venerdì 31 luglio 2020

Se Bresci non avesse ucciso Re Umberto, magari l'Italia non entrava in guerra... o non diventava fascista

Ragionando con un amico anarchico dell'assassinio del Re Umberto I (29 luglio 1900), ho pensato che in fondo l'anarchico Bresci con le sue rivolverate non aveva solo spostato la corona regale da una testa all'altra, ma aveva messo al centro della storia nazionale un personaggio molto diverso dall'altro (Vittorio Emanuele III non era certo suo padre per carattere, personalità e, diciamocelo, capacità politica).
Mi sono quindi domandato se questo spostamento di corona sia stato giovevole per il popolo italiano, e me lo sono chiesto perchè magari se Umberto I fosse sopravvissuto, con la corona sulla testa, fino alla prima guerra mondiale forse non avrebbe rovesciato gli accordi della Triplice (che aveva personalmente sostenuto) e non avrebbe mai avallato gli accordi di Londra. Forse non se la sarebbe sentita di venir meno agli accordi presi con la Germania e l'Austria e l'Italia sarebbe probabilmente rimasta neutrale, forse approfittando delle circostanze per ottenere pacificamente quello che fu conquistato a carissimo prezzo: centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti, milioni di traumatizzati per la guerra.
Forse un'Italia umbertina che fosse durata fino agli anni venti del '900, pari ad un regno di quaranta anni, non solo non ci avrebbe portato in guerra, ma nemmeno ci avrebbe avviato verso il fascismo; perchè magari se qualcosa come il fascismo si fosse comunque presentato sulla scena politica italiana il Re avrebbe potuto risolverlo dichiarando lo stato d'assedio e bloccando la marcia su Roma con l'esercito. E' ovvio che una ipotesi del genere non si può dimostrare. Ma non si può neppure escludere. Le personalità contano nella storia. A meno di voler ricadere in un determinismo, dove tutto è frutto di ingranaggi su cui i singoli non hanno alcun potere. 

domenica 26 luglio 2020

Noterella su un articolo dedicato alla Valdera

Paolo M., con cui dialogo di politica, con passione, da oltre 50 anni, oggi butta in mezza burla la storia della seconda Valdera senza rammentare la storia della prima fase, quella dell'Intercomunale degli anni 70-80, anch'essa finita a gambe all'aria. Senza ricordare la vicenda tragicomica delle province (le ridimensioniamo, poi le chiudiamo, poi ce le teniamo ma senza chiarirne bene diversi aspetti). Senza sottolineare il passaggio da una politica anche locale in cui c'erano i partiti e i loro uomini ad una in cui ci sono solo gli uomini (pochi) e i partiti sono oggetti opachi e senza idee altruiste. La storia apparentemente sconclusionata delle vicende organizzative della nostra amata Valdera è figlia anche di destrutturazioni e disarticolazioni che stanno modificando il volto di questo paese. Processi che non sono facili né da capire né, avendone la forza e la voglia, da modificare. Per questo restano le tare che a volerle vedere si vedono bene. E la tara più grossa che caratterizza uomini e territori, Valdera inclusa, è che ogni territorio (con tanto di leader e popolazione) sul suo vuol fare un po' come gli pare. Sembra roba da antichi romani o da alto medioevo e invece è piena contemporaneità. Perchè questo atteggiamento egoistico, quando non c'è più nessuna religione (o credo politico) a temperarlo, è il più facile e immediato. Mentre affermare idee e scelte condivise con gli altri (per comuni, per individui e per popolazioni) è più faticoso, meno immediato e richiede il ridimensionamento dei propri egoismi e una certa disposizione alla generosità e alla collaborazione. Richiede altruismo. Richiede la volontà di contenere il proprio io individuale e collettivo. E insieme la capacità di gestire i conflitti interni ed esterni. Ma nell'epoca dell'io first superare gli egoismi territoriali (e personali) è dura.
Segnalo l'indirizzo dove si può leggere il bell'articolo di Paolo M. che ha ispirato questa noterella:
https://www.quinewsvaldera.it/blog/pensieri-della-domenica/valdera.htm

