domenica 31 dicembre 2023

OCCORRE RECUPERARE LA CURTATONE

Un fantasma si aggira nel cuore di Pontedera. È il fantasma della ex scuola Curtatone. LA CURTATONE. L’edificio storico, costruito a fine ‘800, in piazza Garibaldi, è stato abbandonato in fretta e furia nel luglio del 2021, senza che nessun terremoto lo lesionasse, perché uno studio (che non mi risulta sia mai stato reso pubblico dal Comune, io l’ho cercato sul sito web del Comune, ma senza trovarlo), lo dichiarava a rischio sismico.

Il 15 luglio 2021 l’Amministrazione comunale scrisse che avrebbe avviato, oltre la ricerca di un nuovo edificio scolastico, “il procedimento per affidare la progettazione esecutiva della messa in sicurezza della Curtatone”.

Invece, trovato il nuovo edificio, sulla Curtatone è calato un silenzio tombale.

Due anni e mezzo dopo, LA CURTATONE è sparita dai radar cittadini e non ci sono atti pubblici concreti e noti che ci dicano che l'Amministrazione abbia avviato il percorso per metterla in sicurezza. 

Buio pesto quindi sui tempi e i costi dell’operazione di messa in sicurezza.

Buio pesto su cosa farci o su chi ospitare nella ex scuola.

Questo, in soldoni, vuol dire che almeno per altri 7 o 8 se non 10 anni quell’immobile rimarrà vuoto, inutilizzato e sottoposto a degrado e tutte le chiacchiere su cosa farne saranno solo ARIA FRITTA.

L’unica certezza è che un altro EDIFICIO FANTASMA, di cui nessuno sentiva il bisogno, popolerà la città per diversi anni.

Speriamo almeno che gli ex allievi e gli ex docenti de LA CURTATONE si uniscano in un comitato per coltivarne la memoria e soprattutto battersi per stimolare chi di dovere a ripararla e a darle nuova vita, magari insieme a chi gestisce attività economiche e commerciali nella zona. 

In alternativa dovremo sperare che qualche soggetto economicamente forte si faccia avanti per comprare LA CURTATONE e la utilizzi per ragioni private. Ma l’intervento sulla sua fragilità sismica non renderà facile questa opzione.

Si potrebbe poi sperare in un intervento del FAI.

In quel caso sarebbe come vincere alla lotteria. Ma saremo così fortunati?

domenica 24 dicembre 2023

PASOLINI SECONDO GERMANO E TEARDO

 Si, Germano ha una voce incantevole, che usa con grande maestria. Ma per dirci cosa? Quello infatti che non ho capito bene del “Sogno di una cosa” da lui rappresentato venerdì sera al Teatro Era di Pontedera è quale sia il senso della selezione dei testi operata da Germano e cosa intenda dirci sull’oggi riprendendo un lavoro scritto tra il ‘48 e il 52 e pubblicato nel ‘62 da quel grande vate di sinistra che è stato ed è tuttora Pasolini.

Perché chiedere a 400 abitanti della provincia di Pisa e dell’empolese di mettersi in macchina, venire a Pontedera in una serata umida e pagare un biglietto? Per incuriosirli a riflettere su cosa, esattamente?

Su alcune storie di gioventù del poverissimo Friuli dell’immediato secondo dopoguerra?

Sulle speranze e le illusioni di quegli anni che inevitabilmente travolsero anche il giovane scrittore di Casarsa?

Su un Pasolini che non pare, almeno dai brani letti, poi tanto diverso da un Pratolini o da un Cassola?

Era davvero così Pasolini in quel 1948 o è Germano che un po’ lo appiattisce?

Francamente non saprei rispondere. Non ho letto quel testo di Pasolini. Né lo spettacolo mi stimola a cercarlo.

