sabato 5 settembre 2015

Un Nobel anche alla Merkel

Anche Angela Merkel è un politico. Però sembra appartenere a quel genere di politici di cui abbiamo estremo bisogno. I politici credibili. Affidabili. Io la vedrei bene leader di un governo europeo che fosse un vero governo e non solo una commissione in balia di parlamenti e governi nazionali. Magari potrebbe assumere la carica dopo che avrà terminato il suo mandato di cancelliere ed aver contribuito a modificare l'architettura istituzionale europea. Sono convinto anche che la Merkel accetterebbe perfino la diarchia con un francese, sul modello del doppio console di romana memoria. Perché no? Nel frattempo per il suo impegno europeista e per la sua sobrietà luterana, per la sua razionalità scientifica, per il suo impegno umanitario, dalla crisi ucraina alle porte aperte per i profughi asiatici e africani, dovremmo proporla per il Nobel per la Pace. Si, credo proprio che l'Accademia di Svezia dovrebbe farci un pensierino.

mercoledì 2 settembre 2015

God save Angela

Confinati a giocare nel secchiello del nostro paese, molti di noi forse fanno finta di non sapere che migliaia, forse centinaia di migliaia di migranti disperati vorrebbero raggiungere in Europa due paesi in questo momento governati da due politici che i miei amici di sinistra definiscono conservatori. Gran Bretagna e Germania. Ma mentre Cameron, il britannico, se potesse allagherebbe il viadotto sotto la Manica, è disposto a dare soldi al franco socialista Hollande perché si tenga lui un pò di disperati e spera che il prossimo referendum lo costringa ad uscire dalla Comunità Europea, la Grande Angela Merkel, il mio presidente del consiglio preferito, si è detta disposta ad accogliere tutti i profughi che in questi mesi guardano alla Germania, si proprio alla Germania dominata dal terribile Schauble, come loro Terra Promessa. Per questa nuova ondata di dannati della terra, l'Italia è solo una fasulla terra di transito. Non un luogo di speranza. Uno schiaffo per noi, anche se naturalmente viviamo questo sputazzo come una specie di benedizione della Provvidenza. Ma vedere e sentire migliaia di profughi inneggiare alla Germania e sentire la Merkel disposta a cambiare la loro costituzione per accogliere tutti i richiedenti asilo mi procura un'emozione forte e mi fa pensare con infinita tristezza alla furbastra nullità di tanti nostri politicanti incapaci di reggere una sfida di questa portata. Non so se la coraggiosa figlia di un pastore protestante reggerà la prova, ma da ateo spero proprio che la Provvidenza le dia una mano e a molti di noi apra gli occhi (ma quest'ultima cosa non credo sia nelle possibilità nemmeno della Provvidenza).

