domenica 16 febbraio 2025

LE PAROLE (ANCHE DEI PRESIDENTI) SONO PIETRE

 

Nel suo discorso di Marsiglia, parlando della crisi che portò alla seconda guerra mondiale, il presidente Sergio Mattarella ha detto e cito tra virgolette un brano del testo pubblicato sul sito del Quirinale cfr. https://www.quirinale.it/elementi/127309 :


“Fenomeni di carattere autoritario presero il sopravvento in alcuni Paesi, attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali.

Il risultato fu l’accentuarsi di un clima di conflitto - anziché di cooperazione - pur nella consapevolezza di dover affrontare e risolvere i problemi a una scala più ampia. Ma, anziché cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista.

Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa.

L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura”.


L’accostamento tra il progetto imperialista della Germania nazista (allora coadiuvata dall’Italia fascista, forse era bene aggiungerlo) e quello della Russia guidata oggi da Putin mi sembra chiaro e voluto.

Trovo perciò prevedibile che i Russi, che hanno iniziato la guerra dichiarando di voler liberare l’Ucraina dagli odierni nazisti ucraini, ci rimanessero un po' male ascoltando le parole del presidente di una nazione che comunque nel 1941 li ha invasi, inviando nelle steppe oltre 200.000 soldati, al seguito delle armate hitleriane.

Questo non significa che i Russi oggi abbiano ragione nel voler sottomettere l’Ucraina e nel perseguire anche con le armi il tentativo di ricostruire l'assetto imperiale della Russia, dopo il collasso sovietico dei primi anni ‘90. Ma detto ciò, l’accostamento tra nazismo e puntinismo mi pare politicamente infelice. Soprattutto se si vuole cercare di arrivare ad una pace che dovrà prevedere un inevitabile compromesso tra Russi, Ucraini e “Occidentali” (alias Usa col sostegno degli Europei).

Se invece si vuole “vincere” la guerra “giusta” contro i Russi, liberare tutta l'Ucraina dal giogo putiniano e garantirle un futuro indipendente (nella UE e nella NATO), eh allora dare del nazista a Putin ha un senso politico, ma subito dopo bisogna costruire un esercito europeo e schierarlo in campo, rischiando anche una catastrofe nucleare. Altrimenti le parole suonano solo come provocazione impotente. 

Ma per fortuna non mi pare che un’opzione del genere (già lanciata tempo fa da Macron nella contrarietà dei più) trovi oggi più ampi sostegni in Europa e (men che mai) nella nostra Little Italy.

E siccome sembra che gli Usa di Trump non vedano l’ora di sfilarsi dal conflitto russo-ucraino; e siccome se gli Usa lasciassero agli Europei il cerino ucraino acceso in mano, gli Europei potrebbero bruciarsi non solo le dita e finire male; forse, forse sarebbe bene usare le parole con maggiore accortezza. Soprattutto quando si mescola storia e politica. Almeno quando si rivestono ruoli politici rappresentativi.

Il suggerimento migliore mi pare quello di Papa Francesco secondo cui, per fare cessare la guerra, occorre trattare con tutti i leader, anche con quelli che non ci piacciono (Putin e Trump compresi). Ma se si vuole trattare, bisogna essere diplomatici. Molto.

sabato 15 febbraio 2025

MA LA MOSTRA DI BABB QUANTI VISITATORI STA FACENDO?

Si dice, per scherzo, che il sonno della ragione genera mostre. Ok, ma almeno queste mostre vengono visitate da qualcuno o no?

Sulla mostra di BABB al PALP, aperta da oltre due mesi, la di solito loquace amministrazione cittadina tace. Neanche un “datino” provvisorio che dia il senso dell’andamento. Come mai?

L’amministrazione ci ha portato qualche ospite illustre (ed esempio l’attore Insinna) e l’ha subito immortalato su facebook. 

Ma la gente comune e gli appassionati d’arte ci stanno andando a vedere i quadri di Giorgio Dal Canto al PALP o no?

Altre volte il Comune qualche numero lo aveva anticipato. Stavolta sono tutti muti come pesci. Strano no?

