SULLE BIBLIOTECHE PROVINCIALI OCCORRE MUOVERSI BENE
Il dl 78/2015 recentemente approvato dal parlamento consente che la biblioteca provinciale di Pisa e il suo personale passino allo stato, mantenendo servizio e funzioni. Perché questo accada occorre che Provincia e Mibact si accordino entro il 31 ottobre, data entro la quale il ministro Franceschini può fare un decreto che rende possibile tutto questo. Quello che serve è che la Provincia si muova con chiarezza e con celerità e che non si alzi un polverone di ipotesi che finirebbe per bloccare l'unica soluzione seria per salvaguardare il patrimonio bibliografico della biblioteca provinciale e la professionalità dei bibliotecari provinciali che sono molto utili alla ricerca nel'area pisana. Su questo un ruolo di catalizzatore potrebbe essere recitato da Aib che dovrebbe esaminare il caso alla luce della nuova legge che ha approvato il dl 78/2015 e poi pressare le istituzioni coinvolte nel fare la loro parte con coerenza. Trovo quindi controproducenti anche se fatte col cuore le sparate che rischiano solo di confondere le acque o di creare pessimi rapporti tra chi dovrà sedersi attorno ad un tavolo e organizzare tecnicamente il passaggio.
sabato 22 agosto 2015
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Biblioteche provinciali,
dl 78 del 2015
giovedì 20 agosto 2015
KHALED AL-ASSAAD È UN MARTIRE DELLA CULTURA. MERITEREBBE UN NOBEL ALLA MEMORIA. POTREBBE ESSERE DATO ALLA FAMIGLIA.
Se i dettagli e le informazioni rilanciati dalla stampa internazionale corrispondono alla verità, il direttore del sito archeologico di Palmira, KHALED AL ASSAAD, è un martire della cultura e della civiltà. Ma soprattutto un martire per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a qualunque fede o credo appartengano, che fanno della cultura e dell'umanesimo una conquista di civiltà irrinunciabile. Bene hanno fatto l'Anci e e il Ministro Franceschini a voler far mettere le bandiere italiane a mezza asta nei musei italiani per ricordare il suo sacrificio. Ma forse si può fare di più. Forse l'Accademia delle Scienze della Svezia dovrebbe attribuirgli un premio Nobel speciale. Un premio da attribuire alla famiglia. Un premio per la difesa dei valori culturali dell'umanità. La sua morte sembra il segno di una barbarie che speravamo di non vedere tornare con forza e con stupidità sulla scena della storia. Ma che invece periodicamente torna a colpirci come un'epidemia endemica che non riusciamo a debellare del tutto e contro la quale non ci sono cure definitive. Una barbarie a cui non dobbiamo però né piegarci, nè assuefarci. Mi auguro che questa barbarie non dilaghi, ma temo che non basteranno le parole a fermarla. Esprimo solidarietà verso KHALED AL ASSAAD e la sua famiglia. E spero che il suo coraggio ci dia la forza per resistere alla barbarie e di combatterla.
Se i dettagli e le informazioni rilanciati dalla stampa internazionale corrispondono alla verità, il direttore del sito archeologico di Palmira, KHALED AL ASSAAD, è un martire della cultura e della civiltà. Ma soprattutto un martire per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a qualunque fede o credo appartengano, che fanno della cultura e dell'umanesimo una conquista di civiltà irrinunciabile. Bene hanno fatto l'Anci e e il Ministro Franceschini a voler far mettere le bandiere italiane a mezza asta nei musei italiani per ricordare il suo sacrificio. Ma forse si può fare di più. Forse l'Accademia delle Scienze della Svezia dovrebbe attribuirgli un premio Nobel speciale. Un premio da attribuire alla famiglia. Un premio per la difesa dei valori culturali dell'umanità. La sua morte sembra il segno di una barbarie che speravamo di non vedere tornare con forza e con stupidità sulla scena della storia. Ma che invece periodicamente torna a colpirci come un'epidemia endemica che non riusciamo a debellare del tutto e contro la quale non ci sono cure definitive. Una barbarie a cui non dobbiamo però né piegarci, nè assuefarci. Mi auguro che questa barbarie non dilaghi, ma temo che non basteranno le parole a fermarla. Esprimo solidarietà verso KHALED AL ASSAAD e la sua famiglia. E spero che il suo coraggio ci dia la forza per resistere alla barbarie e di combatterla.
