Tra le letture di questo periodo, segnato dalla presenza del Covid19 e delle sue varianti, sono riuscito a infilare quella di un libro straordinario. L'ha pubblicato una decina di anni fa un medico e ricercatore oncologo americano, Siddartha Mukherjee con il titolo "L'imperatore del male. Una biografia del cancro" (Neri Pozza, 2011, ma ci sono anche ristampe recenti). Si tratta di un testo di 726 pagine (incluse note, bibliografia e indici tematici), che mi ha impegnato e appassionato per una decina di giorni. Un testo non semplice (meritava di essere studiato, ma io l'ho solo letto e ho cercato di trarne gli elementi più interessanti), che, come indica il sottotitolo, riassume la storia di una delle malattie più terribili, quella del cancro. E lo fa a partire da un papiro di oltre 2500 anni avanti Cristo, descrivendo la storia di una serie di interventi e rimedi adottati dagli uomini contro il cancro, con un approfondimento analitico soprattutto di quello che è stato fatto negli ultimi 150 anni negli USA. Il testo, impostato sullo stile del racconto, ricostruisce la storia delle principali scoperte mediche, dell'evoluzione delle chirurgia oncologica, della costruzione di una farmacopea mirata, degli interventi pubblici nell'ambito della ricerca sul cancro e molte altre cose ancora. Il libro ha un notevole spessore e non a caso ha vinto il Premio Pulitzer nel 2011. Io l'ho trovato avvincente e a tratti commovente. Spesso mi ha inchiodato alle sue pagine con la forza ipnotica di un romanzo di Wilbur Smith. Aggiungo che sono entrato nella storia credendo di avere almeno una vaga infarinatura dell'argomento, ma ne sono uscito con la consapevolezza di non aver saputo quasi nulla prima di oggi e sperando di aver assorbito, grazie a Mukherjee, almeno gli elementi essenziali. Di due cose sono però assolutamente certo: la prima è che il cancro ovviamente è sempre meglio evitarlo (e che per farlo si devono seguire comportamenti di prevenzione come per il Covid). La secondo è che chiunque lo sviluppi oggi è comunque più fortunato di chi se lo è beccato anche solo 40 anni fa ed enormemente più fortunato di chi se lo è preso nell'Ottocento. Ovviamente è un libro denso, ma allo stesso tempo discorsivo e risulta leggibile e digeribile (preso un po' per volta ovviamente). L'autore, che con il cancro ha una dimestichezza senza pari, scrive davvero molto bene, cita tra gli scienziati anche quale italiano (Bonadonna, Veronesi e Dulbecco; e questo ci riempie di orgoglio ) e dimostra di aver letto e meditato perfino Italo Calvino e Primo Levi. Orgoglio nazionale a parte, chiunque riesca a navigare in questo mare di pagine e nelle sue terribili ed entusiasmanti storie, ne uscirà con una forte consapevolezza di cosa sia il cancro e di come lo si sia cercato di combattere (almeno negli Usa). Una lettura che se non fosse particolarmente impegnativa e fuori dalla nostra tradizione verrebbe la pena di suggerire. Se non altro per dare l'idea ai contemporanei di quale e quanta tenacia serva per combattere contro le avversità naturali (e contro noi stessi, che quelle avversità ci portiamo dentro) senza farsene annichilire.
martedì 9 febbraio 2021
sabato 6 febbraio 2021
La classe operaia fa un piccolo passo avanti
mercoledì 13 gennaio 2021
Si possono prevedere le pandemie?
Chi leggerà "Spillover. L'evoluzione delle pandemie" di David Quammen (ma il sottotitolo inglese è più chiaro e recita: Animal Infections and the Next Human Pandemic), risponderà da solo alla domanda se si possono prevedere le pandemie.
Lo scrittore e divulgatore scientifico (in particolare pubblica per "National Geographic") ha messo insieme un volumone di 600 pagine, uscito negli USA nel 2012 e tradotto per gli italiani nel 2014. Con uno stile investigativo impeccabile, Quammen racconta l'avventurosa e pericolosa lotta condotta da medici, scienziati, virologi e molti altri contro diversi batteri e virus letali, presenti sul pianeta, a cominciare da Ebola, per proseguire con l'HIV-1 e HIV2 (l'Aids) per finire con la SARS e con la famiglia dei coronoravirus, a cui appartiene anche Covid-19.