Al vecchietto da tastiera viene il sospetto che la mostra, numericamente parlando, stia andando malino. Ma questo solo i dati ce lo daranno. E, temo, solo se sollecitati.

E allora li sollecito.

Potremmo avere un dato intermedio sui visitatori? Così per curiosità. Per capire.

Si, lo sappiamo che, come diceva Trilussa, le statistiche mentono. Magari c'è qualche visitatore che alla mostra di BABB c'è andato tre volte (non si può escludere) e qualcun altro mai.  Ma intanto anticipateceli i numeri dei primi due mesi di visitatori.

L’ultima mostra di Banksy a Volterra ad esempio ha superato 60.000 visitatori con un biglietto intero da 8 euri e 6 euri  scontato.

Le singole mostre di Palazzo Blu a Pisa, sempre a pagamento, con biglietti assai più cari di quelli di Volterra, di solito superano quota 50.000 visitatori.

E l’attuale mostra super economica al PALP a che livello si trova?

Ci arriva ai 3.000 visitatori paganti, con biglietti scontati a 3 euro?

Dico questo perché quando la mostra fu annunciata e poi lanciata dall’amministrazione comunale sostenni che l’apparato di promozione mi pareva un po' scarsino e che Babb avrebbe corso solo grazie al passaparola. Ma ha funzionato?

Quanti cataloghi sono stati venduti? 50? 100? Molti di più?

Insisto su questo perché la mostra è stata finanziata in buona parte dal Comune di Pontedera, quindi con soldi pubblici, e in consiglio comunale si è giustificato questo intervento culturale su DAL CANTO anche come uno strumento per portare visitatori a Pontedera e dopo la mostra farli entrare nei negozi del Centro Commerciale Naturale. 

E' davvero successo qualcosa del genere? O, come temono alcuni, l’argomento si sta dimostrando infondato e frutto del sonno della ragione?

Si sta presentando gente da fuori Pontedera nei negozi sul Corso dicendo che era appena uscita dalla mostra dedicata alle opere di BABB al PALP? L’amministrazione ne ha chiesto notizia alle associazioni di categoria?

E se questo non è successo, se la mostra si stesse rivelando un flop dal punto di vista delle presenze, c’è qualcuno che se ne assumerà la responsabilità e ne trarrà le conseguenze?

giovedì 13 febbraio 2025

STORIA, POLITICA E STATI

La storia è uno strumento complicato da maneggiare. A volte è perfino pericolosa. Per questo dovrebbe essere gestita da studiosi seri, da ricercatori accreditati e da eruditi assennati. 

L’imparzialità e l’oggettività storica non si possono pretendere, ma uno scavo scientifico delle fonti documentarie, la conoscenza di ciò che è stato pubblicato e una ricostruzione onesta degli eventi, queste cose sì.

Quando è ben fatta, la storia non è consolatoria, ma problematica, sfaccettata e di solito individua e sottolinea le magagne e i limiti di tutti. Storici inclusi.

Ma le forze politiche si inventano ricostruzioni storiche autoreferenziali e non vogliono affatto mostrare i propri limiti. Per questo manipolano la storia con tre finalità principali:

1 giustificare le proprie idee;

2 attaccare le posizioni degli avversari;

3 influenzare la retorica pubblica se sono al governo e orientare le scelte statali. 

L’uso distorto e “partigiano” della storia è connaturato a tutte le forze politiche e non può essere evitato in nessuna società di massa, a qualunque orientamento politico/religioso la società faccia riferimento. Neppure le migliori democrazie possono evitarlo. Perciò bisogna sperare che la politica non esageri troppo con la partigianeria e rispetti, almeno all’ingrosso, la pluralità socio-culturale che la circonda, lasciando spazio anche agli storici indipendenti e scientificamente seri.

Nelle autocrazie e nelle dittature la falsificazione della storia la gestiscono i governi. Orwell docet.

D’altra parte nessuna Nazione può rinunciare a credere (e a propagandare l’idea) di avere una propria specifica identità e a definire un proprio modo di stare tra le altre Nazioni. Questa identità (per altro mutevole) è il frutto dello scontro e del compromesso tra le forze politiche in campo. Questo nelle democrazie.

