venerdì 6 febbraio 2026

FONDAZIONE CULTURA PONTEDERA. CONCLUSIONE PROVVISORIA.

Il Documento Unico di Programmazione 2026-28, recentemente approvato nel consiglio comunale pontederese, non propone alcuna modifica agli obiettivi per la Fondazione cultura per i prossimi anni.

Ribadisce che il rapporto tra Comune e Fondazione resta strumentale. Chi guida il Comune in sostanza decide alcune attività da fare ma non le affida agli uffici comunali (scansando così le procedure pubbliche), bensì alla Fondazione, la quale procede privatisticamente (nell’acquisto beni e servizi, negli incarichi, nelle sponsorizzazioni, ecc.)

Sul piano culturale è ormai acclarato che le mostre del Palp, decise a Palazzo Stefanelli (che individua anche curatori, ecc.), non attirano pubblico in città se non in forma modesta. Ciò significa un impatto economico e culturale sulla città pari a uno zero virgola, tanto che si deve ricorrere alle truppe cammellate scolastiche per giustificare in qualche modo i "flopponi" realizzati negli ultimi anni.

Certo a fronte di questi flopponi viene da chiedersi come si spieghi quella trentina e passa di sponsor che fanno capolino (molti in formato mignon a dire il vero) sui totem pubblicitari delle mostre del PALP. E soprattutto cosa ci ricavino questi sponsor da eventi espositivi così poco visitati dal pubblico. Di sicuro non visibilità per i loro marchi. Ma non è questo a cui loro puntano.

Il bilancio della FCP del ‘23, disponibile nell’archivio digitale del comune di Pontedera, indica in poco meno di 40.000 euro il valore totale per quell'anno di tutte le sponsorizzazioni. Cifra non piccola, ma certo non in grado di sostenere eventi molto costosi (appena un quarto, secondo quanto dichiarato, delle somme raccolte dagli sponsor nel primo quadriennio del PALP, quello a guida Pampaloni-Modesti). 

Ma se questi sponsor non ricavano visibilità dalle loro sponsorizzazioni, che vantaggi allora ne traggono?

Qui il ragionamento si fa più complicato. Certo bisognerebbe analizzare i marchi uno a uno, leggerne le specificità, le relazioni, le diverse simpatie politiche dei proprietari e molto altro.

In generale si ricava la sensazione che la FCP si configuri come uno dei luoghi di incontro e collaborazione (ma non l’unico) tra chi dirige la politica amministrativa di Pontedera e chi ruota a vario titolo attorno a questa politica (la “famosa” cena di gala dell’ultimo dell’anno al Teatro Era sembrerebbe confermare bene la cosa).

Tutto il sistema delle società partecipate comunali può infatti essere valutato per il valore operativo e i suoi risultati (ovvero per i servizi che le società erogano ai cittadini per conto del Comune), ma anche per le modalità di trasparenza con cui queste società funzionano e per gli intrecci di potere che generano tra gli amministratori comunali, le persone che vengono nominare ai vertici delle società partecipate e i vari soggetti privati che le partecipano.

In un’epoca di passioni politiche deboli e di grandi distanze tra vertici e base elettorale, le élite che gestiscono la città sono selezionate e messe insieme anche attraverso il sistema delle società partecipate. L’anagrafe e i rapporti personali di questo mondo potrebbero dire molto. Così come sono eloquenti le relazioni tra diversi sponsor e queste élite.

L’opacità però di questi rapporti, gli scambi che possono intercorrere tra i vari soggetti in campo, nonché le strategie e le partite che si giocano, sono difficili da decifrare. Questo perché anche la politica si è in buona parte autoprivatizzata. Ed è finita, anche nelle nostre cittadine, in mano a piccoli gruppi, che muovono sia le pedine politiche sia quelle private. E questi oligarchetti non sono “controllati” di fatto da nessuno, perché i partiti sono quasi zombie e la stampa… eh la stampa…. 