Aggiungo che non ho trovato Germano noioso (anche se un paio di amiche mi hanno detto di essersi assopite), neppure oscuro. Semmai l’ho percepito privo di forza, un po' amorfo, senza un’ anima riconoscibile. Senza un nocciolo, a parte il vitalismo giovanile, la critica sociale e una qualche insofferenza che torneranno in tutte le successive opere di Pasolini. Ma non è troppo poco per montarci su uno spettacolo di un’oretta scarsa? Che poi spettacolo vero non è, essendo alla fine una lettura statica fatta dal solo Germano con qualche inserto sonoro e un po' di musica. 

Tuttavia m’è sorto un dubbio. Che sia stato io a non capirci niente? Magari gli altri lo hanno trovato intenso e affascinante, come suggeriva, non richiesta, un’esuberante livornese di mezz’età, con una mise da teen ager degli anni ‘80, seduta proprio accanto a me.

Boh!

Così ho lanciato un'indagine tra una decina di amiche e amici presenti in teatro. Spiace dirlo, ma la maggioranza di loro non ha apprezzato molto la recita.

Sia chiaro, l’arte non è e non deve essere democratica e non va sottoposta al voto dei professori. Il consenso in questo campo non è necessario. L’opera può essere anche provocatoria. Spiazzante. Urticante. Pesante. Pensata per allargare la mente degli altri. Ma in questa lettura pasoliniana di provocatorio non c’era un bel nulla.

Un tempo gli spettacoli così, se si era pagato il biglietto, si aveva il diritto di fischiarli. E almeno qualche loggionista incontentabile questo diritto se lo sarebbe preso.

Ieri sera l’Umarel che è in me non ha fischiato, ma avrebbe tanto voluto farlo. Per dire a Germano, puoi fare di meglio. Anzi, se ti cimenti con Pasolini, dovresti fare di meglio. Se vuoi che il pubblico ti venga a sentire, devi donare qualcosa di più della tua voce.

Per altro l’interpretazione che Germano portò nella scorsa stagione del 33esimo canto del Paradiso di Dante (pur senza essere stata entusiasmante) era stata di ben altro spessore. Più impegnativa per lo spettatore, ma almeno aveva forza comunicativa, mostrava coraggio, capacità scenica, qualche trovata, anche sonora. Qui, nonostante Teardo, niente di tutto quello. Neppure dal punto di vista sonoro. Uno spettacolo tutto al risparmio. Un discreto piattume perfettamente esemplificato dalla postazione fissa dietro cui i due performer si sono esibiti.

Si, uno spettacolo che meritava i fischi.

Ma per sfortuna del Teatro oggi il pubblico è buonista e ingoia di tutto.

Certo il tiepido applauso finale dei molti  presenti venerdi sera è stato tardivo, incerto e breve e il sipario è stato chiuso quasi subito, senza riaprirsi più.

Ed essendo Umarel' seduto proprio sotto il palco non gli pare di aver intravisto nel volto di Germano una grande soddisfazione per come era andata la recita. No, “il sogno di una cosa” non ha funzionato, almeno venerdì sera a Pontedera.


venerdì 22 dicembre 2023

BIBLIO GRONCHI: LOCALI AFFITTASI!

Biblio Gronchi sempre più in stato confusionale. Non solo nel 2023 ha perso ancora circa il 30% di prestiti librari su scala annuale rispetto al 2019,non solo non ha riparato il muro da cui piove dentro la sede; non soltanto non ha recuperato presenze significative di studenti nelle aule di studio rispetto al precoviid, non solo ha ridimensionato il ruolo della biblioteca ragazzi e di molti altri suoi servizi culturali (archivio storico, archivio fotografico, ecc), non solo ospita da un anno una postazione della segreteria universitaria (per altro in una situazione da profughi, nell’ingresso, senza un minimo di privacy, accanto alla bancarella libri), ma adesso ha concesso in affitto 3 giorni alla settimana l’auditorium De Martini ad un istituto scolastico. E non per un periodo temporaneo o per ragioni di emergenza della scuola stessa. 