Ogni Stato tende a costruire una retorica per giustificare, con l’aiuto della storia, i propri comportamenti nel passato e delineare le proprie ambizioni verso il futuro.

Si tratta di una retorica pubblica (di fatto una specie di mitologia) che si accompagna a una ritualità civile, con tanto di festività, cerimonie e mausolei.  

La storia (nata anche per smontare l’artificiosità dei miti e dei riti) deve così contribuire a consolidarli entrambi.

D’altra parte un po' di retorica pubblica non fa troppi danni. E fino ad un certo livello va accettata. Basta che non si trasformi in una mitologia pericolosa per la popolazione autoctona e per le nazioni vicine e non giustifichi in alcun modo logiche di potenza, sentimenti razzisti e pratiche neocolonialiste.

Certo, meglio sarebbe un uso ecologico e sostenibile della storia. Un uso ragionato e non urlato. Ma nell’era del diluvio comunicativo questa sarebbe una pretesa assurda.

Perciò dobbiamo rassegnarci ad una storia come campo di battaglia culturale tra partiti e fazioni contrapposte: un campo dove le forze politiche si disputano qualcosa che assomiglia alla gramsciana “egemonia”, oggi apprezzata anche a destra. Giuli docet.

Più prosaicamente un luogo dove imparare a discernere (speriamo senza pagare tributi troppo salati) gli argomenti migliori da quelli fasulli e pericolosi. Essendo i confini tra questi mondi, purtroppo, molto labili.

domenica 9 febbraio 2025

LA DECRESCITA INFELICE DEL SISTEMA BIBLIOTECARIO SANMINIATESE

 

Finalmente la Rete Bibliolandia ha reso noti dati del sistema bibliotecario di San Miniato relativi al 2024. 

Che se ne ricava?

Che rispetto al 2023 nelle 3 biblioteche sanminiatesi (di cui una chiusa da marzo) nel 2024 sono entrate meno persone a studiare o a leggere. 

Che rispetto al 2023 nel 2024  si sono avuti meno lettori attivi, cioè meno persone che hanno preso libri in prestito in un anno.

Che quindi sempre rispetto al 2023 è calato il numero di volumi andati in prestito.

Infine che sono calate moltissimo nei confronti del ‘23 le visite delle scolaresche in biblioteca. Un mancato investimento questo sulle generazioni future. Uno dei dati più disastrosi strettamente collegato alla chiusura di San Miniato Basso.

La tabella allegata riporta i numeri e le percentuali.

Se poi confrontiamo le stesse voci coi dati del 2019, la differenza tra le performance del 2019 e quelle del 2024 è ancora più preoccupante.

Le presenze dei lettori in sede e le visite delle classi in biblioteca sono crollate quasi del 50%, mentre la diminuzione di lettori attivi e di prestiti è stata più contenuta ma sempre negativa.

E questo mentre gran parte delle biblioteche di Bibliolandia (con l’eccezione di Pontedera) recuperava i danni del COVID e spesso i loro risultati superano quelli registrati nel 2019.

Evidentemente a San Miniato c’è stato qualche altro fattore invalidante (oltre, ovviamente, al COVID) che durante il quinquennio 2019-2024 ha ulteriormente rallentato la pubblica lettura e che non ha consentito un maggiore recupero. 

Ma che la lettura a San Miniato non solo abbia smesso di crescere ma declini, i numeri sotto riportati ce lo dicono con ragionevole certezza. E non c’è barba di argomentazione retorica che possa smentirli.

Per questo sarebbe auspicabile che l’amministrazione ne prendesse atto e ragionasse invece su come contrastare questo trend negativo e come rilanciare la lettura e l’uso delle biblioteche.

E la prima cosa da fare è riaprire subito la biblioteca di San Miniato Basso, chiusa invece da quasi un anno. Perché questa chiusura così prolungata (e di cui non si vede la fine) è una ferita grave e provocherà un ulteriore peggioramento dei risultati bibliotecari nel 2025, soprattutto nei confronti di bambini e ragazzi.

A questo va aggiunta l’insensibilità manifesta con cui si è trattato il personale in appalto, che non ha ancora trovato una soluzione dignitosa.