mercoledì 19 agosto 2015
LA PROVA DEL POTERE di Giuliano Da Empoli ovvero come non si riesce a dare spessore culturale al pragmatismo dei principi
Non bastavano i libretti di Matteo per spiegare perché Renzi si comporta così. Ora il moderno giovane principe ha fatto scendere in campo un suo ex assessore per spiegare le logiche e le giustificazioni più recondite delle sue scelte politiche. Ma il volume di Giuliano Da Empoli, La prova del potere, sottotilotato "Una nuova generazione alla guida di un vecchissimo paese" (Mondadori, 2015, p. 155, € 17), ha nella brevitas il suo unico punto di forza. Perchè di argomentazioni corpose e convincenti nel libretto non c'è traccia. Mentre ci sono accostamenti che suonano involontariamente ironici. Paragonare le rivoluzioni copernicane di Renzi con le scelte rivoluzionarie del terzo mandato di Deng Xiao Ping sembra un tantinello esagerato, e comunque il paragone con Deng non può ignorare che il primo Deng fu uno dei protagonisti del grande balzo cinese (1958-1962), durante il quale morirono di fame in Cina si stima circa 20 milioni di persone, mentre il terzo Deng (anni 80-90) fu anche uno dei principali responsabili della feroce repressione di Piazza Tienanmen. Bazzecole si dirà rispetto alla storia cinese e alla sua dinamica. Ma sempre molto tragiche. Perciò speriamo che Renzi, sia pure in piccolo, non ci faccia conoscere mai niente di simile. Il secondo accostamento ardito proposto nel libro di Giuliano Da Empoli è quello tra Matteo e il generale russo Kutuzov. Anche qui quello che si può sperare è che il generale Matteo non lasci dietro di sé la scia di morti che caratterizzarono la lunga carriera del generale russo che con l'indispensabile soccorso del generale inverno sconfisse Napoleone e guerreggio' a lungo coi turchi per conto degli zar.
La tesi centrale del libretto è che tutti i grandi leader hanno un cuore antico, si rifanno sempre alle radici profonde dei popoli che governano, sono adattivi, interpretano le circostanze e i voleri dei popoli e quindi, anche quando sono democratici, devono essere populisti per necessità più che per vocazione. Meno male che ce l'ha detto. Ora ci sentiamo tutti più tranquilli.
Non bastavano i libretti di Matteo per spiegare perché Renzi si comporta così. Ora il moderno giovane principe ha fatto scendere in campo un suo ex assessore per spiegare le logiche e le giustificazioni più recondite delle sue scelte politiche. Ma il volume di Giuliano Da Empoli, La prova del potere, sottotilotato "Una nuova generazione alla guida di un vecchissimo paese" (Mondadori, 2015, p. 155, € 17), ha nella brevitas il suo unico punto di forza. Perchè di argomentazioni corpose e convincenti nel libretto non c'è traccia. Mentre ci sono accostamenti che suonano involontariamente ironici. Paragonare le rivoluzioni copernicane di Renzi con le scelte rivoluzionarie del terzo mandato di Deng Xiao Ping sembra un tantinello esagerato, e comunque il paragone con Deng non può ignorare che il primo Deng fu uno dei protagonisti del grande balzo cinese (1958-1962), durante il quale morirono di fame in Cina si stima circa 20 milioni di persone, mentre il terzo Deng (anni 80-90) fu anche uno dei principali responsabili della feroce repressione di Piazza Tienanmen. Bazzecole si dirà rispetto alla storia cinese e alla sua dinamica. Ma sempre molto tragiche. Perciò speriamo che Renzi, sia pure in piccolo, non ci faccia conoscere mai niente di simile. Il secondo accostamento ardito proposto nel libro di Giuliano Da Empoli è quello tra Matteo e il generale russo Kutuzov. Anche qui quello che si può sperare è che il generale Matteo non lasci dietro di sé la scia di morti che caratterizzarono la lunga carriera del generale russo che con l'indispensabile soccorso del generale inverno sconfisse Napoleone e guerreggio' a lungo coi turchi per conto degli zar.