mercoledì 15 luglio 2020

Riflettendo sul "Manifesto per la cultura" di Piombino


Le nostre realtà urbane e territoriali (e ciò che vale per Piombino vale anche per Pontedera o Empoli o Castelfiorentino, con le opportune specificità e differenze) sono entità collettive. Sottoposte all'azione del tempo. Sono protagoniste della loro storia, ma solo in parte; perché per un'altra parte sono obbligate a subire e gestire i cambiamenti che l'evoluzione del mondo (la tecnologia, la politica e i mercati) impone loro. Per questi cambiamenti, negli ultimi venti anni, si è coniato il concetto di resilienza. Che poi non è altro che la capacità di elaborare risposte a mutamenti sostanzialmente traumatici e dolorosi che non si possono proprio evitare.
La cultura non sta fuori del tempo. Sta dentro il cambiamento. Quindi è a sua volta obbligata ad essere resiliente. O almeno questo è ciò che penso.
La cultura riflette gli assetti produttivi e sociali. Ma non solo passivamente o meccanicamente. A volte li interpreta (bene o male, questo dipende dai livelli culturali, dai singoli artisti e dalla qualità degli intellettuali). Altre volte li contesta. Altre ancora li fissa in maniera retorica. Li esalta. Li mistifica. Li accompagna. Li racconta travisandoli ed ingannando il pubblico. Costruisce identità e tradizioni. Ne abbandona altre. Insomma in un luogo, in una città, in un territorio, la cultura fa tante cose rispetto all'evoluzione della realtà. Se invece fa una cosa sola, siamo in un regime. Ma se in quella città/territorio ci sono spazi di vera libertà, la cultura mostra la sua polisemia e la sua grande varietà.
Da 50/60 anni le nostre città e i loro territori sono meno caratterizzate (tranne produzioni qualitative ma spesso marginali) da contesti rurali e agricoli. Da una trentina di anni stanno fuoriuscendo anche dai contesti spiccatamente industriali, avviandosi ad essere produttivamente e socialmente altro dalle campagne ottocentesche e dalle industrie novecentesche. Ciò che è accaduto e accade è forse paragonabile alle grandi estinzioni avvenute in intere ere geologiche, estinzioni che però si manifestano adesso in pochi anni durante la vita di singole generazioni. Così ci sono persone nate alla fine della civiltà contadina, che hanno attraversato la civiltà industriale e che, probabilmente, moriranno, visto l'allungamento dell'età media, in una fase cosiddetta post-industriale o forse anche più in là.
Stravolti da queste e altre trasformazioni, i nostri comuni (più o meno grandi, più o meno associati) si orientano ad essere soprattutto centri di servizi. Senza ospedale, scuole, stazione ferroviaria, attracchi portuali, comune e annessi, attività commerciali di piccole e grandi dimensioni, trasporti pubblici e privati, centri benessere e farmacie, stazioni balneari... che cosa sarebbe Piombino? O Pontedera o Empoli (queste ultime senza il mare e senza i porti)?
Si, certo, le campagne non sono fisicamente scomparse. Neppure le attività industriali. Ma il grosso dell'occupazione, il grosso degli stipendi (pensioni a parte), il grosso della ricchezza che circola nei nostri territori (poca o tanta che sia) da dove viene? Ho l'impressione che se avessi sotto mano statistiche aggiornate, risponderei che viene dai servizi.
E tra questi servizi alcuni hanno anche attratto, per varie ragioni, un mondo di migranti provenienti da tutti i sud del mondo che, a loro volta, in una percentuale che comincia ad essere importante hanno cambiato ulteriormente il volto e l'anima delle nostre città. E' il terzo grande fattore di mutamento insieme alla scomparsa delle lucciole nelle campagne e al silenzio imposto alle sirene delle fabbriche.
Così, mentre le voci delle nostre strade richiamano l'eco della torre di Babele, l'identità rurale si è rattrappita. E quella industriale le sta andando dietro. E con loro si sono ridimensionate la storia e la cultura sociale, politica, sentimentale fermentate nel mondo agricolo e in quello industriale. Erano stati quei mondi a generare certe idee collettive, a dare fiato a determinati valori che oggi non fanno più presa o quasi.
A fianco di questa evoluzione, città come le nostre da oltre settanta anni vivono processi di secolarizzazione (rispetto ad es. ai contesti religiosi) e di accresciute libertà individuali. Senza precedenti, soprattutto se pensiamo alla libertà sessuale.
E salto a piè pari l'evoluzione tecnologica (computer, internet, wifi, social network, intelligenza e stupidità artificiale), che sull'evoluzione di certi mondi ha avuto un effetto importantissimo.
Avrà un sapore tardo marxista, ma quello che ci sentiamo di (e finiamo per) essere un po' nasce da quello che facciamo nella vita produttiva e dalle relazioni sociali che su di essa si innervano. E quello che facevamo ieri insieme a centinaia o migliaia di altre persone ovviamente ci condizionava molto di più di quello che facciamo oggi in relazione con pochi (in contesti più ristretti, più secolarizzati, più acculturati, ecc.). O almeno a me viene da pensare così.
