sabato 9 maggio 2026

CONTRO LA GUERRA E CONTRO IL RIARMO

Ieri sera, al Teatro Era di Pontedera, emozionante spettacolo di Elio Germano e Teho Teardo contro la follia e l’infamia della guerra. 

Al centro del racconto la straordinaria biografia del GINO STRADA, il suo lavoro per curare le vittime di guerra e l’impegno di EMERGENCY per soccorrere le persone nei paesi colpiti dal flagello dei conflitti militari.

Con la consapevolezza che il 90% della vittime della guerra sono i CIVILI.

Con la certezza che gli unici che guadagnano dalle guerre sono i fabbricanti di armi.

Con la disperata e angosciosa consapevolezza che tocca a ciascuno di noi, lo ha ripetuto più volte Germano, opporsi alla guerra. A tutte le guerre.

Già, ma opporsi come?

Se sei Gino Strada il come è chiaro. Costruisci ospedali e aiuti, finché hai energie, tutte le vittime delle guerre. Ovunque.

Ma se sei un uomo o una donna comune, che fai un mestiere qualunque, o se sei un pensionato, che fai? Come ti opponi alla follia della guerra e del RIARMO?

Sono uscito dallo spettacolo di Germano con una sola riflessione:

Bisogna essere CONTRO LA GUERRA e CONTRO IL RIARMO. E testimoniare questa contrarietà. In tutte le forme possibili. Anche denunciando la follia di chi si dice PACIFISTA, ma al tempo stesso è favorevole al RIARMO. Magari al RIARMO solo europeo. O solo quello della propria nazione. Per sicurezza.

Perchè il RIARMO è la maschera che la guerra indossa prima che il conflitto esploda.

Perché il RIARMO è la premessa della guerra.

Allora bisogna essere contro il RIARMO sempre, ovunque, di chiunque, compresi noi stessi. NO AL RIARMO ITALIANO. NO AL RIARMO EUROPEO. 

Sapendo che ci vorrà tempo perché venga il regno della pace e del disarmo.

Ma avendo speranza che in futuro i nostri pronipoti quel mondo lo vedranno. 

Sono certo che allora in ogni città ci sarà un grande monumento dedicato alla memoria e all’impegno civile di GINO STRADA

venerdì 8 maggio 2026

EUROPA E RUSSIA: UNA GUERRA TRA PERDENTI

Nel 1945 l’avanzata dell’armata rossa verso Berlino consentì all’impero sovietico di sottomettere tutti i paesi dell’est Europa, compresa una parte della Germania nazista. Questa situazione durò per 45 anni.

Poi però negli anni ‘90 l’impero sovietico collassò, gli stati europei dell’est cercarono protezione presso la NATO, mentre diverse nazionalità interne all’impero russo si dichiararono indipendenti. Nacquero così nuovi stati. La Russia per 10 anni sprofondò nel caos. 

Fu allora che gli americani tentarono di "occidentalizzarla" e di condizionarla. E a questa “impresa” si accodarono anche gli stati europei e l'UE.

Così, tra gli anni ‘90 e l’inizio del 2000, gli Usa inglobarono nella NATO quasi tutti gli stati dell’Europa Orientale (già aderenti al disciolto patto di Varsavia). Poi sostennero i movimenti "arancioni" attivi nei nuovi stati indipendenti post-sovietici, arrivando ad “abbaiare alle porte di Mosca” (come disse Papa Francesco). 

Per un paese debole è preferibile essere vassallo di un impero lontano (come quello degli Usa) piuttosto che di uno vicino (come quello russo). Ma non si può ignorare che la nuova collocazione degli stati est-europei (che stracciava gli accordi di Yalta, metteva i piedi e le mani della NATO in aree già di pertinenza russa e indeboliva un’entità statale secolare) venisse vissuta molto male dai russi, impossibilitati però a reagire.

