lunedì 25 maggio 2026

LA PESTE DI TONIA MASTROBUONI

Venerdi 29 maggio alle 17,30 presso l'UTEL di Pontedera si ritroveranno gli amici del Circolo di lettori di saggistica per discutere dell'evoluzione politica della Germania di oggi, caratterizzata, come tanti altri paesi europei, dallo sviluppo di una destra politica che molti ritengono veramente pericolosa.

In quella sede, aperta a chi vorrà aggregarsi, una quindicina di lettori e uditori di saggistica ragioneranno di Germania oggi a partire da tre letture suggerite (ma non obbligatorie), tra cui il volume di TONIA MASTROBUONI intitolato “La peste. Indagine sulla destra in Germania” (Feltrinelli, 2025, p. 256).

In generale le discussioni del Circolo di saggistica pontederese sono introdotte da qualche socio che riassume i contenuti dei singoli volumi proposti, poi si apre la solita vivace discussione tra tutti coloro che vogliono dire la loro.

E per fare un po' di proselitismo e rimpinguare le presenze alla prossima discussione e comunque segnalare un volume di indubbio valore storico culturale, anticipo qui qualche annotazione.

L’autrice de "La peste", giornalista ma anche storica, è una esperta e attenta conoscitrice delle vicende socio-politiche tedesche, a cui ha dedicato moltissimi articoli e almeno un paio di altri corposi studi, tra cui una biografia di Angela Merkel.

Obiettivo del libro è rintracciare le radici profonde della estrema destra tedesca, con specifico riferimento ai movimenti völkisch, agli ultra nazionalisti, ai neonazisti, ai sostenitori della “remigrazione” e alla galassia di piccole formazioni, che, secondo i servizi di intelligence tedeschi, includono circa 50.000 persone. Una galassia che attraverso vari fili e contatti si ricollega anche al partito della Destra emergente ovvero all’AfD. Di questa galassia di estrema destra la MASTROBUONI descrive personaggi, idee, strategie di comportamento e localizzazioni geografiche, ma anche la presenza in istituzioni pubbliche importanti (nell’esercito, nella polizia e nei tribunali). 

Il volume tratteggia anche le risposte che la società civile e politica tedesca nonché le forze democratiche e le istituzioni hanno dato per arginare la crescita del fenomeno “bruno” negli ultimi venti anni, ma per ora con scarso successo. La peste continua a diffondersi.

Un'altra parte importante del libro è dedicata alla nascita e allo sviluppo del partito Alternative für Deutschland, di cui la MASTROBUONI segue passo passo la crescita (dal 2013 a oggi) con particolare attenzione al suo progressivo radicamento nelle aree della ex DDR. Interessanti i suoi approfondimenti sui principali esponenti e sulle personalità di spicco del partito AfD e le sue analisi sulle tematiche razziste, nazionaliste, autoritarie, antimoderniste, di rivincita politica e perfino messianiche che caratterizzano sia il vertice e sia i militanti di questa forza politica. Una forza politica che ha raccolto nelle ultime elezioni politiche generale circa il 20% dei votanti, ma che in alcuni Land regionali, nella Turingia in particolare, ha superato il 30 e anche il 40% dei voti espressi.

Ovviamente il libro contiene anche annotazioni sulle altre forze politiche tedesche e sul “cordone sanitario” costruito da queste ultime per fare argine alla destra populista e nazionalista tedesca.

Nell’insieme si tratta di un libro piuttosto pessimista sull’evoluzione politica della Germania (e quindi dell’Europa), il cui attuale processo di RIARMO fa venire i brividi. Soprattutto se si pensa che una forza politica ultranazionalista e razzista come AfD potrebbe entrare a far parte del prossimo governo tedesco, magari dopo aver conquistato la maggioranza assoluta in alcuni importanti governi regionali. E un dibattito su questa possibilità almeno nella CDU è già avviato.

Tra gli altri libri suggeriti per la discussione: T. SPECCHER, La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo (Laterza) e C. REUSCHER, Maledetti Tedeschi. Ritorno in un paese diviso (Rizzoli).