La tesi centrale del libretto è che tutti i grandi leader hanno un cuore antico, si rifanno sempre alle radici profonde dei popoli che governano, sono adattivi, interpretano le circostanze e i voleri dei popoli e quindi, anche quando sono democratici, devono essere populisti per necessità più che per vocazione. Meno male che ce l'ha detto. Ora ci sentiamo tutti più tranquilli.
sabato 15 agosto 2015
QUALE FORMAZIONE COSTRUIRSI? QUALCHE UTILE SUGGERIMENTO DAL LIBRO DI ABRAVANEL E D'AGNESE La ricreazione è finita
Mi sono letto questa estate il libro di Roger Abravanel e Luca D'Agnese dal provocatorio titolo "La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare lavoro" (Rizzoli, 2015, 294 p., 18€). Premessa. Nessuno dei due autori è un esperto di formazione scolastica e Abravanel è un ingegnere, legato al mondo delle imprese, della finanza e dell'editoria presso cui ha lavorato come amministratore delegato, membro di consiglio di amministrazione, consulente, editorialista (Abravanel è anche l'autore del libro “Meritocrazia” ed è stato, secondo Wikipedia, per anno collaboratore del Ministro Gelmini). Quindi il volume esprime un punto di vista diverso su scuola e formazione rispetto agli approcci pedagogici e didattici tradizionali. Anche per questo immagino che sia piaciuto a Matteo Renzi al quale i due autori sembrano aver suggerito alcuni argomenti per la recente riforma scolastica, tra cui l'ulteriore potenziamento della figura del preside, scelta quest'ultima che, confesso, condivido anch'io (pp. 217-218). Il libro è un peana, ma scritto col cervello, al rapporto tra lavoro e scuola e sostanzialmente cerca di demolire l'atteggiamento autoreferenziale di molti insegnanti e di diverse realtà scolastiche, che non riescono a vedere più in là del loro naso e a confrontarsi coi cambiamenti del mondo. Naturalmente gli autori non solo accettano le sfide della globalizzazione, ma sostengono fino in fondo le logiche del Progetto PISA, la necessità delle prove Invalsi e attaccano alcune delle peggiori tare della scuola italiana, a cominciare dalla difesa sindacale che molte famiglie italiane fanno dei loro figli scapestrati o la sottovalutazione dell'atteggiamento furbastro e sostanzialmente immorale di chi “copia i compiti, si fa fare la lezione, le tesine, ecc.”. Contestualmente il testo fa un grande elogio della scuola finlandese in testa alle valutazioni internazionali anche rispetto agli agguerriti paesi asiatici. Più in generale il libro sostiene che la scuola deve stare nel mercato, così come sul mercato dovranno stare gli studenti in quanto futuri lavoratori. E prima imparano a starci e meglio è. Secondo gli autori il lavoratore del futuro dovrà miscelare sempre meglio le abilità professionali con quelle comportamentali. Ed è proprio nell'ambito di queste ultime qualità, le cosiddette soft skills, che la scuola, ma soprattutto le persone dovrebbero fare un autentico balzo in avanti. Soprattutto in paesi come l'Italia. Capacità di lavorare in gruppo, capacità di autorganizzarsi, abilità nel risolvere tutti i problemi che vengono a portata di mano, saper costruire relazioni con fornitori, colleghi e clienti o utenti, anche questo insomma si dovrebbe insegnare ed apprendere oggi a scuola e con maggiore efficacia. Il libro racconta di come si entra e si sta nel mondo del lavoro, racconta del demansionamento, ma soprattutto della imprenditorializzazione del lavoro dipendente, della necessità di potenziare o addirittura di costruire una vera e propria etica del lavoro. Sono queste le idee su cui si dovrebbero ridefinire, secondo gli autori, i processi formativi anche nel nostro paese. Insomma il libro sostiene una visione della scuola, che si riorganizzi a partire dalle esigenze di chi si vuole immettere sul mercato e farci una discreta figura.
Il libro fornisce anche utili suggerimenti su come scegliere la scuola migliore, ma dice anche che si deve coltivare la passione per il lavoro e che si debbono seguire anche le vie del cuore oltre che quelle della ragione. Certo sapendo che questo va fatto con giudizio e con metodo.
