venerdì 26 agosto 2022

Biblio Gronchi. Continua ad essere chiusa. Al 7 Sois solo un simulacro triste e solitario di servizi minimali.

 Sono stato allo spazio del 7 Sois. Mi rifiuto di chiamarlo biblioteca. Sarebbe come chiamare ospedale una stanza con tre o quattro letti, senza pazienti e coi medici che girottolano senza avere medicine, né strumenti per curare. E’ vero: il servizio di interprestito funziona. Coi libri delle altre biblioteche della Rete Bibliolandia e del resto della Toscana. Ma tutto il resto non c’è. A cominciare dal patrimonio chiuso nella Biblio Gronchi: 50.000 volumi circa, inclusi i preziosi libri della biblioteca ragazzi.

Non a caso i cinque tavolini immagino recuperati dall’ex bar anche stamani, come tre giorni fa, erano vuoti. Di studenti, che non trovano in questo ex magazzino né impianti elettrici, né wifi per i loro computer, neppure l’ombra. E una biblioteca che intenda attrarre i giovani (e, ormai, anche una parte degli anziani) deve avere tavoli attrezzati e wifi disponibile. Per questo anche stamani (come tre giorni fa) ho trovato al 7 Sois più personale di servizio che utenti. Una tristezza.

Anche l’aria del 7 Sois è allo stato naturale. Ora calda e non condizionata. Fredda, quando verrà il freddo.

I libri della Gronchi restano nella sede inavvicinabile. La sezione di libri locali con le sue opere uniche è quindi tutta non consultabile e non prestabile.

La verità è che al 7 Sois non è stato traslocato un bel nulla, se non i libri che sono in rientro dai prestiti.

Il personale (tutti miei ex colleghi) m’è parso parecchio sconsolato. Tutti che cercavano di darsi un tono. Di mostrarsi speranzosi. Che altro potrebbero fare? Provano a muoversi, anche se mancano pc e wifi anche per loro. E i libri. E soprattutto il pubblico.

Del resto la biblioteca ragazzi è uno striminzito angolino desolato. L’esatto contrario di come dovrebbe essere una allegra biblioteca ragazzi e come è lo spazio allestito dentro la Gronchi.

L’archivio storico è chiuso.

Anche la sezione riviste è chiusa.

L’ex magazzino Piaggio, mai veramente ristrutturato e infrastruttuto, sembra un luogo per terremotati e profughi. Che desolazione!

Ma non durerà tanto questa situazione, bocia il capitano Achab. Però non dice quando riaprirà la sede della Biblioteca Gronchi. Mi sbaglierò, ma ipotizzo che Palazzo Stefanelli non abbia più l’assoluto controllo della nave. Ora il pallino ce l’hanno le ditte fornitrici e i vigili del fuoco responsabili della sicurezza.

Ma il servizio bibliotecario pontederese è stato dunque chiuso per un autogol clamoroso dell’Amministrazione comunale? Non saprei dirlo.

Mi viene il sospetto che la chiusura (oltre che ai distacchi dal soffitto e all’insicurezza delle colonne) sia legata anche alle terribili bollette del gas che immagino stiano grandinando anche sul Comune di Pontedera (e il riscaldamento e il raffreddamento della biblioteca rappresentano sicuramente una bella pisola).

Solo il tempo ci permetterà di capire.

Nel frattempo uno dei servizi culturali simbolo di questa città è pressoché azzerato e l’Amministrazione non dice fino a quando durerà questa situazione, né come sarà risolta.

PS

Sottolineo che l’interprestito librario funziona al 7 Sois. E chi ha voglia di leggere può ordinare i libri via opac, per telefono o andando al 7 Sois e poi recarsi al 7 Sois per ritirare libri provenienti dalle altre biblioteche toscane. Meglio che niente!

domenica 21 agosto 2022

Biblio Gronchi. Attivati pochi servizi collaterali. Riapertura vera, non pervenuta

 

Diversamente da quanto affermato nel comunicato ufficiale pubblicato oggi sul sito internet del Comune e ripreso da quotidiani locali e testate online, Biblio Gronchi resta chiusa per la maggior parte dei suoi servizi e delle sue collezioni. In concreto vengono infatti raffazzonate solo poche attività al 7Sois e in qualche altro luogo, mentre il grosso del personale (incluso quello in appalto) della biblioteca viene nascosto presso la sede dell'Unione Valdera.

