domenica 30 agosto 2026

LA NATO, L’ITALIA, IL NAZIONALISMO DEBOLE E IL QUINTETTO

I leader del centrosinistra sostengono che l’Italia possa stare nella NATO alla Sanchez ovvero ogni tanto dicendo dei no ai loro padroni USA (l’impero), dei no che fanno un po'  di rumore ma contano davvero poco.

Il QUINTETTO Conte-Schlein-Fratoianni-Bonelli-(Renzi) finge di ignorare le asimmetrie dei legami imperiali imposti dalla NATO (alias gli USA) e sostiene che l'Italia abbia un certo di margine di autonomia in questa alleanza e possa così contenerne i costi (armi) e i rischi (guerra, inflazione), massimizzandone i vantaggi (commerci e affari). Più o meno il Meloni pensiero, a parte le simpatie meloniane per l'uomo dal ciuffo forte e la velleitaria pretesa di fare da mediatori tra Impero e UE.

Ma che un’Italia guidata dal QUINTETTO sarebbe in grado di avere una  postura nella NATO sostanzialmente diversa da quella del centrodestra non è dimostrato da niente.

I margini di manovra di un governo vassallo rispetto alla NATO (e all’Impero) non risiedono infatti nella tipologia politica del governo che guida il paese vassallo, ma nelle caratteristiche strutturali del paese che quel governo rappresenta. 

E l’Italia, vaccinata dal fascismo, sconfitta militarmente nel 1943-45 e sottoposta ai vincoli militari del trattato di pace (1947), ha sviluppato nell’infinito secondo dopoguerra un NAZIONALISMO DEBOLE che non consente ai governi di qualunque colore di riconquistare una piena indipendenza e sovranità sul piano interno e internazionale, né di giocare un ruolo che non sia subalterno sullo scacchiere anche solo regionale: il che però non è detto che sia del tutto un male e che non abbia comunque giovato alla nostra economia legata all’export e quindi al nostro sviluppo.

Quanto all’opinione pubblica italica, come dimostrano sondaggi anche recenti (vedi ASPENIA, 2/26), di certo apprezza il nazionalismo debole ed è favorevole alla sospensione della leva militare che da venti anni sta creando giovani che (alleluia!) ignorano l’uso delle armi da fuoco.

Se il centrosinistra italico fosse un vero soggetto politico, e non quella confusa armata Brancaleone che invece è, assumerebbe il nazionalismo debole e il pacifismo delle nuove generazioni come strumenti per alleggerire l’Italia dai vincoli imperiali della NATO. Ma ovviamente non lo farà. Prevedo invece che anche il QUINTETTO continuerà a criticare le scelte della NATO (alla Sanchez), ma alla fine si allineerà ai voleri e agli armigeri affari imperiali, sperando che passi la nottata trumpiana.

Una postura realistica e moderata. Più meloniana di quanto il QUINTETTO non voglia ammettere.

domenica 23 agosto 2026

PONTENEGRA E SAN FAUSTINO

Sono almeno 20 anni che a Pontedera in ambienti di centrodestra, spesso ghignandoci sopra, si usa il termine PONTENEGRA per sottolineare come, evolvendo, la città sia diventata troppo scura di pelle. Ovviamente, per il centrodestra, Pontedera è diventata PONTENERA (variante attestata in alcuni colloqui) per responsabilità del centrosinistra. 

Ma il recente episodio del cartello stradale conferma che una parte dei pontederesi è razzista. Con varie gradazioni e sfumature. Ovviamente. E questo razzismo autoctono, che non si vergogna di essere razzista, non è peraltro una novità, per chi come me ricorda come i pontaderesi accolsero i "terroni" che vennero a lavorare alla Piaggio e in altre aziende alla fine degli anni ‘50 e nei primi anni ‘60.

Ma quanti sono i razzisti nostrani oggi? Non pochi, credo, se ripenso anche ai dati locali sul referendum legato alla cittadinanza di qualche tempo fa e ai consensi che il centrodestra raccoglie agitando proprio questo spauracchio.

Del resto la popolazione di PONTENERA diventa sempre più vecchia e questo favorisce cittadini più insicuri. E l’insicurezza e la senescenza alimentano la paura e il razzismo.