La discussione di venerdì 29 maggio presso Utel è aperta.

domenica 24 maggio 2026

VIAGGI DI… VERSI N. 2

 Giovedì scorso incontro conclusivo del gruppo di lavoro delle socie di UTEL denominato VIAGGIO NELLA POESIA, guidato e ispirato dalla prof. Rossella Ciannamea.

Si tratta di un gruppo di donne (con l'aggiunta di un solo uomo), interessate a coltivare la poesia e a praticarla, che, con il coordinamento di Ciannamea, ha presentato un breve recital dedicato ad una decina di grandi poeti italiani. Poeti che in diversa misura hanno ispirato e alimentato la ricerca del gruppo.

In quel contesto ciascuna delle venti socie ha anche recitato, con coinvolgimento e partecipazione, una propria composizione, toccando le corde emotive del numeroso uditorio.

Poi, alla fine dell’incontro, prima di un simpatico rinfresco, per il secondo anno consecutivo, è stato presentato un piccolo volume che raccoglie tre testi per ciascuna delle partecipanti a questo laboratorio collettivo di creatività poetica.

La silloge è una piccola magia che raccoglie il risultato di un anno di lavoro e si configura come un prodotto davvero suggestivo. Sì, una piccola cosa certo, ma molto preziosa e che restituisce bene il valore del “viaggio poetico” che è stato svolto dalle venti socie da ottobre a oggi. Socie che in questi tre anni sono molto cresciute per intensità e qualità di scrittura e di espressione.

Le mie parole potrebbero sembrare eccessivamente elogiative. E per rendersi conto se sto dicendo il vero o esagero, bisogna leggere i testi. Cosa che si può fare chiedendo copie del volume in prestito alle bibliotecarie di UTEL.

Fatelo. Credo che vi stupirete come me della qualità dei risultati raggiunti.

(r.c.)

ESSERE L’IDIOTA DI FAMIGLIA

Ho letto il lungo romanzo di Dario Ferrari intitolato “L’idiota di famiglia” (Sellerio, 2026, p. 520, € 18), un testo che combina narrativa con storia e sociologia e presenta molteplici e intriganti livelli di analisi.

L’autore ci regala molte riflessioni intelligenti sul precariato lavorativo e sentimentale odierno e sul lavoro di badante part-time al maschile, a cui il protagonista (e voce narrante), Igor, si sottopone volontariamente e con un certo impegno per amore del padre vedovo. Un padre insegnante, ovviamente in pensione, detto Herr Professor, assai noto in città, colpito da una demenza senile devastante, che se lo porta via abbastanza rapidamente. 

Ed è durante il lavoro di cura, che Igor condivide con la sorella Ester, che il figlio badante tenta di conoscere meglio il padre, anche attraverso un testo che Herr Professor gli ha lasciato e in cui si parla di una vicenda accaduta in città durante il biennio rosso.

Il romanzo, scritto con una lingua precisa e chiara (con interpolazioni a tratti ironiche e divertenti), alterna quindi le vicende e i problemi del giovane badante viareggino, Igor, col racconto (e le vicende personali) del padre. 

Tra le cose che mi colpiscono, visto il mestiere del protagonista del romanzo (un traduttore dall’americano) e viste le diverse annotazioni che l’autore ci regala sull’arte del tradurre e dello scrivere, c'è la mancanza (voluta?) di qualunque esplicito riferimento forse al più illustre dei traduttori toscani. Quel Luciano Bianciardi, maremmano di Grosseto, che ne “L’integrazione” (1959) prima e ne “La Vita agra “ (1962) dopo, ci ha regalato, già 70 anni or sono, un affresco del “traduttore precario” che resta una pietra miliare della condizione dell’intellettuale italiano di provincia trasferito in una grande città. Mancanza dolorosa, perché nella tradizione letteraria italiana il dimenticato anarchico Bianciardi e i suoi autobiografici personaggi si collocano come archetipi e antesignani perfetti di un loro discendente sfigato (?) come Igor. Con la differenza che i disadattati bianciardiani non mi sono mai sembrati idioti, neppure dostoevskijani, semmai tipi arrabbiati e scontrosi. Mentre Igor un po' idiota sembra fingere di esserlo. E scrivo fingere, perché come idiota la sa troppo lunga.