Nel frattempo:
1. La prestigiosa biblioteca ragazzi resta chiusa.
2 Le oltre 50000 opere della sede centrale Biblioteca sono indisponibili per i pontederesi e per le biblioteche della Rete Bibliolandia.
3. I volumi della sezione locale, con le opere di Dino Carlesi e di molti illustri concittadini, restano indisponibili.
4. Le collezioni delle riviste e delle ultime annate non consultabili.
5. La sala conferenze utilizzata anche da molte associazioni per circa 150 aventi l'anno resta chiusa.
6. L'archivio storico locale, con le preziose collezioni fotografiche del Centro Andrea da Pontedera creato da Mario Lupi, chiuso al pubblico.
7. Il delizioso mercatino del libro usato, frequentato da diversi appassionati,me compreso, inagibile.
Riassunto: la chiusura della biblioteca rappresenta un costoso disastro culturale se non si costruirà rapidissimamente il tunnel sicuro che la renderà di nuovo accessibile. In particolare la chiusura costituisce un pericolo grave perché le persone si disabituano alla cultura. E sulla costruzione del tunnel invece il comunicato non dice un bel nulla. Anzi l'Amministrazione sembra narcisisticamente innamorata delle soluzioni raffazzonate che riesce a imbastire. Roba da non credere.
Speriamo che quei Maradona della gestione pubblica che guidano Palazzo Stefanelli capiscano l'urgenza di riaprire la vera biblio Gronchi.
Oppure auguriamoci che gli utenti della biblioteca li aiutino a capire.

sabato 20 agosto 2022

BIBLIO GRONCHI. La chiusura sarà lunga e si prepara uno spezzatino pasticciato di servizi.

 La mortificante chiusura della biblioteca, a causa di prevedibili e già avvenuti negli ultimi anni crolli di parti delle colonne e delle coperture degli edifici ex Piaggio sui parcheggi annessi alla Gronchi, purtroppo continua. Ora la situazione diventa anche pasticciata e rischia di durare parecchio.

L’assessore che voleva tenere aperta la biblioteca anche d’agosto oggi comunica che… non sa quando riaprirà la grande biblioteca. Sai la novità! Ma aggiunge in una dichiarazione apparsa stamani, in cronaca, su “La Nazione” e su “Il Tirreno” e poi su QuiNewsValdera che per venire incontro agli utenti si procederà con uno SPEZZATINO dei servizi. Non si smembrerà la biblioteca, si apriranno un po’ di sale lettura qua e là (al 7 Sois, ad es. e in altri luoghi). Ma non si dice come funzionerà tutto questo, né soprattutto fino a quando durerà questo spezzatino culturale, segno di una efferata insensibilità culturale.

Questa ulteriore comunicazione da parte dell’Amministrazione mi induce ad altre riflessioni.

Punto 1. Per poter tornare a riaprire la Gronchi occorre un temporaneo accesso sicuro alla Biblioteca (in attesa di intervenire in via definitiva sulle struttura). Questo vuol dire costruire un TUNNEL sicuro contro i crolli che parta dal viale Piaggio e arrivi alla porta della biblioteca e consenta a utenti e personale di passare da viale Piaggio alla biblioteca. Una struttura relativamente semplice come ce ne sono lungo marciapiedi pontederesi grazie al bonus casa. Ma creare un TUNNEL in sicurezza per gli utenti e dipendenti sembra che non sarà un’operazione rapida. Ok, ma quando sarà pronto? Settembre? Ottobre? Novembre? Il prossimo anno? Il prossimo mandato amministrativo? Su questa domanda, buio pesto. L’assessore non risponde. Eppure è il cuore del problema.

Punto 2, in attesa del Tunnel si promettono AULE studio. Dove? Bah, un po’ qui e un po’ la per la città. Ma i tavoli di questi spazi improvvisati avranno “prese elettriche” per i computer e i cellulari degli utenti? E gli spazi saranno coperti da “servizi wifi” come nella modernissima biblio Gronchi? Eh, belle domande. Peccato che anche a queste l’assessore di cui sopra non risponda.

Punto 3. E la biblioteca ragazzi? Una delle più importanti della Regione che fine farà? Verrà trasferita anche questa da qualche parte? O resterà chiusa? Risposta non pervenuta. Dice l'assessore che caldo, freddo e pioggia permettendo si leggeranno un po’ di libri nei parchi. Sai quale innovativa rivoluzione culturale!

