martedì 29 luglio 2025

COI SOCIALISTI A GUIDARE L’EUROPA NON SAREMMO STATI DAZIATI DA TRUMP?

Per l'amor del cielo, che popolari e destra moderata europea siano “assecondanti” verso i desiderata Usa, è vero, sia pure con diversi maldipancia (più o meno dichiarati). Ma che la sinistra moderata europea, se esprimesse un ruolo direttivo in Europa, sarebbe meno “prona” rispetto a Trump, questo non lo può credere nessuno. O meglio una storiella del genere se la possono bere solo i loro militanti che decidono di ignorare alcune cose evidentissime.

Primo: URSULA guida una maggioranza politica di cui fanno parte, in maniera decisiva, i socialisti europei con cui lei ha concordato l’atteggiamento che i negoziatori europei hanno tenuto nella vicenda dei dazi. E che sarebbe finita così, era chiaro da tempo. Se i socialisti volevano davvero andare allo scontro con Trump (e quindi con gli Usa e quindi con URSULA), avrebbero dovuto dirlo chiaro e forte. Ma non l’hanno fatto. Dirlo oggi, a giochi fatti, è un po' comodo e soprattutto è comico. La voce grossa di alcuni socialisti anche nostrali è fasulla. Se ci fossero stati loro al posto di URSULA, non avrebbero fatto molto meglio.

Secondo: i socialisti europei, nelle loro variopinte casacche nazionali, non possono essere meno filoatlantici dei popolari e perfino di una parte consistente di sovranisti di destra. L’atlantismo militare, economico e politico gode di amplissimi consensi tra i circa 400 partiti politici, divisi in 8 o 9 grandi famiglie, dei 27 Stati dell’UE. Ergo la postura dei socialisti europei verso gli USA è analoga a quella di quasi tutte le altre famiglie politiche europee.

Terzo: laddove, come in Italia, i socialisti (leggi in specifico PD) sono all’opposizione, e non hanno responsabilità nel governo nazionale e nemmeno di coerenza con la loro famiglia politica europea, si permettono di “bociare” contro la doccia scozzese dei dazi subiti dall’Europa. Ma non avrebbero mostrato i muscoli a Trump né avrebbero attivato uno scontro con gli USA, in presenza di una guerra come quella in Ucraina dove l’apporto americano è fondamentale, se si fossero trovati al governo del nostro paese.

Quarto: purtroppo i socialisti dei 27 paesi dell’UE non hanno una visione chiara né univoca dell’autonomia europea rispetto agli USA. Né sanno che fare rispetto al ritorno della minaccia russa verso i paesi dell’Europa orientale. 

Coerenza vorrebbe che da questa situazione i variegati socialisti europei traessero le debite conseguenze. Ma pretendere un simile atteggiamento da loro risulterebbe ingiusto, poiché l’assenza di un disegno politico europeo (e quindi di una coerente politica estera e di difesa) non è appannaggio solo della famiglia dei socialisti moderati, ma caratterizza un po' tutte le famiglie politiche europee, popolari e sovranisti inclusi.

Ergo…

lunedì 28 luglio 2025

PERCHÉ SIAMO STATI DAZIATI

Gli Usa garantiscono la sicurezza e la libertà relativa dell'Europa (inclusa quella dei traffici commerciale) e contengono entro una certa misura i conflitti inter~europei (inclusi quelli commerciali). Tutto ciò ovviamente non ha un prezzo o meglio ce l'ha e i leader degli stati nazionali europei sono obbligati a pagarlo questo prezzo quando viene loro richiesto. E quindi sono "servili" perché gli conviene:  a loro e ai loro popoli. I leader delle nazioni europee sanno infatti di non poter fare da soli, né in Europa, né fuori d'Europa.

In particolare il ritorno dell'aggressività imperiale russa (riemersa dopo una lunga afasia tardo comunista e post comunista durata dagli anni 1980 a inizio 2000) e l’azzardoso tentativo di “contenerla” ha mostrato tutta la fragilità politica e organizzativa della articolata e prevalentemente mercantile costruzione europea. 

A questo si aggiunga che senza il “coordinamento” e il dominio degli USA (e senza il timore dei russi) gli europei alzerebbero di nuovo il tono della loro litigiosità su tutto (come fanno appena possono). 