Inoltre l’allargamento del dominio Usa mentre lasciava la stessa UE sottomessa al controllo americano (come la recente vicenda dei dazi e quella dell’incremento delle spese militari dimostrano abbondantemente), le chiedeva più risorse per fronteggiare gli oneri della difesa del “fronte orientale”. Questo perché nel fornire soldi e sostegno logistico all’Ucraina per garantire la sua indipendenza nazionale, l’UE contribuiva anche a spingere il confine dell’impero della NATO nel cuore della Russia. La quale Russia non poteva apprezzare la presenza di missili atomici della NATO nel giardino di casa. Così, ritrovato a fatica un certo equilibrio interno, nei primi anni 2000 la Russia rivendicò anche per sé quella che gli Usa chiamano (per loro) la dottrina Monroe.

Tutto ciò ha prodotto una guerra atroce nell’Europa orientale. Una guerra avviata dai Russi, certo. Ma “provocata” anche dagli Occidentali. Un guerra che dura da oltre quattro anni e di cui non si intravede non solo la fine, ma neppure uno spiraglio di tregua.

Con danni sociali, economici, politici e culturali enormi. E col pericolo che questa guerra si “cronicizzi” e finisca (come in “1984” di Orwell) per diventare un elemento duraturo, accelerando il declino europeo, a tutto vantaggio di altri Stati (Cina, Brics, ecc.). O, peggio ancora, porti all’uso di armi atomiche, con conseguenze inimmaginabili. E più dura la guerra, più il rischio di una catastrofe cresce. Perché le dispendiose politiche di RIARMO avviate dalla UE potrebbero fornire gli strumenti per “l’azzardo finale”.

Tutto ciò accade senza che nessuna delle principali famiglie politiche e culturali europee (né quella di ispirazione cristiana, né quella socialdemocratica e neppure quella liberale) abbia la forza e la volontà di opporsi a questa deriva.

Così il filoatlantismo e il desiderio di sconfiggere i russi sono diventati malattie senili degli Europei.

Ma se è vero che la servitù filoatlantica ha garantito agli Europei un assetto politico stabile e un buon livello di sviluppo socio-economico nel dopoguerra, l’antagonismo verso la Russia e la guerra in Ucraina hanno aperto scenari inediti e assai pericolosi. Scenari che le élite che guidano la UE non sembrano capaci di governare con la necessaria lucidità.

I danni di questo scontro tra la Russia e il grosso degli europei sono già ben visibili. Mentre non si intravedono sforzi efficaci per riconquistare la necessaria dimensione di dialogo e di collaborazione.

Forse davvero Dio acceca coloro che vogliono perdersi.

mercoledì 6 maggio 2026

IL GIARDINO DI VILLA CRASTAN RESTERÀ CHIUSO PER ALTRI TRE ANNI. VA BENE COSÌ?

Con la delibera di Giunta n. 64 del 2026 il Comune di Pontedera ha deciso di mantenere prevalentemente chiuso per altri tre anni il giardino della Villa Crastan.

Senza aver avuto il coraggio di fare un rendiconto pubblico della passata gestione del giardino della Villa, senza valutare altre possibili soluzioni, non curandosi neppure delle voci che si sono levate negli ultimi tre anni per denunciare la sostanziale chiusura del giardino della Villa affidato alla Fondazione Cultura Pontedera, gli amministratori comunali si sono tolti il pensiero e, alla scadenza, hanno prorogato per un ulteriore triennio la convenzione attualmente in corso con la Fondazione.

Vuolsi così colà dove si puote… certo, certo, ma il vecchietto da tastiera non ci sta e non si cheta. E continua a “dimandare”. 

Ma che senso ha per un Comune essere proprietario di un giardino pubblico e tenerlo quasi sempre chiuso? 

Perché non prevederne almeno un'apertura minimale ma continua?

Ancora. Perché non si è valutata la possibilità di una gestione alternativa alla Fondazione? A una qualche associazione del territorio.