Le dinamiche del capitalismo

Come aveva brillantemente intuito a metà del XIX secolo Carl Marx e come hanno ampiamente dimostrato gli studi storici di Fernand Braudel sul sistema-mondo (e di tanti dei suoi epigoni, tra cui vanno annoverati, almeno a mio avviso, anche Wallerstein e Piķetty), il capitalismo è per sua natura un modo per far soldi molto molto instabile e continuamente cangiante. Ma anche dannatamente efficace e capace di adattarsi a quasi tutti i climi geografici e politici che conosciamo. Squilibri, speculazioni, crisi, cambiamenti, rapide fortune, crack inaspettati e violenti, cadute rovinose, cinismo, affarismo, furberie, corruzione, sono solo alcune delle sue molteplici facce, che Stati e altre istituzioni tentano di controllare e di gestire in qualche modo per trarne, a loro volta, il maggior vantaggio possibile. Soldi, imprese, banche e collettività nazionali, Stati piccoli e grandi, sono tutti coivolti in un sistema pazzesco e per certi aspetti infernale che però è in grado però di produrre ricchezza e di distribuirla per quanto in maniera diseguale. Le forze e i protagonisti del capitalismo hanno una grande capacità di adattamento. Non a caso sono stati in grado di acclimatarsi sotto quasi tutti i regimi, da quelli liberal democratici, a quelli totalitari, dalle dittature nazifasciste alle società criminali, dalle società militarizzare, fino alla Russia post-comunista e alla Cina comunista. Quest'ultima, la Cina, sembra essere diventata l'ultima preda di un capitalismo. Qui gli agenti attivi del capitale (banche, imprenditori e affaristi vari) si sono sentiti così audaci da sfidare tutte le logiche e da tentare di prosperare perfino in una società che continua a dirsi comunista e nelle cui scuole si contuano ad insegnare, presumo abbastanza seriamente, le idee di Marx, Lenin e Mao Tse Tung. Marx comunque sarebbe l'ultimo a meravigliarsi di questa dinamica del capitalismo e della sua capacità di diffondersi anche in una Cina, un paese che fino ad una trentina di anni fa era sostanzialmente fuori dal mercato mondiale e che in una decina di anni si è trasformato in un pilastro fondamentale del commercio e della produzione a livello mondiale. Oggi il capitalismo, ovvero una circolazione ormai planetaria di capitali, pagamenti, merci e uomini, con relativamente pochi vincoli e rischi, rispetto ai secoli passati, è la caratteristica fondante del sistema mondo in cui ci troviamo a vivere. Cina inclusa. E inclusi perfino paesi ufficialmente contrari al capitalismo per motivi religiosi, anch'essi catturati dalle logiche, per loro sataniche, del mercantilismo, ed a cui per motivi ideologici viene dato (da questi paesi a totalitarismo religioso) un volto occidentale. Ma è il capitalismo cinese e più in generale quello asiatico a presentare oggi una delle facce più aggressive e dinamiche oltre che di maggiore dimensione per capitali impegnati, progetti e territori coivolti. E con tutti i suoi terribili limiti e gli enormi difetti, il capitalismo, come sistema per produrre ricchezza, non pare avere rivali. È un pò come la democrazia. Non è perfetto, ma è il meno peggio di quanto gli uomini si siano inventati finora per migliorare le condizioni della loro vita materiale. Non segna nè il fine, nè la fine della storia. Ma ha segnato le dinamiche della storia in maniera via via sempre più pervasiva negli ultimi 4 secoli, in abbinata con uno sviluppo tecnologico senza precedenti. Non so se come profetizzano Krugman e altri economisti catastrofisti il capitalismo ci regalerà cento anni di stagnazione e forse di regressione economica. Non vivrò così a lungo per osannare Krugman se le sue previsioni si riveleranno esatte o per prenderlo in giro se avrà sbagliato. So però che il capitalismo farà di tutto per dargli torto. E fino ad ora, nonostante i suoi terribili limiti, ha avuto la meglio su uno stuolo di formidabili critici e... gufi.

giovedì 27 agosto 2015

LE CONDIZIONI DELLA RIPRESA INTERNA CI SONO, MA SONO... DEBOLI

Scrivere un fondo alla settimana per un' importante rivista non mette al riparo dal dire cose di una banalità sconvolgente, nè garantisce che si risponda correttamente alle domande complicate che questa congiuntura economica ci pone. Anzi più si scrive e più aumenta la possibilità di dire cose inesatte. Come mai col petrolio al minimo e con bassi tassi di interessi sui capitali la ripresa in Little Italy non si palesa? Già,  come mai? Una delle risposte che non si danno è questa. Gran parte del motore dello sviluppo italiano negli ultimi 70 anni è stato trascinato dall'industria del mattone,  l'edilizia. Ma in questi 70 anni in Italia si è costruito una quantità di alloggi pari al costruito dei 2000 anni precedenti. Solo che la popolazione non è cresciuta abbastanza per far fronte all'offerta, nè sono cresciute le famiglie in grado di comprare nuove case, nè abbiamo avuto emigranti che sono rientranti investendo sul mattone. In buona sostanza, nell'edilizia, petrolio a buon mercato e soldi a prezzi stracciati non fanno né caldo nè freddo. Se le case non si vendono, non si possono costruire. E poi l'impatto del costruito è ormai pesante sull'ambiente e sconsiglia di insistere sul consumo di suolo. Tra i fattori che restano poi critici e ci regalano una bassa se non bassissima crescita c'è il costo del lavoro, l'introduzione di robot risparmia lavoro e il trasferimento di lavorazioni e di capitali su mercati più dinamici di quello nazionale. Tutte osservazioni che il voluminoso libro di Piketty sul capitale nel XXI secolo scandaglia uno per uno, con riferimento anche al nostro amato paese, e che la prestigiosa rivista ha recensito e segnalato, ma forse senza obbligare i propri redattori di punta a leggerlo e studiarlo.
Perché se Piketty avesse letto il titolo dell'articolo di Manfellotto sul numero 35/2015 dell'Espresso in cui ci si chiede "Quando smetterà di essere l'Italia dello zero virgola", avrebbe risposto, grafici alla mano, che semplicemente, Renzi o non Renzi, non smetterà rapidamente. E al massimo si arriverà ad una crescuta del Pil su base annuale dell'1%, ma è difficile che si vada oltre, o molto oltre. Perché un tasso di crescita dell'1% per un paese a capitalismo maturo, e saturo dal punto di vista edilizio, come è il nostro è già un bel risultato. Peccato invece che certa stampa continui a immaginarsi il ritorno dell'Italia del Miracolo economico, magari insieme alla Dc e al Pci. Beh, che torni un Pci col 25% dei voti non ci credo. Ma la Dc, dopo l'incontro di Renzi a Rimini col popolo di Cl, non mi sento affatto di escluderlo.