Trump tutto questo non solo lo sa, ma essendo un politico spregiudicato ha deciso di sfruttarlo a vantaggio degli Usa e suo personale. 

Per sfuggire al trumpismo, gli stati europei dovrebbero cedere quote di sovranità a una entità politica europea che però (come sostiene da sempre Lucio Caracciolo) non esiste e di conseguenza a leader europei che non solo non possono esistere, ma che nessuno degli stati nazionale europei (e delle loro classi dirigenti, di destra o di sinistra che siano) vuol far esistere. E non è detto che questa scelta riduzionista sia un male. L’alternativa sarebbe infatti costruire un'Europa come grande potenza in grado di gestire in autonomia i potenziali conflitti con Usa, Russia, Cina e mondo arabo. Non proprio una bazzecola.

Peccato che chi nella globalizzazione vede solo l’egemonia della finanza internazionale e più in generale del capitalismo (ruolo che c'è , ma non è tutto), e sottovaluta invece il ruolo degli stati nazionali, delle singole élite dominanti e quindi della politica e delle logiche di potenza, tutto questo non voglia vederlo. Pazienza.

giovedì 10 luglio 2025

L’EUROPA, L’ITALIA E L’INDIPENDENZA DELL’UCRAINA

 

Le massime cariche dello stato italiano dicono che l’Europa (e l’Italia che ne fa parte) deve sostenere la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. L’hanno ribadito anche ieri a Zelenski venuto a Roma a cercare aiuti.

Il presidente Mattarella, in particolare, secondo il sito Rainews.it del 9 luglio, ha parlato con Zelenski di “[... pieno sostegno del nostro paese all'indipendenza, alla sovranità, alla integrità territoriale dell'Ucraina, con la vicinanza più intensa e concreta, la nostra posizione è e rimane assolutamente ferma in questa posizione (sic)".

Il nostro presidente (sempre secondo Rainews.it) ha detto anche che “la sicurezza ucraina si identifica con la sicurezza europea, contro chi vorrebbe tornare a una concezione di predominio dei rapporti tra gli Stati, facendoci fare un salto all'indietro di quasi un secolo”.

Ora, senza che gli italiani se ne accorgano, mentre gli Stati Uniti trumpeggiano, noi e molti degli stati europei stiamo scivolando sempre di più verso il ruolo di “garanti” dell’indipendenza e della sovranità dell’Ucraina. 

Ma indipendenza da chi? 

E sovranità minacciata da chi?

Ovviamente dalla Russia.

Chiedo: ma siamo sicuri di renderci conto noi italiani e noi europei degli obblighi concreti e potenzialmente drammatici che questa assunzione di responsabilità implica?

Possiamo davvero garantire l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina dalla Russia noi che non riusciamo neppure ad arrestare e processare un boss libico che abbiamo rimpatriato di corsa dopo averlo catturato forse per sbaglio?

Non credo proprio. Infatti per garantire la sicurezza dell’Ucraina ci riarmiamo (come Nato, come Europa e come Italia), prevedendo di spendere decine di miliardi per armi e infrastrutture e ragionando anche di riattivare la leva militare. Perché la guerra non è un videogioco giocato solo davanti ai computer coi droni che svolazzano e buttano bombe. Qualcuno deve scendere davvero sul terreno e rischiare di farsi ammazzare per garantire la sicurezza. Come si vede da quanto sta accadendo da oltre 3 anni in Ucraina.

Ora però il dibattito tra le forze politiche italiane (e anche sulla stampa cartacea e digitale nazionalpopolare) non evidenzia una chiara consapevolezza né dei costi né soprattutto dei fattori di rischio che ruotano attorno almeno a 3 elementi:

1. fare i garanti dell'indipendenza dell’Ucraina potrebbe voler dire entrare in guerra con la Russia (visto che l’Ucraina è un’ex repubblica dell’ex Urss che la Russia di Putin è decisa a riannettersi con le armi, come dimostrano oltre 3 anni di guerra);

2. la Russia non è una potenza militare di poco conto; ha un governo politico dittatoriale, senza opposizione (se non in galera); è una società abituata a gestire lunghi periodi di guerra; è molto resiliente; e chi la governa oggi persegue sicuramente progetti neoimperiali (forse destinati a finire male, ma che sta comunque attuando);

3. la Russia è una potenza nucleare e gestire un conflitto con una potenza nucleare, a fronte delle incertezze manifestate dagli USA, non sarebbe per un’Europa democratica e molto divisa al proprio interno, e quindi per l’Italia, una bagatella.