Suggerirei perciò di leggere subito dopo Ferrari, per chi non l'avesse mai fatto, almeno “La vita agra” di Bianciardi. Tanto per avere la cognizione del fatto che non solamente i salari non sono cresciuti in Italia negli ultimi 50 anni.


mercoledì 20 maggio 2026

TASSARE I MILIONARI SI PUÒ?

Ho letto per curiosità l’ambizioso libretto di Riccardo Stagliano' sulla necessità di “Tassare i milionari” (Einaudi, 2026, p.158) per fare funzionare meglio il welfare state a vantaggio di tutti e soprattutto della popolazione più povera della Nazione. L’autore, giornalista d’inchiesta e critico sociale, scrive sul Venerdì di Repubblica e in queste pagine si pone domande molto interessanti sulla deriva di diversi paesi occidentali. Obiettivi del libro: costruire sia una analisi della società capitalistica e delle sue diseguaglianze (sulla scia di un pensiero critico che da Marx arriva a Stiglitz, Piketty e Zucman); sia individuare i rimedi e le soluzioni per ridurre i divari sociali, con esempi concreti, dettagliati e misurabili. Tra le bestie nere del libro, la flat tax che toglie ai poveri per dare ai ricchi.

In piccolo, il volume è una sorta di “Manuale del perfetto neocomunista” e quindi riprendere i temi della lotta di classe, cercando di fornire argomenti per un cambio importante della società da ottenere soprattutto attraverso un uso progressivo della tassazione sulla casa, sui titoli azionari e su altri beni posseduti dai milionari. Arrivando fino quasi a suggerire una revisione dei valori catastali, che in un paese con l’81 per cento di proprietari di appartamenti è veramente una scelta coraggiosissima.

Il testo contiene anche una critica esplicita della postura e delle politiche del PD, specialmente in materia di tassazione; politiche che Stagliano' giudica troppo prudenti e poco incisive (figlie della “egemonia renziana” ancora presente nel partito).

L’autore esamina la letteratura internazionale (incluse le posizioni Ocse e FMI) a sostegno delle sue tesi e si pone domande intriganti sul perché i poveri oggi spesso votino per i ricchi, i quali ovviamente sono contrari alla tassazione progressiva, una tassazione che dovrebbe colpire con efficacia solo lo 0,1% della popolazione che possiede patrimoni milionari.

Insomma si tratta di un volume utile per capire la società presente e che contiene davvero una miriade di annotazioni stimolanti sui salari, sui redditi e sulla distribuzione della ricchezza.

Il libretto è ben scritto e molto chiaro. Ma ideologicamente schierato. La sua bestia nera è ovviamente il pensiero (e la pratica) neoliberista. La speranza che contiene è quella di una resurrezione egualitaria, almeno socialista, alla Bernie Sanders, di cui però oggi non ci sono presenze forti nel parterre politico europeo di centro-sinistra (a parte davvero poche eccezioni).

Lo sconsiglio ai lettori di centro destra, tranne a quelli particolarmente sensibili alle tematiche sociali.

martedì 19 maggio 2026

IL GIARDINO CRASTAN: MA UNA GESTIONE IN CONCESSIONE MEDIANTE GARA NO?

Tra le soluzioni non sperimentali che l’amministrazione comunale pontederese potrebbe dare alla gestione del giardino di Villa Crastan ce n'è una chiara e prevista dalla legislazione vigente.

Visto che di fatto il Comune apre poco la Villa (edificio) e quasi mai il giardino, potrebbe esplorare la possibilità di dare in concessione la villa e il giardino ad un soggetto privato. Come? Individuandolo mediante un bando di gara. Chiedendo a chiunque fosse disponibile a prenderli in carico (ovviamente per un congruo numero di anni) di far fronte a tutte le spese ordinarie e straordinarie dell’edificio e anche di gestire il giardino in maniera pubblica, con un orario preciso di apertura settimanale, un orario stabilito dal Comune. Definendo un accordo preciso.