No, non c'è nessuna emergenza scolastica. Si tratta di una scelta strutturale e duratura che ipoteca un pezzo del futuro della biblioteca a favore di una scuola privata. Tanto dell’auditorium non sanno che farne. Lo usano poco. Tutto qui. Obiettivo del Comune ottenere un po' di soldi, 5 o 6000 euro all’anno forse (la determina che approva questa scelta, la n. 1190/2023, e che dovrebbe accertare le somme non le quantifica annualmente) e soprattutto fare un favore ad un prestigioso istituto scolastico privato che cresce, ha bisogno di spazi e, resosi conto della debolezza della biblioteca, si accaparra un luogo e un’istituzione affogata tra i ponteggi e in palese confusione gestionale. Infatti la convenzione con l’istituto scolastico è addirittura quadriennale, ovvero copre un periodo, dal 2024 al 2027,  in cui questa amministrazione comunale potrebbe non essere più nemmeno in sella, compresa la funzionaria che ha sottoscritto l’atto. Un atto che sostanzialmente conferma, se ce ne fosse bisogno, che per questa giunta Biblio GRONCHI è un peso e un’ansia; che gli importa poco se attira pubblico adulto o no; che non intende fare niente per recuperare lettori in sede, cercando di tornare alle frequentazioni del livelli pre-covid; che gliene importa poco dei giovani universitari; che gliene importa ancora meno di ritessere relazioni con le numerose associazioni cittadine con le quali negli anni pre-covid erano stati costruiti molti eventi nell’auditorium. Perciò se viene qualcuno che, al posto loro, sa come utilizzarne gli spazi della biblioteca (anche se non per ragioni di pubblica lettura e anche se questa scelta esclusiva preclude ad altre associazioni culturali cittadine di fare altrettanto), e questo qualcuno offre un po' di soldi al Comune in cambio dell’uso dell’auditorium, ben venga, si accomodi.

Certo, per salvare la faccia, nella convenzione si dice che se proprio la biblioteca avrà bisogno qualche volta dell’auditorium nei tre giorni affittati potrà ottenerlo mettendosi d’accordo con l'istituto scolastico. Che diamine, in fondo in fondo è pur sempre un bene (?) comunale.

giovedì 21 dicembre 2023

MARCONCINI METTE IN SCENA LA FIGLIA DI IORIO

Non è una riscrittura del dramma dannunziano. E' una scarnificazione de “La figlia di Iorio” e una lettura che ha cercato dentro le parole del Vate il nocciolo della questione. Qualcosa che la contemporaneità potesse vedere, comprendere e odiare. Un nocciolo duro e doloroso che ancora sopravvive alla trasformazione di una società agricola, poi industriale e ora dei servizi; qualcosa che ha radici profonde e che caratterizza certe famiglie, certi rapporti patriarcali, certe relazioni sociali malate. Anche in un Occidente ormai secolarizzato. E' questo che il grande regista pontederese, Dario Marconcini, ho costruito e ci ha regalato. Scavando in un autore lontanissimo dalla sua sensibilità. Un autore certamente da lui (e molti di noi) poco amato.