E nelle città sempre più caratterizzate da servizi parcellizzati e polverizzati, nelle società mediamente più acculturate e secolarizzate, siamo tutti molto più liberi e meno condizionati, ma questa maggiore libertà e minore condizionamento ci distanzia sempre di più, ci carica di maggiori responsabilità e ci rende più difficile proporre visioni e narrazioni collettive forti e condivise. Si scopre che libertà, uguaglianza e senso della comunità non marciano spontaneamente insieme. Affatto.
Lo sviluppo turbolento e caotico del mondo dei servizi e delle professioni (insieme ai processi di secolarizzazione rispetto a tutte le credenze e alla crescita delle libertà individuali) modifica l'anima dei nostri concittadini (e anche la nostra) e quindi delle nostre città. Ci rende diversi dalle generazioni precedenti. Diversi da noi stessi, quando eravamo immersi in vite ed in contesti precedenti. L'aria della città ci rende sempre liberi, ma anche più soli, più isolati, più incerti. Le associazioni dell'era agricola e industriale (sindacati, partiti e parrocchie) ci sono sempre, ma sono sempre più deboli e con minor presa sugli individui (un bene? un male? ai posteri l'ardua sentenza).
Rispetto a questa fase evolutiva, rispetto alle estinzioni dell'era agricola, industriale, religiosa, all'arrivo di uomini e donne dalle tante lingue, storie e nazioni, qual è la risposta della cultura?
Non credo ci sia una sola risposta. Nè che vi siano solo risposte positive.
Ad es. la rinascita di sentimenti nazionalisti e razzisti è una risposta culturale sbagliata alle criticità prodotte dalla deindustrializzazione e dalla globalizzazione. La rinascita dei fondamentalismi religiosi (basta pensare agli attentati terroristici in Francia, in Belgio, in GB o anche agli ultimi scritti di Oriana Fallaci o alle polemiche contro la costruzione delle moschee, ad es. a Pisa) è un'altra risposta errata ai grandi movimenti di popolazioni e al mescolarsi di genti che caratterizza la contemporaneità. Il guaio è che stiamo parlando di risposte che stanno prendendo piede e che caratterizzano masse sempre più importanti anche della nostra Toscana. Anche delle nostre città ex operaie o ancora parzialmente operaie, ma sempre più terziarizzate.
Sul piano positivo, e su un versante di "sinistra", non si vedono segnali di una nuova narrazione collettiva che sappia analizzare le dure conseguenze della deindustrializzazione e della globalizzazione e soprattutto che sappiano fornire soluzioni che guardino con speranza al futuro. Restano attivi gli argomenti di una cultura che fa riferimento a mondi scomparsi (mi riferisco in particolare al tardo marxismo), ma la cui presa sulle menti delle persone è in evidente, inevitabile, declino.
Ci sono certo alcuni punti importanti, tra cui una ripresa della sensibilità ambientalista e una rinascita di spinte egualitarie e meno individualiste. A questo si affianca la sopravvivenza di una cultura dell'accoglienza che, sorretta soprattutto dallo spirito (e dall'associazionismo) religioso, lavora sui temi del dialogo, della solidarietà, dell'integrazione e della multiculturalità. Ma è troppo presto per dire se questi elementi (sentimenti/atteggiamenti) funzioneranno e avranno un effetto profondo sul grosso della popolazione.
La speranza globale, delineata da Padre Balducci nel suo profetico ma poco letto e poco discusso “Uomo planetario”, è un'utopia ancora assai lontana da mettersi in marcia.
Quanto alla memoria del passato, difficile dire che peso eserciterà rispetto ad una visione necessariamente resiliente che dovrà caratterizzare gli abitanti delle nostre città, i quali dovranno soprattutto fare conti col presente e col futuro e non potranno rimanere troppo ancorati ad un passato che può certo insegnarci qualcosa, ma difficilmente tornerà a vivere e a produrre benessere sociale.
Lo sforzo delle cultura contemporanea di interpretare questi traumatici cambiamenti epocali e provare a costruire delle risposte non è facile. Forse è anche per questo che la politica locale (analogamente a quanto accade sul piano nazionale) spesso ignora  i contenuti culturali e procede a tentoni verso soluzioni improvvisate, prive di analisi e soluzioni narrative dotate di una qualche coerenza.
Del resto se può essere vero che tocca alla cultura orientare la politica e quindi disegnare la città futura (ma troverei più corretto dire che tocca ai valori orientare la politica e quindi la città del futuro), occorre però che la cultura sappia proporre soluzioni resilienti rispetto ai rapidi cambiamenti che incombono su tutti noi e che modificano quotidianamente il corso degli eventi.
Se non lo farà o se si limiterà solo a rivendicare un primato che però non riuscirà a gestire, non potrà lamentarsi se la politica la lascerà sostanzialmente da parte e farà ciò che potrà per rispondere, con urgenza, alle domande dei suoi sempre più spaesati cittadini.

