IL CASO GRECO CONTINUA AD INSEGNARCI UN SACCO DI COSE
Il primo insegnamento. Il Fondo Monetario Internazionale certifica che il debito greco è troppo grosso per farlo crescere ancora con la speranza ragionevole che possa essere rimborsato. FMI ritiene che nessun governo greco potrà fare riforme tali da far ripartire il paese e ripagare i debiti. Se queste cose le avesse dette prima dell'accordo UE-Grecia era meglio, ma non si può avere tutto nella vita.
Secondo. Il governo Tsipras non ha più la sua maggioranza originaria. Una parte di Syriza non sta più con Tsipras e lo stesso Tsipras ha siglato un accordo in cui non crede e non sa sa riuscirà ad onorare. Insomma l'affidabilità di Tsipras è bassina a fronte degli oneri che formalmente si è assunto. Se non fosse vera, sembrerebbe una commedia kafkiano-pirandelliana, con un tocco di incomprensibilita' alla Odin Teatret.
Terzo. I vari attori di cui si compongono le istituzioni europee (quella che si potrebbe chiamare la governance europea) si trovano tra il disimpegno del FMI, l'inaffidabilita' del governo e del parlamento greco e un'opinione pubblica europea che se esiste è comunque nazionalistizzata e divisa da più fratture, cicale/formiche, paesi nordici e paesi mediterranei, conservatori e socialdemocratici, il tutto però in maniera molto molto confusa.
Insomma un bel guazzabuglio medievale.
Mi auguro solo che la Merkiavelli del nord, come Ulrich Beck ha chiamato Angela Merkel insieme ad altri giornalisti tedeschi, riesca a sbrogliare la complicata matassa economico-politico che ha alle mani. Perché sia pure in maniera informale ma sostanziale la costituzione non scritta dell'UE sta affidando al governo tedesco e al suo leader un ruolo di coordinamento e mediazione dello scenario della crisi greca, così come della crisi Ucraina. Un ruolo per il quale non invidio punto la Merkel. Un ruolo che probabilmente lei stessa, come ha ben argomentato Angello Bolaffi nel bel libro "Cuore tedesco" (Donzelli, 2013), non avrebbe nemmeno voluto recitare. Checché ne pensino i suoi detrattori.
venerdì 31 luglio 2015
socialismo europeo - i cazzotti di rossi
"II socialismo europeo che è fallito perché succube dell'egemonia culturale della destra." La cura? "Cazzotti sul tavolino" e "Scontro con la Merkel"
Quelle tra virgolette non sono parole mie, le ha scritte l'iperattivo governatore della Toscana, commentando sulla sua pagina fb il fantasmagorico intervento di illider Matteo all'assemblea nazionale del pd che si è tenuta sabato18 luglio all'Expo. Devo dire che non so bene di quale socialismo reale il nostro governatore parli, visto il carattere ormai molto composito e frastagliato sia della vecchia associazione socialista europea (di cui se non erro i ds ebbero per alcuni anni la vicepresidenza) sia dell'attuale PSE, a cui pure il pd ha finalmente aderito anche col consenso del governatore. Aggiungo anche che il PSE ha designato il socialdemocratico tedesco Schulz (anche lui succube della Merkel? Se sì, perché diavolo non ne è stato scelto uno meno succube?) come leader dei socialisti europei alle scorse elezioni europee. E su questo, nel pd, erano tutti d'accordo. La nomination di Herr Schulz si è tenuta a Roma, in casa pd. Insomma del fallimento e della subalternità del socialismo europeo anche il pd bersaniano-renziano porta non poche responsabilità. O mi sbaglio?
Ma il nostro governatore conosce i suoi polli più di me e se scrive che il socialismo europeo è succube dell'egemonia culturale della destra, immagino che abbia buone motivazioni. Tale sudditanza, scrive sempre il governatore, nasce dal fatto che il socialismo europeo non riesce ad imporre alla Merkel, leader indiscusso della destra europea, una politica espansiva keynesiana.
Ma per fortuna che il nostro governatore ha il rimedio universale per risollevare dal fallimento il socialismo europeo, l'Europa intera e perchè no?, tutta l'umanità. Basta finanziare una bella politica espansiva europea (magari tornando agli eurobond di Tremonti. Lui si che era un socialista vero!) e il gioco è fatto. Il resto cadrà da solo, come una pera cotta.
Ci sono però alcuni piccoli malefici dettagli che ostacolano questa formidabile soluzione. Una parte consistente della fallita famiglia socialista europea non pare condividerla, soprattutto non essendo chiaro quali elettori pagherebbero il peso dei debiti europei in eurobond. E sono proprio i paesi formica dell'Europa a essere i più contrari alle proposte dei paesi cicala. E nei paesi formica conservatori e socialdemocratici non sono ormai molto distanti su punti come il debito "transnazionale".
C'è poi il fatto che i conservatori sono molto forti in Europa e che i movimenti di estrema destra e xenofobi accetterebbero di sostenere una politica espansiva europea basata sugli euro-bond probabilmente puntando sul fatto che faccia saltare il banco. C'è infine da dire che una politica di forte intervento economico richiede la cessione di forti quote di sovranità ad istituti europei che per ora non sembra che i socialisti europei, cicale o formiche che siano, intendono proporre, rivedendo trattati e compagnia bella. Allora?
