domenica 17 maggio 2026

MASSINI, LA VESPA E I PIAGGISTI

Siamo fortunati noi pontederesi ad avere come direttore artistico del Teatro della Toscana (e quindi anche del sub Teatro Era) un personaggio come Stefano Massini. L’ho già scritto, ma lo ripeto volentieri. Siamo anche fortunati che lui abbia voglia di occuparsi di lavoro e di fabbrica. E che trovi il tempo, tra le mille cose che fa, di scrivere un monologo e di montare uno spettacolo (con tanto di stacchetti musicali) in cui si parla di operai, della Vespa e della nostra amena cittadina.

Il problema nasce, per un artista del suo calibro, quando si tratta però di costruire un monologo che racconti 50 o 60 anni di storia. Un monologo che deve essere popolare (raccontare di gente che lavora), ma anche celebrativo di un’azienda e di prodotti che sono diventati icone e oggetti di culto nel mondo. Un monologo che vuole tenere insieme la lotta di classe, l’idea di fabbrica come grande famiglia e quella del padrone buono. E tessere l’elogio del prodotto, la genialità dei progettisti e la professionalità degli operai, ma anche denunciare i bassi salari, lo sfruttamento del lavoro, i profitti della proprietà e il controllo sociale dentro e fuori dell’azienda. Il tutto in un quadro di verità o verosimiglianza storica. Tutti temi presenti nello spettacolo, certo, ma devitalizzati.

E devitalizzati perché chi scrive e recita sente (con più o meno consapevolezza, ma lo sente) l’obbligo di non calcare troppo la mano su nessuno di questi aspetti. Perché non si può fare uno spettacolo “operaista” che piacerebbe tanto ai resistenti della GKN, ma che creerebbe problemi politici e culturali a chi gestisce il Teatro (o almeno il sub Teatro Era), visto che la committenza è quasi tutta inserita nell’area di centro sinistra e rispetto alla Piaggio (inclusa la sua storia) da oltre venti anni ha deciso di assumere la postura di chi non si immischia più di tanto negli affari della fabbrica. Di chi non vuole disturbare il manovratore, ma limitarsi a collaborare alla manutenzione del mito Vespa-Piaggio che qualcosa può ancora dare ai suoi dipendenti e a Pontedera.

Ma allo stesso tempo l’autore/attore non può fare neppure uno spettacolo troppo edulcorato. Troppo pubblicitario. Troppo sdraiato sull’agiografia aziendale.

La fabbrica è una grande famiglia, certo. Costruisce prodotti famosi nel mondo. Di cui tutti vanno orgogliosi. Ma è anche il luogo e il centro di un conflitto sociale e politico che da oltre due secoli segna lo sviluppo del mondo e oppone proprietari, tecnici, dirigenti e lavoratori.

E costruire uno spettacolo con tutti questi vincoli sociali, politici e quindi culturali è un’impresa eroica. Perciò il fatto che Massini ci si sia voluto misurare gli fa davvero onore e merita di essere apprezzato a prescindere dall’esito teatrale della sfida.

Ma una volta lodata la sfida, si può del tutto ignorare il risultato? Si può ingoiare lo spettacolo come un’ostia sacra e non aprire “un dibattito”? O non sottolineare i limiti della sua costruzione?

E non mi riferisco tanto a una miriade di incongruenze storiche collegate alla famiglia Montagnani-Ferretti (e alla loro loro prole e discendenza, con la relativa mentalità), famiglia i cui personaggi, amici e relazioni forniscono il filo conduttore del racconto. Né mi riferisco ai passaggi della storia aziendale e dei prodotti trattati con molta gigioneria, anche su aspetti drammatici fondamentali per capire il senso della storia.

Gli artisti hanno il diritto di narrare le cose con un certo margine di libertà poetica per poter agganciare lo spettatore e tenerlo inchiodato alla sedia. Questo lo capisco e lo giustifico.

E, ripeto, non è colpa dei maltrattamenti storici se il risultato dello spettacolo è un minestrone teatrale dove si racconta una storia alternando più registri di lettura e lavorando più sulla nostalgia che sulla comprensione dei personaggi e degli eventi.