E poi i social amplificano i fatti negativi. La stampa fa la sua parte. La politica locale si butta a pesce sull’argomento che è una delle faglie del conflitto destra/sinistra: un conflitto che viene alimentato a livello nazionale e locale per tenere calde le rispettive tifoserie e mobilitarle.

E tuttavia le chiacchiere lasciano il razzismo dove lo trovano e non spostano di una virgola i livelli della convivenza civile che per fortuna, a parte qualche sbavatura, a Pontedera restano accettabili. Anche a detta delle forze dell’ordine.

Ovviamente essendo una parte dei pontederesi un po' razzista, non si potrà trovare un accordo sulla pontenegritudine di Pontedera. Che per qualcuno sicuramente è un male (da estirpare con la reimmigrazione?). E per qualcun altro una ricchezza  (meno male che ci sono loro a fare lavori e figli che i nostri figli non vogliono più fare).

Le mie stesse osservazioni saranno condivise da alcuni e ritenute offensive da altri. Come è normale che sia. La realtà non è unica, ma pluralissima. Ognuno di noi pontenegresi ha un suo cervello. Uno o più modi di vedere le cose. E la realtà è la somma di tante visioni cervellotiche e aggiungerei di molte cecità e faziosità.

Non a caso a fianco di una città ribattezzata PONTENEGRA, ce n'è sicuramente una chiamata PONTEDESTRA che certo non piace agli abitanti di PONTESINISTRA e viceversa. Ma tutte queste Pontedere ci sono e non si possono cancellare. Converrebbe che collaborassero. Ma gli uomini sono animali strani…

Comunque non sarà agitando le polemiche o rinfacciandosi le relative diversità che il razzismo (ormai migrato anche a livello politico) sarà superato.

“Chi ha più giudizio, più ne adopri”, mi diceva spesso mia nonna Fernanda, classe 1902, livello scolastico seconda elementare, operaia.

Un’ultima cosa. Come ha dimostrato scientificamente il prof. Mallegni, in un libro pubblicato a cura di Paolo Morelli, il patrono di Pontedera, SAN FAUSTINO, era geneticamente un nordafricano, di pelle sicuramente scura. 

Vogliamo reimmigrare anche lui?

martedì 18 agosto 2026

I PALESTINESI, LO STATO ISRAELIANO E NOI

Tutti i santi giorni, forse escluso i sabati, i coloni israeliani attaccano qualche villaggio o gruppi di case palestinesi in Cisgiordania, terra occupata illegalmente dallo stato Israeliano. Attaccano per cacciare i palestinesi e consentire l’insediamento al loro posto di coloni israeliani.

I coloni sono i cavalli di Troja della conquista di tutta la Palestina, obiettivo dichiarato del governo israeliano di Bibi (e non solo).

Sono i coloni che, sostenuti dal governo israeliano, tagliano elettricità e acqua alle case dei palestinesi. Sono loro che lanciano sassi e a volte sparano ai palestinesi. Solo loro che li minacciano e gli impediscono le normali attività. Sono loro che costringono i palestinesi o a fuggire o a sopportare ingiustificate aggressioni su un territorio che i palestinesi possiedono per diritto da generazioni.

E' la stessa tattica con cui i coloni americani, con l’aiuto dell’esercito e dello Stato americano, nell’Ottocento cacciarono e massacrarono le tribù indiane dalle loro terre e colonizzarono il West.

Anche i coloni israeliani sono difesi dai soldati israeliani che non solo non puniscono i coloni quando aggrediscono i palestinesi, ma semmai scoraggiano ulteriormente i palestinesi dal rimanere nelle loro case. A volte persino arrestano i palestinesi che si difendono o che protestano contro i coloni. Un sopruso nel sopruso.

Diversamente dal West, ciò che accade in Palestina è immediatamente visibile su scala planetaria. Tutti sanno e capiscono tutto. Violenze, occupazioni e rapine sono, grazie a Internet, sotto gli occhi di tutti. Il reato dei coloni e degli israeliani non ha bisogno di essere provato. E' evidente e diffuso, spudoratamente, come un cancro, in mondovisione. Andrebbe solo giudicato e punito.

Ma nessuno si erge a giudice. Perché?

Semplice. Perché gli USA e gli stati europei garantiscono allo stato criminale di Israele l’impunità. Inoltre impediscono alla comunità internazionale e ai tribunali ONU di fermare la violenza e l’usurpazione dei diritti dei palestinesi. 