In particolare Quammen insegue i salti di specie dei virus e il fenomeno della zoonosi. Segue i batteri e i virus negli animali "ospiti" o "serbatoio", quelli che portano dentro di sé i virus senza subirne danni; poi li rintraccia negli animali "amplificatori", i quali trasmettono i virus ad altri animali e spesso all'uomo. Infine ricostruisce come virus e batteri colpiscono gli uomini e quali danni procurano loro.
Il libro, per certi aspetti, è più terrificante degli horror o dei thriller di Stephen King, perchè se i racconti di King sono frutto della fantasia dell'autore, le storie di Quammen, ahinoi, sono maledettamente vere e ben documentate. Il volume contiene (ma solo alla fine, per non disturbare il ritmo incalzante del racconto) una sessantina di pagine tra note, bibliografia e indici tematici che sono costruiti per dare ulteriore solidità al volume. Chi vuol saperne di più, può farlo. Deve solo conoscere l'inglese.
Quindi da una parte il libro racconta decine di avventurose cacce ai virus e ai batteri (un po' in tutte le parti del mondo, ma con particolare attenzione all'Africa, all'Asia e all'Australia), inseguendo i "cattivi invisibili" nelle loro basi all'interno degli animali (con note particolarmente inquietanti rispetto al mondo dei pipistrelli, non a caso riportati in una copertina tutta nera che campeggia nell'edizione italiana). Dall'altra si sforza di presentare le ragioni che sottendono allo sviluppo delle epidemie causate dalle infezioni animali. Infine effettua alcune previsioni rispetto alle possibili nuove e sconosciute epidemie che potrebbero manifestarsi. E tra le ipotesi che avanzava nel 2012 (anno di pubblicazione del libro) si ritrovano molti degli ingredienti e delle piste di ricerca che la pandemia del Covid 19, esplosa nel 2020, ci ha fatto conoscere: i pipistrelli come animali ospiti, altri animali commestibili (ad es. quelli presenti sul mercato di Wuhan) come amplificatori e trasmettitori del virus all'uomo, la tecnica del salto di specie da un animale all'altro e poi all'uomo, la mutevolezza del virus, le varianti, ecc. ecc.
Sarà che ormai da un anno non si parla d'altro che di pandemie e di salto di specie, ma il libro (pensato e scritto una decina di anni fa) oltre a renderci più chiaro il senso di quello che ci sta accadendo, ci fornisce alcune spiegazioni su perchè tutto questo sta accadendo e ci aiuta a riflettere sulla crisi ecologica che sembra sottendere alle pandemie.
Particolarmente efficaci le pagine dedicate all'esplosione demografica che caratterizza i Sapiens (quando sono nato io negli anni '50 erano 3 miliardi sulla Terra e oggi sono quasi 8) e alla complessa e spesso distruttiva interazione tra i Sapiens e l'ambiente, a cui l'autore riconduce alcune delle ragioni delle crisi pandemiche.
Ma le crisi pandemiche si possono prevedere? Sì. Ma un po' come i terremoti. Ce ne sono state in passato (ma la globalizzazione è in grado oggi di amplificarle e renderle ancora più diffuse) e ce ne saranno in futuro. Batteri e virus cattivissimi e nocivi per l'uomo in natura ce ne sono più di quanti si immagina (a cominciare dai coronavirus e da quelli a base RNA) e più l'uomo invaderà e trasformerà gli habitat naturali, più andrà loro incontro e si procurerà un sacco di guai. Perchè una cosa è prevedere le pandemie e un'altra arginarle e renderle rapidamente inoffensive in un mondo sempre più interconnesso. Ogni virus è un'incognita e alcuni possono mutare continuamente e rapidamente. Insomma, non è affatto facile fermarli.
Il libro merita una ventina di ore di lettura. Sono ore ben spese, se si vuol capire, anche senza essere specialisti, la complessità dei fenomeni con cui si ha a che fare. Si trova nelle librerie ad un costo economico (14€), ma ce ne sono copie anche nelle biblioteche comunali di Bibliolandia.
lunedì 11 gennaio 2021
La democrazia dei followers?