Ciò che trovo di basso profilo, per un autore, regista e attore del calibro di Massini, è che spesso e volentieri il racconto ceda il posto alla mezza macchietta, al vernacolo (per altro più fiorentino che pisano e senza nessun uso del genovese padronale), alla frase che vorrebbe essere memorabile e invece suona da amici al bar (e di cui ride lui stesso nel pronunciarla sul palco). O che si spacci per autentica poesia qualcosa che suona solo vagamente poetica.

Fuorvianti in particolare trovo le grandi foto sparate sullo schermo che vorrebbero supportare il racconto, ma che credo siano in larga misura il prodotto o rielaborazioni di programmi di intelligenza artificiale che fumettizzano una realtà che aveva (ed ha) uno spessore drammatico diverso.

E la cosa più fuorviante di tutte (volutamente?) è il titolo dello spettacolo. “E l’ape disse alla vespa: si, ciao”. Un titolo forse nato prima dello spettacolo stesso e che predispone lo spettatore ad aspettarsi qualcosa di  “leggero” sulla storia della vespa e dei suoi prodotti fratelli e che invece viene poi spiazzato dal racconto sul palco.

Certo lo capisco che tenere un registro serioso per raccontare una storia di vespe, api e ciao (e degli operai e degli ingegneri che le costruirono) potrebbe essere difficile da reggere e fare funzionare. Ma la cifra della scrittura di Massini che conosco (Lehman, Freud, Mein Kampf, Trump e Putin) corre sostanzialmente su un registro impegnato, duro, aggressivo, che scava nelle viscere dei personaggi e delle loro storie, ed è sostanzialmente seriosa. Anche i brevi monologhi recitati a casa Formigli sono così.

Qui invece la scrittura e la recitazione gigioneggiano molto con la vita quotidiana degli operai che vengono un po' privati (a parte poche battute) di una loro autentica drammaticità e di un loro spessore. Il testo lavora tanto sui luoghi comuni e poco sulle specificità. Vira spesso sul lato comico. E soprattutto fa dell’operaismo di maniera. Da fumetto. Anche con l'ausilio delle immagini. Ma gli operai "fumetti" lo furono poco. E il conflitto in fabbrica fu sempre aspro. A tutti i livelli. E la fabbrica fu (ed è ancora) una grande caotica famiglia, certo, ma anche un alveare obbligatoriamente produttivo, e percepito da diversi come un carcere e una galera. E molti ne furono (e ne sono) sputati fuori con una certa violenza o vennero (e vengono) trattati in maniera precaria (dai contratti a termine all’uso sistematico della cassa integrazione). E certo la fabbrica fu (ed è ancora) luogo di fatica, sudore, disciplina, relazioni dure, a volte costrittive e dolorose. In particolare per le donne. Non si fanno vespe e motorini da vendere sui mercati mondiali senza un po' di dolore, un po' di irreggimentazione e un po' di violenza, almeno psicologica.

Il racconto quasi idilliaco della fabbrica come grande famiglia, dove si matura e si cresce, si diventa uomini e donne, rivenduto anche recentemente a Pontedera davanti al capo dello stato, è una versione ideologica e parziale della realtà, che è stata fatta propria anche da una sinistra moderata e irriconoscibile per quanto potenzialmente e localmente egemone.

Ma tutta questa complessità nella storia teatrale di Massini, con quel titolo giovanile e pop, non c'è, se non in dosi omeopatiche.

Ovviamente il pubblico pontederese ha gradito lo spettacolo. In fondo si parlava se non di noi, dei nostri parenti piaggisti, della nostra gloria produttiva, di un oggetto famoso nel mondo. Di una storia che ci sentiamo addosso. Perché di questa storia, volenti o nolenti, facciamo parte.

E tuttavia resta la sensazione che la genealogia familiare raccontata da Massini non sia particolarmente rappresentativa e che la vespa narrata al Teatro Era sia più pubblicitaria di quanto sarebbe stato necessario.

Ma anche se gigionizzata e parecchio edulcorata, anche se devitalizzata e resa più compatibile e meno INOPPORTUNA rispetto alla sensibilità di chi dirige oggi la città (e il Teatro), è utile che di questa storia si continui a parlare pubblicamente. 

Perciò grazie Stefano Massini per il tuo lavoro. Grazie.

Nessun commento:

Posta un commento