Per riferimenti al dibattito sulla cultura a Piombino https://www.quinewsvaldicornia.it/la-cultura-a-piombino-merita-di-piu.htm

lunedì 13 luglio 2020

Università e pecore. Vita di Don Milani


La graphic novel ("gn") ormai è diventata un modo nuovo per raccontare e popolarizzare la storia e disegnare e divulgare anche biografie di personalità esemplari. E' uno strumento narrativo che piace ai giovani (in particolare) e che è realizzato spesso anche da giovani autori, con una qualità che lascia spesso stupiti. E anche la "gn" dedicata al prete di Barbiana rientra perfettamente in questo canone: è una bella maniera per raccontare una vita straordinaria, scritta e disegna da una giovane (di 34 anni), Alice Milani Comparetti, per altro nipote dello stesso Don Milani (che però ha conosciuto solo attraverso i racconti familiari, in particolare quelli della nonna andata in sposa al fratello medico di Don Lorenzo).
Di solito le "gn" hanno un modo quasi cinematografico di raccontare, ma, per certi aspetti, ancora più essenziale e più rapido di un film. Procedono con un ritmo veloce che però mantiene la capacità di raccontare la complessità di un vissuto denso e sprigiona la magia di comprimere in 700/800 tavole a colori la varietà di mondi che ruotarono attorno al prete colto che spese la sua vita tra la parrocchia di Calenzano e il piccolo priorato di Barbiana.
Ovvio che la "gn" non contiene il riassunto delle circa 3000 pagine che il Meridiano della Mondadori ha messo insieme nel 2017 con tutte le opere e le lettere scritte dal parroco meno amato dalla curia fiorentina, ma che recentemente Papa Francesco ha personalmente riabilitato, recandosi in pellegrinaggio sulla sua tomba.
Tuttavia ci restituisce del giovane parroco un'immagine chiara e relativamente semplice che può essere assimilata in poco tempo e trattenuta, come una preziosa reliquia, dentro di sé.
C'è insomma in questo fumetto molto ben disegnato l'essenziale di un uomo che ebbe il coraggio di testimoniare anche all'interno della propria Chiesa che solo gli altri sono il vero volto di Dio e che vale la pena di spendersi per gli ultimi, soprattutto quando si ha la fortuna di essere i primi della classe.
Credo che ai giovani dovrebbe piacere una storia così poco contemporanea e di sicuro estremamente originale e fuori dagli schemi. E facilitare loro l'avvicinamento ad un testimone e ad un pensatore le cui idee sono affascinanti, spiritualmente ricche e destinate a spiazzarci e a farci riflettere.
E a dirla proprio tutta, mi auguro che la "gn" sia il mezzo giusto per far scattare nei lettori la curiosità di saperne molto di più di quel prete scomodo, morto oltre mezzo secolo fa e che continua a suggerirci di percorrere la via più difficile per attraversare la cruna dell'ago.  

Università e pecore. Vita di Don Lorenzo Milani / Alice Milani Comparetti, Feltrinelli, Comics, 2019

domenica 12 luglio 2020

Un'idea platonica di biblioteca. E poi?

Un'idea platonica di biblioteca: e poi?