Gustoso il decalogo finale dedicato a ragazzi e famiglie, di cui riporto semplificandolo il punto 4: “Abbandonate le comodità e ricercate le difficoltà. Imparerete un sacco di cose in più”. Questo suggerimento è davvero formativo. Peccato che sia troppo poco perseguito dai nostri figli (ma, diciamocelo con franchezza, anche da molti di noi adulti).
Insomma si tratta di un testo ricco di spunti e riflessioni, da tenere sottomano e su cui meditare. Lo sconsiglio però a tutti quelli che aspettano che siano gli altri e più in generale lo Stato a risolvere i loro problemi. Invece lo suggerisco ai dirigenti scolastici. E a chi voglia riflettere fuori dagli schemi sul rapporto tra scuola e mondo del lavoro. Ovviamente ci sono anche aspetti del libro che non mi convincono e alcune parti un po' ripetitive e scontate. Ma nell'insieme vale la fatica della lettura.
Mi sono letto questa estate il libro di Roger Abravanel e Luca D'Agnese dal provocatorio titolo "La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare lavoro" (Rizzoli, 2015, 294 p., 18€). Premessa. Nessuno dei due autori è un esperto di formazione scolastica e Abravanel è un ingegnere, legato al mondo delle imprese, della finanza e dell'editoria presso cui ha lavorato come amministratore delegato, membro di consiglio di amministrazione, consulente, editorialista (Abravanel è anche l'autore del libro “Meritocrazia” ed è stato, secondo Wikipedia, per anno collaboratore del Ministro Gelmini). Quindi il volume esprime un punto di vista diverso su scuola e formazione rispetto agli approcci pedagogici e didattici tradizionali. Anche per questo immagino che sia piaciuto a Matteo Renzi al quale i due autori sembrano aver suggerito alcuni argomenti per la recente riforma scolastica, tra cui l'ulteriore potenziamento della figura del preside, scelta quest'ultima che, confesso, condivido anch'io (pp. 217-218). Il libro è un peana, ma scritto col cervello, al rapporto tra lavoro e scuola e sostanzialmente cerca di demolire l'atteggiamento autoreferenziale di molti insegnanti e di diverse realtà scolastiche, che non riescono a vedere più in là del loro naso e a confrontarsi coi cambiamenti del mondo. Naturalmente gli autori non solo accettano le sfide della globalizzazione, ma sostengono fino in fondo le logiche del Progetto PISA, la necessità delle prove Invalsi e attaccano alcune delle peggiori tare della scuola italiana, a cominciare dalla difesa sindacale che molte famiglie italiane fanno dei loro figli scapestrati o la sottovalutazione dell'atteggiamento furbastro e sostanzialmente immorale di chi “copia i compiti, si fa fare la lezione, le tesine, ecc.”. Contestualmente il testo fa un grande elogio della scuola finlandese in testa alle valutazioni internazionali anche rispetto agli agguerriti paesi asiatici. Più in generale il libro sostiene che la scuola deve stare nel mercato, così come sul mercato dovranno stare gli studenti in quanto futuri lavoratori. E prima imparano a starci e meglio è. Secondo gli autori il lavoratore del futuro dovrà miscelare sempre meglio le abilità professionali con quelle comportamentali. Ed è proprio nell'ambito di queste ultime qualità, le cosiddette soft skills, che la scuola, ma soprattutto le persone dovrebbero fare un autentico balzo in avanti. Soprattutto in paesi come l'Italia. Capacità di lavorare in gruppo, capacità di autorganizzarsi, abilità nel risolvere tutti i problemi che vengono a portata di mano, saper costruire relazioni con fornitori, colleghi e clienti o utenti, anche questo insomma si dovrebbe insegnare ed apprendere oggi a scuola e con maggiore efficacia. Il libro racconta di come si entra e si sta nel mondo del lavoro, racconta del demansionamento, ma soprattutto della imprenditorializzazione del lavoro dipendente, della necessità di potenziare o addirittura di costruire una vera e propria etica del lavoro. Sono queste le idee su cui si dovrebbero ridefinire, secondo gli autori, i processi formativi anche nel nostro paese. Insomma il libro sostiene una visione della scuola, che si riorganizzi a partire dalle esigenze di chi si vuole immettere sul mercato e farci una discreta figura.