SUGLI IMMIGRATI HA RAGIONE LA MERKEL. L'ITALIA DOVREBBE FARE DI PIÙ E MEGLIO

Non è possibile che con le tecnologie digitali e con l'automazione l'Italia non riesca ad identificare il grosso delle persone che arrivano e non riesca costruire una grande banca dati dei migranti che transitano dal continente, una banca dati, con tanto di immagini, da condividere appunto con gli altri partner europei. È una seria incapacità organizzativa quella che ci impedisce di procedere in questa direzione, che ha alle spalle un atteggiamento da furbastri, da scaricabarile. Un atteggiamento che ci fa perdere non solo credibilità, ma soprattutto il controllo vero del fenomeno e che ci impedisce una discussione politica seria, consapevole di vantaggi e di svataggi. Così il premier la butta sul patetico. Dobbiamo accoglierli tutti, grida nei microfoni per autoconvincersi della bontà delle sue affermazioni. Sono nostri fratelli, quanti sono sono, quanto ci costa, ci costa. Lo dice anche il Papa. Insomma alla disorganizzazione fa da corollario un atteggiamento paternalisticone guascone del premier. Del tipo: fidatevi di me, risolvero' il problema. L'esatto contrario un atteggiamento pubblico serio.
Ma la pressione migratoria verso il continente europeo e l'Italia ha una portata gigantesca, che nei prossimi 20 o 30 anni al massimo cambierà il colore della pelle degli italiani, li creolizzera'. Non può essere trattato all'italiana. Se non vogliamo che ci travolga (ipotesi che ovviamente giudico la più probabile), dobbiamo operare alla tedesca.
Per questo mi dispiace che Matteo, il grande rottamatore, anche in questo sia poco tedesco e molto italianamente pittoresco.
Peccato che la sua modernizzazione si arresti alle poltrone del Senato e non riesca ad aggredire le tare profonde di questo  paese. E l'incapacità di mettere su un sistema di ingressi controllati dei migranti è uno di questi limiti più vistosi.
Peccato che il primo ministro di estrazione boyscout non riesca ad organizzarsi nemmeno con lo spirito di una giovane marmotta. Peccato che neppure i suoi giovani ministri riescano  ad inventarsi un'azione straordinaria di servizio civile che fronteggi l'emergenza migratoria. Nemmeno coivolgendo il volontariato e le confusionarie regioni. Si, peccato.
SAVIANO, LE CICALE E LE PAROLE SBAGLIATE