Il governatore non si scoraggia. Ha una soluzione pratica per far fronte a questo problemino. Si chiama CAZZOTTI SUL TAVOLINO. Se i socialisti finlandesi e tedeschi non concordano con la politica keynesiana, va mandata un pò di gente in Finlandia, in Germania e dove serve a picchiare cazzotti sul tavolino. Lo stesso va fatto nell'ufficio della cancelliera Merkel a Berlino. E se la signora tedesca non capisse certe sottigliezze del linguaggio politico italiano, allora, beh, allora, si potrebbe arrivare "se necessario [a] uno scontro con la Merkel". Ha scritto proprio così: CAZZOTTI SUL TAVOLINO E UNO SCONTRO CON LA MERKEL.
A questo punto non mi meraviglierei se una intercettazione telefonica pubblicata su wikileaks raccontasse di una Merkel che chiede a Renzi se il governatore toscano, che nel corso della sua ultima visita a Firenze le era parso una personcina tanto garbata, vuole davvero tirare CAZZOTTI SUL SUO TAVOLINO E SCONTRARSI CON LEI. Con lei che ha un debole per la cultura toscana, Michelangelo, Leonardo, Raffaello....
Stai serena, ha commentato illider matteo. Herr governatore è un bravo ragazzo. Noi toscani siamo gente sanguigna. E siamo scherzosi.
Come Pinocchio?, ha borbottato l'ex ragazza dell'Est.
Nessun commento dall'altra parte.
PS. Da bibliotecario mi permetto di suggerire al governatore toscano (che so essere un buon lettore) un testo interessante sul tema oggetto di questa nota. Mi riferisco a Angelo BOLAFFI, Cuore tedesco. Il modello Germania, l'Italia e la crisi europea, Donzelli, Roma, 2013, p. 265. Se non fosse una ovvietà, aggiungerei anche che essere europei oggi è una sfida maledettamente complicata e che le banalizzazioni e le semplificazioni non servono. Aggiungerei infine che se fossi un europeo di sinistra e contassi qualcosa chiederei un congresso straordinario del PSE al quale dovrebbero partecipare tutti i leader socialisti europei per discutere e approvare una carta socialdemocratica per l'Europa, una carta traducibile in azioni concrete. Un documento politico vero. Di governo. Un trattato europeo visto dalla parte dei socialdemocratici, da negoziare poi conservatori. Ma il documento che dovrebbero elaborare i socialisti europei dovrebbe essere una magna carta vera, capace di affrontare con coraggio e chiarezza i nodi della sovranità, dei debiti nazionali, delle politiche del lavoro, dell'emigrazione, della difesa europea, dei confini europei. Ma temo che per ottenere una riunione del genere e un documento simile non bastino i cazzotti sui tavoli.
Quelle tra virgolette non sono parole mie, le ha scritte l'iperattivo governatore della Toscana, commentando sulla sua pagina fb il fantasmagorico intervento di illider Matteo all'assemblea nazionale del pd che si è tenuta sabato18 luglio all'Expo. Devo dire che non so bene di quale socialismo reale il nostro governatore parli, visto il carattere ormai molto composito e frastagliato sia della vecchia associazione socialista europea (di cui se non erro i ds ebbero per alcuni anni la vicepresidenza) sia dell'attuale PSE, a cui pure il pd ha finalmente aderito anche col consenso del governatore. Aggiungo anche che il PSE ha designato il socialdemocratico tedesco Schulz (anche lui succube della Merkel? Se sì, perché diavolo non ne è stato scelto uno meno succube?) come leader dei socialisti europei alle scorse elezioni europee. E su questo, nel pd, erano tutti d'accordo. La nomination di Herr Schulz si è tenuta a Roma, in casa pd. Insomma del fallimento e della subalternità del socialismo europeo anche il pd bersaniano-renziano porta non poche responsabilità. O mi sbaglio?
Ma il nostro governatore conosce i suoi polli più di me e se scrive che il socialismo europeo è succube dell'egemonia culturale della destra, immagino che abbia buone motivazioni. Tale sudditanza, scrive sempre il governatore, nasce dal fatto che il socialismo europeo non riesce ad imporre alla Merkel, leader indiscusso della destra europea, una politica espansiva keynesiana.
Ma per fortuna che il nostro governatore ha il rimedio universale per risollevare dal fallimento il socialismo europeo, l'Europa intera e perchè no?, tutta l'umanità. Basta finanziare una bella politica espansiva europea (magari tornando agli eurobond di Tremonti. Lui si che era un socialista vero!) e il gioco è fatto. Il resto cadrà da solo, come una pera cotta.
Ci sono però alcuni piccoli malefici dettagli che ostacolano questa formidabile soluzione. Una parte consistente della fallita famiglia socialista europea non pare condividerla, soprattutto non essendo chiaro quali elettori pagherebbero il peso dei debiti europei in eurobond. E sono proprio i paesi formica dell'Europa a essere i più contrari alle proposte dei paesi cicala. E nei paesi formica conservatori e socialdemocratici non sono ormai molto distanti su punti come il debito "transnazionale".
C'è poi il fatto che i conservatori sono molto forti in Europa e che i movimenti di estrema destra e xenofobi accetterebbero di sostenere una politica espansiva europea basata sugli euro-bond probabilmente puntando sul fatto che faccia saltare il banco. C'è infine da dire che una politica di forte intervento economico richiede la cessione di forti quote di sovranità ad istituti europei che per ora non sembra che i socialisti europei, cicale o formiche che siano, intendono proporre, rivedendo trattati e compagnia bella. Allora?