Punto 4. E l’archivio storico comunale? Sarà chiuso fino alla riapertura dei servizi della Biblioteca di cui al punto 1? Risposta non pervenuta.

Punto 5. E i 10 bibliotecari e archivisti che tutti i giorni lavoravano in biblioteca faranno tutti i custodi dei nuovi spazi spezzatino, visto che non potranno avere a disposizione le collezione su cui lavorare? Dal comunicato apparso poco fa su QuiNewsValdera pare che saranno in gran parte trasferiti all’Unione Valdera. Ma a fare cosa? Lavoreranno ai computer? Ma su cosa? Si potrà chiamarli per consulenze? Avranno telefoni? Mah?

Punto 6. E i 60.000 volumi della biblioteca Gronchi saranno resi disponibili per il prestito? Si potranno prendere e portarseli a casa? Dopo aver letto gli articoli di Nazione e Tirreno confesso di non averlo capito. Dal comunicato apparso su QNV parrebbe di sì. Ma mi domando: per “prestarli” agli utenti anche in una sede come il 7 Sois, bisogna pure che qualche dipendente o operatore di cooperativa o membro della protezione civile li vada a prendere dentro la Biblioteca Gronchi, ma… per andarci occorre che sia garantito anche al dipendente o alla protezione civile un TUNNEL sicuro. O basterà un casco da minatori? Oppure ci saranno operatori speciali che potranno passare senza sicurezza sotto i parcheggi? E se è così, riceveranno un’indennità rischio? In assenza di casco e operatori speciali, come nel gioco dell’oca, si torna al punto 1.

Annotazione: ma un’amministrazione comunale che in un anno ha costruito e infrastrutturato una nuova scuola per un migliaio di studenti su una superficie di 5 o 6000 mq, sia pure partendo da un edificio parzialmente costruito, possibile che in un mese non riesca a costruire un tunnel di 40 metri di lunghezza? E allora non può farlo o non vuole?

Difficile rispondere a questa domanda.

Quello che sembra è che l’Amministrazione con tutto il suo almanaccare sulla faccenda delle colonne e delle coperture dei 2 parcheggi vicini alla Biblioteca si sia incartata e per ora non sia riuscita a (o non abbia voluto) risolvere nulla e lo spezzatino dei servizi serva per buttare fumo sugli utenti e sull’opinione pubblica.

L’esito è che tutto questo tramestio amministrativo ha travolto anche un servizio importante come quello bibliotecario, al quale la gestione improvvisata certo non gioverà.

E la cosa più preoccupante di tutte è proprio la questione del mancato tunnel in sicurezza di accesso alla biblioteca. Mi pare infatti strano pensare ad un’amministrazione che chiede un parere all’Università di Pisa sullo stato di coperture e colonne dei parcheggi ex Piaggio (conoscendo lo stato di degrado delle strutture che sono state a lungo transennate, in vari punti, in questi anni) non abbia immaginato che l’Università di Pisa (di cui pure per ora l’Amministrazione si rifiuta di tirar fuori la relazione che speriamo però almeno l’opposizione di centro destra riesca ad procurarsi e a rendere fruibile ai cittadini) avrebbe concluso che i parcheggi erano insicuri.

Mi resta difficile pensare che gli amministratori che guidano Palazzo Stefanelli (scottati da due pareri ricevuti che li hanno costretti, negli ultimi anni, a chiudere l’asilo di via Corridoni e le scuole di piazza Garibaldi) non si aspettassero, nel chiedere all’Università di Pisa, di ricevere un parere che li costringesse a chiudere i parcheggi; e mi pare strano che aspettandosi questo esito non si siano apprestati a costruire un tunnel di accesso alla biblioteca. Sì, mi pare strano.