Ogni biblioteca appartiene ad un'istituzione. Stato, Università, Comune, Associazione, ecc. Ciascun ente proprietario dovrebbe sapere che tipo di biblioteca possiede e a vantaggio di quale pubblico dovrebbe operare. Poi ciascun Ente dovrebbe saperla organizzare e gestire in funzione degli obiettivi che come ente proprietario intende raggiungere. Il guaio è che spesso gli enti proprietari vivono le biblioteche come un peso e quindi le gestiscono "come possono" ovvero minimizzando i costi e rinviando i problemi. 
Così ad es. può accadere che la Biblioteca Universitaria di Pisa (che è dello Stato) sia aperta parzialmente e al lumicino dal 2012 e non si sappia quando riaprirà in modalità normale e in una sede adeguata. 
Che la Biblioteca SMS comunale di Pisa sia aperta con orari inadeguati per un città universitaria con ca. 100.000 abitanti. 
Che la ex biblioteca provinciale sempre di Pisa (data in concessione a soggetti privati) proceda alla buona.
E che le singole biblioteche universitarie sempre di Pisa si muovano come possono. 
Il tutto con pochi mugugni da parte dell'opinione pubblica pisana e degli stessi lettori, studenti, docenti e utenti.
Il tutto nell'assenza di interesse delle forze politiche locali.
E con scarsa e incostante attenzione da parte degli organi di informazione (cartacei ed elettronici) locali. 
Se anche i bibliotecari avessero una perfetta idea platonica di cosa dovrebbe essere e come dovrebbe funzionare una biblioteca pubblica chi può ragionevolmente pensare che la situazione bibliotecaria pisana cambierebbe?

lunedì 29 giugno 2020

Pisanità: quando i bibliotecari vanno in pensione e non li sostituisce nessuno


Fabrizio B., schivo come sempre, ha detto alcune cose importanti in una chat di bibliotecari della provincia di Pisa in merito al suo lavoro e alla sua esperienza di bibliotecario animatore. Annotazioni che mi piace riprendere, commentare e rilanciare. 
Primo: l'esperienza della biblioteca dei ragazzi di Pisa, che lui ha condiviso con Alessandro S., è stata un fatto notevole per la città, per i bambini, per i ragazzi e per i loro genitori. Credo che il lavoro di educazione alla lettura che hanno svolto lui e Ale sulle scuole pisane della fascia dell'obbligo sia stato davvero importante. Peccato che ora, al posto di questi due bibliotecari animatori della lettura, ci sia veramente poco. A parte l'esperienza che viene condotta avanti nell'ambito del progetto "Nati per leggere", mi pare manchi un sistema di relazioni diffuso e ben ancorato col mondo degli insegnanti e degli studenti. Sì, Fabrizio e Alessandro mancheranno ai bambini e ai ragazzi delle classi della primaria e della secondaria di primo grado di Pisa. Rimpiazzarli non sarà facile, soprattutto se, come sembra, si deciderà di non farlo e così di mandare a ramengo il lungo lavoro di educazione alla lettura che è stato svolto fino a pochi mesi fa. Certo, spero di sbagliarmi, ma questa sembra la posizione attuale. Ed è sempre meglio saperlo, piuttosto che far finta di nulla. Anche se un po' amareggia.
Secondo: confermo che l'aggancio tra la Rete Bibliolandia e Biblio Pisa comunale avvenne attraverso la biblioteca dei ragazzi nei primi anni del 2000. Fu Fabrizio, in particolare, a suggerire alla dirigente di allora di aderire alla Rete, facendole intravedere i vantaggi per loro di questa collaborazione. E la cosa, faticosamente e lentamente, andò in porto. Ci volle del tempo, ma le spinte costanti di Fabrizio in questa direzione pagarono. Biblio Pisa tra il 2008 e il 2009 entrò nella grande famiglia di Bibliolandia. Fabrizio cominciò a partecipare alle riunioni del Comitato Tecnico e divenne un collaboratore qualificato dei progetti di promozione della lettura (cfr. Fare Form@zione 2018-2019).
Terzo. Gestire le transizioni tecniche (e anche politiche) dentro agli enti locali non è mai un problema facile. I più anziani di noi lo sanno bene. Biblio SMS è davvero in una fase di grande impoverimento professionale e culturale, di cui, per altro, non si vede la fine. Sta perdendo visibilità e forza nei servizi. La stessa opinione pubblica pisana sembra distratta rispetto a questa struttura importante oltre che particolarmente bella e potenzialmente strategica. Inoltre il Covid19 pare avere scollato ancora di più tutti i vari livelli organizzativi e decisionali del comune. Difficile davvero capire come riprendere il bandolo della matassa e dove l’Amministrazione voglia portare una biblioteca così. Peccato.
Concludo. Per Fabrizio la pensione è un traguardo raggiunto. Sono lieto per lui. Ma per i giovani lettori pisani e per i loro genitori l'uscita di scena di Fabrizio (e di Ale, perchè io continuo a pensarli professionalmente come una coppia, per quando individualmente molto diversi) costituisce una piccola tragedia. Una tragedia che un'amministrazione attenta alla qualità del servizio bibliotecario avrebbe potuto evitare. Non certo impedendo a Ale e Fabrizio di andare in pensione. Ci mancherebbe. Ma almeno affiancando negli ultimi mesi questi bibliotecari con giovani promettenti, ai quali i due anziani bibliotecari pisani avrebbero potuto passare il condensato delle loro esperienze lavorative, le loro conoscenze, le loro relazioni migliori. Invece niente. Niente trasmissione della memoria professionale. Niente passaggio dell’esperienza amministrativa in ambito culturale. Un impoverimento secco per i lettori pisani che fuori da una ristrettissima cerchia di addetti ai lavori non si riesce neppure a percepire.
Ma se in Italia (e anche nel pisano) si legge poco è anche perché si cura poco l’infrastruttura che supporta le lettura e che promuove la crescita dei lettori. E c’è poca sensibilità e poca attenzione verso questi servizi. Di questa infrastruttura fanno parte anche i bibliotecari. Persone come Fabrizio e Ale. Che professionalmente ci mancheranno. Ma soprattutto mancheranno ai giovani lettori, anche se forse questi ultimi non lo sapranno mai.