Il governatore non si scoraggia. Ha una soluzione pratica per far fronte a questo problemino. Si chiama CAZZOTTI SUL TAVOLINO. Se i socialisti finlandesi e tedeschi non concordano con la politica keynesiana, va mandata un pò di gente in Finlandia, in Germania e dove serve a picchiare cazzotti sul tavolino. Lo stesso va fatto nell'ufficio della cancelliera Merkel a Berlino. E se la signora tedesca non capisse certe sottigliezze del linguaggio politico italiano, allora, beh, allora, si potrebbe arrivare "se necessario [a] uno scontro con la Merkel". Ha scritto proprio così: CAZZOTTI SUL TAVOLINO E UNO SCONTRO CON LA MERKEL.
A questo punto non mi meraviglierei se una intercettazione telefonica pubblicata su wikileaks raccontasse di una Merkel che chiede a Renzi se il governatore toscano, che nel corso della sua ultima visita a Firenze le era parso una personcina tanto garbata, vuole davvero tirare CAZZOTTI SUL SUO TAVOLINO E SCONTRARSI CON LEI. Con lei che ha un debole per la cultura toscana, Michelangelo, Leonardo, Raffaello....
Stai serena, ha commentato illider matteo. Herr governatore è un bravo ragazzo. Noi toscani siamo gente sanguigna. E siamo scherzosi.
Come Pinocchio?, ha borbottato l'ex ragazza dell'Est.
Nessun commento dall'altra parte.
PS. Da bibliotecario mi permetto di suggerire al governatore toscano (che so essere un buon lettore) un testo interessante sul tema oggetto di questa nota. Mi riferisco a Angelo BOLAFFI, Cuore tedesco. Il modello Germania, l'Italia e la crisi europea, Donzelli, Roma, 2013, p. 265. Se non fosse una ovvietà, aggiungerei anche che essere europei oggi è una sfida maledettamente complicata e che le banalizzazioni e le semplificazioni non servono. Aggiungerei infine che se fossi un europeo di sinistra e contassi qualcosa chiederei un congresso straordinario del PSE al quale dovrebbero partecipare tutti i leader socialisti europei per discutere e approvare una carta socialdemocratica per l'Europa, una carta traducibile in azioni concrete. Un documento politico vero. Di governo. Un trattato europeo visto dalla parte dei socialdemocratici, da negoziare poi conservatori. Ma il documento che dovrebbero elaborare i socialisti europei dovrebbe essere una magna carta vera, capace di affrontare con coraggio e chiarezza i nodi della sovranità, dei debiti nazionali, delle politiche del lavoro, dell'emigrazione, della difesa europea, dei confini europei. Ma temo che per ottenere una riunione del genere e un documento simile non bastino i cazzotti sui tavoli.
giovedì 30 luglio 2015
Un assessore regionale alla cultura very light
La scelta del nuovo assessore regionale alla cultura sembra very light. Non si tratta infatti di una persona che abbia un forte curricolo in ambito museale, nè competenze specifiche e approfondite sul grosso degli altri beni culturali di cui dovrebbe occuparsi con competenza e a tempo pieno se si vogliono realizzare politiche forti e innovative di cui ci sarebbe tanto bisogno. Insomma non si è scelto un tecnico del settore. E per quello che se ne sa, non si è nemmeno individuato un politico, anche se all'assessore è stata affidata anche la vicepresidenza regionale. Parrebbe quindi un assessore né carne, nè pesce. Tutto da scoprire. Speriamo che sappia dialogare bene con la leggerissima macchina organizzativa che si troverà a dirigere e che sappia aprire anche un dialogo serrato e proficuo con i protagonisti della vita culturale della Regione. Certo la scelta di aver separato turismo e cultura in una Regione che fa di questo intreccio un punto di forza per le entrate e per l'immagine sembra un pò strana. Speriamo perciò che il nuovo assessore possa se non rimettere in discussione, almeno riarticolare e ridefinire questa decisione.
Di certo si aspettano rapide mosse sul PIC 2015 fermo al palo da 8 mesi.
Così come si aspetta il programma dell'assessorato e la traduzione dei buoni propositi e delle idee generali in fatti concreti.
Si vedrà qualcosa rapidamente?