Il costo? Ce lo dirà la gara. Se fosse esorbitante, l’amministrazione deciderà se procedere o meno.

Il tutto nel pieno rispetto del valore storico della villa che è un bene sottoposto a vincolo dalla Sovrintendenza alle belle arti e definendo i limiti di uso che dovrebbero prevedere anche la celebrazione dei matrimoni e le rare presentazioni di libri e i rari concerti musicali.

Ma ci potrebbe essere un soggetto privato interessato a farsi carico di un simile modello di gestione?

Difficile rispondere a priori.

Ma perché non provare a cercarlo con un bando pubblico? 

In piena trasparenza. Ovviamente valutando la compatibilità e la convenienza per l’amministrazione comunale e i cittadini. E lasciandosi aperta la possibilità di non aggiudicare la concessione nel caso che non vengano soddisfatti i requisiti richiesti.

Certo l’individuazione di un concessionario di questo tipo non consentirebbe poi molte deroghe gestionali, ma, se individuato, avrebbe il merito di raggiungere gli obiettivi strategici che l’amministrazione si dovrebbe porre, tra cui tutelare al meglio l'edificio storico della Villa e curare e tenere regolarmente aperto al pubblico, a tutti, il giardino.

Due obiettivi che al momento non si può proprio dire che siano gestiti in maniera adeguata. Il giardino è praticamente sempre chiuso.

Cosa ci sarebbe da perdere ad esplorare un simile percorso?

lunedì 18 maggio 2026

LAVORI SU VIALE PIAGGIO. PRIME AMMISSIONI

Neppure la seconda venuta di Mattarella a Pontedera, in visita agli stabilimenti della Vespa, è riuscita ad accelerare i lavori sul viale Piaggio. Chissà se, quando il Presidente è transitato, gli hanno schermato i vetri dell'auto perché non potesse notare lo stato scalcinato e transennato del viale giustamente ribattezzato “miglio dell'innovazione ".

E neppure la più recente visita della Presidente del Parlamento Europeo, Metsola, ha sbloccato i lavori. 

Così, dopo 4 anni di via Maestri del lavoro chiusa, di parcheggi attorno alla biblioteca Gronchi inagibili, di giovani che si arrampicano sulle reti metalliche che dovrebbero impedire l’accesso ai pedoni alle aree transennate e vietate, siamo sempre lì. Fermi, immobili, in attesa che SIAT avvii i restauri per conto del Comune e poi si tolgano le quadriennali barriere, le reti e i ponteggi.

Accadrà? Vallo a sapere.

Certo, da poche settimane sono state insediare le consulte di quartiere e nessuno dubita che la Consulta del sud-ferrovia, competente per territorio e animata dai migliori propositi, si farà sentire a palazzo Stefanelli. Perciò forse almeno il collegamento tra il parcheggio davanti alla RSA Leoncini e la Stazione ferroviaria sarà ripristinato e i lavori di restauro attorno alla biblioteca partiranno. Auguriamocelo.

Quanto all’Atelier della robotica (ora ricollocato nell’area dell’ex parcheggio Ape), siamo ancora in alto mare.

Intanto però segnalo che il Sindaco, battibeccando con Matteo Bagnoli su un’interrogazione del centro destra sullo stato dell'azienda Piaggio, ha ammesso che sul viale dell’innovazione la sua giunta non ha dato proprio una grande prova di sé (cfr. lo streaming del Consiglio comunale di Pontedera del 29/04/2026, minuto 2.16.24).

Ma di questo se ne erano accorti già tutti in città. Compreso quel che resta del PD, che però ha dovuto reggere la parte. Perché la destra, pensano loro,  avrebbe fatto sicuramente peggio. Argomento quest’ultimo infalsificabile, secondo il buon vecchio Karl Popper.

domenica 17 maggio 2026

MASSINI, LA VESPA E I PIAGGISTI

Siamo fortunati noi pontederesi ad avere come direttore artistico del Teatro della Toscana (e quindi anche del sub Teatro Era) un personaggio come Stefano Massini. L’ho già scritto, ma lo ripeto volentieri. Siamo anche fortunati che lui abbia voglia di occuparsi di lavoro e di fabbrica. E che trovi il tempo, tra le mille cose che fa, di scrivere un monologo e di montare uno spettacolo (con tanto di stacchetti musicali) in cui si parla di operai, della Vespa e della nostra amena cittadina.