Questo il titolo di uno degli ultimi testi pubblicati dallo storico contemporaneista pisano Alberto Mario Banti. Si tratta di un piccolo volume, a carattere divulgativo (edizioni Laterza, 2020, p. 97, senza appendici, € 14) che affronta diverse tematiche, dal neoliberismo al "banal-nazionalismo" (p.38), dalla cultura mainstream agli immaginari collettivi, mutuando quasi tutti i materiali da un ben più denso e corposo volume che Banti aveva dedicato alla cultura di massa (cfr. dello stesso autore "Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd", Laterza 2017).
Il testo è agile e si legge bene, ma, ad essere sincero, risulta un po' troppo semplificata l'analisi di una realtà sociale e politica (in cui si inserisce anche quella italiana) che non può essere banalizzata oltre una certa soglia, se non rischiando di renderla ancora più incomprensibile: sia ai vecchi che l'hanno vissuta che ai giovani che la vivono senza mostrare di capirci un gran che.
Le fonti analitiche di riferimento di Banti paiono quelle della controcultura marxisteggiante e di una sociologia della cultura sostanzialmente "anticapitalista" e "orwelliana" che pur non prive di suggestioni e stimoli finiscono però per procedere più per autoconvincimento che non per dimostrazioni forti (le tabella allegate sono comunque interessanti).
Così, tanto per fare un esempio, della democrazia dei followers (argomento, la cui eviscerazione ci saremmo aspettati conducesse ad una accanita analisi dei social media: data invece per scontata) si colgono per lo più gli aspetti negativi e si ignorano gli elementi "positivi", nonchè l'intreccio che lega gli uni agli altri. Difficile è infatti fare i conti, fino in fondo e in maniera convincente, con una realtà in cui i livelli di consapevolezza e di conoscenza sono così dilatati (e inimmaginabili, a livelli di massa, anche solo fino a vent'anni fa) e allo stesso tempo permane e a tratti sembra prevalere l'antico fenomeno del gregarismo sociale e del "eroe" come deus ex machina.
Ma si può oggi fare sociologia e storia della cultura (incluso la parte che riguarda la politica e la democrazia) senza intrattenere un dialogo attivo con le neuroscienze, la biologia, l'evoluzionismo, l'antropologia, l'ecologia, ecc.?
sabato 9 gennaio 2021
Pisacane, Nello Rosselli, la politica e la storia
lunedì 21 dicembre 2020
Curtatone: eroi risorgimentali contro eroi sportivi? La soluzione c'è.
Sono fermamente convinto che non sia giusto contrapporre eroi risorgimentali a eroi sportivi.
Il punto è che la maggioranza consiliare e quasi tutta l'opposizione di centro destra ha creato, forse inconsapevolmente o forse frettolosamente (l'assenza del dibattito e dei sondaggi è cosa nota), proprio questa contrapposizione. Come? Cancellando gli eroi risorgimentali e mettendo al loro posto un grande atleta pontederese.
Se in piazza Curtatone ci fosse stato, nel centro della Piazza e non sotto il loggiato della Pretura (ma già ex Palazzo Comunale), un monumento ai caduti delle patrie battaglie la decisione consiliare lo avrebbe oscurato, forse rimosso, e ci avrebbe messo un monumento a Mazzinghi.
Il problema adesso è: come si rimedia a questa contrapposizione?
Per quello che riguarda il Comitato "Non dimentichiamo Curtatone" il rimedio non può che essere quello di cercare un altro spazio in cui rendere il giusto riconoscimento al pugile.
E' la soluzione che accontenterebbe tutti.
Piazza Curtatone resterebbe al suo posto, mantenendo il proprio nome.
L'omaggio a Mazzinghi troverebbe una giusta collocazione non contrapposta agli eroi risorgimentali.
E l'opinione pubblica cittadina probabilmente concorderebbe con questa nuova scelta. E comunque potremmo sempre chiederle cosa ne pensa.
domenica 20 dicembre 2020
La restituzione di Stefano
Carissimi concittadini,