E se i dati bibliotecari non sono ancora più disastrosi è solo perché la resilienza dei lettori sanminiatesi e la bravura dei bibliotecari sanminiatesi rimasti in trincea stanno facendo un po' argine alle pessime decisioni di chi guida l’amministrazione comunale. 

Ma certo non possono bastare a ribaltare la situazione indicata con sufficiente chiarezza dalla tabella allegata.



sabato 8 febbraio 2025

ANALISI BIBLIOTECARIE PONTEDERESI

 

È un peccato, per i cittadini, che la stampa locale a volte pubblichi alcuni comunicati del Comune senza un minimo di valutazione e un raffronto con i dati delle serie statistiche e contribuisca in questo modo ad avvalorare tra i lettori le "novelle" che l’amministrazione propina al pubblico.

E’ un peccato ad esempio che la stampa esalti i 166.114 utenti registrati dalla biblioteca Gronchi nel 2024 ma non chieda all’amministrazione come mai prima del COVID, biblio Gronchi registrava una media di oltre 300.000 presenze annue e ora invece si attesti al 45% in meno (si proprio in meno) e sbandieri questo -45% come un successone, invece che come una gap da recuperare, come invece hanno fatto altre biblioteche.

Forse l’amministrazione pensa che tutti i pontederesi siano smemorati?

Infatti se si legge il dato sulle presenze in biblioteca collocato in una serie statistica che va dal 2019 al 2024 viene fuori che la biblioteca Gronchi per quanto riguarda gli accessi alle sale studio è ancora lontanissima dal tornare ai livelli del 2019. Molto lontana.

Come mai?

Stessa zuppa con gli utenti attivi, cioè  con le persone che in un anno si sono recate a prendere libri in prestito. Anche gli utenti attivi sono del  24% inferiori rispetto a quelli registrati nel 2019.

Peggio va sui nuovi utenti che rispetto al 2019 sono il 35% in meno.

Cosa è successo?

Ci incastreranno per caso le chiusure e i transennamenti della biblioteca? O forse sarà il minor numero di associazioni coinvolte nelle attività della biblioteca?

Ancora: se si esamina il numero delle volte in cui i bibliotecari sono andati nelle classi scolastiche siamo a -38% nei confronti del  2019.

Quanto al numero delle classi attive quello del 2024 è pari a -35% sul 2019. 

Ovviamente il numero di prestiti da patrimonio risente di questa dinamica e il dato 2024 paragonato a quello del 2019 indica un -24%

Ma allora gli articoli apparsi sulla stampa locale secondo i quali biblio Gronchi starebbe facendo grandi numeri come si spiegano?

L’amministrazione comunale emette comunicati presentando i dati come più le torna comodo e confrontando l’oggi con ieri e non con ieri l’altro. Ma il quarto potere non dovrebbe analizzarli meglio questi dati e raccontate le cose in maniera più ragionata?

Altrimenti come si può formare un'opinione pubblica consapevole dei problemi della città?

Allego la tabellina con alcuni dati di Bibliolandia disponibili per tutti.



venerdì 7 febbraio 2025

L’ITALIA È UNA NAZIONE RICATTABILE?

 L'Italia è un paese curioso, dove quasi tutti i leader politici hanno almeno due programmi. Uno per quando siedono sui banchi dell'opposizione; e uno per quando sono al governo. 

Il fatto che siano due programmi un po' diversi non li preoccupa, né ci stupisce. Soprattutto se si tratta di politica estera, un contesto in cui l’Italia resta, per fortuna, un vaso democratico in mezzo a vasi più autoritari e aggressivi. E gli ultimi ricatti che abbiamo subìto (da Iran e Libia) e quelli che stiamo per subire (ad es. sui dazi dagli Usa) lo dimostrano. 

E chi sta al governo, che sia la Meloni o un leader dell’opposizione, qualunque cosa abbia sostenuto prima di arrivarci (al governo), lo sa e si deve adeguare.

Chi può credere infatti, con assoluta certezza, che se al governo oggi ci fosse un leader di centro sinistra, glielo avrebbe consegnato il criminale libico alla Corte Europea?

Io no. 