martedì 28 luglio 2015
Rasetti - La biblioteca è anche tua
MISTICA BIBLIOTECONOMICA
Mi sono portato in vacanza uno degli ultimi scritti di Stella Rasetti (per me un GURO della biblioteconomia italiana e non solo). Parlo della "La biblioteca è anche tua!" (Bibliografica, 2014), un libro che collocherei nella classe della mistica biblioteconomica, ma con i cui stati di estasi concordo solo per un 50%. Perchè essendo un prosaico per vocazione e un bastian contrario per costituzione, la santità biblioteconomica che promana dalle pagine di Stella e tutto questo volontariato che trova il suo nirvana in biblioteca un pò mi rende perplesso. Un pò. Anche se magari Stella ha ragione. E in biblioteconomia mi fido più del suo pensiero che del mio. Ma (non me ne voglia il GURO), rispetto a certi fenomeni, preferisco un approccio più realistico: il volontariato è uno di questi. Terreno scivoloso. Dove è facile passare dall'esaltazione all'alienazione. Da una società di diritti ad una di servitù volontaria. Da una mistica della solidarietà alla negazione della professionalità. E si potrebbe continuare. Qui, alla periferia dell'impero regionale, dove si combatte una difficile guerra nelle trincee bibliotecarie, spesso volontariato è sinonimo di lavoro precarizzato e sottopagato. In queste trincee bibliotecarie molti sindaci di centro sinistra e di centrodestra sostengono con gli stessi argomenti che o "volontariato" o si chiudono i servizi. E non sono argomenti retorici. Hanno una loro crudezza (stavo per scrivere "crudeltà"). Qui si vedono biblioteche date in gestione ad associazioni culturali che "rimborsano" i loro soci, a cui teoricamente le amministrazioni e quindi le stesse associazioni chiedono servizi professionali e di qualità, con orari e prestazioni certe. Qui, in periferia, AIB si incavola e scrive lettere di chiarimento ai sindaci. Chiede di essere ascoltata. Qui, in periferia, il personale contrattualizzato delle cooperative culturali si vede licenziato e sostituito da forme di gestione a tempo più precarie (servizio civile nazionale, volontariato, partite iva, contratti a termine); e per fortuna si incavola e protesta. Qui non aiuta nemmeno la normativa regionale sul volontariato. Da alcuni non a caso giudicata un po' ambigua, come hanno dimostrato anche i balbettii su questa materia degli ultimi assessori regionali alla cultura (ma quello nuovo avrà sicuramente le idee più chiare e appena entrerà in carica è certo che ce lo farà sapere). Per fortuna però, nonostante tutti i loro limiti e le loro criticità, le biblioteche toscane stanno vivendo un momento magico. Molti giovani le hanno adottate come punti di riferimento per dare un senso e uno spazio di qualità alle loro vite precarie, anche in barba ad un certo narcisismo bibliotecario (che continua a sognare biblioteche serie aperte solo per studiosi seri) e alla superficialità di alcune amministrazioni secondo le quali tutti possono improvvisarsi bibliotecari e basta fare un pò di bookcrossing e usare libri donati e vecchie enciclopedie per dire di aver aperto una biblioteca e salvato un pò di memoria storica.
L'unico timore che mi attanaglia di fronte al successo delle nostre strutture bibliotecarie (che resta fonte di soddisfazione) è che questo exploit sia purtroppo da addebitare in gran parte all'enorme disoccupazione giovanile che affligge anche la nostra amata Regione e alla carenza di infrastrutture di lettura che dovrebbero mettere in campo (ma non lo fanno) le Università.
Detto questo, leggere testi di Stella Rasetti è come respirare ossigeno puro, anche quando l'afflato mistico prende il sopravvento e ci fa vedere cose che noi umani non avremmo mai notato in biblioteconomia (e nelle nostre biblioteche) se Stella non ce le avesse indicate.
Mi sono portato in vacanza uno degli ultimi scritti di Stella Rasetti (per me un GURO della biblioteconomia italiana e non solo). Parlo della "La biblioteca è anche tua!" (Bibliografica, 2014), un libro che collocherei nella classe della mistica biblioteconomica, ma con i cui stati di estasi concordo solo per un 50%. Perchè essendo un prosaico per vocazione e un bastian contrario per costituzione, la santità biblioteconomica che promana dalle pagine di Stella e tutto questo volontariato che trova il suo nirvana in biblioteca un pò mi rende perplesso. Un pò. Anche se magari Stella ha ragione. E in biblioteconomia mi fido più del suo pensiero che del mio. Ma (non me ne voglia il GURO), rispetto a certi fenomeni, preferisco un approccio più realistico: il volontariato è uno di questi. Terreno scivoloso. Dove è facile passare dall'esaltazione all'alienazione. Da una società di diritti ad una di servitù volontaria. Da una mistica della solidarietà alla negazione della professionalità. E si potrebbe continuare. Qui, alla periferia dell'impero regionale, dove si combatte una difficile guerra nelle trincee bibliotecarie, spesso volontariato è sinonimo di lavoro precarizzato e sottopagato. In queste trincee bibliotecarie molti sindaci di centro sinistra e di centrodestra sostengono con gli stessi argomenti che o "volontariato" o si chiudono i servizi. E non sono argomenti retorici. Hanno una loro crudezza (stavo per scrivere "crudeltà"). Qui si vedono biblioteche date in gestione ad associazioni culturali che "rimborsano" i loro soci, a cui teoricamente le amministrazioni e quindi le stesse associazioni chiedono servizi professionali e di qualità, con orari e prestazioni certe. Qui, in periferia, AIB si incavola e scrive lettere di chiarimento ai sindaci. Chiede di essere ascoltata. Qui, in periferia, il personale contrattualizzato delle cooperative culturali si vede licenziato e sostituito da forme di gestione a tempo più precarie (servizio civile nazionale, volontariato, partite iva, contratti a termine); e per fortuna si incavola e protesta. Qui non aiuta nemmeno la normativa regionale sul volontariato. Da alcuni non a caso giudicata un po' ambigua, come hanno dimostrato anche i balbettii su questa materia degli ultimi assessori regionali alla cultura (ma quello nuovo avrà sicuramente le idee più chiare e appena entrerà in carica è certo che ce lo farà sapere). Per fortuna però, nonostante tutti i loro limiti e le loro criticità, le biblioteche toscane stanno vivendo un momento magico. Molti giovani le hanno adottate come punti di riferimento per dare un senso e uno spazio di qualità alle loro vite precarie, anche in barba ad un certo narcisismo bibliotecario (che continua a sognare biblioteche serie aperte solo per studiosi seri) e alla superficialità di alcune amministrazioni secondo le quali tutti possono improvvisarsi bibliotecari e basta fare un pò di bookcrossing e usare libri donati e vecchie enciclopedie per dire di aver aperto una biblioteca e salvato un pò di memoria storica.