Andreotti diceva che a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina. Gli si può dare torto?

domenica 14 agosto 2022

Biblio Gronchi Ko. Un appello ai lettori

Pochi giorni dopo che un assessore aveva annunciato alla stampa che Biblio Gronchi sarebbe rimasta aperta per tutto il mese di agosto, paff!, il Sindaco l'ha chiusa con l'ordinanza 49/2022 (basata su due documenti analitici che non risultano reperibili sul sito internet del Comune), temendo il cedimento di qualche pezzo delle vecchie strutture Piaggio che insistono sui due parcheggi laterali alla biblio Gronchi e al Museo Piaggio, utili anche ai pendolari che utilizzano il treno. Sono stati così bloccati le sale lettura, i prestiti librari, i servizi di consultazione anche archivistica, la lettura di quotidiani e riviste, l'accesso alla biblioteca ragazzi: non proprio una gran figura per una città che non solo ha speso 6 milioni di euro per avere un servizio bibliotecario moderno (e ne spende almeno altri 500.000 all'anno per gestirlo), ma che si candida, con altri centri della Valdera, a capitale italiana della cultura per uno dei prossimi anni. Obiettivo della chiusura improvvisa, ma non imprevedibile (vista la notoria fatiscenza delle coperture dei parcheggi sopra citati), ipotizzo sia, oltre le ragioni di sicurezza che avevano moltoplicato nel tempo i transennamenti esterni alla biio, il desiderio di accreditare e sollecitare presso i gestori dei fondi del PNRR l'approvazione dell'intervento sulla sicurezza dei parcheggi come opera da finanziare con urgenza e con il massimo dei soldi possibili.

Quindi auguriamoci che i decisori del PNRR ci vogliano bene e ci assegnino davvero risorse importanti. 

Ma nell'attesa di fondi e interventi la biblioteca dovrà ripartire e garantire i suoi servizi. Si spera percio' che entro settembre sia messo in piedi un TUNNEL protetto per l'accesso del personale, degli utenti e dei fornitori alla biblioteca.

Inoltre Biblio Gronchi dovrebbe garantire la gestione dell'interscambio di Bibliolandia ovvero il transito di libri verso tutte le altre biblioteche della rete provinciale e verso le reti di Empoli e Pistoia, con le quali Bibliolandia forma un sistema di prestito integrato. Oppure tale funzione di interscambio andrà passata ad un'altra biblioteca della Rete.

Ancora: biblio Gronchi dovrebbe garantire anche il prestito librario con le numerose biblioteche pontederesi ed in particolare con quelle delle scuole superiori.

Biblio Gronchi è infatti anche il polmone di un complesso sistema bibliotecario che riguarda l'intera città e coivolge le sue numerose piccole biblioteche.

Per questo chiuderla così, dopo che sotto questi stessi pilastri dei parcheggi è passato recentemente anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fa male al cuore oltre a produrre danni seri a molti utenti.

Per questo è molto importante che i lettori e gli utenti non si lascino prendere dal fatalismo o dallo sconforto e chiedano a viva voce certezza di tempi sul ripristino di tutti i servizi. 

Per quanto mi riguarda, come semplice utente della Biblioteca, mi piacerebbe che:

- l'Amministrazione comunale rendesse pubblici sul sito del comune i due documenti (di Unipisa e dell'Ufficio tecnico comunale) che supportano l'ordinanza di chiusura della biblioteca. Nell'era della trasparenza amministrativa un'amministrazione moderna non può costringere giornalisti e semplici cittadini a ricorrere all'accesso agli atti per sapere come stanno esattamente le cose;

- che fosse indicata una tempistica più precisa del ripristino della funzionalità dei servizi bibliotecari;

- che fosse reso noto il piano di risistemazione e ripristino dei parcheggi con il cronoprogramma (di massima) previsto, immagino, dalla domanda fatta o da fare, se non ho capito male, per l'accesso ai fondi del PNRR 

Scrivo questo perché a Pisa dopo 10 anni dalla chiusura e dal parziale ridislocamento della biblioteca della Sapienza gli studenti e i lettori pisani sono sempre lì che aspettano il ripristino della sede e dei servizi.

Da lettore, utente e cittadino, mi auguro proprio che non fare la stessa fine.

