domenica 29 maggio 2016

Troppi magistrati uccisi. I criminali aiutati dallo Stato?

La tesi che se si sono uccisi molti giudici in Italia negli ultimi 40 anni è perché i criminali hanno trovato sponde negli apparati statali non si può escludere in via assoluta. È vero che meriterebbe di essere suffragata da dati precisi, ma è anche del tutto evidente che dati incontrovertibili e inoppugnsbili per sostenerla non ne saranno portati. Si tratta insomma di una classica tesi d'opinione che piace tanto all'opinione pubblica anche perché l'assolve dalle proprie pesantissime responsabilità.
Costiuisce infatti uno sport nazionale pensare che se qualcosa non va in questo m paese, il demerito va tutto allo stato e al suo apparato amministrativo. Oppure che è tutta colpa della Casta politica. Così l'italiano medio incolpa lo stato di tutto ciò che non va e un attimo dopo si sente in pace con se stesso, anche se questo italiano medio è un truffatore, non paga le tasse, è un costruttore abusivo e pretende condoni a tutto spiano, non rilascia scontrini e fatture e mente come Pinocchio in ogni occasione.
Ma il sentimento antistatalista è talmente radicato nella nostra popolazione che non solo sta diventando una macchietta, ma ha contagiato anche le menti migliori.
Per quanto mi riguarda però io credo alla tesi esattamente opposta e speculare.
Se abbiamo ammazzato troppi giudici e poliziotti in Italia è perché la nostra società civile ha un alto tasso di criminalità e scarso senso civico.
È stato sopratutto il tasso di criminalità presente nella società civile a fare la differenza e a innalzare il numero dei morti tra magistrati e poliziotti.
Questo non significa che non abbiamo uno Stato poco in grado di difendersi. Lo Stato è debole in certe terre avamposto di questo paese. Ma lo Stato è debole perché la nostra società civile è particolarmenfe permeata dalla violenza criminale che, come dimostra anche il successo del libro Gomorra di Saviano e ora anche degli sceneggiati televisivi trafti da questo libro, funziona bene e appassiona il grande pubblico.
Insomma è nella fragilità della società civile che si annidano i nostri guai. Ma se questo è vero anche la soluzione dei problemi sarà più lenta e difficile. E sarà affidata alla lenta crescita della società civile più che alle capacità salvifiche e taumaturgiche degli apparati statali.
Ormai questo paese è diventato adulto e non può più credere alle favole.
Perchè vorrei chiamarmi Giovanni e soprattutto essere coraggioso come lui

Ho appena finito di leggere, su consiglio di Manola Franceschini, il libro di Luigi Garlando, "Per questo mi chiamo Giovanni" (Rizzoli, 2005), libro bellissimo e straordinario che consiglio a tutti di leggere. Si tratta non solo di un modo eccellente di raccontare ai ragazzi la vicenda e l'impegno civile, il coraggio e la forza, del giudice Giovanni Falcone, assassinato dalla mafia siciliana. No, il libro è molto di più. È un testo utilissimo di educazione civica. Un libro che mancava in questo paese e ora invece c'è. Un libro che attraverso la biografia di Falcone e della sua lotta senza quartiere contro la mafia aiuta i ragazzi a crescere e a prendere coscienza dei propri diritti e dei propri doveri. Un libro che spiega con parole semplici perché la libertà, come cantava anche Giorgio Gaber, è partecipazione. Ovvero è vedere, sentire e parlare. Tutto il contrario delle tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano. Un libro che spiega perché raccontare quello che si è visto e che si sa non è fare la spia ma guadagnarsi la propria libertà. Un libro che, sull'esempio dell'impegno del giudice Falcone, ci dice che libertà e coraggio non ce li regalano gli altri e non ce li può garantire neppure lo Stato, ma che solo noi, solo l'impegno di ciascuno di noi, permette alla libertà di esistere e di avere un senso. Insomma è un bel racconto sulla qualità delle persone che sono poi quelle che fanno la qualità di una città e più in generale di un paese. Per questo spero di essere all'altezza, un'altezza impegnativa, del racconto di Garlando. E per questo ringrazio Manola di avere insistito garbatamente perché lo leggessi.

sabato 28 maggio 2016

Strepitosa giornata di letture e di premiazione di ragazzi che leggono parecchio oggi pomeriggio a Volterra (28 maggio 2016)