Il libro fornisce anche utili suggerimenti su come scegliere la scuola migliore, ma dice anche che si deve coltivare la passione per il lavoro e che si debbono seguire anche le vie del cuore oltre che quelle della ragione. Certo sapendo che questo va fatto con giudizio e con metodo.
Gustoso il decalogo finale dedicato a ragazzi e famiglie, di cui riporto semplificandolo il punto 4: “Abbandonate le comodità e ricercate le difficoltà. Imparerete un sacco di cose in più”. Questo suggerimento è davvero formativo. Peccato che sia troppo poco perseguito dai nostri figli (ma, diciamocelo con franchezza, anche da molti di noi adulti).
Insomma si tratta di un testo ricco di spunti e riflessioni, da tenere sottomano e su cui meditare. Lo sconsiglio però a tutti quelli che aspettano che siano gli altri e più in generale lo Stato a risolvere i loro problemi. Invece lo suggerisco ai dirigenti scolastici. E a chi voglia riflettere fuori dagli schemi sul rapporto tra scuola e mondo del lavoro. Ovviamente ci sono anche aspetti del libro che non mi convincono e alcune parti un po' ripetitive e scontate. Ma nell'insieme vale la fatica della lettura.
lunedì 10 agosto 2015
RENZI, LA BALENA ROSA E LE MAGGIORANZE VARIABILI. RIFLESSIONI A CALDO.
Una domanda si aggira per l'Europa: Dove va e che cosa ha in mente esattamente il leader Renzi? Prima risposta: Il leader della balena rosa, alias il Pd, va dove lo porta il cuore ovvero verso una gestione possibile del paese e dei problemi che gli piombano quotidianamente addosso, il tutto in forma compatibile con l'evoluzione disordinata del sistema-mondo in cui Little Italy è inserita e con le numerose e gravi tare che il country si trascina dietro (molta criminalità, troppa abitudine ai privilegi e poco senso civico in primis). SuperMatteo cerca di far ripartire l'economia e lo fa come può e con chi può, tenendo presente che il suo partito, la balena rosa, che assomiglia sempre di più alla vecchia dc, ma con qualche sfumatura di sinistra in più, lo sostiene, in parlamento, solo al 70 o al massimo all'80 per cento. Inoltre in Parlamento (che visto dall'esterno sembra un'autentica gabbia di matti) non ci sono maggioranze facili e stabili. Da qui perciò sono nati non solo l'accordo strategico e strutturale con il centro destra del morituro Alfano, ma anche il patto del Nazareno col mezzo risorto Berlusca, le trattative con l'ipercinetico Verdini e altro di cui non sappiamo ma che di sicuro il boyscout fiorentino si sta inventando (gli accordi imprevedibili e le sparate contro i sindacati costituiscono il suo vero capolavoro politico). Il machiavellico ragazzaccio, che gode di un notevole consenso popolare, si muove in maniera spregiudicata e pragmatica, in un contesto molto conservatore, cercando di tenere sé e il suo partito al centro del gioco politico nazionale, in una situazione come sempre molto incasinata e confusa. Per resistere usa maggioranze variabili, indispensabili di volta in volta per superare le trappole di cui è pieno il gioco parlamentare e politico. Sembra un neogiolittiano in un'Italia post-moderna. Ma al di là di una generica modernizzazione e dei buoni propositi che strizzano gli occhi ad una piazza spinta al forcaiolismo dalla crisi economica e del ridimensionamento dell'assistenzialismo statale, al di là di un europeismo di necessità e del tentativo di rafforzare la presidenza del consiglio a scapito del Parlamento, non c'è e non ci può essere con lui (e nemmeno con qualcun altro) un disegno politico chiaro e coerente. Per ragioni di peso specifico di Little Italy e per ragioni culturali. Le grandi "narrazioni" sono davvero finite. E con loro i grandi progetti. Per questo i leader e gli aspiranti tali possono solo darci l'illusione di avere in mente un disegno intelligente. Ma la verità (che non vogliamo assolutanente sentirci dire) è che di fatto si accontentano di adattarsi alla complicata realtà che vivono e alla quale darwinianamente tentano di adeguarsi al meglio (almeno per loro). E tuttavia la sensazione è che dentro il machiavellico Renzi abiti anche un furbo boyscout cresciuto, almeno in parte, all'ombra