In questo contesto non può quindi meravigliare nessuno che il presidente della CDA della FCP possa essere nominato dal Comune di Pontedera anche presidente del CDA di ECOFOR service e che ECOFOR service oltre che a gestire una propria attivissima Fondazione culturale (che produce decine di eventi se non centinaia) operi anche come sponsor delle attività della FCP o detenga (ma si dice ancora per poco) le azioni di maggioranza dell'US Pontedera Calcio (un business certo lontano dagli interessi dell'azienda).

Da tutto ciò ne ricavo che, contrariamente a quanto hanno cercato di farmi credere certi amici, sarà dura vedere qualche mostra interessante e attrattiva al PALP nei prossimi anni. 

Del resto questa cosa a chi interessa veramente?

martedì 3 febbraio 2026

PER L’APERTURA DEL GIARDINO DI VILLA CRASTAN SERVE UNA MOBILITAZIONE CIVICA

La convenzione con la quale il Comune di Pontedera ha affidato in via “sperimentale” nel ‘23 la Villa Crastan alla Fondazione cultura è abbastanza chiara sia sull’uso dell’edificio che su quello del giardino.

Il testo, allegato alla determinazione dirigenziale n. 430 del 19/5/2023, dice che il Comune dà in gestione a FCP sia la Villa (edificio) sia l’annesso giardino.. “al fine di valorizzarne e qualificare la fruizione pubblica”. 

E all’art. 1 ribadisce la volontà di “favorire la fruibilità dei locali e del giardino”.

Invece, come ha potuto constatare di persona chiunque sia transitato in via della stazione vecchia in questi ultimi anni, la porta di ingresso al giardino è stata ed è quasi sempre CHIUSA e il giardino è regolarmente deserto. Niente bimbi, niente genitori, niente nonni.

Al punto 3 dell’art. 1 si dice che la FCP deve “promuovere lo sviluppo..di attività di natura culturale, ricreativa, sociale secondo un approccio che valorizzi lo stare insieme, la produzione libera di cultura…”; e sempre all’art. 1 si dice di connessioni tra attività artistiche svolte al PALP e alla Villa”. Ma di queste connessioni credo che in villa si sia visto quasi nulla.

Infine all’art. 2 si chiede esplicitamente alla Fondazione di provvedere alla manutenzione ordinaria anche del giardino. E l’erba in effetti via via viene tagliata.

Ma la vera astuzia del Comune sta nel fatto che con la convenzione si affida a FCP il giardino ma non la si obbliga esplicitamente ad aprirlo e soprattutto non si definisce un calendario settimanale di apertura. Perciò il Comune ha dato sì alla FCP la gestione di un giardino pubblico, le ha detto sì di manutenerlo, ma, guarda un po', si è dimenticato di dirle di aprirlo con un orario settimanale preciso. Così la FCP non è obbligata dalla convenzione ad aprire il cancellone e neppure il cancellino di via della stazione vecchia con un orario settimanale preciso.

Questo consente alla FCP di aprire il giardino solo in occasione delle rare iniziative che ci vengono svolte. E consente all’istituto scolastico privato che ha in uso (parziale?) l’edificio della villa di non avere persone non previste ai propri eventi.

Certo, spesso resta aperto il cancello sul lato interno di via XXI aprile per l’accesso alla Fondazione Chiarlie, che ha sede nella dependance della villa. Da lì si può accedere al parco. Ma non il sabato e la domenica, nè quando la Fondazione è chiusa.

Rispetto a questa situazione potrebbero muoversi le opposizioni consiliari ed extra consiliari. Potrebbero essere loro a chiedere all’amministrazione una modifica in tal senso alla convenzione con FCP che, tra l’altro, sta per essere rinnovata (entro maggio). Sempre che ovviamente ritengano opportuno aprire il giardino al pubblico.