Questa messa in scena, in un atto solo, del lungo dramma di Aligi e Mila, uscita in prima nazionale a Buti e ieri sera felicemente approdata al Teatro Era, qui a Pontedera, contiene tante cose e tante emozioni che proverò a sintetizzare in poche parole.
Per prima cosa sono rimasto colpito dalla sottolineatura del valore del teatro povero e semplice. Marconcini ha fatto una rappresentazione con mezzi poveri ma efficaci, dando davvero un bell’esempio.
E poi il rapporto speciale tra lo spettacolo, il regista e il pubblico. Un pubblico decisamente over 60. Almeno per la stragrande maggioranza. Allestito nella sala Cieslak, col suo centinaio di posti scarsi, il pubblico ha infatti finito per circondare la scena e poi quasi per abbracciarla ed entrare a farne parte come una specie di tribunale. Si, Marconcini ha trasformato gli spettatori in una giuria popolare che per un’ora ha ascoltato i testimoni, ne ha soppesato le parole e ha sicuramente respinto in cuore suo la sentenza emessa sul palco. Mila era forse una strega ma era innocente e il padre di Aligi, padrone e violento, meritava la sua fine. O qualcosa del genere.
E ancora il linguaggio. Benché ridotto al minimo, perfino il linguaggio tardo ottocentesco del Vate ha retto alla sintesi e alla ricucitura marconciniana e ha emozionato gli spettatori. Con una superba madre interpretata da Giovanna Daddi, con un giovane ma bravissimo Aligi, impersonato da Leonardo Greco e una altrettanto valida Mila, a cui ha dato l’anima Maria Bacci Pasello, la vicenda e’ avanzata rapida, quasi con passo cinematografico. Pochi quadri, poi il dramma, infine la condanna e il finale.
Insomma con poca scena (replicabile anche in spazi piccoli), con luci essenziali, con attori validi ma dagli stipendi sicuramente modesti, con una rappresentazione dal sapore liturgico che badava ad emozionare e coinvolgere il pubblico e a portarlo in una classica tragedia patriarcale, dove i padri (e chi comandava) poteva disfare i figli e prendersi le donne che voleva, Marconcini ha messo su uno spettacolo davvero pieno di qualità. E di echi lontani. Quante volte, quand’ero piccolo e tremendo, ho sentito mia madre gridarmi: “Bada bimbo, io t’ho fatto e io ti sfaccio”, minaccia dal sapore arcaico e che credo nessun giovane genitore oggi si sentirebbe di ripetere.
E, nella piccola sala piena, il pubblico ha davvero partecipato al dramma e forse come me ha risentito certe frasi che giungevano dalla notte dei tempi. Una notte che purtroppo deve ancora finire di passare. Si, credo proprio che il pubblico si sia riconosciuto nei personaggi, abbia sofferto con loro, abbia sperato in un finale diverso da quello annunciato: o almeno questo è quello che ho provato io.
Qualche sbavatura? Direi di sì. Qualcosa da mettere ancora a punto? Certamente.
Tuttavia, pur individuando anche alcuni limiti, m’è parso di aver assistito ad un piccolo capolavoro, realizzato da una compagnia guidata da un ironico e lucido regista ottuagenario, magicamente annidata nel piccolissimo paese di Buti, che con un colpo di scena (verrebbe da dire teatrale, ma in realtà si è trattato di una vera magia) ha tenuto nella sala piccola del grande Teatro Era la quarta replica di una comprensibilissima lettura della “Figlia di Iorio”. Una replica alla fine della quale il pubblico ha tributato un lungo caloroso applauso agli attori e al regista.
Chissà se questo scarnificato D’Annunzio di Marconcini, con qualche opportuno aggiustamento, sarà riproposto anche alla Pergola o in altri teatri di prestigio su scala nazionale. L’impressione e' che sia una rappresentazione davvero originale e che costituisca uno dei punti più alti dei lavori del regista pontederese, che si è tolto un altro sassolino dalla scarpa ed è andato a confrontarsi con uno degli scrittori più ostici della nostra letteratura nazionale. Bravo Dario!

martedì 19 dicembre 2023

PRESO IN PAROLA

Dato che il sindaco di Pontedera mi ha pubblicamente chiesto di insistere e io ho promesso di accontentarlo, vi riassumo i principali errori della politica culturale di questa amministrazione e del sindaco.