martedì 23 giugno 2020

Archivi pubblici: un'analisi corretta e una proposta innovativa


L'articolo di Tommaso Montanari sul destino degli archivi pubblici italiani, apparso sul "Fatto Quotidiano" del 22 giugno, fotografa una situazione vera, ma propone, a mio avviso, una ricetta inadeguata alle caratteristiche della Nazione.
Certamente in quel microsegmento dei beni culturali che sono gli archivi pubblici (archivi di stato, archivi storici di enti locali e istituti simili) il numero degli archivisti occupati sotto i sessanta anni sono pochissimi e quelli sopra i sessanta, pure. Per cui la memoria documentaria del Paese è ormai affidata a pochi vecchi, il grosso dei quali, ci scommetterei, in quota 100.
La storia va avanti così almeno dalla fine degli anni '90, quando si è smesso di fare assunzioni o se ne sono fatte col contagocce e spesso con ricorsi e contro ricorsi e risultati non sempre confortanti.
Il settore si è notevolmente asciugato dal punto di vista del personale e ne ha risentito anche il sistema della ricerca storica che è entrata (anche per altre ragioni, non ultima l'evoluzione dei corsi universitari) in una fase molto statica.
Ma il peggio del peggio è la pratica delle direzioni degli archivi a scavalco, pratica che vede numerosi archivi di stato (anche di importanti capoluoghi di regione) gestiti in modalità di reggenza da direttori di altri archivi di altre città capoluoghi di provincia o che operano come dirigenti presso il Ministero dei Beni culturali. Un po' come se il direttore degli Uffizi di Firenze fosse anche il direttore, a scavalco e reggente, della Galleria di Arte Moderna di Roma. O viceversa.
Queste reggenze sono particolarmente devastanti per il ruolo antirelazionale che hanno o meglio per il ruolo relazionale che non svolgono. Il direttore di un archivio di stato di un importante capoluogo, che magari è anche sede universitaria, il quale, a causa della reggenza, non sia ad es. in grado di collegarsi per familiarità e conoscenza con il mondo degli storici dell'Università nella cui città l'archivio si trova, contribuisce a rinchiudere l'archivio in un ghetto e a farne, quando va bene, un immenso deposito di carte ben custodito. Ma certo non è in grado di muovere foglia per valorizzarlo e farne uno dei motori della cultura della città, come invece, per ricchezza, vastità di documentazione e memorie, potrebbe accadere. Per non parlare dei rapporti tra un reggente e il personale di ruolo. Un disastro, spesso, anche organizzativo.
Detto questo, bando alla retorica. Nemmeno quando i nostri archivi erano animati da diversi giovani archivisti (e negli anni '70 e '80, per quanto la cosa possa parere incredibile, questo è realmente accaduto) e i direttori erano di ruolo e non reggenti, anche allora, dicevo, la memoria storica del paese non se la passava troppo bene. Certo si pubblicava molto di storia, ma per lo più con un taglio piuttosto ideologico. La storia era uno strumento usato dalla retorica e dalla discussione politica. Prassi poi quasi completamente abbandonata, dopo il completo rinnovamento delle forze politiche italiane che, diciamocelo, non solo non hanno una loro storia, ma avvertono poco anche il bisogno di confrontarsi con una storia nazionale difficile. Che non consente ricostruzioni spiritose o istrioniche. Oggi (come ieri) la storia è uno strumento culturale complesso. Di lenta costruzione. Poco sintetizzabile e poco malleabile per un dibattito politico che invece si svolge a colpi di tweet. Senza citazioni, senza fonti, senza critica testuale. Ma nessuna nostalgia di quel passato ce lo restituirà (e forse è perfino un bene che sia così).