Il problema nasce, per un artista del suo calibro, quando si tratta però di costruire un monologo che racconti 50 o 60 anni di storia. Un monologo che deve essere popolare (raccontare di gente che lavora), ma anche celebrativo di un’azienda e di prodotti che sono diventati icone e oggetti di culto nel mondo. Un monologo che vuole tenere insieme la lotta di classe, l’idea di fabbrica come grande famiglia e quella del padrone buono. E tessere l’elogio del prodotto, la genialità dei progettisti e la professionalità degli operai, ma anche denunciare i bassi salari, lo sfruttamento del lavoro, i profitti della proprietà e il controllo sociale dentro e fuori dell’azienda. Il tutto in un quadro di verità o verosimiglianza storica. Tutti temi presenti nello spettacolo, certo, ma devitalizzati.

E devitalizzati perché chi scrive e recita sente (con più o meno consapevolezza, ma lo sente) l’obbligo di non calcare troppo la mano su nessuno di questi aspetti. Perché non si può fare uno spettacolo “operaista” che piacerebbe tanto ai resistenti della GKN, ma che creerebbe problemi politici e culturali a chi gestisce il Teatro (o almeno il sub Teatro Era), visto che la committenza è quasi tutta inserita nell’area di centro sinistra e rispetto alla Piaggio (inclusa la sua storia) da oltre venti anni ha deciso di assumere la postura di chi non si immischia più di tanto negli affari della fabbrica. Di chi non vuole disturbare il manovratore, ma limitarsi a collaborare alla manutenzione del mito Vespa-Piaggio che qualcosa può ancora dare ai suoi dipendenti e a Pontedera.

Ma allo stesso tempo l’autore/attore non può fare neppure uno spettacolo troppo edulcorato. Troppo pubblicitario. Troppo sdraiato sull’agiografia aziendale.

La fabbrica è una grande famiglia, certo. Costruisce prodotti famosi nel mondo. Di cui tutti vanno orgogliosi. Ma è anche il luogo e il centro di un conflitto sociale e politico che da oltre due secoli segna lo sviluppo del mondo e oppone proprietari, tecnici, dirigenti e lavoratori.

E costruire uno spettacolo con tutti questi vincoli sociali, politici e quindi culturali è un’impresa eroica. Perciò il fatto che Massini ci si sia voluto misurare gli fa davvero onore e merita di essere apprezzato a prescindere dall’esito teatrale della sfida.

Ma una volta lodata la sfida, si può del tutto ignorare il risultato? Si può ingoiare lo spettacolo come un’ostia sacra e non aprire “un dibattito”? O non sottolineare i limiti della sua costruzione?

E non mi riferisco tanto a una miriade di incongruenze storiche collegate alla famiglia Montagnani-Ferretti (e alla loro loro prole e discendenza, con la relativa mentalità), famiglia i cui personaggi, amici e relazioni forniscono il filo conduttore del racconto. Né mi riferisco ai passaggi della storia aziendale e dei prodotti trattati con molta gigioneria, anche su aspetti drammatici fondamentali per capire il senso della storia.

Gli artisti hanno il diritto di narrare le cose con un certo margine di libertà poetica per poter agganciare lo spettatore e tenerlo inchiodato alla sedia. Questo lo capisco e lo giustifico.

E, ripeto, non è colpa dei maltrattamenti storici se il risultato dello spettacolo è un minestrone teatrale dove si racconta una storia alternando più registri di lettura e lavorando più sulla nostalgia che sulla comprensione dei personaggi e degli eventi.