L'unico timore che mi attanaglia di fronte al successo delle nostre strutture bibliotecarie (che resta fonte di soddisfazione) è che questo exploit sia purtroppo da addebitare in gran parte all'enorme disoccupazione giovanile che affligge anche la nostra amata Regione e alla carenza di infrastrutture di lettura che dovrebbero mettere in campo (ma non lo fanno) le Università.
Detto questo, leggere testi di Stella Rasetti è come respirare ossigeno puro, anche quando l'afflato mistico prende il sopravvento e ci fa vedere cose che noi umani non avremmo mai notato in biblioteconomia (e nelle nostre biblioteche) se Stella non ce le avesse indicate.
sabato 25 luglio 2015
MA LA CULTURA TOSCANA NON AVREBBE BISOGNO DI UN ASSESSORE?
A quasi sessanta giorni dalle elezioni, la Regione Toscana non ha ancora l'assessore alla cultura. Buffo. Tutti gli altri assessori sono già in campo. Per la cultura, niente. Il vuoto. Girano nomi, sobbalza qualche polemica, ma tutto molto ovattato. Molto. L'unico fatto certo è che ad oggi la Regione non ha un assessore alla cultura e che il Piano della cultura 2015 (e le poche risorse che contiene e che dovrebbero essere assegnate agli enti locali e da questi impegnate e spese entro il 31 dicembre) è fermo, immobile, come la nave conradiana, nella bonaccia, in mezzo al mare. Nel mondo che corre veloce, la cultura toscana aspetta. Di fatto per la cultura vista dal livello regionale il 2015 sarà un anno quasi sabbatico. E almeno per alcuni settori e diversi operatori questo è già un danno. Visto che il superattivismo del presidente e del suo staff non possono coprire tutti i problemi. Mi riferisco in particolare al settore delle biblioteche, che conosco un po'. Ad es., da oltre un mese il grande motore di ricerca per le biblioteche italiane, Alzalai, ha alzato le mani e si fermato e in regione non è operativo nessun altro catalogo collettivo delle biblioteche toscane. Importa a qualcuno in Regione questa cosa? Se si pensa che i libri siano importanti e che sia importante ribtracciarli e metterli a disposizione degli utenti, dovrebbe. E come è fermo Alzalai toscana, è fermo da tempo anche il metaopac toscano. Sbn non copre tutte le biblioteche toscane. Una parte del patrimonio librario toscano quindi va cercato rete per rete. Opac per opac. Una barzelletta.Visto da dentro, il sistema bibliotecario regionale sembra un pò statico. Ad assere gentili. E ferma appare la politica regionale sulle biblioteche. La speranza è che il potenziale assessore che prima poi dovrà essere nominato abbia un curricolo attinente in senso specifico e puntuale ai beni culturali di cui si dovrebbe andare ad occupare: musei, archeologia, città d'arte, teatri, festival, beni librari e archivistici. Sapesse anche di biblioteche per i lettori sarebbe una botta di.. fortuna. Inoltre questa persona dovrà relazionarsi anche alla società culturale toscana, dovrà entrare in sintonia con istituzioni regionali, nazionali ed internazionali di questo settore. Dovrà dirigere la macchina amministrativa regionale dei beni culturali. Una macchina corta, fatta di poche persone, che dovrà imparare a conoscere e a far correre. E avrà bisogno di tempo. Il tutto in una regione che, almeno a parole, dice di volersi giocare molto in questo settore. Dice.
A quasi sessanta giorni dalle elezioni, la Regione Toscana non ha ancora l'assessore alla cultura. Buffo. Tutti gli altri assessori sono già in campo. Per la cultura, niente. Il vuoto. Girano nomi, sobbalza qualche polemica, ma tutto molto ovattato. Molto. L'unico fatto certo è che ad oggi la Regione non ha un assessore alla cultura e che il Piano della cultura 2015 (e le poche risorse che contiene e che dovrebbero essere assegnate agli enti locali e da questi impegnate e spese entro il 31 dicembre) è fermo, immobile, come la nave conradiana, nella bonaccia, in mezzo al mare. Nel mondo che corre veloce, la cultura toscana aspetta. Di fatto per la cultura vista dal livello regionale il 2015 sarà un anno quasi sabbatico. E almeno per alcuni settori e diversi operatori questo è già un danno. Visto che il superattivismo del presidente e del suo staff non possono coprire tutti i problemi. Mi riferisco in particolare al settore delle biblioteche, che conosco un po'. Ad es., da oltre un mese il grande motore di ricerca per le biblioteche italiane, Alzalai, ha alzato le mani e si fermato e in regione non è operativo nessun altro catalogo collettivo delle biblioteche toscane. Importa a qualcuno in Regione questa cosa? Se si pensa che i libri siano importanti e che sia importante ribtracciarli e metterli a disposizione degli utenti, dovrebbe. E come è fermo Alzalai toscana, è fermo da tempo anche il metaopac toscano. Sbn non copre tutte le biblioteche toscane. Una parte del patrimonio librario toscano quindi va cercato rete per rete. Opac per opac. Una barzelletta.Visto da dentro, il sistema bibliotecario regionale sembra un pò statico. Ad assere gentili. E ferma appare la politica regionale sulle biblioteche. La speranza è che il potenziale assessore che prima poi dovrà essere nominato abbia un curricolo attinente in senso specifico e puntuale ai beni culturali di cui si dovrebbe andare ad occupare: musei, archeologia, città d'arte, teatri, festival, beni librari e archivistici. Sapesse anche di biblioteche per i lettori sarebbe una botta di.. fortuna. Inoltre questa persona dovrà relazionarsi anche alla società culturale toscana, dovrà entrare in sintonia con istituzioni regionali, nazionali ed internazionali di questo settore. Dovrà dirigere la macchina amministrativa regionale dei beni culturali. Una macchina corta, fatta di poche persone, che dovrà imparare a conoscere e a far correre. E avrà bisogno di tempo. Il tutto in una regione che, almeno a parole, dice di volersi giocare molto in questo settore. Dice.