Già bisognava esserci per vedere sepolto il luogo comune che spesso i bambini e i giovani leggono poco. Bastava essere oggi a Volterra e osservare i volti dei bambini e dei ragazzi per rendersi conto che LORO leggono. Di più: molti di loro erano perfino contenti di aver letto i libri e qualcuno perfino di aver fatto la fatica di leggerli. Sì, uno dei ragazzi, emozionato, ha detto: è stata dura aver letto un mucchio di libri, ma sono proprio felice che la nostra classe ne abbia letti tanti. E un altro, con la faccia birichina, ha aggiunto: beh, siamo arrivati solo terzi tra le classi premiate, ma l'hanno prossimo faremo meglio. Leggeremo di più. E tra una premiazione e l'altra il gruppo Montag del Liceo Carducci di Volterra ci ha regalato una lettura breve ma intensa sul coraggio di stare a scuola e di fare scuola. E una bambina straordinaria, Paola Lushnjani, ci ha letto alcune pagine del diario che scrive e che è stato pubblicato col titolo "Sulle tue orme". Ma lo spettacolo più bello resta la marea di ragazzi che amano leggere e che una parte dei loro insegnanti e una striminzita ma motivata pattuglia di bibliotecari acrobati incoraggia a leggere. Sembra tutta retorica, ma non lo è. Bimbi e ragazzi hanno letto come matti. Se non tutti, beh, quasi tutti. E questo è davvero tanto. E l'abbraccio del Teatro Persio Flacco a tanti giovani lettori è stata di sicuro una ciliegina sulla torta.
Tanto per aggiungere due o tre numeri caldi caldi diciamo che tutte le attività di promozione della lettura hanno coinvolto nell'anno scolastico 2015/2016 circa 12.000 studenti nella Provincia di Pisa e che in media molti di loro hanno letto almeno 5 o 6 testi di narrativa a testa. Ho perfino orecchiato una mamma che commentava che non aveva mai visto leggere tanto sua figlia come in questa primavera. Confesso che conoscendo il lavoro che stanno facendo i bibliotecari la cosa non mi meraviglia. E la giornata di Volterra certifica proprio che questo costante impegno della Rete e dei Comuni per incoraggiare i giovani a leggere funziona e offre risultati. Basta vedere la platea gremita e i palchi. Dietro il tavolo la giuria che ha premiato i lettori più forti.





giovedì 26 maggio 2016

Fabio GEDA, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari (Baldini & Castoldi), 2010

Ci sono libri che ti chiamano. E lo dico pensando di non essermi bevuto il cervello. Il racconto di Enaiatollah Akbari, raccolto e trascritto da Fabio Geda, intitolato "Nel mare ci sono i coccodrilli" (Baldini & Castoldi 2010), è uno di questi. Un libro che vuole che tu lo legga e che ti inchioda alle sue pagine e pretende che tu pianga sulle vicende di Enaiatollah. Perchè non si può fare altro che comprendere l'immenso dolore che porta con sé la vicenda di questo bambino/ragazzo e imparare. Se tutto quello che si legge a scuola non diventasse ipso facto una pizza, proporrei di aggiungere i coccodrilli di Enaiatollah alle letture obbligatorie. Magari insieme a "La Notte" di Elie Wiesel. La vicenda che ci racconta è la fuga di un bambino/ragazzino di etnia hazera dall'orrore  e dalla morte certa che l'aspetta in Afghanistan verso la libertà. Una libertà che alla fine trova casa in Italia. Una fuga però che dura 7 o 8 anni, durante i quali Enaia diventa adulto. Sembra la storia di Marco Polo solo nella direzione opposta e senza il fascino dell'Oriente e della Cina. Le descrizioni di quel viaggio, del lavoro, delle fatiche, del dolore, dalla morte, della miseria sono impressionanti e commoventi. Ma il tono delle scrittura è lieve per i contenuti che tratta e a volte perfino ironico. Il libro viene proposto come lettura per i ragazzi delle medie, ma credo sia perfetto per tutti. Adulti compresi. Perchè quella che ha raccolto e confezionato Geda è una specie di moderna odissea. Un'odissea che però non affonda le sue radici nel mito ma, purtroppo, nella tragica realtà quotidiana. Un'odissea che fornisce una voce, un nome e una storia ai mille volti dei disperati che si muovono come formiche sui nostri schermi e le cui facce riempiono le prime pagine dei giornali. Un'odissea piena di dettagli sulla stupidità e la cattiveria degli uomini e al contempo sulla loro immensa forza d'animo e sul loro infinito coraggio. Un testo che possiamo leggere ed usare come vaccino per arginare le brutture del mondo e i nostri numerosi personali difetti.