Si spendono 30.000 euri per la mangialonga di un giorno, non se ne potevano spendere la metà per assicurare un servizio di sorveglianza del giardino della Villa per un anno?

O non avendo alcuna idea sul da fare (capita anche alle menti più illuminate di trovarsi temporaneamente in questo stato), perché non si è organizzato un concorso di idee sulla gestione del parco?

E la Consulta del centro città non ha niente da dire su questa scelta? 

E le opposizioni? Ingoieranno l’ennesimo rospo o proveranno a fare qualcosa? E cosa? Un incontro pubblico insieme proprio nel giardino per lanciare una petizione contro quella che sembra più una presa in giro che una forma di gestione?

Quanto al partito egemone in città, il vecchietto non si sente proprio di disturbarlo. E' evidente che è in tutt’altre faccende affaccendato.

martedì 5 maggio 2026

LA VITA AGRA MA INTERESSANTE DI BIANCIARDI

Luciano Bianciardi (1922-1971) non è un autore facile, ma neppure difficile. Oggi lo si legge poco, ma per me è stato, negli anni ‘80 quando lo scoprii, una lettura formativa, forse perché mi riconobbi, in parte inconsapevolmente, nel suo pensiero di fondo che era quello di anarco-rivoluzionario (non a caso Pino Corrias gli ha dedicato una commovente biografia intitolata “Vita agra di un anarchico”, un testo su cui, come un citrullo, ho pianto).

Bianciardi è un grossetano, maremmano, che studia alla Normale di Pisa, diventa un intellettuale, ma in provincia ci sta stretto (che lui racconta ne “Il lavoro culturale”, libriccino per me oggetto di culto). Allora si sposta prima a Roma (ma è troppo indisciplinato perfino per la capitale), e dopo, a metà anni ‘50, migra a Milano, dove sopravvive come un intellettuale "precario" con contratti brevi con la casa editrice Feltrinelli, Bompiani, il Giorno, ecc., campando di traduzioni dall’inglese e di collaborazioni con giornali e riviste. Nel frattempo ha una moglie e due figli e Grosseto e, contemporaneamente, prima a Roma e poi a Milano convive con una seconda compagna da cui avrà un terzo figlio.

“La vita agra” racconta, con un taglio ironico tra lo scanzonato e l'amaro, soprattutto la seconda metà degli anni ‘50 a Milano, con qualche riferimento però ai minatori della Maremma (cui aveva dedicato già un libro a quattro mani con Cassola, di cui è amico). Si tratta di quinquennio che per gli storici corrisponde al “boom italiano” e in cui Milano è la capitale dello “sviluppo economico e sociale”. Ma per il trentenne Bianciardi le cose stanno in un altro modo. Nel boom lui vede lo sfruttamento e “integrazione” (titolo di un romanzo breve del 1959) e quindi costruisce in chiave anarco-marxista la sua contestazione radicale della società italiana che sosterrà tutto il romanzo “la vita agra” (1962) fino a concludersi con il romanzo saggio “Aprire il fuoco” (1969).

E la storia della sua vita quotidiana milanese è per certi aspetti asfissiante, più che agra, concentrata nella camera in affitto e poi nel minuscolo appartamento in cui convive con la sua compagna, dove traduce compulsivamente testi dall’inglese per mantenere il suo menage (allora considerato adulterino) e la moglie e i figli confinati a Grosseto.

Ma quello che conta non è la storia in sé, ma i pensieri che questa vita gli suscita.

E i pensieri sono quelli di un intellettuale precario (tema di grande attualità), che odia il sistema capitalistico in cui è immerso e lo vorrebbe fare saltare per aria, ma che non vede sostanziali alternative al viverci dentro, secondo regole che gli sono imposte e che non si possono cambiare. Infatti l’agre cinismo di Bianciardi non apre mai a speranze politiche collettive (e lo stesso PCI a cui pure lui guardava con attenzione, è fortemente irriso in alcune pagine del romanzo).