della parrocchia e della Chiesa. Se questa ipotesi è plausibile, ecco allora far capolino l'idea di una narrazione più complessa, se non forte. Naturalmente di ispirazione cattolica, per quanto poco sbandierata. Ed è questa a fornire un senso più ampio al convulso agitarsi del prode Matteo. Questo dna cattolico lascia infatti intravede tra gli antenati del giovanotto di Rignano non solo il messianico La Pira e quell'attivissimo toscano che fu Amintore Fanfani, ma anche l'astuto e purtroppo sfortunato Aldo Moro. Pare insomma di intuire che, zitto zitto, SuperMatteo incarni anche il ritorno ad una centralità cattolica che oggi, in un Italia smarrita, popolata da comici e brancaleonici politici, asfaltata per sempre la sinistra laica, rappresenta comunque un approdo politico serio, in perfetta continuità con la più forte e longeva tradizione culturale del Paese. Di sicuro è stato il disegno cattolico, tratteggiato in maniera leggera ma sicura, a fagocitare nel ventre di un balena bianca ora diventata rosa i frastornati nipotini di Gramsci e di Togliatti (molti dei quali non hanno ancora capito da quale tsunami sono stati travolti), a tenere a bada i rincitrulliti bisnipoti del duce e a imbrigliare una destra senza più arte ne' parte. Un disegno politico certo volitivamente voluto da Matteo ma indubbiamente aiutato da molti amici e benedetto dalla Provvidenza, che però dispettosamente, almeno per chi scrive, tiene in vita anche grillini e leghisti, imbarbarendo così la nostra sempre più stralunata e incomprensibile vita politica nazionale e locale. Sulla durata però del progetto catto-renziano, non avendo imbeccate dall'Alto, non è possibile fare pronostici seri. Certo, SuperMatteo, che ha l'aria di un grande imbonitore, ci sa fare: ma sembra questa l'unica immarcescibile certezza di cui oggi si dispone.
Una domanda si aggira per l'Europa: Dove va e che cosa ha in mente esattamente il leader Renzi? Prima risposta: Il leader della balena rosa, alias il Pd, va dove lo porta il cuore ovvero verso una gestione possibile del paese e dei problemi che gli piombano quotidianamente addosso, il tutto in forma compatibile con l'evoluzione disordinata del sistema-mondo in cui Little Italy è inserita e con le numerose e gravi tare che il country si trascina dietro (molta criminalità, troppa abitudine ai privilegi e poco senso civico in primis). SuperMatteo cerca di far ripartire l'economia e lo fa come può e con chi può, tenendo presente che il suo partito, la balena rosa, che assomiglia sempre di più alla vecchia dc, ma con qualche sfumatura di sinistra in più, lo sostiene, in parlamento, solo al 70 o al massimo all'80 per cento. Inoltre in Parlamento (che visto dall'esterno sembra un'autentica gabbia di matti) non ci sono maggioranze facili e stabili. Da qui perciò sono nati non solo l'accordo strategico e strutturale con il centro destra del morituro Alfano, ma anche il patto del Nazareno col mezzo risorto Berlusca, le trattative con l'ipercinetico Verdini e altro di cui non sappiamo ma che di sicuro il boyscout fiorentino si sta inventando (gli accordi imprevedibili e le sparate contro i sindacati costituiscono il suo vero capolavoro politico). Il machiavellico ragazzaccio, che gode di un notevole consenso popolare, si muove in maniera spregiudicata e pragmatica, in un contesto molto conservatore, cercando di tenere sé e il suo partito al centro del gioco politico nazionale, in una situazione come sempre molto incasinata e confusa. Per resistere usa maggioranze variabili, indispensabili di volta in volta per superare le trappole di cui è pieno il gioco parlamentare e politico. Sembra un neogiolittiano in un'Italia post-moderna. Ma al di là di una generica modernizzazione e dei buoni propositi che strizzano gli occhi ad una piazza spinta al forcaiolismo dalla crisi economica e del ridimensionamento dell'assistenzialismo statale, al di là di un europeismo di necessità e del tentativo di rafforzare la presidenza del consiglio a scapito del Parlamento, non c'è e non ci può essere con lui (e nemmeno con qualcun altro) un disegno politico chiaro e coerente. Per