martedì 21 luglio 2015
Lapidi San Miniato
IL CORAGGIOSO ROTTAMATOR DI LAPIDI DI SAN MINIATO... LE RIMETTE QUASI A POSTO
Sono sicuro che la professoressa Marianelli sta sorridendo di questa ricollocazione alla chetichella che il coraggioso ricollocator di lapidi aveva messo in forse solo fino a pochi giorni fa. Credo che quella che si scrive oggi a San Miniato sia una piccola pagina di storia ragionevole. Con un lieto fine a cui hanno collaborato in molti. In primis il PD di SM e molti suoi iscritti che non si sono fatti schiacciare da un sindaco rodomonte che gridava, che recitava lui tutti i ruoli in commedia e che voleva decidere solo lui anche dei sentimenti antifascisti dei militanti del suo partito e dei suoi concittadini. Il PD gli ha detto chiaro e forte che non era così e che rispetto alle lapidi il partito voleva dire la sua. Così gli ha imposto in consiglio una mozione che lo obbligava a rimettere le lapidi al pubblico e ha retto la decisione. È la riprova che, se vuole, la politica può esercitare un ruolo di orientamento culturale e non delegare tutto alle amministrazioni e ai lider minimi locali. Inoltre la Sovrintendenza ha svolto la sua parte e ha chiesto al coraggioso fu rottamatore di sanare un atto amministrativo "improprio" (??) e di rimettere le lapidi in forma visibile in un luogo pubblico come il loggiato di San Domenico. Ottimo. Allo Stato e ai suoi organi compete controllare che i coraggiosi sindaci non facciano sui loro territori tutto quello che vogliono in barba alle leggi nazionali. Infine la società civile, che si è costituita in comitato Ferruccio Parri, e alcuni membri dell'opposizione hanno insistito perché la rimozione non avvenisse in sordina e nell'indifferenza generale, visto che l'intera faccenda toccava non solo sentimenti profondi della collettività sanminiatese ma anche quella radice antifascista su cui si è costruita e ancora appoggia parte della cultura politica nazionale e locale. Per ultimo, immagino che perfino chi aveva stimolato il grande rottamator a procedere sulla via della rimozione, deve averci ripensato e deve aver fatto capire al sindaco che la sua decisione, per il modo in cui era maturata, non era gradita ...nemmeno a loro.
Al rottamator di lapidi non è restato che trasformarsi in ricollocatore.
Ovviamente l'uomo dal multiforme ingegno si inventera' nei prossimi giorni qualche scusa per giustificare tutto quest'arruffio contraddittorio di mosse. Le levo. Le metto in un museo. No, le rimetto in San Domenco. No, non c'è tempo, si c'e' e ce le rimetto.. In attesa di leggere la sua autodifesa (e non invidio chi dovrà scrivergliela), resta il fatto che il ricollocator di lapidi ha fatto una figura.... poco brillante, per usare parole che il professor Baldacci segnerebbe di rosso, perché false e retoriche. Non so se quella del rottamatore/ricollocatore si possa definire la peggior figura tra quelle di tutti coloro che si sono occupati della "scottante" vicenda, ma certo si tratta di quella più incomprensibile e per certi aspetti assurda. Se San Miniato fosse un comune tedesco o anche francese, il primo cittadino non potrebbe rimanere al suo posto. Sfiduciato dal suo partito, da una parte consistente dell'opinione pubblica e dallo Stato, il primo cittadino non potrebbe continuare ad esercitare il proprio mandato come se non fosse successo nulla. Tuttavia siamo in Italia, siamo cattolicamente portati al perdono, perciò immagino che il ricollocatore continuerà a salire le scale del trecentesco palazzo dove fu podestà il novellere Sacchetti e a indossare il tricolore ai matrimoni e alle inaugurazioni.
Sono tuttavia contento che un pò di garbo sia tornato, come pioggia benefica, in questa afosa estate carducciana sulla rocca di San Miniato. E che le lapidi sulla strage del duomo siano tornate visibili sui muri del centro cittadino. Molto rumore per nulla? Pazienza. Il difficile sarà spiegare a John Foot, lo studioso inglese della memoria divisa che molto ha scritto anche sulle lapidi di San Miniato, cosa diavolo sia veramente successo in questi ultimi mesi. Magari lo capiremo quando il rottamator/ricollocatore aprirà il museo della memoria. Ma lo aprirà?