Semmai c’è, in qualche pagina, una vaga teologia del ritorno ad una vita più naturale, preindustriale, un po’ alla hippies, dove la sessualità e la vita comunitaria dominano su gran parte delle vicende umane. Una vita un po' meno pressante, meno di corsa, meno impegnativa che era stato però il suo stesso carattere a procurargli.

Si tratta per B. di spezzare il meccanismo di integrazione che produce uomini e donne irreggimentati, ovvero a una dimensione (come scriverà di lì a poco Marcuse), ma senza delineare o aderire ad un qualche progetto politico.

La sensazione è che B. consideri il neocapitalismo una forza vincente contro la quale ci si debba certo battere, a parole e con atti anche esplosivi, ma senza una vera speranza di farcela a trasformare la società. In questo B. è un critico culturale, precursore della rivolta del ‘68, che però non crede nei risultati delle lotte sociali aperte col ‘68. E in fondo non crede neppure nel suo bisogno di rivolta (del suo bombarolismo, tema che riprenderà più tardi De Andrè nel suo album “Storia di un impiegato”.

Da qui forse un senso di impotenza e una deriva anche personale di B. verso l’autodistruzione mediante un lavoro un po' forsennato, il fumo e l’alcol. E soprattutto una pessima manutenzione di se stesso.

Ma da qui, per me, nasce anche un certo ironico disincanto verso il mondo, le relazioni (di tutti i tipi), l’industria culturale e in fondo anche verso se stesso. 

Da qui un’ironia e un’auto ironia spietate a cominciare proprio da se stesso e poi praticate nei confronti di cerchie di amici, di conoscenti e di nemici. Un’ironia che risultava spesso dura, cattiva, urticante e che non ha contribuito a favorire la sua fama e il riconoscimento del valore delle sue opere narrative, giornalistiche e saggistiche.

Bianciardi è un grande scrittore e saggista che aspetta di essere riscoperto (cfr. “L’antimeridiano” a lui dedicato dalla figlia).

Dimenticavo: per qualche tempo alla fine degli anni ‘40 ha lavorato anche come bibliotecario alla biblioteca comunale di Grosseto e ha organizzato un bibliobus per portare libri nei paesi della Maremma.

CALANO ANCORA I PRESTITI NELLE BIBLIOTECHE DI SAN MINIATO

Piange un po' il cuore ad esaminare i dati sui prestiti librari delle biblioteche comunali sanminiatesi. Anche perché gli esiti sono peggiori della previsioni pessimistiche. Eppure 27 anni di lavoro a San Miniato e la piena solidarietà alle bibliotecarie maltrattate (e ora in causa coi loro datori di lavoro) mi invitano a mantenere gli occhi aperti su quello che sta succedendo.

E allora annoto che anche Loredana Lipperini, un’autentica autorità in materia di lettura e di critica culturale, ha dedicato un articolo alla vicenda della bibliotecarie sanminiatesi che si può leggere sul sito "Lipperatura".

Ma tornando ai dati statistici sanminiatesi, occorre sottolineare che Biblio Luzi chiude il primo quadrimestre del ‘26 con -700 prestiti circa rispetto allo stesso periodo del 2025. Si tratta di un calo del 22 per cento. Non proprio noccioline.

E anche Biblio Ponte a Egola cala nello stesso periodo. Solo di poco più di un centinaio di prestiti, è vero. E solo di un -3,5%, ma cala, contrariamente a tutte le dichiarazioni ottimistiche che dal 2024 l’amministrazione comunale e' andata facendo e contrariamente all’impegno che l’Amministrazione dice di voler mettere per risolvere i problemi della pubblica lettura. 

Per ora i dati statistici testimoniano che gli sforzi degli amministratori non hanno prodotto risultati e che le biblioteche sanminiatesi stanno rapidamente scendendo nella classifica delle biblioteche che gestiscono prestiti della Provincia di Pisa. Un declino che per ora sembra inarrestabile.