sabato 23 luglio 2022

La crisi di governo spiegata al Massimo Contemporaneo Filosofo

Il MCF si chiede oggi sulla pag. 1 de “La Stampa” se sia “razionalizzabile quanto avvenuto” (intendendo la caduta del governo Draghi). Risposta facile. Non solo lo è, ma tale caduta era persino prevedibile proprio in questo periodo. Perchè? Beh, qui serve la storia, la quale ci racconta che l’Italia è una repubblica parlamentare in cui in media (almeno dal 1943 ad oggi) un governo è durato in carica non più di un anno e mezzo. Ergo, avendo il gov Draghi raggiunta una tale durata media, era statisticamente molto probabile che il parlamento lo defenestrasse. Insomma questione di storia, di statistica, di probabilità, in breve di matematica, che, come direbbero i cugini francesi, di solito è più chiara di tante riflessioni arzigogolate. Oltre tutto il gov Draghi è stato fortemente voluto e sostenuto dal Presidente della Repubblica, ma la rissosa coalizione di partiti che l’ha tenuto in vita in Parlamento è costituita da soggetti politici che litigano tutti i giorni su tutto e non sono d’accordo su nulla (dalle piccole scelte alle grandi). Perciò mi verrebbe da chiedere al MCF: Ma come si fa a pensare che in questo Parlamento dalle sfarinate maggioranze variabili (e dove si è registrato il più alto numero di “cambi di casacca”) ci possa essere una compattezza tale da garantire a un governo, pur guidato da un personalità di alto profilo e pur apprezzato anche dall’Europa e dagli Usa, di stare dignitosamente in piedi? In effetti i filosofi hanno molta fantasia e spesso la realtà se la disegnano e se la manipolano secondo i loro desideri o ubie. Ma, come avrebbe detto Norberto Bobbio, bisogna saper imparare dalle dure repliche dalla storia. E magari dare anche un’occhiatina alle statistiche.

giovedì 21 luglio 2022

Il miracolo europeo

Quando si ragiona di Comunita' Europea dico che non parlerei di "fallimento dell'integrazione europea",  quanto piuttosto di incompiutezza del processo di intrgrazione. Un processo fortemente condizionato prima dalla guerra fredda, poi dalla fine dell'imperialismo sovietico e ora dal suo ritorno neozarista e dall'incrinarsi dai processi di integrazione/globalizzazione e dal ripresentarsi di forti sentimenti nazionalisti. A mio avviso il faticoso e lento processo di integrazione europea e' in realta' un mezzo miracolo, dato il variare continuo del contesto storico e delle classi dirigenti. Lo stesso dicasi per l'Euro. Aggiungerei che per la ns generazione di settantenni Europa ed euro sono state e sono due botte di c.... che spero che i ns figli e i nostri nipoti conservino e, se ce la fanno, migliorino. Sono realta' perfette? Certo che no. Ma la drammatica ridefinizione attuale delle relazioni internazionali ce ne fa toccare con mano l'importanza. Aggiungerei infine che parlare di "mortale abbraccio dell'atlantismo" come capita a volte do leggere o di sentir dire, mi sembra ingeneroso. Atlantismo e europeismo sono stati assi che hanno garantito pace e sviluppo in Europa per circa 80 anni e favorito l' evoluzione democratica di diversi paesi europei a vocazione autoritaria: Italia inclusa". Per fare di meglio le poco omogenee classi dirigenti europee dovrebbero affrontare problemi che (a cominciare dalla sicurezza del continente) non sembrano assolutamente in grado di gestire. Certo la guerra in corso in Ucraina sta scuotendo l'edificio europeo, attaccato anche dai rigurgiti nazionalisti. Le previsioni sono difficili, ma un'autosufficienza europea politica, militare ed economica non sembra realistica, soprattutto dopo la Brexit. Prendere atto che l'europa e' un vaso di coccio tra le grandi potenze aggressive del pianeta e gestire con maggiore realismo anche il proprio protagonismo internazionale ci farebbe bene. O almeno cosi credo.

“La sfida nucleare”: quanto ne sappiamo?

I bei libri sono come le patatine. Uno tira l’altro. Perciò dopo il saggio di Antonio Varsori sono passato a leggere il testo di Nuti (docente di Relazioni Internazionali all’Università di Roma 3) per capire di più della politica estera italiana in rapporto all’uso delle armi nucleari. A suggerirmi questo approfondimento è stata la tragica guerra in atto in Ucraina e il frequente ricorso da parte degli aggressori russi alla minaccia atomica. Una minaccia che sembrava destinata a tramontare con gli anni ‘90, con la firma, anche russa, di diversi trattati di disarmo e che invece ci è stata risbattuta sul muso con violenza e con brutale cinismo negli ultimi mesi, senza che su questo si sia riusciti a ragionare seriamente. Il tema è tutt’altro che facile. Solo gli stati sovrani (ovvero quelli che hanno eserciti agguerriti e armi, incluse quelle atomiche) contano davvero sullo scacchiere internazionale. Gli altri sono stati vassalli. I russi zaristi, poi quelli comunisti e di nuovo quelli neozaristi hanno ragionato e ragionano ancora oggi così. E’ una realtà spiacevole. Mostruosa. Ma non basta tapparsi gli occhi perché scompaia.