Israele è una media potenza militare. Con tanto di bombe atomiche. E una società in guerra da 80 anni. Ostacolarla è difficile per tutti (USA inclusi)

E l’opinione pubblica europea potrebbe fare qualcosa?

Forse. Ma dovrebbe mobilitarsi contro i propri Stati e costringerli a smettere di sostenere il colonialismo e il razzismo israeliano contro i palestinesi. Magari ritirando gli ambasciatori. Magari imponendo sanzioni a Israele. Magari boicottando i prodotti israeliani. 

Per questo prevedo che Usa e europei (italiani inclusi) resteranno complici del colonialismo israeliano e non faranno che inutili chiacchiere buoniste rispetto ai palestinesi. Una vergogna.

sabato 15 agosto 2026

LA RETORICA STORIA NAZIONALE E LE FAZIONI

Il fazionismo dilagante induce i media a presentare all’opinione pubblica retoriche storiche nazionali differenti. Per la stessa ragione e per le diverse esperienze vissute, risultano impossibili memorie nazionali condivise, in grado di costituire una sola retorica pubblica permanente.

Naturalmente tutti vorrebbero che tutti concordassero con la loro versione della storia nazionale. Ma siccome tutte le fazioni sono molto faziose e hanno elaborato, come le contrade del palio di Siena, delle loro versioni della storia, la concordanza tra queste storie è soggettivamente impossibile e le polemiche invece sono pane quotidiano.

Ne discende che le chiacchiere sull’esigenza di una storia nazionale condivisa e soprattutto quelle sulla necessità di memorie condivise risultano il più fasullo tra gli argomenti che le istituzioni pubbliche, i politici e i loro specchietti informativi, e quindi il cittadino comune, si rilanciano all’infinito senza produrre niente.

Certo è impossibile per i faziosi fazionisti (e per i loro specchietti informativi) ammettere che la loro è solo una versione di parte e che la versione vera o non esiste o è la somma delle varie avverse versioni o è altro ancora. 

Basti pensare all’eterna querelle sulla “questione meridionale” che riempie intere biblioteche e continua a produrre diverse pubblicazioni per lo più faziose.

Un interessante studio sulle mille divisioni nazionali, intitolato “Fratture d’Italia (titolo originale ‘Divided Country’)”, Rizzoli, 2009, pp. 553, scritto da uno storico inglese, John Foot, allievo di Paul Ginsborg, mi pare offra un enorme materiale in questa direzione. Ma, per non mettere lo storico in imbarazzo, preciso che le conclusioni che ho tratto dalla lettura del testo sono frutto della mia interpretazione.

Ora, come ho cercato di dimostrare in altri post, il fazionismo italico non è un fenomeno contemporaneo, bensì di lunga durata e ha una grande capacità di rigenerarsi e rinnovarsi nel tempo. Incluso quello presente.

Ne deduco che l’Italia non avrà almeno nei prossimi due o trecento anni alcuna storia nazionale condivisa. E prevedo anche che al cambiare di maggioranze politiche governative e dei ministri dell’istruzione si avranno adattamenti e ritocchi ai manuali scolastici e alle relative linee guida per l’insegnamento della storia patria, mentre gli insegnanti di storia in classe continueranno a raccontare la storia nazionale secondo la faziosa fazione a cui aderiscono o a cui si sentono più vicini oppure seguendo le idee dell’autore del libro adottato.

Tutto questo però non è necessariamente un male, perché sia pure involontariamente in questa maniera il Paese continuerà a raccontare ai giovani una storia varia, divisa, cangiante e discorde che in fondo mi sembra essere l’identità profonda di questo paese, ammesso, e non concesso, che ce ne sia davvero una e che sia duratura.

Buon ferragosto.

martedì 11 agosto 2026

LA COALIZIONE DI CENTRO DESTRA E LE FAZIONI

Anche se il fazionismo è un comportamento accuratamente praticato pure a destra, gli alleati della Meloni (ieri di Berlusconi e ieri l’altro della DC) hanno più dimestichezza con le alleanze variegate (inclusi accordi e disaccordi incrociati, paralleli e perfino asimmetrici).

Detto ciò, va riconosciuto che i centrodestri hanno risolto in maniera semplice ma efficace il principale problema di una coalizione, ovvero quello della designazione del condottiero: il segretario del partito che prende più voti nelle urne diventa in automatico il leader della coalizione. Facile, no? E perfino democratico, se sì vuole, perché non obbliga nessuna faziosa fazione a inginocchiarsi prima del tempo di fronte al duce della coalizione.