Potrebbe perfino mobilitarsi la consulta di quartiere, ma è così moribonda che si fa fatica a rianimarla, figuriamoci a farle fare qualcosa.

Per questo credo proprio che tocchi ai cittadini chiedere l’apertura dei cancelli della Villa e fare in modo che questo obiettivo venga raggiunto.

domenica 1 febbraio 2026

FONDAZIONE CULTURA PONTEDERA. LA TRASFORMAZIONE (2 parte)

Nel post COVID, durante il primo mandato della Giunta Franconi, la FCP si trasforma, oltre che in uno strumento per gestire lo spazio espositivo del PALP (ma senza una strategia chiara), in un ente per supportare varie scelte “culturali” dell’amministrazione comunale. 

In particolare FCP viene usata per eseguire, esternalizzandole, scelte comunali, senza incappare in quei vincoli giuridici e in quelle procedure di trasparenza a cui sono obbligati gli uffici comunali.

Sarebbe infatti interessante definire il vero livello di autonomia della FCP. Ma per farlo occorrerebbe esaminare i verbali del CDA della FCP, che però, guarda caso, non sono pubblici. Così come occorrerebbe analizzare i progetti presentati da FCP al Comune e i relativi rendiconti annuali sui progetti per capire se FCP è davvero qualcosa di diverso da un “mero esecutore di ordini” di chi guida il Comune. Ma anche questa seconda tipologia di documenti è riservata. Per esaminarli bisognerebbe richiedere un accesso agli atti comunali, perderci un sacco di tempo, rischiare di trovarsi di fronte ad atti parziali e così via.

Il risultato è che (come hanno osservato alcuni consiglieri di opposizione) c’è poca possibilità (per non dire nessuna) per un cittadino pontederese di capire come stiano esattamente le cose tra Comune e FCP. Quel che è ovvio (a chi voglia vederlo) è che l’amministratore comunale scoraggia la comprensione del proprio operato (e delle aziende che controlla) ed evita come la peste una discussione chiara sul suo operato e sulle istituzioni che controlla. In questo modo, al di là della retorica che la politica elargisce, allontana i cittadini dalla vita politica e amministrativa della città.

E tuttavia (almeno ai vecchietti da tastiera) qualcosa dagli atti del Comune balza agli occhi.

Intanto nel ‘24 la Fondazione Peccioliper esce da FCP. Le ragioni del divorzio non sono chiare, ma sembrano legate ad una volontà di Peccioliper di ritirarsi dalla gestione del PALP.

Al posto di Peccioli, dopo alcune modifiche statutarie, entra nella FCP la Fondazione Fabbrica Europa con sede a Firenze, al cui vertice siede Luca Dini, che è stato uno dei protagonisti per oltre trent’anni del teatro di ricerca a Pontedera e responsabile di spicco del Teatro Era, prima dell’ingresso nella Fondazione Teatro Toscana.

Il segnale che questo cambio manda è che si voglia costruire un qualche rapporto tra FCP e Teatro Era/Teatro Toscana. Magari per gestire, come è accaduto quest’anno, eventi al Teatro Era come il veglione con Jerry Calà e la cena per gli sponsor di fine anno (organizzati, guarda caso, proprio da Fabbrica Europa col patrocinio, ovviamente, del Comune). Una seratina che il Comune da solo non avrebbe potuto mettere facilmente in piedi.

La scelta del nuovo partner non sembra però andare verso un rafforzamento dell’identità “artistica” di FCP, la quale nel trasformarsi sembra indossare la veste di uno strumento operativo dell’amministrazione comunale in grado di occuparsi un po' di tutto.

A suggerire questa lettura è la decisione di affidare nel 2023 alla FCP la gestione “sperimentale” di Villa Crastan. E questo che ci azzecca?, si chiederanno i miei lettori. Servirà forse ad allestire mostre di più ampio respiro tra PALP e villa Crastan? O per collocarci la piccola pinacoteca posseduta dal Comune? Ma neanche per sogno. Infatti pochi mesi dopo si viene a sapere che l’edificio storico della Villa Crastan sarà messo a disposizione di una scuola privata cittadina, ma nessuno sa se ci sia un contratto tra FCP e questa scuola privata, né se ci sia un qualche corrispettivo che la scuola versa a FCP. 