L’opinione pubblica italiana spesso finge di non vedere i problemi importanti che la riguardano. Ma le relazioni con la Russia potrebbero davvero farsi drammatiche come conseguenza delle garanzie che (almeno a parole) stiamo fornendo all’Ucraina.

Ora, che l’industria bellica italiana e le imprese che sperano di ricostruire fisicamente l’Ucraina ci spingano a firmare la “garanzia all’Ucraina” lo capisco.

Ma il grosso del Paese non credo si renda conto che stiamo giocando col fuoco (anche nucleare).

La sensazione semmai è quella di genti anziane, per lo più benestanti ma un po' stordite, guidate da apprendisti stregoni, compresi diversi underdog, che potrebbero farsi (e farci) parecchio del male senza nemmeno rendersene conto. Naturalmente attorno a questi attempati bamboccioni (e a pochi giovani molto distratti) sfarfalla una pletora di commentatori pasticcioni e un po' di furbetti pagati per confondere le acque.

Comunque, spero di sbagliarmi.

sabato 5 luglio 2025

DEPENDENCE DAY

Mentre ieri Putin riconosceva ufficialmente lo stato dell'Afghanistan, primo paese al mondo a farlo in forma ufficiale, il presidente della Repubblica Italiana sottolineava, in un breve comunicato dedicato alla festa nazionale americana del 4 luglio, la forza e il valore del vincolo transatlantico che ci lega agli Stati Uniti, confermando in qualche modo il ruolo subalterno (e il rapporto asimmetrico) del nostro paese rispetto alla grande potenza imperiale. Va però anche osservato come questa ininterrotta subalternità abbia favorito negli ultimi 80 anni una certa prosperità per il paese e una vera e sostanziale pace (ovviamente garantita dalla potenza militare degli USA) che non ha precedenti negli ultimi mille anni di storia di quell'espressione geografica nota col nome di Italia.

giovedì 3 luglio 2025

TEATRO ERA. “CAVALLERIA RUSTICANA” TORNA IN CITTÀ

I progetti teatrali sono una bella cosa, non c'è dubbio. Ma il Teatro è per sua natura un luogo plurale. Molto plurale e… carsico. 

Così mentre si sviluppa in città un dibattito sui destini del Teatro Era, dove ognuno, incluso il sottoscritto e oggi anche Roberto Bacci (su La Nazione) dice la sua, l’opera lirica torna a farsi udire e proprio nel teatro cittadino, anche se al di fuori dalla programmazione ordinaria. Quindi con un evento spot, certo. Organizzato da un soggetto terzo. Va bene. Ma con il sostegno dell’amministrazione comunale, presente con ben due assessori e il presidente del consiglio comunale. Ripeto, fuori dalla programmazione ufficiale. Con un allestimento essenziale, ma efficace. All’aperto. Nell’anfiteatro. Ma intanto torna con una “Cavalleria rusticana”, voluta e organizzata dalla Corale città di Pontedera, con molte altre collaborazioni, che sarebbe lungo segnalare, anche perché la mia non è una recensione musicale. Non ne avrei le competenze.

Sottolineo solo che la serata è stata allestita nello splendido spazio dell’anfiteatro collocato alle spalle del Teatro Era, con una presenza di almeno 300 spettatori. E mi pare che il pubblico, prevalentemente anziano, abbia gradito ed apprezzato parecchio lo spettacolo. 

Tutto questo ci dice che forse, almeno nella stagione estiva, l’anfiteatro ERA,  ora dotato di seggioline abbastanza comode, potrebbe essere utilizzato per diversi spettacoli. Perché in attesa di capire come evolverà la complessa situazione organizzativa, il Teatro Era dovrebbe comunque proporre direttamente o con soggetti terzi molti più eventi, inclusi quelli musicali, lirici e non solo. 