E allora perché il centrosinistra non imita questa soluzione? Mistero.

Ma per quanto abbia assai brillantemente risolto il nodo del leader della coalizione, anche il centro destra resta un insieme di forze faziose, in continua competizione anche tra di loro, su una serie di temi specifici: le paure scatenate dei flussi migratori, il razzismo che le accompagna, la sicurezza individuale e sociale, un certo giustizialismo con tanto di vocazione autoritaria, la dialettica nazionale/locale, nonché il vincolo  europeo e il macigno del debito pubblico nazionale.

Solo sul vincolo/vassallaggio verso la NATO non ci sono tensioni, mentre le divisioni fioccano sullo spoil system e soprattutto sulle cordate di amici che ciascuna componente si porta dietro e a cui deve assegnare buoni posti nelle istituzioni pubbliche e buoni appalti (regola aurea questa che vale pari pari anche per i centrosinistri). 

E' sull’amichettismo che le fazioni spesso si scatenano, imbastendo tra di loro lotte opache ma non per questo meno dolorose e divisive. Perché faziosismo e amichettismo sono i due pilastri dell'antropologia politica del nostro paese. Non a caso la vecchia DC (erede di una millenaria esperienza cattolica romana) aveva inventato e praticava il Manuale Cencelli (ancora apprezzatissimo, pare) per gestire la cosa.

Quanto ai programmi di governo, le fazioni del centrodestra sembrano avere una maggiore capacità di negoziare su tutto, grazie a  un atteggiamento pragmatico e poco moraleggiante.

Le fazioni di centrodestra infatti hanno infatti meno vincoli ideologici e quindi un maggior ventaglio di scelte, adattandosi perciò meglio ai particolarismi e alle paure del Paese, che la destra non vuole cambiare ma cavalcare.

La cultura del centrodestra italiano infatti al di là di un blando cattolicesimo, di un nazionalismo asovranista, di un temperato autoritarismo (evidente nello scontro con la magistratura), di un liberalismo duttile, di un moderato localismo, di un razzismo debole ma persistente e di un individualismo familistico e aziendalista non esprime quasi altro.

Per questo organizza la propria egemonia soprattutto occupando, con amici fidati, i posti chiave dello Stato e delle istituzioni locali.

Le grandi idee del centrodestra non sembrano infatti in grado né di orientare né soprattutto di entusiasmare nessuno.

Tanto che se allo scontro politico italiano si togliessero le forti antipatie personali, la faziosità delle parti e l’uso abituale di darsi del fascista o dell’antifascista, rimarrebbe poco ad animare il nostro conflitto politico e il numero degli elettori e dei partecipanti alla vita pubblica scenderebbe ancora più in basso.

Certo il generale Vannacci potrebbe scompaginare i giochi, ma..

domenica 9 agosto 2026

IL DILEMMA UCRAINO E LE PRIMARIE DEL CENTRO SINISTRA

In un emblematico fondo di oggi su “Repubblica” Ezio Mauro evoca uno spettro: quello che Giuseppe Conte possa vincere le primarie del centrodinistra e imporre un cambio radicale nella politica estera italiana, inducendo modifiche anche nel contesto europeo in merito al sostegno all’Ucraina e al piano di riarmo con ulteriori debiti connessi. Uno scenario apocalittico per l’editorialista di “Repubblica”.

Eppure è esattamente quello che Conte sta cercando di far accadere.

Ma, ripeto, per Mauro e, immagino, per i suoi lettori repubblicani una vittoria di Conte sarebbe una catastrofe. Sposterebbe tutto il centro sinistra italiano tra i putiniani e favorirebbe semmai una pace ingiusta, perché a vantaggio della supremazia coloniale russa rispetto all'indipendentismo democratico dell’Ucraina.

E tuttavia Mauro avverte onestamente che il popolo di centro sinistra, stufo e stanco di questa guerra costosa e infinita, potrebbe essere tentato di premiare Conte proprio per questa scelta di campo.

Ma, fa capire sempre lui, il popolo di centrosinistra sbaglierebbe a comportarsi così e ..