Così come credo che se la Meloni fosse stata all’opposizione avrebbe urlato le stesse cose che oggi grida la Schlein. Questione di parti in commedia.

E questo perché la postura che può permettersi il nostro paese in politica estera non è data dal leader politico e della coalizione che guida la nazione in quel momento, ma da altri fattori strutturali e di lunga durata.

Vogliamo indicarli?

Indipendenza economica, forza militare effettiva, capacità operative statali, livello di autorevolezza della nazione, vulnerabilità del paese, compattezza della società civile.

Tutti fattori in cui siamo, diciamo così, un po' scarsini.

Perciò se la Meloni non è personalmente ricattabile, l’Italia, anche con lei premier, sì. E lei lo sa bene. 

Come lo sappiamo bene noi cittadini comuni. Che però sbraitiamo contro il governo o lo giustifichiamo a seconda di quale parte politica ci sta più simpatica.

Ma se litigare su tutto e scambiarsi le parti in commedia ci viene bene, modificare certi fattori invalidanti del Paese è un’impresa fuori dalla portata di tutta la politica nostrana. Tutta.

Beh, almeno per questo secolo. 

Poi si spera che la crisi climatica e l'evoluzione sociale renda migliori i posteri.

sabato 1 febbraio 2025

IL SASSO NELLO STAGNO? LE UNIONI DEI COMUNI NELL’ESPERIENZA DI GIOVANNI FORTE

In una giornata di pioggia battente, tantissime persone si sono trovate ieri pomeriggio a Pontedera alla presentazione di un testo difficile ma interessante. Lo ha scritto Giovanni Forte, ex direttore dell’Unione Valdera, oggi pensionato, lavorando sulla sua esperienza e descrivendo tutti (o quasi) i meccanismi che possono consentire di far funzionare al meglio le istituzioni locali collettive. 

Forte non ha prodotto però una memoria delle azioni passate, ma un breve manuale su come gestire le Unioni dei Comuni oggi, tenendo conto anche dell’evoluzione normativa e della crisi che avanza. È partito dalle motivazioni che dovrebbero spingere soprattutto gli enti locali più piccoli ad aggregarsi. Per affrontare poi i dettagli normativi e organizzativi. E arrivare agli obiettivi. Prendere di petto il nodo della gestione del personale e infine quello dell’efficacia dell’azione pubblica. 

In questo modo Forte ha messo giù un libretto di istruzioni per l’uso delle UNIONI DEI COMUNI. 130 pagine fitte che chi fosse interessato a capire e gestire queste aggregazioni comunali dovrebbe assolutamente leggere e soprattutto studiare. 

Non a caso l'editore del volume, che si intitola “Unire le forze per il futuro che vorremmo. Unioni di comuni e sviluppo sostenibile”, e' il Centro studi Enti Locali, che ha tra i suoi compiti proprio quello di formare e supportare tecnici e amministratori nella gestione quotidiana degli enti.

Ma se circa un centinaio di persone ha sfidato il maltempo ieri per venire ad ascoltare Giovanni Forte è anche per riconoscere il suo impegno e lo stile con cui ha saputo gestire per quindici anni una istituzione complicata come è stata ed è l’Unione Valdera, sperando che il suo lavoro continui a dare frutti.

La mia personale speranza è che il volume entri nel fantasmatico dibattito pubblico cittadino e che consenta, al di là del contenuto tecnico, una riflessione seria anche sul ruolo e sulle potenzialità dell’Unione Valdera. 

Purtroppo, come hanno osservato anche alcuni intervenuti alla presentazione, lo sfarinamento della politica locale, l’assenza di luoghi pubblici di discussione, il raggrinzimento dei partiti sul piano locale, rendono questo dibattito difficilissimo. Anche perché tutte le scelte importanti sono di fatto confinate nelle mani di pochissimi addetti ai lavori: essenzialmente i sindaci in carica e i loro amici.

Ma al di là del pessimismo di molti intervenuti, il libro di Forte resta comunque un sasso che doveva essere lanciato nello stagno e credo che la comunità di amici, ex colleghi e compagni di lotta che ieri sera era presente al Piccolo Teatro digitale ne sia consapevole e gli sia grata.