La cosa interessante è che la Villa è proprietà del Comune ed è  stata affidata alla FCP per valorizzarla. Ma pochi mesi dopo la Villa viene affidata ad un privato senza che il Comune abbia fatto un bando pubblico per assegnargliela (come invece avrebbe dovuto fare), senza che ci ricavi direttamente un qualche guadagno, come sarebbe opportuno. Naturalmente tutto questo è avvenuto senza neppure una valutazione pubblica dei dieci anni in cui la Villa era stata gestita da un pool di associazioni cittadine, messe alla porta da un giorno all’altro senza alcuna giustificazione e men che meno ringraziamenti.

Come se non bastasse la Villa largamente privatizzata” non apre quasi mai il giardino pubblico che un tempo i cittadini di Pontedera potevano utilizzare liberamente.

Tra pochi mesi scade il triennio di gestione “sperimentale” della Villa, ma c’è qualcuno che si immagina che il presidente del CDA della FCP terrà una conferenza stampa pubblica in cui analizzerà i risultati della valorizzazione svolta sulla villa Crastan e risponderà alle domande dei cittadini sul suo uso largamente privatizzato e sulla sostanziale chiusura del giardino?

Credo proprio di no.

Ma non è finita qui.

venerdì 30 gennaio 2026

MA COS'È LA “FONDAZIONE PER LA CULTURA PONTEDERA”? (1 parte)

Forse pochi a Pontedera sanno cos'è e come opera esattamente la Fondazione per la Cultura Pontedera (FCP). Perciò provo a dirne qualcosa.

Nata come Fondazione Teatro Pontedera per gestire appunto il Teatro Era, quando dopo il 2015 il Teatro cittadino venne di fatto inglobato nella Fondazione Teatro Toscana, la Fondazione Teatro Pontedera venne trasformata in Fondazione per la Cultura Pontedera (FCP), controllata dal Comune di Pontedera e partecipata dalla Fondazione Peccioliper. Lo scopo più urgente? Gestire, come piccola “bad company”, un po' di debiti e di problemi del Teatro Era (non confluibili nel nuovo ente fiorentinocentrico e non riassorbibili dal bilancio comunale pontederese). 

Poi però dal 2016 il Comune conferì alla FCP la gestione dello spazio espositivo ricavato nella ristrutturazione del Palazzo Pretorio (ribattezzato PALP), dopo la chiusura del Tribunale. In particolare la Giunta Millozzi affidò il PALP al CDA di FCP, guidato allora dall’ex assessora Daniela Pampaloni e con la direzione del dr. Andrea Modesti. Obiettivo? Provare ad inserire il PALP nei circuiti che veicolavano mostre d’arte capaci di attrarre su Pontedera visitatori e appassionati d’arte anche da fuori regione e raccogliere i fondi necessari per sostenere questa scelta ambiziosa.

L’idea si ispirava all'esperienza di Palazzo Blu di Pisa che però aveva e ha dietro di sé la Fondazione Pisa e una città turisticamente assai attrattiva.

Così dal 2016 al 2020 la FCP organizzò al PALP 4 mostre di un certo livello (con cataloghi interessanti, ben curati e voluminosi) più altri eventi che, secondo i comunicati ufficiali, registrarono complessivamente 50.000 visitatori.

Poi nel 2019 si insediò la nuova giunta comunale guidata da Franconi (che tenne per sé la delega alla cultura). Il nuovo sindaco ringraziò Pampaloni e Modesti per l’eccellente lavoro svolto, ma nel ‘20 li sostituì con altre persone, a cui affidò l’obiettivo oltre che di organizzare mostre anche di assecondare diversi progetti culturali e non solo dell’amministrazione. 

