E' sempre difficile fare i conti con la propria storia personale, figuriamoci con quella di un popolo e di una nazione. Per non parlare poi di una nazione come la Germania nel suo periodo più buio, quello del Terzo Reich. Eppure lo storico, filosofo e collaboratore di vari istituti sulla memoria dell’Olocausto di Berlino, Tommaso SPECCHER, ci ha provato in un volume non lungo ma denso di annotazioni e riflessioni intitolato “La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo” (Laterza, 2022, p. 179). Un volume che, nei suoi contenuti, è molto più prudente e meno altisonante del titolo che lo accompagna.
Il testo analizza molti aspetti del necessario rendiconto. Dalla punizione dei criminali nazisti che si macchiarono di delitti di massa e atroci fino all'ampio fenomeno di collaborazionismo attivo ai crimini del regime che coinvolse esercito, polizie, magistratura e tutti gli altri apparati statali (incluso quello scolastico e formativo). Le punizioni, sulla scia del processo di Norimberga, e la denazificazione negli anni 1945-75 ci furono, ma, come documenta Speccher, furono un fenomeno parziale e pieno di buchi e di contraddizioni, per varie ragioni che non è difficile immaginare e che Speccher richiama nel suo studio. Inoltre il processo di denazificazione ebbe perfino due facce diverse, condizionate anche dai vincitori: una nella Germania dell’ovest (controllata da inglesi e americani) e una nella DDR (sotto il controllo dell’URSS).
E tuttavia, pur nella caotica situazione della Guerra fredda, dove le due Germanie si riposizionarono e cercarono di trovare un proprio ruolo (pur rimanendo a sovranità largamente condizionata), lo sforzo di punire i colpevoli dei crimini più efferati e di liberarsi di funzionari pubblici compromessi ci fu; e tra i protagonisti di questo sforzo Speccher tratteggia (nella RFT) la decisiva figura del giurista e giudice Fritz Bauer.
Più complesso fu il lavoro di costruzione di una politica pubblica e di una retorica ufficiale che rendesse ragione della memoria collettiva sul nazismo. Qui la ricostruzione di Speccher (che va dalle posizioni di Adenauer a quelle di Brandt e poi di Kohl e infine della Merkel) è più frastagliata. Anche perché deve prendere atto di una pluralità di approcci politici e culturali (conservatori e progressisti, cristiani, liberali e socialisti) presenti e intrecciati nella società tedesca, a cui si è aggiunto anche il tentativo della estrema destra di ridurre a poca cosa se non addirittura a negare molti dei crimini nazisti.
Inoltre il rapporto tra i tedeschi e il loro passato nazista è variato nel tempo, col tramontare delle generazioni più direttamente coinvolte nella propaganda del regime e con l'avvento dal ‘68 in poi di generazioni non compromesse. Questo mutamento ha coinvolto anche la percezione del senso di colpa rispetto allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze sottoposte alla feroce repressione del Terzo Reich (omosessuali, sinti, rom, disabili, ecc).
Poi, soprattutto dagli anni ‘80 e ‘90, con il crollo del Muro di Berlino, la riunificazione delle due Germanie e l’apertura di archivi fino a quel momento inaccessibili, l’indagine sul nazismo e sulla sua tragica storia ha ripreso vigore e ha trovato forse la massima espressione (oltre che in una serie di importanti studi e dibattiti storici) nella costruzione a Berlino, tornata capitale della Germania, del monumento alla memoria della Shoah, con 2711 steli: il tutto a tre passi dal Parlamento, in spazi dove sorgeva un tempo la cancelleria di Hitler.
Segnalo questo volume, la cui lettura è estremamente illuminante anche per gli italiani (e il nostro rapporto col fascismo), perché è uno dei testi che sarà discusso nel circolo del lettori di saggistica di UTEL il prossimo 29 maggio.
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