere le ragioni della libertà su quelle della giustizia.
Il volume è insomma una gran bella analisi che consente di provare a darsi una spiegazione razionale del caos e della confusione che stiamo vivendo e ad individuarne gli assi portanti. Per ragionarci sopra. Per farsi un'idea. Per poi decidere come muoversi.
Di più agli storici non si può chiedere.
venerdì 17 maggio 2019
Inaugurate a Ponsacco le sale studio della Biblioteca di Villa Elisa, collocate al primo piano dell'edificio.
Si tratta di un nuovo passo avanti importante per la crescita del servizio di pubblica lettura a Ponsacco e in provincia di Pisa. Bambini, studenti, giovani e meno giovani, hanno a disposizione da oggi un luogo accogliente, con comode sedute e wifi free, per studiare, leggere e, per i più anziani, godersi il tempo libero. La biblioteca di Ponsacco ha fatto in pochi anni (e non era assolutamente scontato) un autentico balzo in avanti. Il tutto grazie all'amministrazione comunale, guidata da Francesca Brogi, che ha creduto e investito in questa struttura, puntando a farne il cuore dei servizi culturali di Ponsacco; ma grazie anche al lavoro quotidiano, all'impegno e alla grinta di due giovani bibliotecari professionisti (Francesca e Massimiliano). Sono loro che nell'ultimo anno e mezzo hanno coinvolto di più la cittadinanza, hanno fatto crescere sensibilmente il numero dei lettori e dei prestiti librari, e hanno coinvolto in maniera più dinamica il mondo delle scuole.Un classico successo di squadra.
Si tratta di un nuovo passo avanti importante per la crescita del servizio di pubblica lettura a Ponsacco e in provincia di Pisa. Bambini, studenti, giovani e meno giovani, hanno a disposizione da oggi un luogo accogliente, con comode sedute e wifi free, per studiare, leggere e, per i più anziani, godersi il tempo libero. La biblioteca di Ponsacco ha fatto in pochi anni (e non era assolutamente scontato) un autentico balzo in avanti. Il tutto grazie all'amministrazione comunale, guidata da Francesca Brogi, che ha creduto e investito in questa struttura, puntando a farne il cuore dei servizi culturali di Ponsacco; ma grazie anche al lavoro quotidiano, all'impegno e alla grinta di due giovani bibliotecari professionisti (Francesca e Massimiliano). Sono loro che nell'ultimo anno e mezzo hanno coinvolto di più la cittadinanza, hanno fatto crescere sensibilmente il numero dei lettori e dei prestiti librari, e hanno coinvolto in maniera più dinamica il mondo delle scuole.Un classico successo di squadra.
mercoledì 15 maggio 2019
Cosa Losca, uno spettacolo teatrale per ragazzi sulla Mafia e non solo
Cosa Losca, uno spettacolo teatrale per ragazzi sulla Mafia e non solo
Mi è capitato di vedere in questi giorni, in una sala affollata fino all'inverosimile, al Sete Sois di Pontedera, uno spettacolo pensato per ragazzi (dalle elementari alle superiori) sulla Mafia, scritto da Silvia Nanni e Marco Sacchetti, divertentemente recitato da Marco Sacchetti e Claudio Benvenuti, e di cui quest'ultimo è anche regista e un po' istrione e capobanda dalla messa in scena. Lo spettacolo è stato voluto e sostenuto a Pontedera dall'Associazione Crescere Insieme che, di fatto, è un pilastro per le iniziative culturali e soprattutto formative rivolte al mondo della scuola. L'organizzazione e la produzione sono stati del Teatrino dei Fondi di San Miniato, un'altra istituzione specializzata nel portare teatro nelle scuole. E quella che si è vista il 7 maggio u.s. a Pontedera è stata davvero una bella rappresentazione su un tema delicato e non semplice da offrire ai ragazzi. Perchè questo è un tema che va porto con il dovuto garbo; con l'ironia e l'umorismo giusto che attirino l'attenzione dei ragazzi, senza diventare burletta; con una apparente ingenua leggerezza che consenta a tutti di entrare nella storia, di seguirla e di riflettere su quello che viene detto.
Bene per la trovata dei due funzionari ministeriali indagatori con l'aria dei Blues Brothers che si intrufolano maldestramente in un bunker di Cosa Losca; bene per la spiegazione didascalica sugli affari della Mafia (ricostruiti e spiegati voce per voce, affare per affare, euro per euro); bene per il finale emozionante dedicato all'impegno antimafia e al martirio civile di Peppino Impastato. Bene per il coraggio e la forza nel presentarsi di fronte ai bambini e ai ragazzi e provare a coinvolgerli.
Perchè se è vero che, come sostiene Saviano e dimostrano indagini e processi recenti, la mafia e la criminalità organizzate, le Cose Losche, sono ormai diffuse su tutto il territorio regionale, nazionale e costituiscono da sempre una voce importante perfino nell'export nazionale verso l'estero, se tutto questo è vero, spettacoli come quelli voluti dall'Associazione Crescere Insieme e dal Teatrino dei Fondi sono un modo per fare prevenzione, per vaccinare le giovani generazioni, per metterle in guardia. Usando tutti i mezzi disponibili. Inclusi quelli culturali. Incluso il teatro, che, se ben congegnato, sa riflettere bene le vicende umane e sa toccare molte corde sensibili dell'animo umano. Ovviamente il teatro non basta, ma aiuta a rendere più consapevoli di sè le persone e quindi anche a renderle più forti nella lotta contro la Mafia. O almeno così si deve sperare.
Per chi volesse vedere il trailer su youtube:https://www.youtube.com/watch?v=OJ6oag_l2Dg
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