Tutto comincia 5 anni fa, nella campagna elettorale del 2019, quando Franconi dichiara di voler tenere per sé anche l’assessorato alla cultura e di affidare alla Fondazione Cultura la regia tecnica di ciò che si muove nel mondo culturale pontederese. Alcuni suoi elettori (tra cui chi scrive) gli dissero che erano due propositi sbagliati. Il modello pecciolese, a cui sembrava ispirarsi l’allora candidato Franconi, su Pontedera non avrebbe funzionato, per ragioni di scala, di ricchezza e di autonomia dei soggetti culturali cittadini. Tralasciando i poli scolastici e universitari, Pontedera aveva nel 2019 almeno quattro presidi culturali forti (Palp, Biblio Gronchi, Teatro Era e Museo Piaggio) e uno intermedio ma di sicuro rilievo (il Sete Sois), che meritavano una cura e un’attenzione continua. A questi presidi vanno aggiunti l’Agorà versione invernale ed estiva, il Cineplex (privato, ma strategico per il comprensorio), il recente palazzo della musica sul corso Matteotti.
Franconi tirò dritto, ma dopo 5 anni questi presidi culturali (musica a parte) sono tutti in situazioni peggiori rispetto al 2019. Dare la colpa al Covid è una scusa che non regge. Certo, il Covid ha influito, ma sono soprattutto le mosse dall’assessore alla cultura, ovvero dal Sindaco, come ho cercato di dimostrare nei miei ultimi post, che non hanno centrato gli obiettivi e hanno indebolito i presidi.
C’è di più. Pontedera, diversamente da Peccioli, ha almeno una quarantina di organizzazioni culturali che coprono tantissimi settori culturali con i quali l’assessore dovrebbe dialogare, ma non occasionalmente, bensì ascoltando e lavorando sulle proposte delle associazioni e coordinandone le attività. Bene, dopo 5 anni, niente o molto poco di questo è avvenuto. Inoltre la Fondazione cultura a cui il sindaco pensava di affidare un ruolo di regia non solo non l’ha recitato, ma grazie ad alcune scelte dell’assessorato (parlo della giubilazione del duo Modesti & Pampaloni) è stata ulteriormente depotenziata anche sul terreno espositivo (A proposito: che fine hanno fatto il Centro Otello Cirri, l’esperienza dei cantieri dell'Arte, la gestione della Villa Crastan, la collezione di Sergio Vivaldi e le 12 opere di Simon Benetton donate alla città per abbellirla?).
Quanto all'associazionismo culturale cittadino, non si è neppure accorto né dell’esistenza di un assessore alla cultura, né ha avvertito il ruolo della regia della Fondazione. Ha cercato in qualche modo una sponda diretta col Palazzo, ottenendo poco.
Ma c’è di peggio. E il peggio è che l’ufficio cultura in questi 5 anni ha cambiato 3 dirigenti e 3 funzionari direttivi (3 P O.) per finire, da un annetto, nelle competenze di un dirigente che per ragioni contrattuali viene pochi giorni alla settimana nel Palazzo e in compenso ha tantissime incombenze e poco tempo per seguire la cultura. Ma questo continuo farsi e disfarsi dell’ufficio cultura e della struttura amministrativa del settore incide negativamente sul comparto culturale cittadino, produce eventi scadenti e mal finanziati e ci riporta a responsabilità politiche che puntano dritto alle stanze del Sindaco.
Peccato che né sindaco né il PD pontederese abbiano trovato il modo di fare un bilancio né a metà legislatura, né almeno ad inizio 2023 dell’impatto del lavoro amministrativo di questa giunta sulla città. Neppure del comparto culturale. Che di una valutazione seria e concreta avrebbe bisogno. Ma, come suggeriva il maestro Manzi: non sarebbe mai troppo tardi. Per le elezioni c’è ancora tempo.

CHE FINE HA FATTO L’ATELIER DELLA ROBOTICA?