Un anno dopo arrivò il COVID e le mostre e il PALP entrarono in crisi.

In questo clima l’amministrazione Franconi confermò il depotenziamento del Centro Otello Cirri (i cui locali, in via della Stazione Vecchia, sono stati messi in vendita, mentre formalmente il Centro è stato trasferito al Palp), pose fine alle mostre degli artisti locali, ridimensionò il progetto dell’Arte per non dormire e chiuse la validissima esperienza didattica dei Cantieri per l’arte.

Quando poi tra il 2022 e il 2023 il PALP riparti’ con le mostre, prese altre strade rispetto a quelle battute da Modesti e Pampaloni. Solo che le capacità attrattive dei nuovi eventi risultarono subito minimalissime.

Oltre tutto nel frattempo si era allentato il legame col mondo degli artisti locali e coi loro sostenitori e, anche a causa del COVID, si era distrutto il percorso di accreditamento del PALP come polo espositivo integrato nei circuiti d’arte di un certo livello. 

Al PALP si sono così alternate dal ‘22 a oggi mostre a volte senza biglietto, senza catalogo, senza curatori di rilievo (a parte quella dedicata a Giorgio Dal Canto, il cui catalogo e la cui cura sono stati validissimi, ma su un autore un po' fuori dai circuiti nazionali). Si sono insomma proposti in questi ultimi anni progetti estemporanei e diversissimi, privi di una identità espositiva coerente. In compenso la giunta Franconi ha scritto nei documenti pubblici di voler attrarre al PALP un certo pubblico, con ricadute anche economiche sulla città. Cosa finora non accaduta. 

Per rimediare alla debacle, ci si è vantati di aver portato un po' di scolaresche alle mostre. Ma si tratta di giustificazioni prive di sostanza.

In questo contesto il recente floppone della mostra Banksy & Friends era largamente prevedibile e l’ingiustificata ostinazione con cui l’amministrazione comunale ha voluto tenere nascosti i numeri dei visitatori è il riflesso evidente di un’incomprensione profonda delle dinamiche in atto e della precisa volontà di impedire di valutare concretamente l’operato della Giunta e della FCP rispetto al funzionamento del PALP.

Nel frattempo la FCP si è trasformata in qualcos'altro, cambiando anche partner e il grosso del CDA, come si dirà nella seconda parte del testo che posterò tra qualche giorno.

martedì 27 gennaio 2026

IL FLOPPONE DI BANKSY E FRIENDS AL PALP

Che Banksy & Friends a Pontedera sarebbe stato un FLOPPONE era largamente prevedibile. Per varie ragioni. L’ho scritto più volte nei miei numerosi post e non vale la pena di tornarci. Ma che per avere i numeri dei visitatori della mostra (2906 paganti complessivi in 4 mesi) ci volesse una interpellanza consiliare, questo non me lo sarei immaginato.

E' il segno che non solo l’Amministrazione locale vuol fare quello che le pare (in fatto di arte e turismo), ma non vuole neppure renderne conto ai cittadini. Si tratta di una torsione democratica che, nel suo piccolo e sia pure su questioni marginali, ma emblematiche, questa cittadina di provincia sta vivendo. E non ad opera di una maggioranza di centro destra.

L’assessore alla cultura, che formalmente non è responsabile della mostra, essendo stata questa ufficialmente “voluta” e “decisa” dal CDA della Fondazione Pontedera per la Cultura, ha dichiarato che insistere per conoscere i dati della mostra è “ossessione per i numeri”.

Buon dio, e che cos'è tutta la democrazia se non una grande ossessione per verificare se chi decide le sorti di un paesone o di un paesino abbia i numeri, i voti, e quindi il diritto per farlo?