Ciò che trovo di basso profilo, per un autore, regista e attore del calibro di Massini, è che spesso e volentieri il racconto ceda il posto alla mezza macchietta, al vernacolo (per altro più fiorentino che pisano e senza nessun uso del genovese padronale), alla frase che vorrebbe essere memorabile e invece suona da amici al bar (e di cui ride lui stesso nel pronunciarla sul palco). O che si spacci per autentica poesia qualcosa che suona solo vagamente poetica.

Fuorvianti in particolare trovo le grandi foto sparate sullo schermo che vorrebbero supportare il racconto, ma che credo siano in larga misura il prodotto o rielaborazioni di programmi di intelligenza artificiale che fumettizzano una realtà che aveva (ed ha) uno spessore drammatico diverso.

E la cosa più fuorviante di tutte (volutamente?) è il titolo dello spettacolo. “E l’ape disse alla vespa: si, ciao”. Un titolo forse nato prima dello spettacolo stesso e che predispone lo spettatore ad aspettarsi qualcosa di  “leggero” sulla storia della vespa e dei suoi prodotti fratelli e che invece viene poi spiazzato dal racconto sul palco.

Certo lo capisco che tenere un registro serioso per raccontare una storia di vespe, api e ciao (e degli operai e degli ingegneri che le costruirono) potrebbe essere difficile da reggere e fare funzionare. Ma la cifra della scrittura di Massini che conosco (Lehman, Freud, Mein Kampf, Trump e Putin) corre sostanzialmente su un registro impegnato, duro, aggressivo, che scava nelle viscere dei personaggi e delle loro storie, ed è sostanzialmente seriosa. Anche i brevi monologhi recitati a casa Formigli sono così.

Qui invece la scrittura e la recitazione gigioneggiano molto con la vita quotidiana degli operai che vengono un po' privati (a parte poche battute) di una loro autentica drammaticità e di un loro spessore. Il testo lavora tanto sui luoghi comuni e poco sulle specificità. Vira spesso sul lato comico. E soprattutto fa dell’operaismo di maniera. Da fumetto. Anche con l'ausilio delle immagini. Ma gli operai "fumetti" lo furono poco. E il conflitto in fabbrica fu sempre aspro. A tutti i livelli. E la fabbrica fu (ed è ancora) una grande caotica famiglia, certo, ma anche un alveare obbligatoriamente produttivo, e percepito da diversi come un carcere e una galera. E molti ne furono (e ne sono) sputati fuori con una certa violenza o vennero (e vengono) trattati in maniera precaria (dai contratti a termine all’uso sistematico della cassa integrazione). E certo la fabbrica fu (ed è ancora) luogo di fatica, sudore, disciplina, relazioni dure, a volte costrittive e dolorose. In particolare per le donne. Non si fanno vespe e motorini da vendere sui mercati mondiali senza un po' di dolore, un po' di irreggimentazione e un po' di violenza, almeno psicologica.

Il racconto quasi idilliaco della fabbrica come grande famiglia, dove si matura e si cresce, si diventa uomini e donne, rivenduto anche recentemente a Pontedera davanti al capo dello stato, è una versione ideologica e parziale della realtà, che è stata fatta propria anche da una sinistra moderata e irriconoscibile per quanto potenzialmente e localmente egemone.

Ma tutta questa complessità nella storia teatrale di Massini, con quel titolo giovanile e pop, non c'è, se non in dosi omeopatiche.

Ovviamente il pubblico pontederese ha gradito lo spettacolo. In fondo si parlava se non di noi, dei nostri parenti piaggisti, della nostra gloria produttiva, di un oggetto famoso nel mondo. Di una storia che ci sentiamo addosso. Perché di questa storia, volenti o nolenti, facciamo parte.

E tuttavia resta la sensazione che la genealogia familiare raccontata da Massini non sia particolarmente rappresentativa e che la vespa narrata al Teatro Era sia più pubblicitaria di quanto sarebbe stato necessario.

Ma anche se gigionizzata e parecchio edulcorata, anche se devitalizzata e resa più compatibile e meno INOPPORTUNA rispetto alla sensibilità di chi dirige oggi la città (e il Teatro), è utile che di questa storia si continui a parlare pubblicamente. 

Perciò grazie Stefano Massini per il tuo lavoro. Grazie.