ragioni di peso specifico di Little Italy e per ragioni culturali. Le grandi "narrazioni" sono davvero finite. E con loro i grandi progetti. Per questo i leader e gli aspiranti tali possono solo darci l'illusione di avere in mente un disegno intelligente. Ma la verità (che non vogliamo assolutanente sentirci dire) è che di fatto si accontentano di adattarsi alla complicata realtà che vivono e alla quale darwinianamente tentano di adeguarsi al meglio (almeno per loro). E tuttavia la sensazione è che dentro il machiavellico Renzi abiti anche un furbo boyscout cresciuto, almeno in parte, all'ombra della parrocchia e della Chiesa. Se questa ipotesi è plausibile, ecco allora far capolino l'idea di una narrazione più complessa, se non forte. Naturalmente di ispirazione cattolica, per quanto poco sbandierata. Ed è questa a fornire un senso più ampio al convulso agitarsi del prode Matteo. Questo dna cattolico lascia infatti intravede tra gli antenati del giovanotto di Rignano non solo il messianico La Pira e quell'attivissimo toscano che fu Amintore Fanfani, ma anche l'astuto e purtroppo sfortunato Aldo Moro. Pare insomma di intuire che, zitto zitto, SuperMatteo incarni anche il ritorno ad una centralità cattolica che oggi, in un Italia smarrita, popolata da comici e brancaleonici politici, asfaltata per sempre la sinistra laica, rappresenta comunque un approdo politico serio, in perfetta continuità con la più forte e longeva tradizione culturale del Paese. Di sicuro è stato il disegno cattolico, tratteggiato in maniera leggera ma sicura, a fagocitare nel ventre di un balena bianca ora diventata rosa i frastornati nipotini di Gramsci e di Togliatti (molti dei quali non hanno ancora capito da quale tsunami sono stati travolti), a tenere a bada i rincitrulliti bisnipoti del duce e a imbrigliare una destra senza più arte ne' parte. Un disegno politico certo volitivamente voluto da Matteo ma indubbiamente aiutato da molti amici e benedetto dalla Provvidenza, che però dispettosamente, almeno per chi scrive, tiene in vita anche grillini e leghisti, imbarbarendo così la nostra sempre più stralunata e incomprensibile vita politica nazionale e locale. Sulla durata però del progetto catto-renziano, non avendo imbeccate dall'Alto, non è possibile fare pronostici seri. Certo, SuperMatteo, che ha l'aria di un grande imbonitore, ci sa fare: ma sembra questa l'unica immarcescibile certezza di cui oggi si dispone.
BIBLIOLANDIA E' LA RETE TOSCANA A PIU' ALTA INTEGRAZIONE DI PRESTITI
Che vuol dire questa frase astrusa? Ce lo spiega l'ultimo rapporto della Regione Toscana sulle Biblioteche (Rapporto 2012-2014). Dice la Regione che nella Rete Bibliolandia i libri che ciascuna biblioteca presta ai propri utenti prendendoli dalle biblioteche della Rete è il doppio della media di quello che realizzano le altre biblioteche toscane. Insomma la Rete Bibliolandia è quella che più di tutte le Reti funziona come se fosse un'unica grande biblioteca e presta libri a tutti i propri utenti i quali nemmeno si accorgono da quale biblioteca arrivano. Glieli porta Bibliolandia. Per noi pisani, di solito sempre un po' scompaginati, è un bel primato. Per approfondire, basta leggere le pagine 48-51 del Rapporto sulle Biblioteche (sul sito ufficiale della Regione Toscana).
Che vuol dire questa frase astrusa? Ce lo spiega l'ultimo rapporto della Regione Toscana sulle Biblioteche (Rapporto 2012-2014). Dice la Regione che nella Rete Bibliolandia i libri che ciascuna biblioteca presta ai propri utenti prendendoli dalle biblioteche della Rete è il doppio della media di quello che realizzano le altre biblioteche toscane. Insomma la Rete Bibliolandia è quella che più di tutte le Reti funziona come se fosse un'unica grande biblioteca e presta libri a tutti i propri utenti i quali nemmeno si accorgono da quale biblioteca arrivano. Glieli porta Bibliolandia. Per noi pisani, di solito sempre un po' scompaginati, è un bel primato. Per approfondire, basta leggere le pagine 48-51 del Rapporto sulle Biblioteche (sul sito ufficiale della Regione Toscana).
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