Sono sicuro che la professoressa Marianelli sta sorridendo di questa ricollocazione alla chetichella che il coraggioso ricollocator di lapidi aveva messo in forse solo fino a pochi giorni fa. Credo che quella che si scrive oggi a San Miniato sia una piccola pagina di storia ragionevole. Con un lieto fine a cui hanno collaborato in molti. In primis il PD di SM e molti suoi iscritti che non si sono fatti schiacciare da un sindaco rodomonte che gridava, che recitava lui tutti i ruoli in commedia e che voleva decidere solo lui anche dei sentimenti antifascisti dei militanti del suo partito e dei suoi concittadini. Il PD gli ha detto chiaro e forte che non era così e che rispetto alle lapidi il partito voleva dire la sua. Così gli ha imposto in consiglio una mozione che lo obbligava a rimettere le lapidi al pubblico e ha retto la decisione. È la riprova che, se vuole, la politica può esercitare un ruolo di orientamento culturale e non delegare tutto alle amministrazioni e ai lider minimi locali. Inoltre la Sovrintendenza ha svolto la sua parte e ha chiesto al coraggioso fu rottamatore di sanare un atto amministrativo "improprio" (??) e di rimettere le lapidi in forma visibile in un luogo pubblico come il loggiato di San Domenico. Ottimo. Allo Stato e ai suoi organi compete controllare che i coraggiosi sindaci non facciano sui loro territori tutto quello che vogliono in barba alle leggi nazionali. Infine la società civile, che si è costituita in comitato Ferruccio Parri, e alcuni membri dell'opposizione hanno insistito perché la rimozione non avvenisse in sordina e nell'indifferenza generale, visto che l'intera faccenda toccava non solo sentimenti profondi della collettività sanminiatese ma anche quella radice antifascista su cui si è costruita e ancora appoggia parte della cultura politica nazionale e locale. Per ultimo, immagino che perfino chi aveva stimolato il grande rottamator a procedere sulla via della rimozione, deve averci ripensato e deve aver fatto capire al sindaco che la sua decisione, per il modo in cui era maturata, non era gradita ...nemmeno a loro.
Al rottamator di lapidi non è restato che trasformarsi in ricollocatore.
Ovviamente l'uomo dal multiforme ingegno si inventera' nei prossimi giorni qualche scusa per giustificare tutto quest'arruffio contraddittorio di mosse. Le levo. Le metto in un museo. No, le rimetto in San Domenco. No, non c'è tempo, si c'e' e ce le rimetto.. In attesa di leggere la sua autodifesa (e non invidio chi dovrà scrivergliela), resta il fatto che il ricollocator di lapidi ha fatto una figura.... poco brillante, per usare parole che il professor Baldacci segnerebbe di rosso, perché false e retoriche. Non so se quella del rottamatore/ricollocatore si possa definire la peggior figura tra quelle di tutti coloro che si sono occupati della "scottante" vicenda, ma certo si tratta di quella più incomprensibile e per certi aspetti assurda. Se San Miniato fosse un comune tedesco o anche francese, il primo cittadino non potrebbe rimanere al suo posto. Sfiduciato dal suo partito, da una parte consistente dell'opinione pubblica e dallo Stato, il primo cittadino non potrebbe continuare ad esercitare il proprio mandato come se non fosse successo nulla. Tuttavia siamo in Italia, siamo cattolicamente portati al perdono, perciò immagino che il ricollocatore continuerà a salire le scale del trecentesco palazzo dove fu podestà il novellere Sacchetti e a indossare il tricolore ai matrimoni e alle inaugurazioni.
Sono tuttavia contento che un pò di garbo sia tornato, come pioggia benefica, in questa afosa estate carducciana sulla rocca di San Miniato. E che le lapidi sulla strage del duomo siano tornate visibili sui muri del centro cittadino. Molto rumore per nulla? Pazienza. Il difficile sarà spiegare a John Foot, lo studioso inglese della memoria divisa che molto ha scritto anche sulle lapidi di San Miniato, cosa diavolo sia veramente successo in questi ultimi mesi. Magari lo capiremo quando il rottamator/ricollocatore aprirà il museo della memoria. Ma lo aprirà?
lunedì 20 luglio 2015
MOBILITAZIONE TOTALE, ALIENAZIONE O RINCITRULLIMENTO? TUTTO.