E comunque tra che c'è era non poteva l’amministrazione comunale darci anche i numeri della mostra d’arte, allestita sempre al Palp e dedicata a Giorgio Dal Canto detto Babb? Non mi pare di aver mai visto comunicati comunali in merito a quei risultati.

E' vero, come diceva Callimaco, che l’arte non si misura a metri, ma i visitatori di una mostra che l'amministrazione dichiara di aver finanziato apposta per portare turisti e stimolare il commercio in città, con che cosa si possono misurare se non coi numeri?

E mentre l'ossessionato dei numeri si augura che qualche consigliere di opposizione presenti finalmente un’interpellanza per avere, sia pure con un anno di ritardo, anche i dati della mostra su BABB, sottolinea che con la mostra di Pinocchio il rischio di conoscere i numeri non si correrà. Niente biglietti a pagamento. Niente verifica numerica se la mostra avrà funzionato o meno. Sbaraccata preventivamente l’ossessione dei numeri. E vai!!!!

venerdì 23 gennaio 2026

POTENDO, EVITEREI L’EUROSUICIDIO

Il libro di Gabriele Guzzi, “Eurosuicidio. Come l’UE ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci” (prefazione di Lucio Caracciolo, Fazi, 2025, p. 206) è una lettura interessante, ma questo non vuol dire che ne condivida tutto l’impianto e men che mai le conclusioni. È un testo che aiuta a discutere, se non altro perché stimola ad approfondire il rapporto tra UE e Italia e a valutare con puntigliosa attenzione il complesso sistema di vincoli che questo rapporto ha generato e genera quotidianamente soprattutto sul piano monetario e quindi a capire meglio le ricadute della UE sullo sviluppo della nostra società.

Ma in questa sede non riprenderò i contenuti che mi convincono del libro di Guzzi. Che, per altro, sono diversi. Qui indicherò quello che non mi torna.

Ora, la tesi centrale del volume è che l’entrata dell'Italia e della sua lira nello SME (il sistema monetario europeo) nel ‘79 e soprattutto poi l'adesione all’Euro, che parte virtualmente nel ‘99 e concretamente nel 2002, ha generato un sistema di vincoli economici che ha paralizzato l’economia Italiana e ci ha trasformati in paese “non-morto”, come dice lui. E in un paese subalterno alla Germania, vero paese forte della UE, per la quale l’Euro sarebbe come un Marco travestito.

La paralisi italiana è fatta da una modestissima crescita del Pil, da una mancata crescita salariale, mancati servizi sociali moderni, impossibilità di fare politiche keynesiane, mancati investimenti in infrastrutture, diminuzione nascite, difficoltà a svalutare e a fare maggiori debiti.

Il dominio Euro e Ue sull’Italia ci blocca o ci rallenta su tutto questo.

In breve il vincolo europeo verso cui una parte della classe dirigente (e soprattutto un manipolo di tecnocrati) ci avrebbero spinto, senza un vero consenso popolare e democratico, è la causa di molti mali italiani.

Ergo, conclude Guzzi, forse dovremmo svincolarci da UE e da Euro, riprenderci la nostra sovranità monetaria e di politica economica e dotarci di un nostro modello di sviluppo degli anni ‘50/’70.

Così torneremo a correre e quindi a crescere economicamente e socialmente.

E il libro vuole essere uno strumento per sostenere un dibattito pubblico aperto su tutto ciò e superare il silenzio “blindato” dai filo-euro che delle alternative all’Euro e alla UE non vogliono neppure discutere.

Ora, che prima lo SME e poi EURO e BCE siano stati e siano un limite alle manovre monetarie dei singoli stati UE, Italia inclusa, mi torna; ma che questi vincoli e gli effetti che ci hanno procurato siano tutti negativi, questo mi pare più difficile da accettare. E argomenterò il perché.

Il libro di Guzzi, che analizza bene le dinamiche economiche italiane ed europee degli ultimi ‘60 anni, vuole essere un testo militante e come tale può essere discusso pubblicamente.