mercoledì 25 maggio 2016

SIAMO TUTTI INTELLETTUALI
Grosso modo, dalla rivoluzione francese in poi, si forma in Europa e negli Usa una specie di relazione tra idee generali (dottrina o qualcosa di simile), intellettuali che ne discutono per influenzare qualcosa che vagamente potremmo definire "opinione pubblica" in cui poi i partiti politici pescano il consenso per gestire il potere politico. Bene dagli anni '80 in poi del '900 la rivoluzione neoliberale e la globalizzazione hanno spappolato le idee generali, gli intellettuali si sono trovati immersi in un mondo che più che liquido definirei gassoso, l'opinione pubblica ha dovuto smettere di sognare e ha dovuto riprendere a fare i conti con gli affanni di tutti i giorni che si sono moltiplicati e la politica ha dovuto e deve galleggiare su tutto questo popo' di ginepraio. I beni comuni e l'interesse generale esistono sempre e se he parla tutti i giorni, ma il modo come possono essere declinati e usati non cambia più la vita a nessuno di noi. Almeno, non in maniera significativa. Inoltre gli intellettuali hanno subito una trasformazione tecnologica come è accaduto ai fotografi e ai giornalisti. Ormai tutti scattano milioni di foto e tutti scrivono su giornali di carta e soprattutto elettronici. Che cos'è facebook se non un grande datzebao tecnomaoista su cui tutti possono sparare le loro bischerate senza che questo abbia una chiara influenza sulle dinamiche del consenso e quindi del potere? Questo fa si che tutti siano potenzialmente intellettuali, ma fa anche si che ciascuno conti intellettualmente parlando sempre meno. È in questa specie di labirinto che ci troviamo. E non ne usciremo tanto facilmente.

lunedì 23 maggio 2016

Romano Luperini presenta "La rancura" al cinema Agorà a Pontedera

Mi contraddico. Avevo promesso di non segnalare un libro e un autore che non avessi letto personalmente. Invece dico che mercoledi 25 maggio alle ore 17,45 al Cinema Agorà/Sala Carpi in via Valtriani sarà presentato l'ultimo romanzo fortemente autobiografico di Romano Luperini: "La rancura". La presenza di Romano Luperini in città è un evento culturale importante che mi auguro possa incontrare un successo di pubblico e di ascolti. Insomma si tratta di un evento che non potevo non segnalare. Letto o meno che avessi il libro (e ad oggi l'ho solo sfogliato).
Romano Luperini è cresciuto culturalmente in Pontedera almeno fino verso i venti anni. Meta anni '60. E il' figlio di un maestro elementare di fede socialista riformista, Gino Luperini, che, a sua volta, è stato un personaggio noto in città e in alcune aree della Jugoslavia, dove Gino partecipò per un anno e mezzo alla guerra partigiana contro i nazisti e alla liberazione di quel paese.
Romano ha attraversato da intellettuale impegnato il sessantotto, militando in formazioni della sinistra extraparlamentare. Ha stretto una forte amicizia con Franco Fortini ed è stato docente universitario di materie letterarie all'Università di Siena. Ha scritto e pubblicato molto su alcuni temi e autori della letteratura italiana (dell'800 e del '900 in particolare). Verga resta, per quanto ne so io, uno dei suoi cavalli di battaglia. E' autore di manuali scolastici per le superiori e nell'ultima parte del suo percorso culturale ha scritto (e probabilmente continuerà a scrivere) anche romanzi.
Bene ha fatto l'AICC ad organizzare quindi la presentazione a Pontedera della "Rancura" e bene faranno coloro che troveranno il tempo per andarlo  ad ascoltare e per leggere il libro e rifletterci sopra.
Nei giorni scorsi mi è capitato di parlare di Romano e del suo libro con due noti personaggi politici pontaderesi. Entrambi buoni lettori, entrambi ex comunisti, entrambi reduci da cariche importanti nell'amministrazione pubblica e nella politica locale (e oggi entrambi iscritti al pd),  mi hanno detto, senza che la cosa in vero mi sorprendesse, di aver letto "La rancura" di Romano Luperini e di aver apprezzato il testo. Soprattutto per la qualità della scrittura e anche per i contenuti. La riscoperta del padre. Pare. Purtroppo non posso entrare nel merito della cosa, nè valutare la portata dei loro giudizi, di cui, però, sostanzialmente, mi fido. Che Romano Luperini scriva bene è largamente noto e sul fatto che valga la pena di leggerlo non nutro dubbi.