Inoltre la biblioteca di San Miniato Basso resta ancora chiusa e una parte consistente del patrimonio librario lì conservato è stato dichiarato off limits per i lettori. E sono ormai più di due anni che questo patrimonio e i locali sono indisponibili.

Da segnalare che in questa crisi la biblioteca di Ponte a Egola registra nel primo quadrimestre ‘26 un numero di prestiti librari largamente superiore a quello di biblio Luzi, segno che la localizzazione bibliotecaria su San Miniato (e altre scelte collegate) continua a essere poco apprezzata dai cittadini dell’intero Comune che preferiscono usare la sede meno fornita e con orari più ristretti di PAE rispetto a quella di San Miniato.

Non credo che l’amministrazione comunale ragionerà su questi dati (che per altro immagino conosca bene), ma credo che i sanminiatesi che amano la lettura abbiano il diritto di sapere come stanno andando le cose.

sabato 2 maggio 2026

IL PRIMO MANIFESTO PONTEDERESE DEL PRIMO MAGGIO

In realtà non sono del tutto sicuro che quello che pubblico oggi sia davvero il primo manifesto che sia stato affisso sui muri pontederesi in occasione della giornata del primo maggio festa del lavoro. Di certo è il primo di cui gli archivi della polizia abbiano conservato traccia (almeno in base alle mie ricerche). L’originale si trova depositato nell’Archivio di Stato di Pisa nel fondo della Prefettura.

Il manifesto fu stampato e affisso dal Circolo politico pontederese Carlo Pisacane, attivo in Pontedera negli anni ‘90 dell’Ottocento. Il circolo era frequentato e animato da uomini di fede repubblicana, mazziniana, socialista e anarchica e tenuto sotto sorveglianza dalle forze dell’ordine perché giustamente considerato dai borghesi liberali che guidavano allora il Paese un covo di pericolosi sovversivi.

Il testo meriterebbe una lunga riflessione che però lascio ai lettori che vorranno soffermarsi sopra.

E' un documento di circa 130 anni fa, ma mi pare ancora vivo e chiaro. Forse un po' retorico. Ma perfettamente aderente ai suoi tempi.

Lo pubblicai oltre 40 anni fa, a spese dell’Amministrazione Comunale pontederese, quando era sindaco il socialista Carletto Monni, in un mio volume che credo si trovi oggi solo nella biblioteca Gronchi, dove chi vuole può prenderlo in prestito.

A spingermi verso lo studio della storia di Pontedera era stato un altro sindaco socialista, Giacomo Maccheroni, il quale tra la fine del 1971 o l'inizio del ‘72 chiese ad alcuni giovani liceali di allora (tra cui il sottoscritto) di misurarsi con la storia della Pontedera degli anni ‘20 e con la figura di Alvaro Fantozzi. E lo fece invitandoci a studiare i registri dei verbali consiliari degli anni tra il 1919 e il 1922 e chiedendoci di produrre una ricerca storica per il 25 Aprile che includesse anche le vicende cittadine. Poi ci fece accomodare in sala Giunta. Lì avviammo la lettura dei grandi volumi coi verbali originali del Consiglio e alla fine consegnammo un testo o forse lo leggemmo in un'occasione pubblica. Questo almeno è ciò che ricordo, anche se qualche dettaglio ormai mi sfugge.

Invece ricordo bene che in quegli anni mi ero trasformato in un estremista di sinistra e che polemizzai a lungo e volentieri con i due sindaci socialisti in merito ai destini di Pontedera e del socialismo.




venerdì 1 maggio 2026

LA PIAGGIO, IL COMUNE E IL FUTURO

Ho ascoltato con curiosità il dibattito, trasmesso in streaming, del consiglio comunale pontederese del 29 aprile. In particolare gli interventi sulla mozione presentata dal centrodestra sul futuro della Piaggio a Pontedera. Ma  cosa chiedeva esattamente la destra (appoggiata su questo punto specifico anche dalla sinistra più radicale)? Chiedeva che il Comune ponesse una maggiore attenzione al futuro della produzione della Piaggio, al destino dello lavoratori in Piaggio e che non si occupasse solo di celebrare il glorioso passato della Vespa, ma indagasse sul futuro.