Ero ancora un cinquantenne quando nel Palazzo si cominciò a deliberare qualcosa sull’ATELIER della ROBOTICA. Correva l’anno 2012 e l’attuale presidente del Pontedera Calcio e di Acque spa stava per concludere il suo primo mandato da sindaco. Si progetto’ allora la creazione di un centro servizi per la robotica, con un’attenzione anche per la didattica, affidato alla regia della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e all’Istituto di Biorobotica (attraverso uno specifico braccio operativo, ARTES 4.0), e col coinvolgimento (non ben definito) di una pluralità di soggetti presenti nel Dente Piaggio (troppi per citarli tutti). Il Comune inviò il progetto in Regione. La Giunta regionale valutò e approvò il progetto pontederese e lo cofinanziò (del. 1259/2012). Al cuore del progetto c’era la ristrutturazione di alcuni vecchi capannoni Piaggio, di proprietà comunale, allocati lungo via del Fosso Vecchio, una via stretta, a senso unico, collegata ad un’altra strada trafficatissima, via Roma, e con unico sfogo il parcheggio ospedaliero di piazza Solidarietà, sempre pieno. Dopo 7 ANNI di ulteriore definizione del progetto (per lo più gli anni della seconda giunta Millozzi), dopo aver ricevuto un finqi dalla Regione Toscana, sui 2 milioni di Euro circa, il comune concluse la gara per l’ATELIER nel 2019 per realizzare i lavori di ristrutturazione dei capannoni giacenti tra la nuova biblioteca Gronchi, il museo Piaggio e via del Fosso Vecchio. I lavori vennero aggiudicati appena si insediò la giunta guidata da Franconi, che aveva incastonato il progetto ATELIER (insieme al parcheggio ex Ape) nel suo programma elettorale (p. 41, vedi alla fine). Il dirigente comunale, nel luglio 2019, firmò un cronoprogramma che prevedeva la fine dei lavori dell’ATELIER per il settembre 2021. Poi arrivarono il Covid, nuovi incontri in Regione, nuovi bandi nazionali, ripensamenti vari, riunioni dei soggetti che si affacciano su viale Piaggio e molto altro. Risultato? Per le informazioni disponibili ad oggi e da quanto si vede e si sente camminando in via del Fosso vecchio ( vedi foto), dopo 5 anni dal loro via ufficiale i lavori sono FERMI E INCONCLUSI. Uno dei progetti più innovativi previsti dal mandato elettorale di questa amministrazione si è IMPANTANATO. L'obiettivo ATELIER è stato TOPPATO. La colpa morì fanciulla? Certo il Covid, certo la burocrazia, certo l'inflazione. Le giustificazioni possibili (a parte l’invasione di cavallette che non c'è stata) sono tante. Tutte plausibili, che diamine. Resta la musata di chi si presentava per cambiare la città, e poi non è riuscito a gestire un appalto da pochi milioni di Euro. E a questo smacco, sul viale Rinaldo Piaggio, si sono aggiunti: la mancata aggiudicazione della gara dei parcheggi del capannone ex Ape, i mancati rifacimenti dei marciapiedi (previsti sempre a pg. 41 del Programma Elettorale dei nostri) e da un anno e mezzo la chiusura del passaggio di via Maestri del Lavoro e la chiusura dei parcheggi laterali alla biblioteca. Deh, la disfatta delle Melorie, direbbero i miei spiritosi amici livornesi.