Se il vecchio Marx fosse ancora vivo (e in parte, i suoi libri sono nelle nostre biblioteche, lo è), chiamando una sera Engels col cellulare più scalcinato, una roba da 50 euro, gongolerebbe. Sai Freddy, direbbe, quella roba sull'alienazione che nessuno dei critici e, diciamola tutta, neanche te capivate tanto, ho trovato l'esempio giusto per farvela intendere. Allora?, replicherebbe Engy, curioso. Beh, ce l'hai in mano. Qual è quella cosa con cui qualunque cretino pensa di poter dominare il mondo? Controllare l'amante? Rintracciare i figli? Sapere in ogni minuto che cosa succede sul lavoro? Il cellulare, risponderebbe Engy. L'hanno perfino ribattezzato smartphone, riprenderebbe il vecchio. In realtà come ha dimostrato Maurizio Ferraris nel suo libro MOBILITAZIONE TOTALE (Laterza, 2015) è lo smartphone.. volevo dire è il capitalismo che domina il mondo e gli individui anche mediante gli smartphone. Il capitalismo rende gli occupati sempre disponibili, sempre attaccati al lavoro, anche quando sono in ferie. È il capitalismo che tramite gli smartphone e altre simili diavolerie esercita il massimo del controllo sociale sulla forza lavoro che accetta tutto questo volontariamente. È il capitalismo che li aliena e li rincitrullisce tutti, anzi li aliena facendogli credere che si divertano come matti, e che questa cosa gli faccia perfino bene. So di tante persone che, collo smartphone in mano, si sentono come se avessero sniffato coca o anche meglio. Insomma c'e' tutta un'umanita alienata da cellulare che però viaggia alla grande. Se avessi dovuto scriverlo oggi, avrei detto che lo smartphone è l'oppio dei popoli. La religione è molto più rivoluzionaria. E il bello è che tutto questo funziona a tutte le latitudini e su tutte le moltitudini, incluse quelle disoccupate. Sui disoccupati esercita addirittura un effetto anestetizzante. Il consumo a basso costo dello smartphone da parte di milioni di giovani sottoproletarizzati e precarizzati inchioda questi ultimi ai loro piccoli schermi e gli spappola il cervello e qualunque volontà sociale di cambiamento. Davvero meglio di qualunque droga. Meglio dell'alcool. Meglio perfino del sesso. Meglio di qualunque strumento di alienazione di massa mai inventato prima. Uno sballo Engy, uno sballo. Ferraris ha fatto quasi un'analisi perfetta della servitù non solo volontaria, ma compiaciuta, divertita, partecipata e pagata di tasca propria. Un rincitrullimento costruito con le proprie mani. Insomma smartphone, tablet, e simili diavolerie, costituiscono sia una forma di sottomissione alle logiche del capitale, sia una forma di alienazione, sia una droga. Si sta connessi per sentirsi vivi e per sopportare il disagio della vita contemporanea. In realtà si vive una vita terribilmente alienata, se è vero che si passano, attaccati a questi gingilli, anche 10/12 ore al giorno, tutti i giorni e molte persone questi oggetti se li portano anche a letto. Leggilo questo Ferraris. Dice cose interessanti. È il secondo libro che dedica all'Ontologia del telefonino. Non sembra nemmeno nato nella terra di Benedetto Croce.
Se il vecchio Marx fosse ancora vivo (e in parte, i suoi libri sono nelle nostre biblioteche, lo è), chiamando una sera Engels col cellulare più scalcinato, una roba da 50 euro, gongolerebbe. Sai Freddy, direbbe, quella roba sull'alienazione che nessuno dei critici e, diciamola tutta, neanche te capivate tanto, ho trovato l'esempio giusto per farvela intendere. Allora?, replicherebbe Engy, curioso. Beh, ce l'hai in mano. Qual è quella cosa con cui qualunque cretino pensa di poter dominare il mondo? Controllare l'amante? Rintracciare i figli? Sapere in ogni minuto che cosa succede sul lavoro? Il cellulare, risponderebbe Engy. L'hanno perfino ribattezzato smartphone, riprenderebbe il vecchio. In realtà come ha dimostrato Maurizio Ferraris nel suo libro MOBILITAZIONE TOTALE (Laterza, 2015) è lo smartphone.. volevo dire è il capitalismo che domina il mondo e gli individui anche mediante gli smartphone. Il capitalismo rende gli occupati sempre disponibili, sempre attaccati al lavoro, anche quando sono in ferie. È il capitalismo che tramite gli smartphone e altre simili diavolerie esercita il massimo del controllo sociale sulla forza lavoro che accetta tutto questo volontariamente. È il capitalismo che li aliena e li rincitrullisce tutti, anzi li aliena facendogli credere che si divertano come matti, e che questa cosa gli faccia perfino bene. So di tante persone che, collo smartphone in mano, si sentono come se avessero sniffato coca o anche meglio. Insomma c'e' tutta un'umanita alienata da cellulare che però viaggia alla grande. Se avessi dovuto scriverlo oggi, avrei detto che lo smartphone è l'oppio dei popoli. La religione è molto più rivoluzionaria. E il bello è che tutto questo funziona a tutte le latitudini e su tutte le moltitudini, incluse quelle disoccupate. Sui disoccupati esercita addirittura un effetto anestetizzante. Il consumo a basso costo dello smartphone da parte di milioni di giovani sottoproletarizzati e precarizzati inchioda questi ultimi ai loro piccoli schermi e gli spappola il cervello e qualunque volontà sociale di cambiamento. Davvero meglio di qualunque droga. Meglio dell'alcool. Meglio perfino del sesso. Meglio di qualunque strumento di alienazione di massa mai inventato prima. Uno sballo Engy, uno sballo. Ferraris ha fatto quasi un'analisi perfetta della servitù non solo volontaria, ma compiaciuta, divertita, partecipata e pagata di tasca propria. Un rincitrullimento costruito con le proprie mani. Insomma smartphone, tablet, e simili diavolerie, costituiscono sia una forma di sottomissione alle logiche del capitale, sia una forma di alienazione, sia una droga. Si sta connessi per sentirsi vivi e per sopportare il disagio della vita contemporanea. In realtà si vive una vita terribilmente alienata, se è vero che si passano, attaccati a questi gingilli, anche 10/12 ore al giorno, tutti i giorni e molte persone questi oggetti se li portano anche a letto. Leggilo questo Ferraris. Dice cose interessanti. È il secondo libro che dedica all'Ontologia del telefonino. Non sembra nemmeno nato nella terra di Benedetto Croce.
Iscriviti a:
Post (Atom)