In sostanza il centrodestra ha raccolto le preoccupazioni che serpeggiano in città sui destini dell’azienda, ha interpretato alcune informazioni provenienti dallo stabilimento come indizi molto negativi, non si è fidato delle dichiarazioni ufficialmente ottimistiche della proprietà nè degli atteggiamenti prudenti dei sindacati più rappresentativi, ma ha fatto proprio lo slogan del sindacato USB che diceva: “Vespa 80 anni di storia e zero futuro”; e ha cercato di promuovere un dibattito pubblico. Insomma tutte cose che per 60 anni avevano fatto il PCI e i suoi eredi, oggi assai più letargici rispetto all’attuale proprietà aziendale.

Il sindaco (che due anni fa non era neppure intervenuto su una mozione analoga presentata dalla sinistra più radicale) ha prima polemizzato sull'uso dello slogan di un sindacato di ultrasinistra preso in prestito della destra cittadina (e dalla sinistra più radicale). Poi ha ribadito la propria “postura di sindaco” che non vuole fare né il sindacalista, né l’imprenditore e nemmeno il mediatore tra le parti sociali. Infine ha negato che si accontenta solo di organizzare i festeggiamenti della Vespa e ha concluso che lui si informa su quello che succede in Piaggio e che nelle sedi opportune dice persino tutto ciò che pensa.

Quindi mozione del centrodestra respinta. Niente tavolo di concertazione o di informazione con azienda e sindacati gestito dal Comune. Niente consiglio comunale aperto sul futuro della Piaggio. Niente intromissioni comunali nelle relazioni industriali tra Piaggio e sindacati. Del resto i sindacati confederali hanno firmato a febbraio un accordo integrativo con l’azienda, approvato dal 90% dei dipendenti. Che si può volere di più?

In sostanza la maggioranza consiliare, a trazione PD, ha ribadito l’inopportunità di discutere in consiglio comunale di dove stia andando la Piaggio.

Per il PD è intervenuto assai brevemente nel dibattito un solo consigliere (un ex piaggista) e sostanzialmente per dichiararsi d’accordo con la postura ribadita dal Sindaco. Così il partito che c'è e non c'è continua a non volersi (o a non potersi) immischiare nella questione Piaggio che è troppo complessa per la sua capacità di elaborazione politica e per il suo stato fantasmatico.

Del resto il partito è nel caos (come dimostra la vicenda congressuale e organizzativa del PD pisano). Non riesce, dopo due anni, neppure a eleggere i propri vertici cittadini (parlo sempre del PD pisano), figuriamoci se può affrontare questioni territorialmente strategiche come la relazione con una grande azienda di rilievo internazionale come la Piaggio. Non ce la può fare, dai. 

Così non meraviglia neppure che il partito erede dei comunisti e dei democristiani nostrani da oltre vent'anni non riesca nemmeno a spronare i suoi militanti, pure presenti nelle file dei vari sindacati, a organizzare con continuità a Pontedera una festa decente del primo maggio. 

A tal proposito butto là un suggerimento: ma non si potrebbe chiedere per l’anno prossimo all’Accademia musicale cittadina e alla corale città di Pontedera di tenere un concerto in piazza Garibaldi sull’esempio del concertone romano e di quanto fatto anche a Pontedera per il 25 aprile? Sarebbe già qualcosa. No?

Non ci interessa sapere cosa ci prospetta il futuro, ma almeno andiamoci suonando e cantando.

Ecofor service non potrebbe dare un aiutino?

Buon PRIMO MAGGIO a tutti.