E noi italiani, noi con un esercito per fortuna poco bellicoso e che non abbiamo sviluppato il nucleare militare, noi, come siamo messi rispetto a questa sfida? E, soprattutto, come ci comportiamo?

Domande difficili a cui si abbinano risposte altrettanto complicate da trovare e da assimilare.

Quello che posso dire è cosa ho imparato dal saggio di Nuti (il cui titolo è: “La sfida nucleare. La politica estera italiana e le armi atomiche 1945-1991”, Il Mulino, 425 pp, 2007, nessuna copia in Bibliolandia).

In primis che l’Italia ha avuto un gruppo di scienziati (in parte ex allievi o collaboratori di Fermi) che nel dopoguerra hanno deciso di non impegnarsi nella ricerca dell’energia atomica con ricadute militari. Non che siano mancati fisici che abbiano lavorato in quella direzione, ma un buon numero di loro si è tirato fuori (ha “obiettato”). Gli scienziati antinuclearisti erano tutti di “comunisti”, come sosteneva il Ministro Pacciardi? O i fisici antinuclearisti erano animati dal sentimenti umanitari o di terrore rispetto al potenziale distruttivo dell’energia atomica (secondo una suggestiva lettura che Leonardo Sciascia fece della scomparsa del fisico Ettore Majorana in un suo delizioso volumetto anche questo da leggere)? Il testo di Nuti presenta il tema, ma lo lascia in sospeso.

Di certo sorsero alcuni laboratori e centri di ricerca nell’ambito universitario e del CNR, nonchè in ambito militare, sull’energia atomica con potenzialità militari. Ma spesso queste esperienze furono in conflitto tra di loro. Oppure si ignorarono. Fatto sta che tutte ebbero scarsa capacità di muovere risorse sia da parte dei decisori politici che dai vertici militari (che in realtà dipendevano, o avrebbero dovuto dipendere, dal vertice politico).

Il risultato fu che per tutti gli anni ‘50 e ‘60 fisici nucleari, centri di ricerca, militari (ministero della difesa) e governi a guida DC sembrarono più ostacolarsi che avere un obiettivo chiaro su cui puntare. Niente di nuovo sul fronte interno italiano.

Secondo Nuti sulla complessa vicenda del nucleare militare italiano pesarono soprattutto il disinteresse di De Gasperi (e dei successivi leader democristiani, quasi nessuno escluso) e il ruolo decisamente “marginale” che le forze armate ebbero nel secondo dopoguerra nelle vicende sociali e politiche della Nazione.

Ma, come già detto, questa situazione non annichilì del tutto la ricerca in ambito nucleare, né produsse una sostanziale denuclearizzazione del nostro Paese. Tutt’altro.

Sul piano del nucleare civile e della produzione dell’energia elettrica da nucleare l’Italia si collocò terza tra i produttori del continente europeo, dietro Francia e Germania, arrivando ad avere 3 centrali elettriche nucleari attive negli anni ‘70 e un piano di sviluppo che negli anni ‘80 prevedeva la messa in funzione di 8 centrali. Ma tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80 il nucleare civile italiano entrò in una serie di vicende (che purtroppo il volume non esamina) le quali portarono all’abbandono di questa tipologia di produzione elettrica (sancita dal referendum popolare del 1987, che ebbe luogo in Italia dopo l’incidente della centrale atomica sovietica di Chernobyl).

Ma l’Italia rimase priva anche di armi nucleari? Niente affatto.

Secondo Nuti i democristiani e i loro alleati di governo puntano su due strategie: 1) EURATOM, ovvero progetti di energia atomica anche con possibili finalità militare da realizzare attraverso la Comunità Europea, che però nel 1952 abbandonò l’idea di costruire una comune difesa europea e quindi anche la costruzione di un armamento nucleare europeo; 2) MISSILI Usa legati al trattato NATO da dislocare sul nostro territorio.