In uno dei suoi ultimi scritti (L'Espresso, 34/2015), Saviano divide gli italiani in cicale, i nonni e i padri che nel XX secolo avrebbero sperperato soldi a tutta randa, e nei loro figli e nipoti di oggi, sfigati, che si trovano in una sorta di deserto, dove sarebbero costretti a "riciclare gli scarti lasciati dalla generazione dei genitori". La frase, bruttina, riassume il contenuto dello scritto per L'Espreso e ha tre difetti gravi. Per uno scrittore di qualità come è Saviano, si capisce. E' linguisticamente povera, concettualmente sbagliata e socialmente incendiaria. POVERA perché non indicando di quali scarti si parli, smarrisce il proprio significato. Se poi si pensa che l'80 per cento dei nonni e dei genitori lascerà ai pochi nipoti e figli un'immenso patrimonio immobiliare incluso quello abusivo, altro che di scarti e di deserto si deve parlare. Mai nessuna generazione prima in Italia riceverà, anzi sta già ricevendo, tanto patrimonio e tanti tetti sotto cui mettere la testa. Semmai questo eccesso di patrimonio ereditato insieme alla complessità dei tempi potrebbe indurre al bamboccionismo, anziché all'impegno, e ridurre così quella fame di fare tanto cara a Steve Jobs (e ai nonni italiani che fecero il nostro miracolo economico), che certo Saviano non deve amare (mi riferisco a Jobs). SBAGLIATA perché una parte delle giovani generazioni si sta già facendo largo in tanti settori e milioni di partite iva e di precari stanno sorreggendo questo paese, sia pure guadagnando meno di quanto desidererebbero. INCENDIARIA perché una parte di chi non ce la fa né ad inserirsi per migliorare la sua situazione, nè a muoversi per cercare opportunità altrove, potrebbe essere spinto verso una rivolta violenta e sanguinosa contro un potere che ha regalato si pensioni facili a tutti, soprattutto al Sud, fino a ieri, ma ora non può più darne e sta anzi rilevandole a chi le ha avute. Stanno scemando insomma welfare e diritti per il banale motivo che non ce li possiamo piu permettere se non torneremo a crescere, cosa per altro improbabile, come negli anni del boom economico. Certo l'Italia vista dal Sud è più drammatica che guardata dal Nord. Ma ricordiamoci che il miracolo economico è anche il figlio di un intenso processo di migrazioni interne che ha visto grandi spostamenti di uomini e donne dal Sud al Nord. Altro che a schiacciare le cicale debbono dedicarsi i giovani per conquistare il loro futuro. Altro che chiedere grandi investimenti allo Stato per non finire mai la Salerno-Reggio Calabria. Qui serve la logica delle formiche. E servono parole chiare e propositive che purtroppo su questi temi Saviano non riesce a dire. Continua a chiedere che qualcuno risolva i problemi del Sud. Continua a piangere sui mali del Sud, quando l'unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e in silenzio darsi da fare.

sabato 22 agosto 2015

CRISI GRECA: IL PARLAMENTO TEDESCO VOTA IL PIANO DI "SALVATAGGIO". QUELLO ITALIANO NEMMENO NE DISCUTE. I GRECI PRENDONO I SOLDI, POI IL GOVERNO SI DIMETTE E FORSE IL PARLAMENTO SARA' SCIOLTO PER ANDARE A NUOVE ELEZIONI.

Paese che vai, usanze che trovi. I tedeschi discutono in Parlamento se prestare alcuni miliardi di euro, dei loro euro, di euri tedeschi, ai greci in un insieme di 86 miliardi provenienti da altri stati e dal FMI in tre anni. E hanno perfino il coraggio di ammettere pubblicamente che non sanno se il piano di salvataggio servirà, ma sostengono che politicamente la cosa va fatta per il bene dell'Europa. Siamo tre giorni dopo ferragosto, e i tedeschi votano. Ganzi, loro.
E noi in Italia? Un pò di chiacchiere sui giornali (ma poche a dire il vero, anche da parte dell'opposizione esterna al governo e nessuna dall'opposizione interna), non sappiamo nemmeno quanti euri italiani ci costerà questo sostegno, non sappiamo dove prenderemo questi soldi (tasse, debiti, finanza creativa?), ma il Parlamento è in vacanza e quindi sarà il governo italiano a dare un ok scontato al salvataggio greco. In uno dei paesi più bicamerali e ultraparlamentari del mondo, questi argomenti non sono roba da parlamento.  E la nostra opinione pubblica? Sembra si sia stufata di questa storia. Così, tanto per confondere un pò le acque e titillare i suoi lettori germanofobici, rigorosamente sdraiati sotto l'ombrellone, il Corriere della Sera spara con uno dei suoi commentatori di punta contro la grande Merkel e la forte Germania. Che ganzi che siamo anche noi!
Intanto Tsipras, il leader del governo greco messo sotto tutela dalle istituzioni europee, dopo aver promesso mari, porti, aereporti e monti all'Europa, una valanga di riforme e chi più ne ha più ne metta, incassa i soldi, poi si dimette e tra un mese in Grecia forse si va ad elezioni anticipate. Sembrerebbe una barzelletta. Peccato che sia tutto vero.