Perché se l’offerta culturale è valida, come si è visto l’altra sera, il pubblico c’è, viene volentieri ed è perfino disposto a pagare un biglietto ragionevole.

domenica 29 giugno 2025

L’IRAN E IL SILENZIO DEL PRESIDENTE

Nei suoi recenti discorsi pubblici (tra cui quello di Marsiglia) il nostro Presidente della Repubblica ha sottolineato con forza come la Russia abbia violato il diritto internazionale invadendo con il suo esercito l’Ucraina. Inoltre il Presidente ha pronunciato parole chiare contro le violazioni del diritto internazionale rappresentate dai ripetuti bombardamenti israeliani su Gaza, dalla distruzione di quell’area e dal trattamento inumano imposto alla popolazione palestinese sempre dallo Stato di Israele.

Non capisco perciò il suo silenzio sui recentissimi bombardamenti subiti dall’Iran da parte sia di Israele che degli Usa.

Nessun organismo internazionale ha autorizzato questi bombardamenti che si configurano dunque come una violazione palese del diritto internazionale, tanto più in una fase in cui l’Iran trattava con l’AIEA il controllo del suo sviluppo nucleare.

Com'è allora possibile che, come ha notato anche Travaglio, il nostro Presidente non abbia detto alcunché su questo tragico episodio (ribattezzato dall'immaginifico Trump come la guerra dei 12 giorni) che destabilizza gli equilibri del mondo soprattutto da parte della principale potenza mondiale, gli Usa, di cui noi siamo alleati col trattato della NATO?

Osservo questo perché il silenzio del Presidente su un episodio che colpisce e indebolisce anche il ruolo dell’ONU potrebbe essere inteso come un sostanziale assenso italiano alla decisione presa dal presidente americano di bombardare uno stato indipendente e sovrano senza alcun mandato internazionale e neppure senza un mandato del Parlamento degli Usa.

Per quanto l’Europa e l’Italia debbano moltissimo al ruolo svolto dagli Usa nella nostra pacificazione interna, alla nostra stabilità e al nostro sviluppo post-1945, credo che non si possa far finta di nulla davanti al linguaggio e al comportamento da gradasso e da potenza imperiale che Trump usa fuori dalle regole internazionali.

Che l’arcipelago politico italiano si divida sul comportamento di Trump non mi sorprende. Ma il silenzio del Presidente un po' si. Anzi, per dirla proprio tutta, mi preoccupa e mi addolora. Perché un vulnus al diritto internazionale resta tale da chiunque venga commesso, incluso il nostro migliore amico. Sempre ammesso che lo sia.

I RAGAZZETTI E I PROCESSI FORMATIVI E CONOSCITIVI

In un breve comunicato comparso sulla stampa in merito ai gravi episodi avvenuti nell’ambito della notte granata a Pontedera il sindaco, immagino a nome della sua maggioranza di centrosinistra, ha dichiarato alla stampa: “non permetterò che trenta ragazzetti infanghino la reputazione di Pontedera". Una frase del genere sembra ridurre il fenomeno ad una bagatella. Poi sono stati annunciati sempre dal sindaco dei provvedimenti urgenti raggruppati sotto il nome di Daspo. Ma se si arriva a questo, vuol dire che la situazione è più seria. Molto più seria.

Ora io non sono un esperto di sicurezza urbana, ma suggerisco al sindaco e alla sua maggioranza di non sottovalutare i 30 RAGAZZETTI che forse potrebbero essere assai di più e che non puntano tanto ad “infangare” Pontedera, quanto a manifestare un disagio che forse ci converrebbe capire bene per cercare di fornire risposte adeguate e non solo ideologiche o sensazionalistiche che spesso lasciano il tempo che trovano. Mi riferisco ai Daspo che mi ricordano tanto le “grida manzoniane”. Ma, per l’amor del Cielo, che Daspo sia; e poi se ne valuterà l’impatto come Manzoni fece con le grida.

Io aggiungo solo alcune riflessioni alla buona. Da vecchietto impiccione e brontolone, quale sono.

La prima. Se Pontedera vuole per ragioni economiche configurarsi come luogo attrattivo per la MOVIDA giovanile e non solo (e questa maggioranza in quella direzione sta portando la città), non può evitare di subire anche gli effetti negativi che le movide si trascinano dietro. Il fenomeno è noto. Che dentro la movida si agiti poi un certo disagio giovanile e non solo che si manifesta anche in vandalismi, danneggiamenti, schiamazzi e scontri tra gruppi è del tutto evidente. C’è di peggio. Con la movida si favorisce anche una certa microcriminalità che fa più facilmente affari in situazioni vivaci che in contesti più tranquilli. La MOVIDA insomma porta soldi, ma anche disagi. Soprattutto per i residenti e per l’ordine pubblico. Senza dimenticare che le movide costano alla pubblica amministrazione e siccome la coperta è corta non si può non alzare la Tari.