Il libro sottovaluta il carattere un po' approssimativo del modello di sviluppo industriale del nostro paese che prevedeva fino agli anni ‘70 un ciclo economico con crescita della produzione, quindi aumenti salariali, poi aumento dei prezzi, elevati indici di inflazione, innalzamento costi del lavoro, incremento del debito pubblico, restrizioni monetarie, ergo crisi delle vendite, crisi della produzione, quindi svalutazione monetaria, perdita di valore dei salari, diminuzione dei prezzi, dopodiché le vendite riprendevano, e tutto il ciclo collegato e descritto sopra ripartiva.

Il vincolo europeo in effetti dalla fine degli anni ‘90 ci impedisce di comportarsi così. Ma questo non e' affatto un male dal mio punto di vista. Ma una salvezza.

Secondo Guzzi invece restare nei vincoli Euro e UE alla fine ucciderà del tutto la nostra economia e ci farà essere più diseguali. 

Ora io non sono in grado di valutare il carattere della sua previsione pessimistica. Credo però che l’indice Gini, che misura la diseguaglianza delle diverse società, non sia particolarmente negativo per l’Italia rispetto agli altri partner europei. E comunque non mi convince l’idea che riprenderci la piena sovranità economico-politica sia una mossa azzeccata nell’attuale congiuntura internazionale.

In particolare il macigno del debito pubblico italiano (circa il 135/138% del rapporto tra debito pubblico e pil: mai stato così alto nella storia unitaria italiana) credo che risentirebbe in maniera assai negativa di una scelta di indipendenza monetaria compiuta dal governo e porterebbe ad un aumento dei costi del debito stesso.

Ovviamente però non si può che concordare con Guzzi che queste scelte dovrebbero essere discusse da un’opinione pubblica, che invece si mostra poco attenta e poco consapevole di queste problematiche.

Noto solo en passant che l’autore non può però sostenere che serve un vero dibattito pubblico sul che fare e poi suggerire l’approvazione di un piano B di fuoriuscita dall’Euro (un piano quasi militare) da attuare con un decreto governativo in un venerdì sera con le borse europee e le banche chiuse e quindi non reattive alle dinamiche del dibattito pubblico che dovrebbe dare indicazioni di lavoro al governo. Sarebbe infatti una perfetta soluzione tecnocratica o giacobina, che invece Guzzi dice giustamente di non apprezzare.

Inoltre i vincoli europei non ci hanno solo condizionato negativamente, ma ci hanno anche consentito una via di sviluppo più seria e più legata agli altri partner europei, dando così al nostro sistema produttivo un peso maggiore nel contesto internazionale. Un peso che il recupero di una piena sovranità politico economica non ci consentirebbe di mantenere. I vincoli monetari hanno in sostanza anche un valore protettivo per il nostro Paese e in un'era che vede il ritorno di Stati predatori forse ci garantiscono una certa stabilità e sicurezza.

Per questo ribadisco che l’abolizione del vincolo euro, in un contesto di grande indebitamento come il nostro e con mercati molto turbolenti ed in mano a una finanza altrettanto predatoria, non renderebbe facile tenere sotto controllo la dinamica del nostro bilancio. Inoltre il ritorno alla lira su mercati turbolenti ci renderebbe ancora di più vassalli del dollaro o di qualsiasi altra moneta forte nella cui orbita dovremmo per forza finire per entrare, dato il ruolo sanmarinesco della nostra moneta nel contesto internazionale.

Se non sono infatti convinto che l’euro sia stata e sia la panacea per il nostro assetto produttivo, non sono neppure convinto che l’euro sia la causa di tutti i nostri mali economici e sociali (e questa mia tesi è supportata anche dal finale della breve nota introduttiva al libro di Lucio Caracciolo).