Oltretutto, grazie al blocco dei lavori dell'ATELIER, è continuata a grondare acqua all’interno della biblioteca Gronchi e a danneggiare libri e scaffali, perché la parete a sud della biblioteca (oggetto dei lavori nel progetto ATELIER) è ancora il muro colabrodo del vecchio capannone Piaggio non demolito, da cui filtrano in biblioteca acqua e sporco appena piove un po' di più e su cui, per oscurare la magagna che va avanti da 9 anni, si è steso, nel senso proprio del termine, un telo pietoso.
E il bello è che non c'è alcun atto pubblico noto che ci dica quando i nostri faranno ripartire i lavori e soprattutto quando li completeranno.
Così dopo 11 (UNDICI) anni dai primi atti amministrativi, dopo quasi 5 (CINQUE) anni dall’insediamento dei nostri nuovi amministratori, dobbiamo ancora capire che diavolo succederà dell’ATELIER DELLA ROBOTICA e delle promesse meraviglie sul viale Rinaldo Piaggio. Ammesso (e non concesso) che qualcosa succeda.
PS
Ecco cosa c’è scritto a pag. 41 del programma elettorale 2019 del candidato sindaco Franconi (si trova online)
“Dobbiamo nei prossimi anni capitalizzare e portare a conclusione la trasformazione dell'asse Piaggio mettendo a frutto l'accordo di Programma con Regione Toscana che ha messo a disposizione allo sviluppo del progetto ulteriori 6 milioni di euro per la realizzazione:
-dell’atelier della Robotica, un laboratorio e centro documentazione-didattica per la robotica industriale e l’automazione che diverrà sede del centro di competenza ARTES 4.0 da realizzare;
-di un grande parcheggio multipiano nell’area denominata ex Ape;
-della riqualificazione e della messa in sicurezza complessiva del viale Rinaldo Piaggio”.
Dopo 5 anni niente di questo impegno solenne è stato realizzato.

MOSTRA SCART. MA LA PUBBLICITA' È STATA FATTA?

Quando ho letto il post/comunicato stampa del Comune di Pontedera su fb che ci teneva a sottolineare come nei primi 3 giorni di apertura della mostra SCART, comprensivi di due giorni festivi e un sabato nel mezzo, la mostra era stata visitata da ben 300 persone (boia deh, che partenza col botto, avrebbero commentato certi miei amici livornesi), mi è scappato da ridere. E non solo perché nel venerdì festivo c’ero andato anch’io a vedere la mostra, mi ero trattenuto quasi un’ora e non avevo intercettato nessun altro visitatore. Neppure perché sabato c’erano stati alcuni miei amici, incuriositi dal mio post, e nella quarantina di minuti in cui erano stati nelle sale avevano visto si e no una decina di persone (inclusi loro). E neppure perché alcuni amici appassionati d’arte, che girano l’Europa e non solo, a caccia di mostre e musei, da me interpellati telefonicamente, mi hanno detto che sì, ci sarebbero andati a vedere SCART al PALP, ma con calma. A qualcuno di loro non era nemmeno arrivata l’informazione.

No, il dispettoso vecchietto da tastiera che è in me ha riso perché l'addetto stampa del comune o chiunque abbia scritto e pubblicato il post sulla pagina facebook del Comune non si è reso conto che citare 300 presenze in 3 giorni (per altro rilevate a braccio, visto che non c’è bigliettazione, neppure omaggio, né ci sono varchi contapersone all’ingresso, né cataloghi da vendere), è come ammettere che non ci è andato nessuno o quasi. E ho sorriso perché questo confermava involontariamente quello che io avevo scritto e previsto nel mio post di venerdì 8.
Poi ho letto che "Quinewsvaldera" ha spalmato i 300 visitatori di SCART su 4 giorni, includendoci anche la presentazione fatta dall’amministrazione ad un pubblico selezionato giovedì 7 dicembre, Sant’Ambrogio. Il che, come ha calcolato correttamente il giornalista di Quinewsvaldera, fa una 70ina di visitatori in media al giorno. Se questo fosse il trend dei giorni festivi, i numeri alla fine della mostra (fissata a febbraio) risulterebbero molto molto modesti (e di fatto quasi senza impatto sulle strutture commerciali del Centro, unica motivazione forte dell’investimento nella mostra), soprattutto tenendo conto che si tratta di ingressi gratuiti.
Il vecchietto da tastiera allora si chiede: ma quanto si è investito in promozione?
E se lo chiede perché non gli sembra di aver visto nessuna forma di promozione significativa sui vari media. Il solito vecchietto presuntuoso ma distratto? Oppure nella città dei commercianti chi dirige il PALP si è dimenticato che la pubblicità è l’anima anche delle mostre? Mah!?