La seconda. Da anni si vede crescere una società giovanile meno formata, meno educata e più irrequieta, che manifesta anche sul piano locale modelli di comportamento per niente carini. Il pluralismo sociale, le molte etnie presenti, la difficoltà di integrarsi, la tendenza a fare gruppo per lingua, nazione, colore della pelle, ecc., la carenza di buoni sbocchi occupazionali, le mille fragilità giovanili sono elementi incontrovertibili. Possono giocare ruoli negativi e positivi. Ma quanto conosciamo nel dettaglio questi fenomeni? In che maniera la nostra società li intercetta e li aggiusta in maniera civile?

Vogliamo seriamente affrontarli, provando a dialogare e non usando solo gli strumenti repressivi, che pure non possono essere rifiutati a priori? Come si passa però dalle chiacchiere alle azioni concrete? Sono anni che abbiamo smesso di studiare la Pontedera che cambia. Sarà il caso di ripartire?

Terzo. La scuola cosa può fare? Cosa offre come modelli alternativi a questi giovani? Quanti di questi 30 ragazzi sono già fuori dai percorsi scolastici e perché? La fortuna di una persona passa da un buon processo formativo ed educativo. E la sfortuna delle persone, che non è la sfiga, è condizionata quasi sempre da percorsi formativi sbagliati e spesso deragliati. E' possibile che i comuni lavorino anche su buoni percorsi formativi locali che non hanno niente a che vedere col toccare la proboscide agli elefantini e farsi selfie con queste figure neopagane?

Quarto. Chi sono le famiglie di questi ragazzetti? Che rapporti hanno i genitori coi loro figli che crescono in maniera fragile e arrogante? In che misura sono coinvolte le famiglie nei percorsi scolastici dei figli? In che misura partecipano alla vita sociale cittadina? In che misura la città le accompagna nei loro stessi percorsi di cittadinanza e nell’accudimento dei loro figli? La Fondazione Charlie può darci una mano in questa direzione?

Quinto. Pontedera è una città dello sport. Si parla di una realtà in cui sono presenti circa 80 associazioni sportive con circa 6000 iscritti, in buona misura giovani. Ma bastano queste associazioni sportive per assorbire il disagio giovanile? O abbiamo bisogno di coinvolgere anche altre forme di associazionismo? Che fine hanno fatto le relazioni strutturate con le comunità straniere presenti in città e sul territorio della Valdera? L’Unione Valdera può darci una mano?

Sesto. Che dicono i referenti dei servizi sociali dei comuni della zona e della Asl su questi fenomeni complicati? Si potrebbero conoscere meglio le cifre e le analisi in merito al disagio giovanile e alle sue manifestazioni su scala locale? Spendiamo molto in notti bianche, granata e di altro colore. Potremmo investire anche in ricerca sociale? Magari coinvolgendo l’Università di Pisa? Per costruire un dibattito non ideologico sul fenomeno, dentro e fuori del consiglio, servirebbero dati e analisi precise. E atteggiamenti propositivi. Altrimenti al massimo ci si schiera, ognuno con la maglietta della propria squadra del cuore, ma senza fare alcun passo in avanti rispetto al fenomeno concreto, quello che tocca anche la nostra città.

Ecco, credo che ci sia ancora molto da capire, da sapere e da indagare.

Nel frattempo, certo, si può anche chiedere più polizia, più carabinieri, più esercito, più prefetto e più Daspo.

Ma non di sola repressione vivono bene le società complesse e plurali come le nostre. Anche perché nelle società civili come le nostre, la repressione è sempre un’arma mezzo spuntata. E poi è tardiva. E spesso inefficace. Anche se a parole può sembrare risolutiva.

Per vivere bene bisogna conoscere bene i fenomeni che ci riguardano e saperli gestire. Quando si arriva alla repressione (che pure serve) vuol dire che il fenomeno ci è sfuggito di mano. E per riacciuffarlo serve tanta prevenzione su tanti piani, quanto meno per impedirgli di crescere.