Nel mezzo c'è stata e c'è la digitalizzazione delle carte che pure, diciamocelo, ha proceduto con scarso vigore. La modernizzazione degli archivi, diversamente dalle biblioteche, è in gran parte di là da venire.
E qui si arriva a quella che mi pare la ricetta inadeguata.
Il ragionamento di Montanari, corretto sul piano dell'analisi, lo porta a sostenere come soluzione l'esigenza di un grande piano di assunzioni pubbliche nei nostri archivi. Ecco io invece sosterrei un mega piano sì, ma di appalti fatti dallo Stato, attraverso le Sovrintendenze regionali, per gestire e valorizzare gli archivi. Insomma elaborerei un meccanismo per affidare la gestione di un centinaio di archivi di stato a energie fresche con forti e dimostrabili capacità non solo archivistiche ma anche relazionali e imprenditoriali. Un'imprenditorialità e una relazionalità orientate alla comunicazione degli archivi verso il pubblico specialistico e non. E dico questo non perché si possa pensare di fare cassa con gli archivi. No. Niente concessioni. Si parla di appalti di servizi pubblici. Dove gli aspetti relazionali e i collegamenti con i partner locali però debbono essere particolarmente curati. Anzi parecchio.
La mia idea è che negli Archivi di Stato (e anche negli archivi storici degli enti locali) ci sia bisogno non solo di giovani, ma anche di capacità relazionali e imprenditoriali e che queste ultime qualità non siano spesso appannaggio dei neo-assunti (e a dire il vero neppure dei vecchi ormai alla soglie della pensione), ma possano esserlo da parte di organizzazioni presenti sul mercato privato dei beni culturali, orientate sia al processo di conservazione dei beni che alla fruizione. L'attitudine alla apertura verso il mondo che circonda i nostri beni culturali è lontana mille miglia della visione burocratica dei nostri operatori pubblici e occorre trovare il modo di importarla nel sistema. I concorsi non sono stati e non saranno la strada giusta.
Per questo più che una strategia di assunzioni (che, oltre tutto, richiederebbe anni per essere completata e quando fosse terminate comincerebbe subito la richiesta di avvicinamento alla sede di residenza e questo disfarebbe rapidamente la trama faticosamente tessuta) proporrei una strategia di appalti, regione per regione, per affidare alle imprese culturali migliori e più dinamiche, secondo capitolati ben studiati ma non machiavellici, parti importanti del nostro sistema culturale archivistico. Tutte cose che si possono fare abbastanza rapidamente. E gestite su scala regionale.
Non sono certo che il privato e gli appalti possano aiutare a deborbonizzare la nostra arcaica e demotiva burocrazia pubblica e a modernizzare i nostri archivi. Ma non è inserendo col contagocce un po' di nuove energie in quelle case di riposo per anziani, come ormai sono la maggior parte dei nostri archivi, che si potrà invertire la situazione. Servono piccole squadre efficienti con obiettivi chiari per smuovere sensibilmente la situazione. O almeno per provarci.
Servono non solo energie fresche e abbondanti, ma soggetti organizzati, con forti motivazioni, orientati agli obiettivi e con capacità relazionali spendibili. Dotati di fantasia e di un'immensa voglia di fare. Per ottenere qualcosa del genere non ci fa gioco una visione a trazione statalista, ma un patto di gestione tra pubblico e privato, in cui ciascuno sappia fare la sua parte a vantaggio del Paese.