Il volume presenta anche un’analisi critica sull’assetto politico del Paese e sulle nostre classi dirigenti. Tema questo di ulteriore complessità, rispetto al quale dico solo che non apprezzo tutta la parte finale sul carattere teologico politico della soluzione proposta da Guzzi.

Non considero insomma né l’euro né l’Europa un suicidio per l’Italia, anche se non li considero nemmeno una salvavita da assumere acriticamente.

Restano, euro e Europa, un ancoraggio necessario (da gestire con oculatezza e prudenza) in un contesto internazionale turbolento, nel quale non è opportuno per i paesi medio piccoli ballare da soli. Soprattutto quando si hanno, come nel caso italiano, delle classi dirigenti secolarizzate, ma ideologicamente faziose. Quando la politica affonda le proprie radici culturali in formule retoriche più che in buone idee e speranze condivisibili.

Aggiungo che visti i tempi predatori che corrono la distruzione di Euro e Ue potrebbe favorire solo un nazionalismo autoritario assai pericoloso, e, come conseguenza delle politiche di riarmo, potrebbe finire per mettere in discussione il quasi centenario assetto di pace dell'Europa.

Guzzi ha ragione nel sostenere che la pace post-1945 non è merito degli europei, ma degli americani (e dei russi). Ma, visto come si stanno comportando americani e russi, sono ragionevolmente sicuro che se l’Europa resterà in pace sarà merito degli europei. E senza Euro e senza Unione Europea (pur con tutti i limiti che Guzzi evidenzia) temo che avremo davvero un brutto futuro.

Certo la piccola Italia tornando alla lira e alla sua sovranità "illimitata" potrebbe sgusciare tra le maglie del mondo come una piccola San Marino. Ma non sarebbe un gran risultato. E sarebbe, per dirla con Tucidide e Canfora, sola una piccola Melo di 

fronte alla potente Atene.

giovedì 22 gennaio 2026

L’EUROPARLAMENTO BOCCIA URSULA

Il voto sul Mercosur di ieri al Parlamento Europeo (PE) è una testimonianza palpabile del grande stato di confusione in cui vive l’UE in questi tempi.

Una lunga trattativa commerciale (denominata Mercosur e durata 25 anni) con i paesi latino-americani, portata avanti dalla Commissione Europea e sostanzialmente avallata (ma con molti problemi) dal consiglio dei ministri europei, e osteggiata duramente dalla lobby degli agricoltori di molti stati, Italia inclusa, è stata ieri temporaneamente stoppata dal PE.

Ciò è accaduto perché le forze politiche che hanno la maggioranza in Parlamento si sono spaccate al loro interno. Si sono spaccati i popolari,  i socialisti e altri ancora.

Ma allora che maggioranza si è formata per ostacolare il Mercosur?

Un insieme variegato fatto da socialisti radicali, verdi e varie formazioni di destra nazionaliste (ma non tutte), nonché da popolari e socialdemocratici dissidenti.

Ora però quello che conta non è questa maggioranza (che non è praticabile, se non “contro” qualcosa). Quello che conta è che popolari e socialisti si sono spaccati per nazionalità e i loro deputati non hanno votato secondo le indicazioni del loro gruppo parlamentare europeo, ma secondo le indicazioni dei loro governi nazionali.

In sostanza alcuni governi europei ostili al Mercosur hanno orientato i voti dei deputati europei di qualunque tipologia di forza politica, confermando che il PE è uno specchio dei parlamenti nazionali e che la doppia fedeltà nazionale ed europea per molti di parlamentari è un problema.

Del resto gli stessi partiti politici europei sono più una somma di forze politiche nazionali che soggetti politici autonomi.

E questo rende difficile il formarsi di un'opinione pubblica europea.

Ma senza un’opinione pubblica europea, con buona pace di Habermas, non c’è dibattito europeo, se non come mera somma dei dibattiti nazionali.

Il risultato di tutto questo sbrindellio, come direbbe ma con parole assai più forbite Lucio Caracciolo, è sotto gli occhi di tutti.