domenica 22 maggio 2016

LA POLITICA LOCALE NON E' MORTA, HA SOLO CAMBIATO PELLE

Se uno incontra per caso sul corso l’ex sindaco ed ex onorevole Giacomo Maccheroni e si ferma a fare due chiacchiere con lui, una delle lamentazioni che ascolterà dalla sua voce a tratti ancora tonante è che la politica ha perso la bussola e la testa. Un argomento analogo è stato riproposto qualche mese fa sulla stampa locale da un altro personaggio illustre, anche lui ex sindaco della nostra ridente cittadina, il quale si è lagnato dell'assenza del dibattito politico nella vita pubblica locale e dell'assenza della politica in generale. Che dire? Per non smentire la mia fama di bastian contrario, sosterrò che la politica non ha perso nè la bussola, nè la testa, nè tanto meno è scomparsa dalla vita pubblica locale. Ha solo cambiato pelle ed è diventata più complicata da decifrarsi perché il conflitto sociale e quello tra le élite che lo cavalcano si è fatto più complicato, più tecnico e soprattutto più opaco. La politica locale si intreccia in forme diverse rispetto a quelle novecentesche con l'andamento dell'amministrazione locale. Ad essere scomparsi, e da un pezzo, sono i partiti nella forma che si era affermata negli anni del dopoguerra, sostanzialmente fino agli anni '80. Dopo di allora i partiti sono diventati leggeri, liquidi, opachi, non più vincolati ad un dottrina politica chiara, nè ad un corpus culturale sufficientemente uniforme, nè ad un blocco sociale facilmente descrivibile, nè a una tradizione politica radicata nella storia. Gli iscritti si sono ridotti di numero e quindi sono diventati sempre più importanti gli elettori e la comunicazione disintermediata (il marketing). Il controllo sui pochi iscritti e sui simboli politici si è ristretto a pochissime persone, che spesso costruiscono molteplici reti di relazioni e di potere (magari collegate con le raccolte fondi per le loro campagne elettorali) al di fuori dello stesso partito a cui sono iscritti e che cercano di controllare per fini spesso molto soggettivi. Su scala locale il fenomeno è abbastanza vistoso, ovviamente per chi segua le cose. La stessa stampa locale, cartacea ed elettronica, è coinvolta in questo ginepraio e quindi non aiuta a capire una mazza. La fine della militanza, la fine di qualunque vita di sezione, la fine di una vera discussione interna alle sezioni e anche alle direzioni e alle segreterie, ha trasferito il potere politico locale nelle stanze dei palazzi comunali dove i sindaci sono diventati almeno per gli anni del loro mandato amministrativo, in maniera ufficiosa ma sostanziale (per quanto non codificata) anche "segretari di fatto"  del partito politico che esprime la maggioranza amministrativa. Questo mortifica e avvelena ulteriormente il dibattito politico locale, trasformandolo o in fiancheggiamento amministrativo o in attacco aperto all'amministrazione in carica. E soprattutto inibisce una discussione che abbia un minimo di orizzonte che vada oltre il destino del sindaco pro tempore e che abbia la possibilità di ragionare sugli interessi locali a prescindere dalle sorti del sindaco in carica. A rafforzare tutto questo gran caos c'è il fatto che spesso le opposizioni esistono solo dentro le amministrazioni locali (nei consigli comunali), ma non hanno alcuna vita politica autonoma, nemmeno sussurrata. E a peggiorare questo andazzo c'è che alcuni sindaci hanno a volte una visione padronale sia dell'amministrazione che del partito di riferimento e legano in maniera impropria (e per diversi anni) questa visione coi loro interessi personali (magari per garantirsi un futuro dopo la loro uscita dalla carica, non avendo un mestiere a cui tornare). Ma una simile ingarbugliatissima situazione non rappresenta affatto la morte della politica (bensì solo quella della politica partecipata e trasparente), nè è incompatibile con buone scelte amministrative. Costituisce una riduzione a forme elitarie o un po' oligarchiche di una tardademocrazia che in sede locale vede quasi azzerato il livello di partecipazione alle scelte. Di solito questo fenomeno si accompagna con un certo sfrangiamento della cultura politica, con la tecnica che prende il sopravvento e con un dibattito pubblico faticoso, molto fazioso e spesso poco comprensibile. Quindi riemergono con ancora più  forza i localismi, i voti dei quartieri, delle frazioni, delle aree con piccole identità che possono fornire voti in cambio di piccoli vantaggi. Ma esiste una ricetta per guarire da questo andazzo? Il mio amico Antonio dice di no. Io spero che sì sbagli. Ma devo aggiungere che purtroppo non conosco il rimedio, se non il ritorno ad una improbabile partecipazione pubblica. Mi dispiace.