Così in Italia dal 1957 e fino alla fine degli anni ‘80 gli americani, col consenso dei nostri governi (incluso quello guidato dal presidente socialista Bettino Craxi) e col voto del nostro parlamento, collocarono diverse tipologie di missili atomici (dai Jupiter ai Cruise, ai Pershing). L’Italia fu (ed è ancora) un paese militarmente nuclearizzato, il cui territorio perciò poteva essere luogo di lancio di missili nucleari e bersaglio di testate atomiche sovietiche per ritorsione.

Formalmente, almeno dagli anni ‘60, gli americani condivisero con i governi italiani e coi nostri militari l’uso dei missili atomici. Ma nella sostanza i governi italiani accolsero le armi nucleari senza poterne avere un vero e autonomo controllo. In cambio di questo l’Italia sperò di poter godere dello status di nazione privilegiata nei confronti degli USA, di potersi presentare come media potenza grazie a queste armi “in prestito” e di scaricare i costi della difesa “nucleare” di cui il Paese comunque “godeva” soprattutto sul bilancio federale americano, avvantaggiandosi delle somme investite dagli Usa nelle sue basi militari in Italia e in particolare in quelle dove si trovavano testate nucleari.

Insomma una storia bella complicata (a vederla anche nei dettagli) in cui l’Italia si comporta come al solito in maniera contorta: non sviluppa una propria capacità di difesa atomica (come invece faranno Francia e Inghilterra), ma accetta che la propria difesa nucleare sia gestita da un soggetto terzo, gli Usa, nell’ambito di un trattato di alleanza militare, la Nato, dentro il quale però l’Italia si sente più un vaso di coccio che di ferro.

E il PCI?

Dal 1947 agli anni ‘70 giocò (come Lega e i 5Stelle oggi) dalla parte dei Russi. I comunisti furono contrari all’Alleanza Nato, contrari ad un esecito europeo (CED), contrari all’istallazione dei missili nucleari sul territorio nazionale. Furono i più forti organizzatori di manifestazioni pacifiste e antinucleari in Italia. Il che gli consentì di essere ininfluenti ma coerenti rispetto alle decisioni dei governi in questa materia. I problemi per il PCI arrivarono negli anni ‘70, quando, crescendo elettoralmente ed entrando nell’orbita governativa, ruppero il cordone ombelicale con l’URSS e cominciarono a dirsi favorevoli alla Nato, però continuando a schierarsi contro l’istallazione dei missili nucleari che la Nato (da cui ora dicevano di sentirsi protetti) aveva istallato anche in Italia.

Chiaro che la coerenza dei partiti politici era un problema anche ai tempi della prima repubblica. A destra come a sinistra.

Concludo che il saggio di Nuti contiene moltissimi altri spunti di riflessione e lo consiglio caldamente a chi voglia approfondire le vicende anche di questi ultimi anni con una maggiore profondità storica; e soprattutto a chi intenda confrontarsi seriamente con la domanda di come si garantisce il sistema di sicurezza internazionale di una nazione e non voglia solo utilizzare facili argomenti retorici.

La fine dell’URSS e la firma dei trattati di disarmo aveva illuso il mondo occidentale e noi italiani (notoriamente distratti rispetto alle vicende internazionali) che i deterrenti atomici appartenessero ad una epoca ormai tramontata. La tesi della fine della storia attribuita allo storico Fukujama si accompagnava anche al ridimensionamento del ruolo delle armi nucleari.

E il libro di Nuti cessa la sua narrazione proprio al 1991.

Ma oggi come stanno le cose?

Secondo alcune fonti, Usa e Russia avrebbero circa 4000 bombe atomiche a testa di diversa potenza. Forse i russi qualcuna di più. Il che ci dice che le loro minacce vanno prese maledettamente sul serio.

Un paio di centinaia di bombe per ciascuna (e forse qualcuna di più) le avrebbero Francia e Regno Unito. La Cina ne possiederebbe sulle 350.

Un centinaio di bombe le avrebbero Israele, India, Pakistan.

E da noi?

Sul territorio italiano ce ne sarebbero dislocate una settantina, anche se non sono di nostra proprietà, ma della Nato. Ovviamente possono essere lanciate verso paesi nemici (forse anche a nostra insaputa) e possono diventare bersaglio di paesi ostili (come ci ha recentemente ricordato qualche illustre esponente del neozarismo russo).

Insomma “la sfida nucleare” è ancora in mezzo a noi e la guerra in Ucraina ce lo ricorda da quasi 150 giorni.