E niente. Ezio Mauro non tira la fila del suo ragionamento e non si chiede che cosa diavolo succederebbe se insomma il popolo di centrosinistra alle primarie scegliesse democraticamente le tesi pacifiste e poco riarmiste di Conte rispetto alle scelte pacifiste e più riarmiste della Schlein.

Ipotesi plausibile. A Pontedera ad es. almeno una sezione del PD ha messo nero su bianco (e sui social) che non apprezza molto le tesi della Schlein su Ucraina e RIARMO e ha lasciato intendere che su questo punto si riconosce di più nelle tesi di Conte.

Certo da qui a scegliere Conte alle primarie ce ne corre. C'è da tradire la fedeltà alla propria fazione, ecc.ecc.

Ma cosa succederebbe se il popolo di centrosinistra votasse davvero, magari con una maggioranza risicata, contro Schein (e la Repubblica) e incoronasse come leader della coalizione Conte?

Nessuno può saperlo con sicurezza.

Certo Ezio Mauro e il grosso dei lettori di Repubblica ne soffrirebbero.

Ma a parte questo, il resto del PD (ovvero la sua convinta anima riarmista e antirussa) sosterrebbe convintamente le posizioni pacifiste e antiriarmiste di Conte o gli farebbe tutti gli sgambetti possibili per costringerlo a rimangiarsi le sue scelte alle primarie e a riallinearsi alle posizioni Nato-Europee sull’Ucraina e sulle scelte riarmiste?

E c’è davvero qualcuno che può credere che se la Schlein perdesse le primarie a favore di Conte, il PD e la stessa Schlein accetterebbero di portare acqua al mulino di Conte? 

E “Repubblica” accetterebbe di sostenere un centrosinistra a trazione Conte?

venerdì 7 agosto 2026

 LE FAZIONI E LA COALIZIONE DI CENTRO SINISTRA

Il faziosismo italico trova le sue radici antiche nel “particularismo” guicciardiniano che ha convissuto per secoli, ma con meno fortuna letteraria, col bisogno del “principe/duce” di Machiavelli (antesignano, quest’ultimo, del fabbisogno degli uomini o delle donne forti di oggi). Due tendenze che caratterizzano tutti gli staterelli italiani rimasti nel tempo (e non a caso) deboli e vassalli di Spagna, di Francia e di Austria, nonché incapaci di coalizzarsi tra di loro.

Ma la dialettica particolarismo/ducismo, sempre accompagnata dal vassallaggio verso un paese imperiale e dominante (oggi gli Usa), si legge bene anche nelle vicende attuali.

Si prenda ed es. la vecchia o la nuova legge elettorale italiana che obbliga le 10 o 12 principali fazioni politiche italiane a coalizzarsi tra di loro, pena non contare nulla.

Bene, che cosa ci dicono gli incontri al caminetto dei vari leader del centro sinistra?

1 Che c’è una sostanziale difficoltà a fare accordi politici e programmatici tra fazioni che pure sostengono di appartenere ad una medesima area politico-culturale.

2 Che per coalizzarsi c'è bisogno di trovare un principe o una principessa che abbia la capacità di fare quella sintesi che le faziose fazioni da sole non riescono a produrre.

3 Che questo principe (o principessa) non lo possono scegliere i rappresentanti delle fazioni, ma bisogna ricorrere direttamente al popolo (con le primarie).

Invece cosa non dicono i leader del centrosinistra?

4 Che il duce del campo largo, data la grande faziosità delle fazioni politiche che lo "sostengono" e la loro alta infedeltà, sarà sempre un re travicello, anche se eletto con le primarie e a furor di popolo.

5 Che le fazioni continueranno a fare quello che vogliono nonostante gli accordi di coalizione.

6 Che il vassallaggio verso gli Usa resterà obbligatorio per chiunque venga eletto re travicello del centrosinistra.

Del resto, se non fossero obbligate a farlo dalla legge elettorale e dall'antipatia nutrita verso il centrodestra, le fazioni del centro sinistra non si coalizzerebbero mai tra di loro. Cooperare non è vantaggioso per gli interessi particolari delle singole fazioni e dei loro leader.

Per questo la coalizione di centrosinistra resterà un soggetto fragile, composito e rissoso, con tutte le inevitabili conseguenze.

E non c'è un rimedio per questo? Non lo so. Io non lo vedo.

Quanto al centro destra, si rimanda al prossimo post.